Hauranon guidò alla cima la sua banda di lancieri, i cento uomini del clan Mafarca si schierarono sul colle. Aste e scudi dei guerrieri scintillarono di un sole pallido; le crine equine degli elmi conici, le piume d'aquila e i capelli rossi scarmigliati da un vento freddo e velenoso di magia nera.
Ai loro piedi scorreva verde, gonfio d'acque e generoso il grande fiume che ingravidava la Madre Terra su di un talamo di fango e zolle nere grasse e fertili: generava il farro e l'orzo, grano e i girasoli; uve azzurre e smeraldine che sanguinavano eccellenti vini.
Nei canneti lungo l'argine le raganelle si ammutolirono.
Il loro fiume, le loro rive e i loro doni degli déi.
Da un altro colle pietroso e bruno, che sovrastava la sponda opposta, echeggiarono i tamburi, corni e crotali del nemico; crebbe lo strepito dei canti rauchi di guerra e il percuotere di scudi con il bronzo delle spade. Il clan Evalen salì marciando una sassosa mulattiera, trecento uomini della tribù si radunarono sulla cresta.
Attorno al labaro spaventoso dello stregone Nikolassossen.
«È dunque vero quel che si dice»: Hauranon strinse i denti, raccapricciato dallo stendardo che gridava al cielo grigio. Era un grappolo di teste mozze, decomposte ma ancora vive che bestemmiavano e maledivano e ululavano dolore ed odio, appese a un'asta di legno nero ritorno e inciso di rune e croci. Il negromante vi si appoggiava quale orribile bordone; magro, vizzo, macchiettato di vecchiezza, con quegli occhi laidi e cupidi che scintillavano nel cappuccio.
Hauranon guardò i suoi uomini inghiottire e impallidire, mormorarono esorcismi; accarezzarono le sante effigi, gli amuleti e i talismani che legavano alla cintura e che ostentavano appesi al collo. La malaria del terrore li imperlò di sudore freddo.
«Che cos'è», si stomacarono, «questo olezzo di putredine?»
Si tolse l'elmo, avanzò dai ranghi e mulinò la sua bipenne:
«Se fra voi c'è il capo Frejestark, il signore degli Evalen, grido al cielo ch'è un codardo e che commette sacrilegio. I saggi anziani del vostro clan e i nostri padri in comune accordo stabilirono che i Mafarca, finché i tramonti si compiranno, non avrebbero mai camminato sull'altra sponda di questo fiume, e decretarono allo stesso modo che figli e figlie del clan Evalen non avrebbero mai mietuto le bionde messi di questa riva. Ma in questo giorno venite in armi e irrispettosi di queste leggi, disonorati da un empio patto con un accolito delle tenebre.»
«Parole giuste, parole giuste!», si rincuorarono i suoi guerrieri. Corni e grida e cornamuse risuonarono sui colli.
Il condottiero del clan nemico si fece avanti e levò la spada:
«Ascoltatemi!», esitò: ché il coraggio gli mancava, aveva gli occhi del disperato e gli tremavano le gambe. Nikolassossen gli si accostò, sputò parole, schioccò le dita: e il vigoroso e potente Frejestark, un temibile avversario, crollò a terra in pietosi gemiti e devastato di convulsioni.
Finché giacque sulle pietre dopo istanti di agonia.
«Le vostre leggi non mi interessano», lo stregone lo minacciò, «non mi interessano le tribù: non temo Frejestark, non temo te né tutti i capi che verranno. Sarete tutti miei servitori, le vostre terre mi apparterranno.»
A un altro verbo del negromante la schiera Evalen levò gli scudi, spianò le lance, snudò le spade, brandì le scuri e discese il colle.
Tamburi e crotali e sistri e corni ne scandirono la marcia, tuttavia mancava loro l'ebbra furia dell'assalto: lenti, incerti, troppo lenti e claudicanti, trecento uomini mormorarono l'odiato nome di Nikolassossen come in un'estasi idiota e cupa e inconsapevoli di sé stessi.
Quando furono più vicini, si ammassarono sull'argine, Hauranon li vide meglio: un nero orrore gli strinse il cuore.
«È un'armata di cadaveri! Quei guerrieri sono morti!»
Il pallore della tomba raggelava i loro volti, e la putredine e le mosche e i vermi ne divoravano già le carni. Li spingeva un vento infetto e tenebroso di sepolcro, obbedivano alle brame e la magia dello stregone.
I guerrieri si atterrirono. Il dovere, la lealtà, i giuramenti agli déi tribali li trattennero dal cedere e fuggire a quell'orrore. Ma capì ch'erano vinti e ottenebrati di paura.
«È il nostro fiume, la nostra terra, è il sacro suolo del nostro clan. Possiamo solo morire bene, dobbiamo solo morire qui.»

Hauranon, stremato, circondato dai cadaveri, rabbrividì dei suoi stessi uomini trafitti a morte sgozzati uccisi: che si rialzavano le scuri in pugno e gli muovevano ostili contro. Mozzò teste, spaccò i crani e abbatté le orrende cose: ma quei nemici non si arrendevano, non si stancavano, ritornavano all'assalto: lenti, fiacchi ma troppo orrendi ed innumerevoli. Era esausto, ferito, offuscato e indolenzito, lo accecavano il sudore e la fanghiglia e il sangue nero.
All'improvviso lo sferzò un alito caldo metallico e solforoso, un tuono cupo echeggiò sui colli, squassò il terreno e tremò sull'acqua. Hauranon levò lo sguardo ad una nave di bronzo e fuoco che navigava le nubi plumbee su quel campo di battaglia, il vascello lo investì di un raggio verde dalla prora; gl'irti pennoni, le vele argentee e i remi d'oro sulle fiancate luccicarono e vibrarono come tendini di un'arpa.
Lui si sentì osservato da un occhio gelido sovrumano.
Spietato, intelligente.
Il Tribunale degli Immortali.
La ricompensa del valoroso.

Le fredde spade dei suoi nemici gli penetrarono l'armatura, gli trafissero i polmoni, gli intestini: cadde a terra. Le cose morte lo calpestarono, lo sprofondarono nel limo freddo, un'orda immonda di usurpatori sul suolo sacro degli Antenati.
Il disprezzo, il sorriso e la vittoria del negromante.
Guardò alla nave sospesa immobile fra i nembi grigi sui colli e il fiume. Gli stormi tetri di aironi e corvi.
«Perdonatemi», implorò.



Majar affondò il viso nell'oloschermo di fronte a sé, fra i controlli inconsistenti dell'orbiscopio e dell'ybrisometro:
«Porca Lattea!», rise forte.
Sossor socchiuse l'occhio, si stiracchiò nella planciaculla, e i peduncoli carnosi che gli mordevano le tempie si ritrassero, con un sibilo, nella massa dei comandi. La navicella oscillò e sbandò, calò di quota, tornò in assetto, si affiochirono le luci e gli strumenti pigolarono.
Lui tornò a sdraiarsi con la testa reclinata, le mille viscide estremità gli si insinuarono sottopelle: estese i sensi al timone e i flap e gli iniettori e gli oscilloscopi.
Fermò il velivolo a trecento yule da terra fra quel corso di idrossigeno e i sedimenti pulviferrosi.
«Sto pilotando nella troposfera. Col vento contro. Fra due rilievi. Mi hai distratto», si stizzì, «vuoi naufragare su un mondo alieno?»
«Sono ridicoli!», disse Majar: con le branchie ancora tumide e dilatate di ilarità. Prese ai vertici iridescenti lo scaleno dell'oloschermo, scrollò i dati verso il cockpit perché il compagno potesse leggerli. Cifre e lettere fluttuarono dalla carlinga fin la cabina: si riordinarono sulla culla, innanzi il volto di Sossor, nell'ologramma di un globo verde e di prospetti geosociologici.
«È una biglia», gli mostrò, «duemila qubar di superficie: ma ci si scannano, 'sti selvaggi! Ti rendi conto per cosa muoiono?»
«È una razza troglodita che usa ancora la magia: che ti aspetti, poveracci?»
«Finché il cosmo abbonderà di civiltà di questo tipo», pronunciò quella parola con un fischio di ironia, «combatteremo le nostre guerre né il lavoro mancherà.»
«È previsto un temporale fra zeronove-due-sette kronin», Sossor tagliò corto, «vorrei essere già in orbita: la navicella si indisporrebbe. Ha un alettone metereopatico, dovrò farlo medicare. Trovato niente di interessante?»
«È stata solo una scazzottata e si battevano come bimbi: questi, a un vero assalto, durerebbero un istante... l'indicatore della violenza registra appena ottocento frenzon. Giusto quello, mi è sembrato...»
Majar sfiorò i nervi e il genejoystick dell'orbiscopio, la corneocamera sottochiglia scrutò le rive dell'idrossigeno. Negli oloschermi fluttuò un alieno di peli rossi e con vesti lacere che essudava umori scuri dal torace e dall'addome, tutt'infilzato di suppellettili di una lega in rame e stagno.
La creatura respirava, tremava pallida con gli occhi al cielo, e emetteva un verso debole dall'orifizio nutrizionale.
«No: non siamo tutti uguali, e l'universo non è un bel posto», Sossor si schifò: «sono inferiori per biologia, costiquantistica e intelligenza. Sarò razzista, ma sono bestie.»
«'Sto animale si è battuto un poco meglio del proprio branco: psicoindotto ed addestrato in qualche modo lo impiegheremo. Frutterà qualche quattrino.»
«Giusto il costo del carburante per l'incursione su 'sto pianeta. Dài, raccoglilo», Sossor acconsentì, «per non andarcene a mani vuote.»
La navicella sfiorò il terreno, bruciò i canneti, scottò la motta. Spazzò la mandria di alieni morti, in sospensione metaquantistica, che razzolavano fra i due colli attorno un palo di teste mozze.
«Strana fauna: cosa sono?»
«Pastorizia di cadaveri.»
«E ci stupiamo se non evolvono, se si massacrano fra loro...»
Un alieno incappucciato si sbracciava e forse urlava, ma al boato dei reattori fu impossibile ascoltarlo. Majar puntò i traenti sulla creatura dal pelo rosso, e il raggio bianco la sollevò dal fango freddo e le spighe bionde. La trasportò in una stiva asettica per lo scan antibatterico. Quando il cervello dell'astronave confermò ch'era pulita, Majar infoderò il pulviscolator alla cintola, prese il verme traduttore e i parassiti tranquillanti.
«Possiamo andarcene.»
«La buon'ora!», Sossor sospirò. Impartì l'ordine ai reni-macchina e accelerarono all'esosfera, e navigarono in un batter d'occhi nelle tenebre stellate.
Il mondo barbaro sparì dai monitor.
Gli argani, i carrelli, gli organismi delle stive trasportarono l'alieno nel magazzino degli esemplari. Lo rinchiusero in un nido a metà lunghezza del braccio dodici, le inferriate di tossine ne impedirono la fuga:
«... casomai ne fosse in grado», Majar sghignazzò.
Trovò la bestia sdraiata e prona che schiumava di dolore, perdeva icori – quel fluido rosso – dalle ferite per quegli attrezzi.
Gridò qualcosa. Sembrò una supplica.
Lui gli gettò addosso il traduttore e i tranquillanti, e il prigioniero subì l'assalto delle miti creaturine che si insinuarono in quel buffo naso, nelle orecchie e nella gola. Lo lenirono. Guarirono. E gli iniettarono abbastanza droghe cogninibenti da ignorare che all'improvviso stava viaggiando su un'astronave. Quest'animale che fino ieri dimorò nelle capanne.
«Sei un dio?!», chiese l'alieno, «Ho combattuto per gli antenati, per la terra e le sacre leggi. Mi hai guardato, giudicato: pensi che meriti il valhalla dei coraggiosi?»
Il traduttore non contemplava molti termini di quella... lingua; se il selvaggio ne aveva una e una struttura grammaticale: "leggi sacre"; "dio"; "coraggio" gli sembrarono grugniti senza alcun significato.
«Ti ho veduto in quella zuffa, nelle risse te la cavi. Devi molto migliorare, ma...», Majar scrollò le spalle, «psicoindotto ed equipaggiato con armi vere sarai pronto per combattere in un conflitto davvero nobile: l'indipendenza del sistema Siffi dal sistema Nondadory. Tse'», ghignò sprezzante, «l'orticello dei tuoi padri! Ti venderemo alla Resistenza: per la causa.»
«Per denaro», scherzò Sossor da un interfono.
La creatura si ammutolì, sbigottita: viepiù stordita dai parassiti che la sedavano ed assopivano. Quando cadde addormentata in quella cella marsupiale, con le sbarre velenose che stillavano un olio giallo, lui tornò in cabina percorrendo il magazzino ormai stipato di barberiani, daldaniani e forloniani; morelliti, khremibiti ed altri schiavi-mercenari. Criogenizzati ed imbozzolati fin gli asteroidi di addestramento.
Quei tiranni bastardi nondador, Majar bruciò di rabbia, non la avrebbero avuta vinta: anche a costo di coscrivere la peggio feccia della galassia!
Le sirene del vascello ulularono l'allarme. Sossor, nel cockpit, si era spostato i sistemi d'arma.
«Che succede?»
Due corvette del nemico presero forma sull'oloschermo, con i cannoni e i siluri plasma pronti al lancio nelle baie. Li intimarono, via psicoradio, di abbassare gli elettroscudi, e aprire l'utero dell'astronave a una lancia di perquisizione.
Majar, Sossor, si scambiarono uno sguardo:
«Viva Siffi! Libertà!»
Disintegrarono un vascello nondador con una salva di cannone gastrico.
L'altra nave rispose al fuoco. Bordate d'acido e colpi plasma, biotorpedini e siluri, deflagrarono e si spensero nel silenzio e l'oscurità, il vuoto gelido rapì nel nulla le heliovele e paratie e le antenne e le parabole e le corazze delle astronavi.
Un'esplosione di fuoco rosso nel muto eterno infinito niente.



Il deputato Iosephus Lippa della Repubblica Terrestre si versò un altro bicchiere di quell'ottimo liquore. L'ologazzetta gli si afflosciò e gli scomparve fra le ginocchia: tutti i neurocruciverba, quantisudoku, le barzellette e gli etimorebus già risolti e già sorrise sei anni luce di viaggio fa.
La ginoide in uniforme col distintivo PleiadianAir, a cui Lippa aveva scelto il volto antico di Sylva Koscina, gli offrì il seno di cristallo con un menù di conversazioni: lui, di malumore, buttò giù un'altra sorsata.
«Siete alla soglia dell'ubriachezza, Onorevole», la robot lo avvertì.
«È un tragitto insopportabile! Trentasei ore di salto wormhole senza scali nella realtà, quell'incolore dai finestrini e questo shuttle tutto vuoto.»
«È una linea riservata.»
«Cristo, sì! Ma per me è troppo!»
«La mia presenza non vi è gradita?»
«Vorrei scambiare banalità, storielle sporche e senili lagne con un altro essere umano: che non è la stessa cosa.»
«Ho in database tremila file "mezze stagioni"; "bei tempi andati".»
Lui levò stremato lo sguardo all'orologio: la voce piatta del robot pilota gli alleviò le sofferenze:
«Onorevole, siete pregato di accomodarvi e di attivare i magneti di sicurezza: ché usciremo dall'iperspazio fra meno quindici minuti.»
La sensazione di accelerare.
E di riprendere consistenza.
E la caligine sui cristalli che si dissolse in un nero vero: gli astri fitti, le asteroidi e le fosche nebulose.
I campi d'urto dell'astronave crepitarono di detriti, tonfi, graffi e rotolio sulle pareti.
Qualcosa d'orrido d'informe e bianco che sbatté sul finestrino.
Un volto livido corrotto e morto che lo fissava dall'oscurità.
«Perlamadonna!», si spaventò.
Due cadaveri di alieni – gli sembrarono sifiti – galleggiavano là fuori fra rottami di astronavi. Li seguirono i corpi spenti di cosmonauti nondadoriani: le due razze erano identiche, fu sicuro di sbagliare. Ma le insegne sui relitti – fusi, neri e crivellati – testimoniavano di uno scontro fra le marine dei due sistemi.
«Non è possibile», Lippa si imbestialì, «che ogni volta che percorro questo tratto di galassia trovi i resti disgustosi di questa guerra fra poveracci! Due sistemini di stelle nane a un lustro luce di distanza, che a vicenda si tiranneggiano e si massacrano da decenni! Due pianetucoli delle banane nella Repubblica Pangalattica! Ti rendi conto», sbottò alla robot, «per che cosa si trucidano?!»
«... ma ormai la primavera dura un mese, se va bene...», gli rispose la ginoide col sorriso della Koscina.

Kal Frutujus e Phi Lucenti, i capogruppo del suo partito, lo aspettavano allo pneumotunnel che conduceva nel Parlamento.

«Brutto viaggio?»
«Come il solito. E all'uscita dall'iperspazio...»
«Lo sappiamo: un incidente.»
«Un'altra strage fra quei fanatici.»
«La sessione è dedicata a sistemare 'sta faccenda.»
«Sono due discoli che fanno a pugni nell'angolino dell'universo.»
«Quali sono le proposte?»
«Mah, sanzioni; l'invio di truppe, Scafandri Blu... Ma questa volta davvero basta: il voto è unanime, li stroncheremo.»
«Solo i fascisti di Supernova Dorata sostengono che invece non dovremmo intervenire. Lo sai, come la pensano: per l'onore nazionale...»
«Che si scannino fra loro.»
«Quale onore, che nazioni? Cristoiddio, i sifi e i nondador?! Hanno ancora nonni vivi sul pianeta da cui provengono; quei due mondi sono sassi terraformati trent'anni or sono!»
«Che ci si ammazzino, ribadiscono...»
«... finché alle lobby può fare comodo.»
«C'è un altro punto.»
«Ce l'ho in programma: l'immigrazione dei mondi Kepler.»
«C'è una faccenda più urgente, grave: si vocifera di un golpe.»
«Non se ne tentano dal 7000.»
«Pare invece che il mese scorso, sotto il naso dei federali, il Comandante Alzaradi Azattit sia partito da Plutone. Con cento androidi da giardinaggio modificati per scopi bellici.»
«È uno scherzo.»
«Pare no.»
«Azattit è cieco e idiota.»
«Ma sa curare la propria immagine.»
«Se è tutto vero sarà presto qui, e il Parlamento deve stare allerta.»
«Il nostro esercito?»
«Lo appoggerà.»
«Non è possibile.»
«C'è da stupirsene?»
Il vettore si arrestò nella stazione sotterranea: dai vagoni del loro mezzo e gli altri razzi sui binari duecentomila parlamentari si accalcarono sulle scale, gli ascensori, i nastri e i tunnel che conducevano alla grande sala. Era una folla di blazer grigi e di marsine di latta o goretex, caftani e tuniche tradizionali e di kimono iridescenti. Gli Onorevoli di razze in forme liquide e gassose, i sirenidi e tritoni dei pianeti attorno a Sirio, si spostavano in cilindri colmi d'acqua e idrocarburi, con capitelli trochili d'oro d'argento e platino cesellati. Moltitudini di droidi portaborse e segretari - aracnoidi, antropomorfi, murinomorfi la maggior parte - attorniavano i proprietari in uno strepito di rotelle, sospensori, pale d'elica e i bemolle di notifiche. Tutti i robot dei terrestri assomigliavano a Edwige Fenech: i coloniali le preferivano copie in plastica e metallo di Grace Kelly, la Herzigova o Isabella Rossellini.
Si scalmanavano sui gradini, le piattaforme e le porte a vetri.
Lippa si stupì: trovava sempre divertente che il concetto di "fila in ordine" fosse umano e solo umano; limitato – addirittura - alle culture del Nord Europa. L'universo era soggetto alle tre leggi della bolgia: spingi, sgomita e scavalca chi ti è davanti.
Si rassegnò che fra tre o quattr'ore sarebbe stato sulla sua poltrona.

Il mezzogiorno spietato e torrido illuminò la immensa sala, l'estate limpida di Caputmundi li torturava dai lucernai. Gli sguardi stanchi degli onorevoli caracollavano, con odio, all'osteostatue dei Fondatori della Repubblica Pangalattica: che fissavano, solenni, fama e gloria imperitura.
C'era da chiedersi come mai, fra tutti i mondi della Via Lattea, edificarono il Parlamento su un pianeta tropicale. Li circondavano milioni cubi di superficie di sabbia bianca, giga, cocktail e ombrelloni colorati; maree perfette per la vela e il surf, noci di cocco ed aliene in topless, fondali splendidi e la tintareòòa e i culi sodi dell'a-grav volley. Due stagioni balneari da ottocentoquaranta mesi.
Ma il dovere li obbligava a stare lì, sui loro banchi, a sorbire le filippiche di migliaia di colleghi.
Con infallibile strategia perfezionata alle Scuole Medie, Lippa, Kal, Phi Lusienti ed altri leader si appostarono ai piani alti dell'immenso anfiteatro. Gli Onorevoli più giovani, più entusiasti, più cretini, che si infiammavano in prima fila di principi e di valori, intrattenevano gli spettatori ed attiravano le olocamere; lunghe arringhe, liti, dichiarazioni che illudevano l'universo che i suoi politici lavorassero.
Duecento metri più in alto, sulle vette dei partiti, si godevano banchetti e consumavano sfide a FIFA; si leggevano romanzi e coltivava l'ikebana. O si prendevano i veri accordi irrispettosi dei vari popoli.
Una cortina di nanorobot, vapori chimici, narghilè, spore ed ife degli alieni di ascendenza vegetale, si addensava - cinquanta metri più in basso - sui settori litigiosi delle fazioni di minoranza. Gli impediva di seguire lo svolgimento dei lavori. Quella nebbia confondeva anche i microfoni e gli obbiettivi: e il dibattito sui Sifi e Nondador - probabilmente era già risolto? - gli giungeva come l'eco di un esausto temporale.
«Che cosa dicono?», chiese Lippa.
Phi Lusienti si consultò con l'Onorevole Bruciuaine: un chirottero canuto del pianeta Gothi III. L'extraterrestre piegò le orecchie ai banchi bassi nel caos e il fumo, riferì in uno sbadiglio che la guerra era cessata:
«La questione si è risolta ancora prima che la affrontassimo: businesscommandos di Burger Galaxy e incrociatori Club dell'Espace hanno occupato le città Sifi e gli astroporti di Nondadory. Ora sono entrambi sistemi per famiglie.»
«La buon'ora.»
«Sento ancora battibeccare», Lippa si incuriosì.
«Disney-Bollywood è già sbarcata nei campi profughi e gli ospedali, c'è disaccordo sul copyright per l'olofilm sui genocidi.»
«L'opposizione ha votato contro: come hanno fatto a venire a patti?»
«Il Governo, i Sifi e Nondador le hanno dato l'esclusiva ideologica e revisionistica.»
«Fu una guerra fascista.»
«Su tutti i testi scolastici: il Ministero dell'Istruzione sta provvedendo a aggiornare gli olobook.»
«La faccenda è sistemata.»
«Riguardo il golpe?»
«Non se ne parla.»
«Che cos'è questo trambusto?»
Un'esplosione assordò la sala, la grande cupola crollò spezzata. Una vampata toccò i cristalli, si annerirono bruciati; il cielo limpido e l'estate e il sole scomparirono nel fumo. Molti Onorevoli sui seggi in alto si accasciarono feriti; Bruciuaine - strillò Lippa - gli crollò addosso spargendo sangue, con gli occhi ciechi sbarrati e spenti trafitto al cuore da una lamiera. Lui si rizzò in piedi sopraffatto dal terrore: non vedeva più Frutujus, non trovava più Lusienti; saltò i banchi, i corpi morti, le consolle che si incendiavano precipitandosi al pianterreno, per raggiungere un'uscita.
La fitta nebbia si diradò. Tacquero grida schiamazzi e pianti. S'udì un ordine di «avanti, march!» e il Parlamento restò in silenzio.
Le grandi porte dell'anfiteatro, schiantate al suolo carbonizzate, scricchiolarono dei passi di cento robot dal guscio verde.
Si sparpagliarono fra le tribune ed imbracciarono fucili laser.
Il Comandante Alzared Azattit, in uniforme da Solcasabbia, avanzò a passo dell'oca e sfoderò l'ossidatore. Ridusse in ruggine con una salva le antiche statue dei Fondatori.
Quell'ometto nervoso e snello, col sorriso da canaglia, quei baffetti acuminati e un ammiccare da casanova, salì al sommo faldistorio del Presidente del Parlamento. Le puntò l'arma e tirò il grilletto: la venusiana si sparse in ruggine.
«Da oggi è istituito il Grande Impero Galattico!», annunciò, «Io ne sarò il monarca, il protettore e l'esempio splendido. Come i grandi del passato, e restaurando un loro regno ideale, prendo il nome di Serse IX.»
Duecentomila parlamentari gli si inchinarono atterriti.
Sugli schermi della sala spot di Sifi e Nondadory, una imponente promo-campagna per il turismo sui due pianeti.
Iosephus Lippa calcolò, a memoria, quanto ammontava allo stato attuale la sua pensione parlamentare.



Ainor levò lo sguardo all'uomo immenso luminosissimo oltre i vetri del salone che si affacciava alla sua garitta.
Serse IX, nudo, sbronzo, con in mano un modellino di motonave trans-sahariana, declamava idioti haiku e mottetti Perugina. Lo attorniava una carola di adoratrici in bikini rosa, con i riccioli e gli occhioni dei cartoon degli anni Trenta. Lo applaudivano, adulavano, guaiolavano sedotte. I cristalli antiproiettile e gli schiamazzi di avvinazzate soffocavano le note di Glenn Miller e Artie Shaw.
Ainor, immusonito, scambiò una smorfia col camerata: l'altro soldato della Legio Ruginis di pretoriani del Protettore. Sopportavano la neve e il morso atroce della notte, l'olezzo orrendo degli impalati e le sferzate dei riflettori. L'ansia isterica di sconosciuti che si fermavano sui cancelli: troppo a lungo, soli, equivoci. Quei sovversivi suicidi martiri con idroplastico iniettato in vena.
«Ti rendi conto chi proteggiamo?»
«È il nostro mahtma.»
«Certo!», rise, «ti rendo conto che uomo è?»
«Tuttavia c'è solo Serse. Senza lui non siamo niente. Serse, Serse!»
«Io non credo durerà. Tira a campare da cinque secoli col proprio sangue vetrificato: lo polverizza, lo liofilizza e ha sempre in circolo la stessa sabbia. Ha scambiato il proprio cuore con una protesi di ottone e ghisa, basta stargli un po' vicino e senti il solito tic-tac. È un processo innaturale: se avesse un'etica morirebbe. E ho l'impressione che metallo e chimica l'abbiano reso...»
«Che cosa hai detto?!»
L'insulto "pazzo" gli morì fra i denti: era un crimine capitale. Per chi addubbiava la preveggenza, l'ispirazione, l'intelligenza del Comandante c'era l'ergastolo nei cubi Schrödinger o la elettroimpiccagione.
«... è un megalomane.»
«Lo credi tu, ché sei meschino. È una limpida consapevolezza della propria immensità. Come fu per Gesù Cristo, Maradona ed Elvis Presley.»
Ainor sospirò, si mise in bocca surrotabacco: ne porse un ciocco al compagno d'armi e masticarono in silenzio.
«Ti conosco da una vita, siamo di guardia ogni notte insieme: credi davvero ciò che mi predichi?»
«Ho moglie e figli: ci credo, sì.»
 
(... continua...)



Due illustrazioni di Alex Reale per il mio racconto Uno studente di Targoviste. Per ragioni editoriali non le vedrete pubblicate nell'antologia vampiresca di prossima uscita cui la novella partecipa, ma - con il permesso dell'autore, che ringrazio - poiché le ho molto apprezzate ho piacere di mostrarle qui sul blog.







Questo racconto appartiene al ciclo di Thanatolia - Crypt Marauders Chronicles: un progetto di narrativa condivisa di Alessandro Forlani e Lorenzo Davia

dedicato a Camilla - quella vera - per ogni bega nei lunghi anni accademici

Malqvist raccattò la testa mozza dal selciato: gli occhi azzurri, l'orecchino, l'espressione esterrefatta di un biondino che a giudicare dal colorito doveva essere morto l'istante prima che ci inciampasse.
«È un lavoro di fino!», constatò impressionato. Una scia di sangue nero insudiciava l'acciottolato, e proseguiva fin dietro l'angolo di quel vicolo di lupanari, vespasiani, case d'oppio, gabinetti di alchimisti e mendicanti stesi al suolo.
Un quartiere come i tanti nella fogna di Handelbab.
Echeggiarono bestemmie, plausi, urrà e una voce da imbroglione che intimava un pagamento, i tintinnii inconfondibili di monete o di pepite.
Malqvist buttò la testa ai tre randagi spelacchiati che guaiolavano in un androne sbavanti infetti di fame e rabbia, seguì l'eco interessante del denaro e della folla. Lo intralciarono due sciacalli chini su un corpo decapitato: ne mozzavano le dita e si spartivano gli anelli, gli stivali, il cinturone e un collare allucciolato.
«È un bel colpo, un pezzo grosso!», sghignazzarono soddisfatti.
«Chi l'ha accoppato?», li apostrofò.
I due vigliacchi si impallidirono, gattonarono dal corpo:
«C'è un equivoco, noi non...»
«Non ho alcun dubbio che voi due vermi non ne sareste capaci mai», li strinse al bavero, li alzò da terra e li costrinse a una parete: «ho appena udito un din-don di soldi, e la faccenda mi interessa.»
«È Montoja, come il solito: contro il moccioso non c'è speranza. Andrà a finire che il vecchio Vashqa dovrà inventarsi un lavoro onesto.»
«Ha stretto un patto con qualche diavolo, quel pederasta possiede libri...»
«Non vi capisco: di che parlate?»
Piagnucolarono non li picchiasse. Gli additarono un bambino che esultava su un palcoscenico, in una piccola e affollata piazza che si apriva in fondo al vicolo. Un grassone e due scimmioni con catene e manganelli riscuotevano scommesse da giocatori abbacchiati e increduli, e accettavano altre poste da accaniti a quella bisca. Spadaccini in giaco e guanti, dall'aria esperta ma il volto teso, confabulavano a lame in fodero coi secondi e mediatori, che insistevano a dissuaderli dal salire alla pedana.
Ma il ragazzino di un metro & un cazzo con quel ridicolo spadino, lassù sul palco, paonazzo e stridulo, lordo di sangue e budella altrui, continuava a spernacchiarli e a strillare la sua sfida:
«Vi credete dei campioni, siete solo cacasotto! Misuratevi con me se avete fegato, codardi!»
Malqvist sputò disprezzo e ridacchiò di quel moccioso. Il laido allibratore, spalleggiato dai due gorilla, gli venne accanto, si lisciò i baffi e gli ammiccò con intenzione:
«Sono Vashqa, il suo sensale: prendilo a sculacciate, se sei convinto di fare meglio. Hai acciaio e buoni muscoli.»
«Che cosa ci guadagno?»
«Ehi, c'è uno sfidante!», l'allibratore arringò la folla: e i giocatori gli si raccolsero tutti attorno, pispiglianti, lo guardarono curiosi e speranzosi di rivincita; impressionati dalla sua mole e la terribile bipenne. Racimolarono dai borselli quanto restava dei loro beni, lo raccolsero in un turbante:
«Cinque a uno su 'sto bestione!»
«I miei soldi su Montoja!»
«Metà posta: ti sta bene?»
Malqvist sopportò quel sorrisetto canzonatorio e il brillio di fregatura nelle pupille di quel bastardo, guardò ancora al ragazzino tutt'eccitato sulla pedana che godeva degli applausi e gli faceva le boccacce. Ripensò alla testa mozza, quel fendente impressionante: non poteva essere il colpo di un rospetto brufoloso, quella lama da frocetto con la guardia ingioiellata...
«C'è un inghippo», mugugnò.
«Sei grande e grosso: che cosa temi?»
«Volete il sangue, non è così?»
«Questa gente ha scommesso tutto ciò che possiede.»
«Vuoi deluderla, selvaggio?», il ragazzino lo spernacchiò.
Lui sentì allo stomaco la stretta della fame, di quel cibo ed un buon letto che gli mancavano da... due giorni, se rammentava; se non aveva già le traveggole. Le monete e i pezzi d'oro e quelle pietre nel turbante luccicarono di un'urgente e ferocissima necessità.
Era sicuro che lo imbrogliassero - morse i labbri contrariato - ma fra crepare di ferro o stenti aveva un'unica ed ovvia scelta:
«Eccomi, Montoja.»
La folla lo acclamò.
Ma quelle grida di tifo e giubilo, la febbre insana dei giocatori, si azzittirono alle lacrime e le strilla di una ragazza.
Un giovanotto di bell'aspetto e che splendeva di nobiltà, con un volto più terribile della spada che impugnava, si fece largo fin la pedana e reclamando vendetta e morte.
«Resta in coda, signorino», Malqvist lo scacciò. L'altro lo spintonò con l'alterigia e l'incoscienza tipiche del ceto cui doveva appartenere.
«Cedi il passo, bifolco: ché son venuto a lavare un'onta.»
Il suo tono, il suo furore, la giustizia che lo incendiava non ammettevano discussioni: lui lasciò passare. Gli obbedì con istintiva e timorata soggezione: il diritto di un nobile, il diritto di un dio... Ma la ragazza, avvinghiata al giovane, lo implorava di non battersi:
«Non è come tu credi! Morirai!»
«Se così dev'essere.»
«Non è uno scontro leale, nessun uomo lo vincerebbe!»
«Ho gli déi dalla mia parte: l'empietà non prevarrà.»
«Su, a chi tocca? Il bestione o il gentiluomo? Decidetevi, la buon'ora», il bastardello si grattò l'inguine, «la mia spada si raffredda, il mio buon pubblico pretende vittime!»
L'aristocratico, fra gli applausi, salì in guardia sul palcoscenico. La ragazza crollò a terra bianca esanime di dolore. Malqvist sgomitò, scazzottò e menò ceffoni fino a raggiungerla per abbracciarla e accompagnarla a una fontanella. Il fiotto fresco la rianimò.
«Il tuo nome? Chi è quel giovane? Non mi sembra uno sprovveduto, ma sei convinta non abbia chance.»
La poverina tremava pallida e singhiozzava fra le sue braccia, malediva il laido Vashqa e supplicava non combattessero.
«Non voglio farti male», Malqvist si addolcì: c'era andato un po' pesante con 'sta pupattola di città: un buffetto, una scrollata e gli sembrò che svenisse ancora, «ma ascoltami, rispondimi: ciò che hai detto mi interessa.»
Li interruppe l' «a voi!» dell'arbitro e uno stridere di lame, si ammutolirono allo spettacolo sul palcoscenico insanguinato.
Il ragazzino parò un calante e un fendente magistrali che il giovanotto gli sferrò con micidiale rapidità: ma a confronto di Montoja gli sembrò quasi un inetto. L'aristocratico abbassò la guardia, si infiacchì, perse vigore, barcollò col fiato corto quasi in lizza già da un'ora.
«È ubriaco, è drogato?», Malqvist si insospettì. Gli era sembrato che fosse in gamba e estremamente motivato.
«Me lo ammazzano, è spacciato!», la ragazza singhiozzò.
Lo spadino del brufoloso gli aveva già trapassato il ventre, lo ritrasse, lo squarciò e gli sparse gli intestini.
Durò un istante.
«... non è possibile!...»
Malqvist restò allibito.
«Io sono Camilla, contessina di Tueret», disse lei con voce rotta e la fierezza dei suoi natali, «e lui... fu Frederigo: mio fratello. Sono l'ultima del mio casato. Accompagnami, guerriero, ché saprò ricompensarti.»


Sbatté i soldi sulla tavola, chiese vino, pane e carne, quei formaggi appesi al muro e due ciotole di zuppa. Si buttò sulle pietanze con la furia del digiuno. Ringraziò la contessina sputacchiando manzo e briciole:
«Mi hai salvato dalla fame. Sono in debito con te.»
Lei, ancora afflitta, spizzicava dal vassoio. Il dolore non offuscava la sua limpida bellezza, la pelle candida, gli occhi grigi e le sue trecce di granoturco. La sua bocca era un rubino corrucciato e delicato.
Malqvist affogò spiaciuto nel vino rosso, speziato e forte un pensieraccio su quelle tette e quel culetto tornito e sodo, scrollò il capo per persuadersi non fosse pane per i suoi denti.
«Potresti prenderti ciò che ti garba, con quelle braccia e con quella scure.»
«Un taverniere fa il suo lavoro, il cibo ha un costo, pagare è giusto. L'ascia la impugno solo contro ciò che non lo è.»
«Un selvaggio con un'etica.»
«Il cielo è in alto, la terra in basso. Non c'è bisogno di filosofie.»
«Mi hai salvata dalla folla. Sarei morta calpestata.»
«O accoltellata da uno sciacallo per le tue vesti ed i tuoi gioielli.»
«Offrirti un pasto mi sembra il minimo.»
«Tuo fratello, invece, è morto. È perciò che ti ho soccorsa.»
«Ti vuoi proporre per vendicarlo?»
«Lo supplicavi di non combattere, ché non avrebbe potuto vincere. Credo anch'io ci sia un inghippo: tu, però, ne sembri certa. Chi è Montoja? Qual è il trucco?»
«Il ragazzino non conta nulla. Non se ne rende neppure conto. La spada è magica. È posseduta.»
«Mi dispiace, sei sconvolta: non esiste la magia.»
«Quel ciccione allibratore, Vashqa - è noto a tutti - è un demonologo dilettante. Finalmente c'è riuscito.»
«A imbrogliare i giocatori? Non c'è male, ne è capace, sì.»
«A costringere in quell'arma un'entità dell'Inferno Cremisi, un demonio combattente che un mortale non può battere.»
«Te ne inventi di sciocchezze.»
«Devi credermi, bifolco. In Thanatolia i delfini nobili si succedono ai casati, le figlie femmine son destinate ai nove anni di Logge Grigie per apprendere - come me - le arti nere e i necrodogmi.»
«Saresti maga, tu?»
«Ho percezioni, conosco cose.»
«Hai le traveggole, te le immagini.»
«Mi fu negata l'iniziazione poiché non sono dotata, tuttavia ne so abbastanza da riconoscere una lama magica.»
«Ma neppure tuo fratello ti ha creduta: si è battuto.»
«L'onta, il disonore, era troppo da sopportare: quel Montoja, poco prima, aveva ucciso il mio promesso Francisco. Non ci hanno reso neppure il corpo.»
Malqvist inghiottì il boccone senza quasi masticare. Si spiegò le ricche vesti di quel cadavere decapitato, quegli anelli, gli orecchini e i capelli impomatati. E il destino di quella testa, decise, imbellettata di nobiltà, sarebbe stato un segreto atroce fra lui e i cani in un sottoscale.
«Anche ammettessimo che è tutto vero: denuncia Vashqa, se puoi provarlo.»
«Con quali accuse?»
«Di magia nera.»
«In Thanatolia non è reato.»
«Che inciviltà. C'è la frode allora, è ovvio: sta truccando le scommesse.»
«Frode. Ad Handelbab. La città-stato dei bottegai.»
«Ho capito: devo ucciderlo.»
«Come credi di riuscirci?»


Strinse al bavero l'infame e gli ringhiò con la lama al gozzo:
«Se mi hai preso per i fondelli ti ritrovo e ti sistemo.»
«No, lo giuro: via trabucco trentatré. C'è un magazzino, è abbandonato, lo sanno tutti che gli appartiene... certe notti grida e pianti, voci...»
«Ci tortura i debitori.»
«Sono i sibili dei demoni convocati dall'inferno.»
«Ti ho detto smettila, con queste storie.»
«Non lo so e non mi interessa: fa accapponare la pelle!»
Malqvist sbatté a terra e calciò in culo quel pidocchio, ma Camilla, impietosita, gli lasciò accanto due piastre d'oro. Il miserabile ricettatore - benché lacero, tremante, coi labbri rotti dai suoi cazzotti - sorrise incredulo e pianse grazie con gli occhi accesi di avidità.
«Non sai proprio come spenderli.»
«Ha meritato una ricompensa.»
«È ancora vivo ed ha tutti i denti: sono stato generoso.»
«Sai trovare quella strada?»
«È a ridosso delle mura, sotto il bastione di artiglieria. Tu, però, torni in locanda e mi aspetti lì.»
«C'è pericolo?»
«C'è scandalo: l'uniche donne, da quelle parti, fanno il mestiere di nonna Taide. E se qualcuno ti conoscesse...»
«I miei parenti non sono più, e mulieres ne succedant. Io stessa, la mia casata, ormai siamo in vendita al miglior offerente. Non mi sembra granché diverso.»
«Lo sai usare un coltello vero
«Ho una spilla per capelli.»
Lui le strinse in pugno il suo mostruoso sega-gole, ch'era ruvido di tacche e incrostato di omicidi:
«Fingerai che sia lo stesso. La parte a punta va dentro Vashqa.»
Si incamminarono per i chiassuoli e le viuzze dei sobborghi, il fatiscente e malato dedalo del quartiere delle truffe. Il selciato era coperto dalla cenere e la sabbia che i venti torridi dell'estate trasportavano in città, polvere d'ossa di avelli e lapidi del continente cimiteriale. Un'occasione o la brutta fine di negromanti ed avventurieri. Nei casini schiamazzavano gli incoscienti e fortunati ritornati dalla necropoli ancora vivi con un bottino; gli altri, tanti, si lagnavano nel vento, il lamento dei fantasmi che popolavano l'orizzonte. Inciamparono nei reperti, soprattutto le patacche, ammucchiate alle botteghe di antiquari senza scrupoli; evitarono gli sbronzi e le pattuglie di milizia. Gli edifici colorati, bassi, circostanti il Mercato Grande, si smorzarono in costruzioni di arenaria, quercia e frassino, addossate o incorporate alla cerchia delle mura. Attraversarono un loggiato buio e si trovarono al magazzino.
Al chiarore della luna e le lanterne alle pareti Malqvist esaminò quell'edificio di pietre e legna, incastonato di prepotenza fra abitazioni più miserabili. Riconobbe quei comignoli ed i tetti sfondi e sghembi:
«Hai capito dove siamo?»
«Non conosco queste fogne», la ragazza si stizzì.
«Guarda bene: il magazzino è collegato a un palazzotto, al lato opposto - là dietro l'angolo - c'è quella piazza, c'è la pedana.»
«Credi che Vashqa risieda qui?»
«Potrei scommetterci. Farebbe comodo. Casa-ufficio, l'onest'uomo: proprio un gran lavoratore.»
«Dove entriamo?»
Lui le fece cenno di tacere e di scostarsi, posò l'orecchio sul forte assito del portone incatenato. Latrati e ringhi e canee furiose riecheggiarono da dentro, il tinnio di una catena che stimò fin troppo lunga. Tonfi, graffi e morsicare sui battenti.
«Lasciamo perdere.»
«Ma sono cani!»
«Che ti hanno fatto? Ce l'hai con loro?»
«Non posso credere che tu li tema!»
«Io non li ammazzo: non hanno colpe.»
«All'altro ingresso ci sono uomini.»
«Con le persone non ho problemi, ché non ne esistono di innocenti.»
Sgattaiolarono lungo un vicolo finché raggiunsero la piazza e il palco, si acquattarono a un portone e studiarono il palazzo. Il grande portico si apriva ad arco a una corte illuminata che echeggiava di nitriti e martellare di carpentieri, odore d'olio, di grasso, biada e di cuoio nuovo e lucido. Le incombenze della sera di garzoni nelle stalle. Sulla soglia si alternavano soldatacci ben armati che gli sembrarono saperla lunga con la spada e la balestra. Ne contò finché sapeva - sulle dita delle mani - e poiché non gli bastarono si persuase ch'eran troppi.
«Quindi ora vai all'assalto, spacchi tutto?»
«Sono violento, non sono scemo. Siamo molto fortunati che sia una notte serena e calda...»
Le indicò quel balconcino al terzo piano dell'edificio: Vashqa, in braghe e sandali, nei fumi porpora di un narghilè, uscì all'aperto a guardare il cielo e per godere delle stelle, volse abbasso soddisfatto ai suoi uomini di guardia.
«Vieni, caro»: chiamò il ragazzo con voluttà. E Montoja lo abbracciò nudo accarezzandogli il ventre tondo, inebriato da una coppa di liquore, miele e petali. Rimirarono la pedana con una strana espressione in volto, poté giurare che la temessero come un perimetro pericoloso.
«Quanti fessi moriranno, domattina?»
«Ancora molti. Ti sei fatto un grande nome: la posta sale, la brama acceca. Scommetteranno le loro vite per la boria e per denaro, ma all'arte nera non c'è rimedio.»
«Che ti dicevo?!», soffiò Camilla.
E rientrarono baciandosi, sghignazzando ed ansimando.
Sì: quel genere di gemiti...
«Sono più demoni dei tuoi demoni», Malqvist si schifò, «altroché una spada magica! Dài, saliamo, sistemiamo 'sta faccenda.»
«Sai volare, bifolco?», la contessina lo apostrofò, «Quel balcone sarà almeno a venti metri da terra.»
«So arrampicarmi piuttosto bene. Tienti stretta.»
«... cosa?!...»
La abbrancò, la prese in spalla e salì il muro del palazzotto. Salì su per la facciata che guardava all'oscuro vicolo, invisibile e distante ai mercenari di sentinella. La parete, per fortuna, era tutta chiodi e crepe, maglie di ferro per il terremoto e nicchie e trespoli per gli uccelli. Gli sembrò di andare comodo come fosse uno scalone. Ma Camilla gli si stringeva tremebonda di terrore: tuttavia, la buona volta, chiudeva il becco né scapricciava. Si appiattirono, spalle al muro, al piano nobile dell'edificio, per camminare su un cornicione spezzettato dai decenni.
«Guarda avanti, o chiudi gli occhi, stringimi il braccio e prosegui a destra. Seguimi, manca poco. Purché ti prego non guardare giù
«Quanto, poco?»
«Un po' più di quanto speri ma un po' meno di quanto temi. Dài, muoviamoci.»
Arrancarono al balcone.
Guardò al palco delle sfide.
Il legname luccicava degli umori e il sangue nero che la lama di Montoja aveva sparso quel mattino. Nell'azzurro plenilunio, e alle torce del portone, gli sembrò che quel quadrato scintillasse anche di ferro. Non si trattava di spade e daghe abbandonate dagli sconfitti, ma due complessi, sottili cerchi e croci e lettere ed altri simboli. Un intarsio, una cornice o un rinforzo di metallo... Malqvist si convinse fosse un assito di scarto, recuperato da un pavimento o i cassettoni di un soffitto. Di una chiesa, per esempio... come usavano nei templi...
«Questo Vashqa è pure tirchio.»
Scavalcò la balaustra e aiutò Camilla a scendere.
Brandì l'ascia, spaccò i vetri ed irruppe nella stanza.
L'allibratore ed il ganimede si rizzarono strillando, nudi ed unti fra le lenzuola di un'alcova d'oro e bisso. Vashqa schioccò il flagello con il manico di avorio che sembrava avesse usato sulla schiena di Montoja, il ragazzo scattò all'arma che luccicava appoggiata al letto.
«Non deve prenderla!», gridò Camilla.
Lui sopportò la sferza e gli uncini nella carne, si buttò contro Montoja, lo spinse addosso una libreria. Due scaffali di grimori e uno scrigno di monete lo seppellirono su un tappeto e lo lasciarono stordito. Malqvist tese il braccio ad afferrare lo spadino ma crollò bocconi a terra avvinghiato a una caviglia. L'allibratore insisté a frustarlo, gli scuoiò polpaccio e coscia. Malqvist strinse i denti a un altro morso del flagello, con gli uncini nella carne tirò il nemico verso di sé, levò la scure a calare il colpo ma Vashqa rise, cantò parole: una forza irresistibile lo disarmò, sbigottito:
«Come hai fatto?!»
«Telecinesi: so qualcosina...»
«Telecheccosa?!»
«Ne sai troppe, osasti troppo: è la tua fine!», sfidò Camilla: era corsa a piè del letto e impugnava l'arma magica.
«Dalla a me, non ci sai fare!»
La ragazza gli obbedì. Lui afferrò al volo quella lama maledetta, strinse l'elsa ingioiellata pronto al patto con il demone.
La maestria, la forza, l'odio, la prodigiosa rapidità che gli sarebbero bruciate in corpo per il contatto con l'entità.
«Sono pronto!»
No.
Macché.
Non accadde un accidente.
Era solo un temperino impreziosito di pietre e gemme. Giusto il genere di giocattolo che un moccioso può brandire.
La ragazza si arrossì desolata ed esterrefatta.
«Come strega sei 'na schiappa», le grugnì.
Vashqa rise, cantò un salmo: le nove code della sua frusta crepitarono di folgori.
«È un bel trucco, devo ammetterlo.»
«Spade magiche? Che sciocchezza! L'incantesimo è sul palco: un pentacolo di Marte per proteggere Montoja e un pentacolo di Saturno per fiaccare gli avversari!»
«Quei disegni! Ma va là!»
Lo investì di saette.
Fuoco vero, un male cane.
Come cazzo ne è capace?!
Malqvist gridò trafitto paralizzato da quelle folgori, prono a terra ed impotente contro il potere dell'incantesimo. Il ragazzo, indispettito, si scrollò dai pezzi d'oro, le pergamene, quei tomi neri e barcollò verso la spada:
«Questa mattina mi sei sfuggito: abbiamo un conto da regolare.»
Puntò alla gola, levò la lama, ma Camilla lo aggredì: si azzuffarono al balcone e gli ficcò il pugnale in petto. Le strinse il collo rabbioso, cieco, e si gettò con lei nel vuoto.
«Il mio tesoro!», gemette Vashqua: gettò a terra il suo flagello, si affacciò dalla terrazza. Soldataglia e servitori, nel cortile del palazzo, accorrevano alla pedana fracassata dai due caduti, trasecolarono di Camilla e di Montoja sfracellati.
Malqvist ingoiò il dolore, scattò di reni e raccolse l'ascia: le convulsioni lo rallentavano, lo tormentavano le gravi ustioni... ma si mosse inesorabile contro il figlio di puttana.
Levò la scure, gli sputò in faccia e si godette il suo terrore.
La testa mozza di quel bastardo cadde ai piedi dei suoi sgherri.
«Ce n'è per tutti!», sfidò furente, «venite a prenderle, leccapiedi!»
«Vuoi rischiare per vendicarlo?», parlottarono i mercenari: «Quello schifoso, quel pederasta! Che te ne frega? Ci ha già pagato.»
Si allontanarono alla chetichella con la paga nella borsa.
Fattacci simili, in Handelbab, ne accadevano ogni notte.


Una manciata di quel denaro nella camera di Vashqa gli bastò a pagarsi un tetto e la minestra per settimane. Spese il resto da un cerusico e negli intrugli di un farmacista, che in pochi giorni di applicazioni gli medicarono le ferite. Cambiò quartiere, restò un po' calmo e fece crescere la barba: chissà mai che l'allibratore non avesse qualche amico. Il rancore è un cero funebre, ma che brucia lentamente...
Una notte, il mese dopo, confermò quei suoi timori.
La vecchia scala della locanda scricchiolò di lenti passi: un furbacchione si trascinava, nella calda oscurità, lungo il buio corridoio fino la porta della sua stanza.
Lui, senza rumore, si levò dal pagliericcio: sfilò il coltello dalla cintura e si appostò di fianco l'uscio.
Da quei passi giudicò che quel pollastro fosse solo: il vero guaio, sbuffò seccato, sarebbe stato smaltire il corpo... ma i grugniti dei maiali nel cortile dell'albergo lo consolarono che quel problema aveva facile soluzione.
«Apri, villico.»
A quella voce rabbrividì, l'anta di quercia guaì sui cardini: e sulla soglia apparì Camilla, con il cranio fracassato, le membra candide spezzate e torte e il ventre gonfio di gas necrotici.
Lui gettò il coltello, si impietrì, si pisciò addosso; strillò scongiuri preghiere e salmi e che gli déi lo proteggessero:
«Uno spettro! Vade retro!»
«Non esistono i fantasmi», la ragazza gli sorrise. Stirò il viso e scoprì i denti in una maschera orripilante.
«... ti ho veduta...»
«Stesa esanime sul palco, sanguinare su quei cerchi. In magia non sono brava, hai ragione: non so distinguere un'arma magica. Tuttavia ne so abbastanza per sfruttare due pentacoli. E mi ha soccorsa la buona Madre ch'è imperatrice dei cimiteri...»
«Quindi sei... resuscitata?!»
«Sto ritornando, potremmo dire. Ci vorrà tempo, sarà noioso. Sarò sana e sarai morto: è un processo di decenni.»
«Sei ritornata per tormentarmi?! Per accusarmi dell'accaduto?! Sei stata tu che ti sei buttata!»
«Sono venuta a ricompensarti: hai vendicato la mia famiglia.»
«Non voglio nulla. Non c'è di che.»
«A una contessa ed un conte morto beni e titoli non servono. Dovresti smetterla con 'sta vitaccia: che ne diresti di ritirati?»
«Campo d'ascia, io: lo sai.»
«D'ora in avanti vivrai di rendita»; gli mostrò la mano grigia, fredda, fratturata e l'unghie azzurre scheggiate e sozze di terriccio e marmo funebre: gli offrì l'anello di argento ed onice che le brillava sull'anulare: «prendilo: è per te.»
Per sfilarle quel gioiello staccò il dito dalla mano. Lei scrollò le spalle con esausta indifferenza, un groviglio di lombrichi le strisciò lungo le vertebre.
«Che me ne faccio?», inghiottì schifato.
«Goditela: addio, nuovo Conte di Tueret». Lei gli scoccò un bacio. Gli premette il seno pieno contro il petto e gli addominali, imperlati di sudore e accapponati per la strizza.
Il suo unico pensiero fu che insomma, anche da morta... aveva sempre due belle tette. E un bel sedere, non c'è che dire...
Camilla sembrò affondare nelle tenebre del corridoio. Scricchiolio di cartilagini e un fetore di sepolcro. Una manciata di terra e cenere sul pavimento strigliato a cera. L'anello d'onice riverberò alla luce gelida della luna che penetrava dalle finestre e dalle tegole spezzate.
Provò a infilarselo.
Ma non gli entrava.
Neppure al mignolo, 'ccidenti a lei.
Si convinse, appena giorno, di smollarlo a un rigattiere.
Essere nobili, dopotutto, doveva essere una bella bega.


Edited by K.D.. Powered by Blogger.