Appunti sulla propria prosa


Un’utile stroncatura di qualche giorno fa al racconto “Deinosrestaurant”, con cui partecipo all’antologia in e.book “Deinos”, curata da Giovanni Grotto, ha avviato uno scambio di commenti con il blogger Tapirullanza, che ha recensito la silloge. Da parte mia, ammetto che scrissi la novella in questione il giorno prima della scadenza del concorso cui era destinata: uno “scritto d’occasione”, come si usava dire nel XVIII secolo, che forse ha meritato le staffilate che ha avuto… Oggi mi accorgo che i commenti mi forniscono materiale per un post di Laboratorio per fare il punto sul mio lavoro. Il pezzo è scritto come risposta al blogger, che evidenziava fra i difetti del racconto l'uso eccessivo di termini desueti, l'uso del tempo imperfetto e errori nella gestione del punto di vista.

Termini desueti: ne uso perché sono evocativi. Esempi: se dico "sedia" te la immagini anonima; se uso "seggiola" è più facile che te la figuri di legno. Le "viscere" sono repellenti, le "budella" sono grottesche, fanno quasi sorridere, le "interiora" si osservano con scientifico distacco. La "poltrona" non la si nota, il "faldistoro" è ingombrante e barocco. Sul semplice "disse", hai ragione, sono d’accordo vittoriani e russi: ma provo, con "abbuiò" o "incupì", a far capire che mentre pronunciano quelle parole i personaggi divengono tetri in volto senza annodarmi in frasi troppo lunghe e piatte tipo "disse cupo in volto". Per la stessa ragione avrai anche notato che uso spesso versi di animali per descrivere il tono con cui un personaggio dice qualcosa, o verbi non inerenti un’azione per descrivere l’azione medesima. O che peggio mi azzardo in neologismi.
Mi rendo conto che il lettore deve un po' faticare per seguirmi. Nel maturare come scrittore cerco di pervenire al miglior dialogo possibile con il pubblico: da parte mia mi impegno a migliorare l’immersività, da parte del lettore chiedo un rispetto e un’attenzione diversa da quella con cui si legge certa narrativa di nessuna pretesa. Il sentiero delle Lettere è lastricato di molti "patti": dallo spero trovar pietà nonché perdono di Francesco Petrarca alla sospensione dell'incredulità dei saggi sul fantastico di J.R.R. Tolkien.
Come ti scrissi cerco di fare anche letteratura oltre che narrativa di intrattenimento: e la mia motivazione forte è che constato che la lingua italiana si sta impoverendo, e questo mi fa paura. Nel mio miserabile piccolo faccio quel che posso per restituire ai miei lettori e compatrioti i troppi lemmi che anni di televisione e di pessima editoria ci hanno rubato. Me lo sento come impegno civile.
Mi spiego con qualche esempio: avrai notato che gli spettacoli televisivi sono affollati di sedicenti showgirl che alla fin fine non si capisce bene quale talento abbiano se non le belle forme; che le amministrazioni vanno a rotoli per l’incompetenza di manager dalle mansioni non sempre ben definite, e che troppe volte buttiamo nella pattumiera oggetti che hanno un guasto facilmente riparabile ma che ormai ci rassegniamo a pensare rotti. Ci accontentiamo di pochi termini, vaghi, facili. E penso invece alle gemelle Kessler di cinquanta anni fa che erano sì showgirl, ma soprattutto ballerine di provata bravura e venivano apprezzate e pagate fior di quattrini per quel talento, non fondarono la loro fortuna su una farfalla tatuata sull’inguine. Il pubblico le definiva ballerine e pretendeva dunque vederle ballare bene (non vale forse anche per gli scrittori, che dovrebbero scrivere bene? Saba affermava: "Cosa resta da fare ai poeti? La poesia onesta"). Idem, se butti via un paio di scarpe ogni volta che ti si scolla una suola, e invece che farle riparare ne compri di nuove, alimenti quello sfrenato consumismo che oggi stiamo tutti soffrendo. Non so tu: ma io davvero conosco persone che considerano le proprie cose rotte ogni volta che perdono un pezzetto, in quanto il loro impoverito dizionario non ha sinonimi per definirle altrimenti. E a forza di ripetere e ripeterti rotto finisci per convincertene… Con lo scialo e la superficialità che ne derivano. Si sa che le parole hanno questo potere. Ricordo qualche tempo fa, al sorgere del Popolo Viola contro il "berlusconismo", che il movimento dichiarò in un'intervista a "Repubblica" di affidarsi a direttori artistici (!) per organizzare iniziative contro il peggior regime dello spettacolo (inteso alla Guy Debord) della storia della Repubblica. Non è un paradosso? Ritrovare, riprendere ad usare termini di cui ci siamo fatti spogliare, potrebbe farci uscire da queste trappole semantiche. 

Imperfetto e Punto di Vista: la più grande soddisfazione che mi dà il mio lavoro è quando il lettore dice di aver avuto l’impressione di "vedere" un mio racconto piuttosto che leggerlo. In effetti, cerco di imitare con la mia prosa la scrittura filmica, perché credo che il lettore di oggi e di domani sempre più sarà un lettore filmico.
L’imperfetto, che svolge l’azione dal passato al presente, e la lascia irrisolta, mi serve a creare un senso di immagine in movimento. Lo accosto al passato remoto per enfatizzare l’effetto (esempio: "Luca si alzò da seduto sull’erba, scrutò il prato, scrollava la giacca": l’intento è farti vedere questo personaggio che, compiute le due decise azioni di alzarsi da seduto e guardarsi circospetto attorno, sventola la giacca ancora per qualche istante).
Con il "PdV ballerino" vorrei imitare il campo/controcampo, ma soprattutto certo uso del montaggio. Esempio: credo tu abbia letto Photophantastes, il racconto con cui partecipai al concorso steampunk del blog "Baionette Librarie". Ebbene: se ricordi c’è un capitolo in cui, di notte, Carrol dalla finestra della propria stanza vede Wayne correre travestito da Rabbit-Man sui tetti del college di Oxford. Lì il PdV passa di continuo dall’uno all’altro dei due protagonisti, come accadrebbe in qui film d’azione dove due avversari si rincorrono su binari paralleli e tu partecipi all’inseguimento ora dal PdV dell’uno ora dell’altro con montaggio serrato.
Idem, cerco di evocare con il "raccontato", che non sempre sostituisce il mostrato, quello che un montage può ottenere in sequenze come quella del discorso nel film Il discorso del Re, in cui dal "mostrato" della stanza in cui Re Giorgio parla al microfono ci spostiamo al "raccontato" (ma insisto con "evocato", che è il termine che usava Giorgio Gaber per il suo teatro senza scenografie o costumi, affidato solo alla suggestione parola) del popolo inglese che lo ascolta.
Certo mi rendo conto degli enormi limiti della pagina scritta rispetto allo schermo, ma continuo a provarci.


(...) 

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

10 commenti:

  1. Penso che con questo post hai dimostrato di essere un vero professionista, capace di riflettere positivamente a partire anche dagli insulti. E non lo dico per piaggeria o altro. Era difficile reagire positivamente a quelle parole e soprattutto a quel tono. E poi, il post, è anche una lezione di scrittura, almeno per me che sono un neofita completo. (solo questo: la scrittura bianca su sfondo nero mi manda in palla le pupille! Help!)

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    1. Non posso far altro che quotare ogni parola u.u Ha già detto tutto lui, sarei solo ridondante XD

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    2. E io che temevo di averla buttata in politica! :-D

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    1. Risposta letta. Sinceramente molto precisa e apprezzata, grazie Tapirullanza. Purtroppo non posso dire lo stesso delle reazioni di altri ospiti del tuo blog, quindi non starò lì a flammare.

      In ritardo, ti do il benvenuto in questi avvilenti paraggi. Torna, se e quando vuoi, anche con la frusta :-D : credo che ormai ci siamo intesi sui reciproci modi di intendere certe questioni, e - purché con rispetto e da persone educate - incrociare le inconciliabili lame è sempre salubre. ;-)

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  3. Non conoscevo la diatriba tra te e Tapirulanza.
    La tua risposta, un post d'intenti sulla tua scrittura, è un gioiello. Le tue idee mi interessano, specie la tua concezione di Pdv ballerino inteso come campo/controcampo.
    Devo andare a leggermi il racconto in questione.

    Ciao

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    1. La "diatriba" è stata con altri chiassosi ospiti del suo blog. Riguardo Tapirulanza... magari gli scambi in blogsfera fossero tutti così! ;-)

      Ogni occasione di confronto e di crescita è un ulteriore gradino che sale a buone cose. Grazie per l'apprezzamento e benvenuto in questi avvilenti paraggi!

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  4. Ho trovato questo tuo post molto interessante e le tue riflessioni molto istruttive e 'to the point' come direbbero i nostri amici anglofoni. Condivido le tue osservazioni.
    Mi piacerebbe che passassi dal mio blog e lasciassi qualche commento ai miei scritti.
    Penso sarebbe un confronto molto costruttivo per me. Senza impegno, naturalmente.

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