Mengelesson guardò turbato lo psico-geiger alla cintura che friniva e lampeggiava di valori fuori scala, lo puntò verso la breccia: lo strumento gli esplose in mano. Un'improvvisa strana canicola e un afrore di sesso, fiori, quell'olezzo voluttuoso di un imene lacerato, saturò le fiacche brezze che salivano all'altura. L'arida roccia, la ceramite, la terra brulla e le antiche mura sanguinarono dagli interstizi e avvamparono di porpora; nubi, cielo, le due stelle del pianeta scomparirono in un suono d'arpa e un accecante bagliore rosa.
Benedicta e le sue Sorelle vacillarono stordite. Lei si sentì stretta da un'improvvisa violenta nausea, e un fitta spirituale la prostrò a una nera angoscia. La istupidirono pensieri osceni, le tremarono le gambe: l'Inquisitore la schiaffeggiò. Un'onda psichica salubre e santa le schiarì il senno da quelle tenebre, lei si arrossì colpevole:
«... che cosa è stato?...»
L'Inquisitore non le rispose, ma ordinò non si muovessero. Uscì dai ranghi, si arrampicò, salì i rottami, i detriti e i corpi. Si fermò a tre-quattro passi dall'accesso all'eso-eremo. Tracciò a terra con un gessetto un pentacolo protettivo. I servo-teschi che lo attorniavano scansionarono il disegno, lo proiettarono e moltiplicarono in un immenso e complesso mandala. Il cerchio magico ed olografico si chiuse attorno all'interna armata.
«Dovrebbe reggere... almeno un po'. Ma richiedete il trasposto aereo.»
«Il... supporto.»
«No: trasporto. Ce ne andiamo: adesso, subito.»
Ma gli risposero i clac metallici di otturatori di cento requiem.
«Ci offendete, Inquisitore.»
«Santo Trono! No, Badessa! Sono troppi, e c'è con loro...»
L'orda ululante multicolore corse fuori dalla breccia: o piuttosto da una ferita - nella realtà della breccia - spalancata sulle impossibili e blasfeme non-realtà. Una masnada di prostitute dagli occhi neri, la pelle candida, tre mammelle innaturali disgustose e marchiate a fuoco, cavalcò contro di loro sotto il bisso di un'icona: il proibito geroglifico del Signore del Piacere. Le membra pallide aggraziate ed esili di quelle succubi ermafrodite si mutavano in tentacoli, chele, sferze viscide che battevano le groppe di mostri bipedi e disgustosi: grandi ippocampi dagli arti umani e il sesso enorme di equini e tori, la foia lurida di cagne e scrofe e l'eleganza dei fenicotteri. Contò sei demoni, trentasei... milleduecentonovantasei...
Lo scanner ne impazziva:
«Non è possibile che siano tanti!»; si dissolvevano in vapori rosa e ritornavano allo stesso ritmo.
La prima linea di quegli orrori raggiunse il cerchio di protezione, si liquefece in schifose pozze di mestruo, sperma, sudore e orina.
«Reimbarcatevi, Badessa! Ritirata! Ritirata!»
Mengelesson si ergeva solo, madido, pallidissimo, sanguinante dalle orecchie per l'immane sforzo psichico, innanzi un'onda di magia nera e di sacrileghi abomini. Benedicta obbedì d'istinto, prese il vox dalla cintura: gli ufficiali, i marconisti, gli Adeptus Astra in ascolto in orbita confermarono la ricezione e restarono in attesa:
«Incrociatore Spes Lacrimosa pronto a recupero e copertura, Badessa.»
Mengelesson crollò in ginocchio, l'orda demonica lo sommerse. Riaffiorò un istante dopo ch'era impalato alla loro icona: supplicava, ancora vivo, il santo nome dell'Imperatore. Ma un'orribile marchingegno, sul puntale di quel vessillo, traduceva il suo dolore in bestemmie e oscenità.
«... ucc.. cidetemi, Benedicta; mi... sal... vatemi... mial'a... nima...»
Lei si scambiò uno sguardo con le Celestes che aveva al fianco, riconobbe nei loro volti la sua stessa sacra collera.
La mortifera pietà.
Spense il vox, imbracciò il requiem.
E avanzarono sparando contro l'orda delle cose.
I proiettili ed i salmi falcidiarono quei demoni: ne bandirono decine, centinaia, il fucile le scottò in mano. Poté giurare che gli abomini tuttavia moltiplicassero. Ogni gemito e cachinno di creatura che cadeva chiamava al mondo dall'Immaterium un'altra etera dei Quattro Inferni.
Il cerchio magico si dissolse, le orrende succubi le travolsero: le lacerarono, le leccarono, le accarezzarono e infilzarono; e le frustarono e scorticarono ed escoriarono ed ustionarono. Le chele gelide e i pungiglioni le penetrarono nell'armatura, Benedicta impugnò la spada, menò fendenti e spiccò le teste, gli icori azzurri dalle ferite la insudiciarono zuccherini. Si fregò i labbri, sputò schifata.
Esaurirono le munizioni, si batterono con i coltelli, con il calcio dei fucili e con le mazze potenziate. Clara, Eleanor, Arabrab e Delfina le resistettero spalla a spalla soffocate dai nemici; Sorella Adversa portò i feriti nel vano truppe degli Immolator o impartì alle moribonde l'Extrema Pax Imperatorii.
Ripiegarono ai veicoli: ripartire fu impossibile; l'orrida calca era tanta e tale da intralciare la manovra. Chele, artigli, zanne e i pungiglioni perforarono e scardinarono i portelloni dei carriarmati.
Poi, all'improvviso, l'onda demonica si ritirò: gli ippocampi disgustosi e le lubriche cavallerizze precipitarono attraverso il varco che si era aperto sull'Irrealtà, si sfilacciarono in cirri rosa e suppurarono in ectoplasma.
Un istante di assoluto e impossibile silenzio, i proiettili dei requiem si fermarono a mezz'aria.
Flauti, resine, un torpore afrodisiaco, sospiri e gemiti sconcezze ed ansimi tinnio di crotali frinio di nacchere.
Dalla breccia entrò nel mondo una Custode dei Segreti.
La Duchessa demoniaca dell'Inferno di Slaanesh pestò il suolo coi neri zoccoli laccati cremisi allucciolati. Il corpo splendido, flessuoso, nudo, di un pallore luminoso e colorato di tatuaggi, pulsò di seni e di un membro enorme e di una glabra vagina calda: era maschio, femmina ed androgino ad ogni passo che la creatura danzava lieve sull'erba e i morti. Sferzò l'aria con le chele e rivolse loro un osceno invito: mani bianche, affusolate, dodici dita di anelli e zaffiri accennarono incantesimi di dolore e seduzione.
Benedicta sostenne il volto, lo sguardo nero, lubrico, vuoto, di quella pura e corrotta cosa virginale e maledetta; corna e alloro si intrecciavano su quella fronte bovina e umana a incoronarla di intollerabile e sacrilega maestà.

( ... continua ... )
Recensione di Valentina Capaldi dal blog "Libri miei e degli altri"


Xpo Ferens, che poi sarebbe più o meno Cristoferens, dato che le prime tre lettere sono greche, è un piccolo romanzo di Alessandro Forlani edito da Acheron Books. Come tutti i libri di questo editore il numero di caratteri è volutamente limitato, perciò forse è più appropriato parlare di racconto lungo - e non solo per la lunghezza, eh. Si tratta proprio di una questione strutturale.

Al di là di questo, è comunque un testo completo e piacevolissimo che mischia Cristoforo Colombo e Lovercraft. Detta così sembra bizzarra - e un po’ lo è, in effetti - però l’idea è molto buona e scivola via liscia: quasi dieci anni prima del viaggio verso le Americhe, Cristoforo e il fratello Bartolomeo si imbattono sul mare in una banda di pirati saraceni a capo dei quali c’è il temibile Abdul Alhazred, che è il famoso arabo pazzo autore del Necronomicon. Per una serie di circostanze, i fratelli Colombo entrano in possesso della rotta per un altro mondo che l’arabo vuole assolutamente raggiungere e così, sotto minaccia, costringe i due ad armare una nave per condurlo in quel luogo di follia.

Credo che la più grande peculiarità del romanzo sia il linguaggio dell’autore. Io non avevo mai letto nulla di suo prima d’ora, perciò sulle prime mi sono detta: "Ma che cosa sto leggendo?". Perché, per farvi un esempio, ci sono frasi di questo tipo: Il diario tonfò dal tavolo sull'assito inumidito (…) è lo strepito di un incubo e il pispiglio dell’oceanoPoi andando avanti mi sono resa conto di quanto comunque il testo sia scorrevole e, sopratutto, mi sono resa conto che il linguaggio è costruito per essere coerente con la storia e con l’epoca, il che è molto, molto lodevole. Devo dire che in tutti i libri di Acheron finora ho trovato questa grande attenzione al linguaggio, decisamente un punto a loro favore.

C’è però sempre questo strettissimo limite dei caratteri che porta gli autori a dover necessariamente sorvolare su diversi aspetti dei personaggi e della trama che invece sarebbero interessanti da approfondire. Anche in questo romanzo molti dei passaggi sono lasciati alla fantasia del lettore, quasi come se l’autore avesse dovuto limitarsi alle parole essenziali e abbandonare tutte le altre. Comunque sono scelte editoriali, quindi non ne discuto oltre. 

Ripeto che il testo di per sé è completo, soddisfacente e interessante e, come al solito, la prova che in Italia ci sono autori del fantastico assolutamente pregevoli.
Recensione di Antonella Romaniello dal sito Horror Magazine

Xpo Ferens è una rocambolesca fuga che conduce da un inferno all'altro, un'incredibile avventura in cui sangue e budella tracimano dalle balaustre di una nave in tempesta, un’ambiziosa ricerca nel buio della notte rischiarato dal mare in fiamme.

E Alessandro Forlani ci fa partecipi di questo viaggio. Con una scrittura furiosa, senza che sia mai possibile tirare il fiato, trascina il lettore nell'ignoto popolato da arabi pazzi, squadroni dell’Inquisizione, ciclopiche architetture lovecraftiane e spaventose creature. L’autore, attraverso un registro linguistico ricercatissimo, è capace di disegnare immagini di incredibile forza visiva che stupiscono e affascinano.

Protagonisti del romanzo sono Cristoforo Colombo e suo fratello Bartolomeo e dunque il tema non può che essere la ricerca. Dio, il Diavolo, un mondo nuovo, un mondo antico, la salvezza o la dannazione, la voglia di scoprire è più forte di qualsiasi affanno o orrore e si naviga quindi attraverso l’oceano che si fa terra e poi di nuovo acqua e poi di nuovo terra, guidati dall'asteride e l’occhio, tra continui salti spazio-temporali, sempre credendo di essere ormai sopraffatti e sempre sapendo di non essere ancora perduti.

Altro tema principale del romanzo è  l’orrore cosmico lovecraftiano, Cristoforo e Bartolomeo si addentrano in un mondo sconosciuto e folle, dominato da creature aliene, le stesse che abbiamo già conosciuto in M'rara. Una mitologia lovecraftiana personale, adattata al particolarissimo stile dell’autore, eppure mai dissacrata.

Xpo Ferens è un libro complesso, stilisticamente perfetto e ricco di citazioni, in cui convergono diversi generi. Decisamente consigliato. 
Un'intervista con Diletta Crudeli dal blog "Paper Moon"
Xpo Ferens si apre con un giovane Cristoforo Colombo che insieme a suo fratello Bartolomeo viene catturato da una ciurma di terribili pirati saraceni. Il tuo romanzo ha quindi una collocazione storica ben precisa, ed entra nel territorio dell'ucronia. Cosa ti ha spinto a scegliere questo soggetto e questo preciso periodo storico?
Xpo Ferens è stato una commissione: Samuel Marolla di Acheron Book mi ha chiesto l’anno scorso un romanzo storico-weird su Cristoforo Colombo che, dato il protagonista, avrebbe forse potuto interessare anche il mercato statunitense (la promozione di narrativa di genere italiana all'estero è infatti una mission della casa editrice).
Ho letto il tuo romanzo fresca della visione della serie tv Taboo, dove Tom Hardy interpreta un avventuriero creduto disperso in Africa che torna a Londra nel 1814 per rivendicare ciò che ha passato. Ho trovato diversi punti in comune, sopratutto quell'atmosfera weird, che personalmente adoro, che in entrambi i casi è collocata in un periodo di grandi scoperte e cambiamenti.  Una scelta che lascia tutto all'immaginazione del lettore. Il genere weird ormai è forte sulla scena narrativa, qual è per te la ragione del suo successo? 
Il lettore la cui immaginazione non sia stimolata da viaggi in terre esotiche, avventure in epoche “eroiche”, sentimenti estremi quali il desiderio di vendetta e atmosfere weird in effetti farebbe meglio a dedicarsi a manuali di tecnologia delle costruzioni. Circa la fortuna del “genere” purtroppo sono pessimista. Poiché il weird ha le caratteristiche per interessare lettori di molti altri generi (horror, fantasy, fantascienza ecc.), ma si propone toni, tematiche e argomentazioni non politically correct, non vorrei diventasse (o sia già diventato?) l’alibi di un pubblico molto numeroso al botteghino quanto dozzinale nei gusti o la formazione culturale per fruire del fantastico senza essere tacciato di inconsistenza o infantilismo. Quanti attuali lettori di fatine cattive sarebbero in grado di affrontare i racconti di Gustav Meyrink o il Roal Dahl di Kiss Kiss?
Xpo Ferens si inserisce in una prospettiva del tutto originale all'interno del Ciclo di Cthulhu. Sentir riecheggiare il mantra Cthulhu fhtagn su una nave saracena non è cosa da poco, e trovare Abdul Alhazred, l’autore del Necronomicon, è stato un colpo al cuore. Che rapporto hai con il pantheon lovecraftiano? Pensi che possa essere declinato in nuovi infiniti aspetti?
Lovecraft è fra i miei principali autori di riferimento, e considero ormai alcuni miei lavori partecipi dei Miti di Cthulhu allo stesso modo dei contributi degli emuli, corrispondenti e contemporanei del Maestro di Providence (o almeno: tale è la mia intenzione; posteri e lettori giudicheranno se ho raggiunto lo scopo che mi sono prefisso!). Cerco perciò di costruire la mia mitografia lovecraftiana in modo coerente. Un esempio: le creature mostruose che troviamo in Xpo Ferens sono protagoniste di un racconto fra i migliori che a oggi penso di aver scritto e pubblicato (M’rara, nella collana Robotica.it di Delos Digital e nel numero 3 della rivista Parallàxis). In quel racconto le troviamo nell’Italia degli anni ’30, nel romanzo scopriamo la loro origine e natura. Lo stesso vale in un certo senso senso per i Quanticomanti (o stregoni quantistici) protagonisti dei Senza-Tempo, la cui storia segreta e le cui caratteristiche sto ricostruendo come un puzzle – dall'antico Egitto alla Via Lattea del XXVII secolo (vedi il romanzo Eleanor Cole delle Galassie Orientali). Credo che ciò risponda alla domanda su possibili nuove declinazioni…
Questo è un romanzo horror, ma come ho già detto ho trovato diverse sfumature della letteratura weird (e new weird magari), e ho visto che i tuoi precedenti romanzi spaziano dallo steampunk allo sci-fi (e con I senza-tempo hai vinto il Premio Urania nel 2012). C’è un genere al quale sei maggiormente legato? Il passaggio alla narrativa horror è stato inevitabile?
La fantascienza sociale (quel tipo di narrativa cui è dedicata la collana Futuro Presente di Delos Digital, a cura di Giulia Abbate e Elena di Fazio, quest’anno candidata al Premio Italia) è il genere che mi preme di più, ma scrivo molto volentieri allo stesso modo steampunk, fantascienza militare e sword & sorcery. Tuttavia una delle caratteristiche principali della mia narrativa è la totale contaminazione (che in alcuni casi, specie nel romanzo Premio Urania, disturba i lettori “di genere” più rigorosi o dovrei dire addirittura dogmatici e conservatori). Non mi sento di aver mai compiuto un “passaggio inevitabile” alla letteratura horror, poiché non credo affatto di scrivere horror.
Qual è la tua dieta letteraria (e cinematografica o qualsiasi cosa ti sia di ispirazione)?
È una dieta molto disordinata. Innanzi tutto la poesia: quella italiana medievale (Alighieri, gli Stilnovisti), quella spagnola del Siglo de Oro (GongoraDe Quevedo), quella anglosassone del primo Novecento (YeatsEliot, Pound). In narrativa mi sento debitore allo stesso modo tanto nei confronti di un Landolfi, CalvinoDon DeLilloFlann ‘O BrienFitzgeraldTolkien, Lovecraft (per citare alcuni autori di letteratura “alta”) quanto verso abili mestieranti quali Bill King o Dan Habnet e romanzacci e antologie ispirate a giochi di ruolo. Ovunque ci sia qualcosa da imparare, ne approfitto. Riguardo al cinema, altra mia principale “lettura”, innanzi tutto Sergio LeoneStanley KubrickMartin Scorsese e Quentin Tarantino. Non posso poi prescindere dalla graphic novel, con autori quali Mignola, MoebiusMillerMazzuchelliBreccia e l’opera omnia di Moore.
Quale pensi sia il quadro della narrativa di genere in Italia? Hai alcuni autori da consigliarci?
La narrativa di genere in Italia gode di ottima salute. A chi si lamenta dell’eccessivo dilettantismo, del fatto che l’avvento dell’ebook e la pratica del selfpublishing abbia riversato sul mercato troppo materiale di pessima qualità rispondo che se guardo al “mitico” modello americano delle riviste degli anni ’20 e i decenni successivi, o a certe pubblicazioni corsare in ciclostile che oggi consideriamo come stele di Hammurabi della fantascienza, tanto e tale fermento è un segnale solo positivo. Come al solito sarà il tempo e saranno i lettori a distinguere il proverbiale grano dall’altrettanto proverbiale pula. Da laureato in lettere prima di approdare alla narrativa e scrittura di genere ho frequentato l’editoria mainstream, quella che si propone di fare e divulgare la narrativa “vera”, “seria” e altri in questo caso risibili aggettivi. Ciò che mi ha allontanato da quell’ambito è stata la pessima tendenza da più parti a fare gruppo, circolo, salotto autoreferenziale. Mi illudevo, nella narrativa e editoria “di genere”, di poter tornare a respirare un’aria più leggera, meno asfittica e per certi aspetti più propositivamente anarchica, ma devo purtroppo constatare anche qui gli stessi atteggiamenti. Soprattutto certi blog e blogger svolgono la stessa funzione delle terrazze o le ville al mare e i mammasantissima del mainstream. Ma, per dirla con un verso di W.B. Yeats, “non siamo che donnole in lotta in una buca”: sono bisticci miserabili che possiamo e dobbiamo smettere; maturare la mentalità “ma a me mi piace scrivere” in maggiore impegno e più chiara consapevolezza del ruolo e le possibilità della narrativa fantastica. Riguardo gli autori: nell’ambito del weird, così su due piedi e per recenti letture, direi Samuel Marolla (e non perché è l’editore di Xpo Ferens!), Lorenzo DaviaRiccardo ColtriGraziano VersaceDanilo Arona, Maico Morellini… Non finirò mai di raccomandare la lettura, tuttavia, di un assoluto maestro italiano della narrativa fantastica ingiustamente pochissimo frequentato: Tommaso Landolfi.
Sei già pronto a per una nuova avventura? C’è qualche nuovo progetto di cui ci puoi parlare?
In autunno ho in programma un’antologia di dieci racconti sword & sorcery, collegati tra loro come capitoli di un romanzo, ambientati in una fantasy Età del Bronzo e la cui protagonista è una maga e assassina egizia devota al dio Anubi. Nello stesso periodo dovrebbe uscire l’edizione cartacea integrale della saga steampunk Clara Hörgiber e l’Invasione dei Seleniti e, fino alla fine dell’anno, altri racconti fantasy, dell’orrore e di fantascienza in varie riviste e antologie.
Domanda di rito (ho una piccola fissazione con l’argomento). In caso di possibile viaggio nel tempo dove/quando sei diretto e come ti camuffi nel caso tu non debba essere scoperto?
Tornerei volentieri nell’Europa degli anni fra la seconda metà-fine del XVII secolo e la prima metà del XVIII. Come travestimento niente di meglio di una di quelle magnifiche parrucche con infiniti boccoli in uso in quel periodo!

Recensione di Marco Stabile dal blog "Argonauta Xeno"

Non è facile parlare di un libro di Alessandro Forlani, tanto meno due in uno stesso post! E lo è ancora meno se dalla lettura del libro è passato troppo tempo, sufficiente a cancellare le impressioni a caldo che di solito alimentano le mie prime stesure. Cionondimeno, mi cimenterò nell'impresa, sperando di non perdermi troppo per strada... e di non perdere nessun lettore.



I due romanzi di cui voglio parlare oggi sono Tristano e Agnes. Il primo, se non erro, è anche il primo romanzo pubblicato dall'autore, edito inizialmente da Joker Edizioni e ripubblicato prima da Edizioni Imperium, poi da Delos Books nella sua collana digitale. Agnes, invece, che ne è il seguito diretto, è stato pubblicato direttamente in digitale, prima per Edizioni Imperium e poi per Delos.

Agnes è anche uno degli ultimi romanzi pubblicati da Forlani, nonostante sia stato scritto poco dopo il primo. Ci troviamo quindi davanti alla peculiarità di un libro che come maturità autoriale, se si può dire, precede di alcuni anni i titoli più recentemente introdotti sul mercato, come Eleanor Cole delle Galassie Orientali, per esempio, o il nuovissimo Xpo Ferens, uscito per Acheron Books.

Per capire di cosa parlino questi due libri, vorrei adottare l'approccio diretto. Prendete un tipico romanzo fantasy classico, di quelli in cui vi è un Paese assoggettato a un Regno forte e oppressivo, un totalitarismo, se vogliamo, o se preferite un governo di quelle belle distopie del secolo scorso, che controlla la vita dei cittadini per mantenere un sopportabile status quo. Nella fattispecie, in questo mondo la felicità è bandita, e per una ragione ben peculiare: come forma di prevenzione dalle delusioni, dalle disillusioni e da quanto di brutto può capitare nel corso di una vita ordinaria. Questo Regno è situato geograficamente in un'isola lacustre, difesa da terribili mostri acquatici, e da lì si dipartono gli Avvilenti, i funzionari governativi che hanno il compito di mantenere la sua stretta sul popolo, avvalendosi della forza di bruti orcheschi, gli Uominineri. Come si può facilmente ipotizzare, in qualche punto del Paese la forza del Regno viene messa in discussione e spuntano dal nulla alcuni Eroi, decisi a sollevare gli oppressi e soverchiare il Regno. E questi eroi, i buoni della storia, non potranno che vincere, giusto?

Ecco, questo è più o meno il contesto in cui si muovono Tristano, Grande Avvilente del Regno, Otre, il suo Uomonero, e Agnes, una cittadina che per qualche ragione ha più a cuore la mesta tristezza che offre il Regno che la speranza di felicità. I tre protagonisti sono, secondo il nostro metro di giudizio, i cattivi della situazione. E questo è un rovesciamento molto interessante della prospettiva. Questa infatti non è la storia di come gli Eroi sovvertono il sistema e liberano le genti, così come non è la (contro-)storia degli Antieroi atipici che alla fine combattono anch'essi una qualche forma di male, bensì quella dei cattivi, i villain secondo il nostro metro di giudizio, che devono affrontare questa rivolta. E non si tratta di macchiette. Tutti e tre hanno una storia e delle motivazioni per cui si trovano invischiati nella tela di un Regno, di cui peraltro ciascuno ha una differente visione, dovuta ai suoi trascorsi non proprio rosei.


Il vero protagonista è forse proprio questo Regno, presenza oscura che domina entrambi i libri, sia come entità politico-geografica, sia perché insita nel cuore e nel modo di pensare e agire dei personaggi. La cosa più vicina alla sensazione che mi hanno lasciato questi due libri è forse il Gormenghast di Mervin Peake, se mi è concesso l'accostamento. Certo, tolti il lirismo e la momentanea leggerezza di cui qui non c'è traccia. Il Grande Avvilente è una lettura greve e ostica, anzi, che incarna alla perfezione lo spirito oppressivo e la centralità assolutistica del Regno. Su queste pagine volteggia una generale disillusione e pian piano ci si convince che il premio, comunque vada, sarà latore di poca gioia. Spesso narrazione è ostinata, quasi a ricreare mediante le parole l'assurdo burocratismo degli Avvilenti. Assurdo, però, solo nella misura in cui viene portato all'estremo, perché a me sembra che qualche emanazione del Regno sia possibile subirla anche nella nostra realtà quotidiana, purtroppo, dove basta una pratica o piccola sfortuna a suscitare inquietudine e sconforto, piuttosto che immaginare un occhio infuocato sulla cima di una montagna dimenticata. Questo, ecco, è il fulcro dei due romanzi, che spero di avere spiegato in maniera adeguata, e attorno a esso si muovono Eroi, Uominineri, Avvilenti e tutto il resto della masnada.

Benedicta e le sue Sorelle si inginocchiarono ai sacerdoti, la Imaginifer offrì il vessillo della Vergine Intransigente ai vapori radioattivi dei turiboli U-238. Cherubini biomeccanici lo spiegarono ai fari d'oro, la cui luce transustanziò lo sguardo eterno dell'Imperatore sulle insegne del Reggimento e le Sue figlie predilette.
Servoaccoliti percorrevano le file candide delle Adepta per benedire di unguenti e salmi fucili requiem e multitermici, lanciafiamme, eviscerator e le spade potenziate. I proiettori e bracieri e ceri che sormontavano il grande altare cingolato balenarono sui ranghi in armatura potenziata.
Le unità delle Repentia e le Pecatrix Estremae, in connessione per inde ad mortem coi Marchingegni Penitenziali, intonarono i canti funebri e i propositi di martirio, mentre le Dominae flagellavano, scarificavano le loro carni e ne infilzavano i seni nudi coi sigilli di purezza.
Le carriste degli Immolator, Rhino, gli Exorcist e i Repressor riscaldarono i motori con un canticum mechanicum: le necessarie, non ortodosse e fredde lodi dell'Omnissiah si levarono all'unisono col catechismo dell'Ecclesiarchia.
L'Inquisitore dell'Ordo Xeno Xavier Hawthorne Mengelesson le restò accanto per tutto il rito: fu distratto, irrispettoso, non ascoltò l'omelie di strage; continuava a scansionare, digitare, verificare sul suo taccuino dati e immagini che un servoteschio gli trasmetteva dall'obiettivo.
L'empia icona di pelle umana dei Sodomiti dell'Esastella profanava i santi ruderi dell'eso-eremo Ippona 13.
Lei, l'Inquisitore, le Superiori delle unità ricevettero la stimm-ostia e ringraziarono con un «amen; sia fatta la volontà dell'Immortale Imperatore». I Preti le congedarono con la formula rituale: «ite, et mortem fiat»; si scambiarono un proiettile dai reciproci caricatori.
Le Adepta si schierarono in ordine di battaglia, pronte all'avanzata contro il nido degli eretici.
Benedicta salutò la sua squadra di Celestes: la attendevano sull'Immolator con le insegne di comando. L'Hospitaller Sorella Adversa, come sempre disarmata, stava iniettando le Furor Lachrime nella tiroide delle altre quattro. Le pupille di Sorella Eleanor, Clara, Arabrab e Delphina si azzurrarono e dilatarono di assassinio e sacra collera.
«Badessa, una parola», la trattenne Mengelesson: guardò alle altre con diffidenza, «ma in privato, se non vi spiace,»
«È la mia squadra: non ho segreti.»
L'Inquisitore sfiorò il pulsante di un psico-costrittore sulla gorgiera sbalzata d'oro dell'armatura a carapace, tornò a chiederle, per favore, che assecondasse la sua richiesta: Benedicta dové obbedire.
«L'orgia dura, ininterrotta, da duecentosedici ore standard. La foia psichica dei cultisti ha lacerato la realtà: i valori dello psi-geiger», le mostrò il rilevatore, «sono troppo fuori scala.»
«Rientreranno nella norma, quando li avremo ammazzati tutti.»
«Fra le rovine si è aperto un varco per l'Immaterium: temo che i demoni infestino già l'eremo.»
«Li bandiremo con il sacro requiem, li epureremo con il promezio.»
«E se non fossero entità minori?»
«Eadem omnes demones indignitas legitimi. La mia fede è abbastanza salda.»
Mengelesson le sorrise con paterna approvazione, quel barlume di empatia ne attenuò il rigore psichico. Benedicta poté sottrarsi dal suo giogo telepatico, si inchinò per salutarlo e rientrò nel carroarmato:
«Chiudete il portellone.»
L'Inquisitore non desistette, ma andò a sedersi nel vano truppe: Sorella Adversa, con una smorfia, gli cedette il proprio posto.
«Quest'Immolator può trasportare noi sei soltanto.»
«Staremo scomodi, in questo caso: ho il dovere di proteggervi.»
Clara, Eleanor, Arabrab e Delphina accarezzarono i fucili requiem e sghignazzarono impudenti. Benedicta le freddò con un'occhiata trasecolata: e le Celestes si rassegnarono che anche se fossero sopravvissute sarebbe loro toccata in sorte una severa punizione.
«Date l'ordine, Badessa.»
Lei cantò il comando nel voxpropagere dell'Immolator: fanteria, corazzati e i Marchingegni Penitenti assalirono le alture e le rovine dell'eso-eremo. Le canne d'organo dei carri Exorcist tempestarono le mura, e i campi vacuum della fortezza riverberarono di esplosioni. Le artigliere in preda all'estasi, madide, scarmigliate, e con gli occhi rovesciati in una crisi convulsiva, eseguirono alle tastiere passacaglie e fughe e canoni: uno scroscio di altri colpi penetrò nelle barriere, centrò i piloni che sfolgoravano di psicoscariche e lampi azzurri e dissolsero gli scudi tutt'attorno all'edificio.
E aprirono una breccia.
«Non nobis, Domine!», strillarono le Repentia: inasprirono i cilici che tormentavano le loro carni, attivarono gli eviscerator e si lanciarono all'assalto. Il raglio orribile di motospade era una lode all'Imperatore; nell'orda folle, discinta e lacera di quelle martiri peccatrici avanzarono, implacabili, le enormi Macchine delle Irredente.
Dalla breccia uscì all'attacco l'innumerevole e oscena posse dei cultisti di Slaanesh e i branchi orrendi degli Abomini, grotteschi orrori di chele e code lingue e tentacoli e scaglie e rostri. Un ebbro esercito color pastello di mutilati, drogati e sadici: spilli e piercing nella lingua, le pupille, i genitali; ustioni, tagli ed escoriazioni che ne sfregiavano i volti insani. Le assalirono con mazze, kriss, pistole e mitragliette.
Benedicta seguì lo scontro nei pittoschermi del cingolato: i teleoculi le inquadrarono un apostata del Caos che ostentava, nel ventre obeso, quel tatuaggio intollerabile... il Divino Imperatore e il Nero Principe degli Eccessi che si avvinghiavano - Sacro Trono! - in un reciproco fellatio...
Balzò in piedi, salì in torretta: ché l'artigliera le lasciasse il posto! Prese i comandi del multitermico e lo puntò su quel blasfemo: lo ridusse a un'ombra e polvere sul terreno di battaglia.
Le grandi Macchine incenerivano e macellavano i Sodomiti, gli Abomini le rovesciavano sulla coltre dei cadaveri. Le Repentia, mostri e eretici combattevano in un brago, corpi, visceri e rottami in una pozza di umori neri. Rhino, Immolator e le squadre di Sorelle s'insinuavano nei varchi fra le fila dei cultisti, crivellavano con i requiem gli sbandati e le riserve. L'orda eretica fu insaccata fra il furore degli eviscerator e i proiettili e i getti ardenti delle Adepta e i cingolati.
Le avanguardie riferirono che la breccia era accessibile.
Benedicta ordinò che i carri che trasportavano le Celestes convergessero alle mura: si fermarono, sbarcarono. Le elite guerriere delle Sorelle si schierarono per l'assalto, sotto il fuoco di copertura dei grossi calibri in torretta. Una raffica di requiem abbatté quell'empio totem, l'orrida icona di scorticato che era issata al campanile.
Lei offrì cortese quella carica a Mengelesson:
«Ai vostri ordini, Inquisitore», caricò la pistola-inferno e impugnò la motospada.

(...)


Recensione di Scrittori Indipendenti dal blog "Infiniti Mondi"

Ci sono casi nei quali una sinossi non lascia scampo al potenziale lettore, costringendolo a gettarsi immediatamente nella lettura, senza se e senza ma. Xpo Ferens di Alessandro Forlani nel mio caso ha avuto questo potere. 

L’epoca delle esplorazioni navali su larga scala, personaggi del calibro di Cristoforo Colombo e dell’Arabo Pazzo, autore del Necronomicon, sono stati troppo allettanti per non mollare tutto e intraprendere immediatamente l’avventura della lettura. 

Si tratta di un romanzo breve, un centinaio di pagine in tutto, ma denso di avvenimenti e trovate interessanti. I 4,49 Euro del prezzo di copertina potrebbero apparire ad alcuni un po' eccessivi per un racconto lungo, ma l'originalità a mio avviso merita questo contributo. Il prodotto è confezionato bene, bella cover, impaginazione ed editing ineccepibili, cosa che non dovrei neppure segnalare visto che il testo è prodotto da una casa editrice, ma che invece non si può più dare per scontata, neppure al cospetto di editori anche di maggiori dimensioni. Ma torniamo al contenuto che è quello che maggiormente ci interessa scoprire: la vicenda, che prende appunto spunto dal vissuto reale di Colombo, presenta sin da subito scenari epici e bizzarri, nei quali il misticismo dell’epoca, la paura dell’ignoto e la violazione delle sacre leggi dell’Inquisizione, si mescolano originando un’avventura mozzafiato.

Il ritmo si fa sin da subito incalzante, e i personaggi catturano l’interesse del lettore grazie alle loro peculiari caratteristiche. L’ambientazione marinara e portuale è molto ben resa dal Forlani e riesce a catapultarci in un mondo dal sicuro fascino e dalla pericolosità palpabile.

Mano a mano che la "magia" prende il sopravvento, con il dispiegarsi di forze che vanno oltre l’umana comprensione, ci troveremo a confrontarci con scene visionarie molto suggestive, anche se alcune, a mio avviso vanno un po' "troppo oltre", generando qualche problema nel seguire lo svolgersi degli eventi. Del tutto particolare infatti risulta anche la prosa adottata dall'autore per imbastire il suo racconto, con l’utilizzo di termini desueti e con una costruzione delle frasi volta a evocare testi antichi, che inizialmente spiazza e che nei momenti di maggior enfasi narrativa tende a rendere piuttosto caotiche le scene.
 
Ad ogni modo tale scelta stilistica risulta a mio parere calzante e ben orchestrata nella maggior parte del testo.

In conclusione ci troviamo innanzi ad un autore con solide basi e dal curriculum di tutto rispetto (date un'occhiata alla sua bibliografia), non certo ad un novizio, e ciò risalta non solo da questi artifici "tecnici" ma anche dal ritmo imposto alla narrazione e dai dialoghi, che seppur ridotti al minimo, risultano sempre ficcanti e finalizzati a caratterizzare meglio i personaggi.

Un bel 7 pieno è il mio voto finale, con un paio di considerazioni finali. La prima riguarda i consigli per gli acquisti, ossia l’indicazione che il testo non mi pare adatto agli amanti dello "scriver facile", la seconda sulla casa editrice Acheron Books, la quale, a mio parere, merita di essere tenuta sott'occhio in quanto capace di annoverare fra le proprie fila alcuni fra i migliori autori del fantastico in circolazione.


a B.M. e le "sue" Marche

Augustino, Parlotristo, Maja' e Casaccarubbio camminavano da tutto il giorno lungo l'argine del Chienti.
Da sinistra li guardavano Montolmo e Chiaravalle, le mura candide di un'abbazia e un campanile su una collina; le due torri di San Claudio li osservavano da destra. Guglie, tegole e i boschetti di cipressi si dissolvevano all'imbrunire su un orizzonte di girasoli, che si afflosciavano a corone spente sotto il giogo della sera. Innanzi a loro ad almeno un giorno di scarpinata c'era un cielo di sud-ovest e le sei cime di monti azzurri, le cui nevi si imporporavano di un tramonto silenzioso, sereno e indifferente alle avventure dei condottieri e le disgrazie dei contadini.
Gli anfratti oscuri, le vette candide e i boschi fitti dei Sibillini.
Brezze fredde alle loro spalle, da San Marrone affacciata al mare, li sferzarono di un malevolo e ostinato fine inverno; li minacciarono di un'eco rapida, metallica e feroce di cavalieri con archi e lance e di una muta di mastini. Si scambiarono un'occhiata e masticarono bestemmie, le mani madide e svelte e sporche strinsero l'else delle giusarme, la balestra, i verrettoni e l'asta ruvida dell'azza.
Era un'eco del terrore e della colpa che li affliggeva.
Vento e cielo ritornarono un concerto di garriti, fruscii di serpi e cri-cri di grilli e lo stormire delle fronde. Li investì polvere, semi, petali e la lanugine dei pioppi. Li assalirono i tafani, i moscerini e le zanzare golosi e avidi degli omicidi che insudiciavano le loro vesti.
«Siamo stanchi, è un'impressione: non sono più sulle nostre tracce. Siamo salvi, quasi salvi», Augustino li incoraggiò.
«Sì: ci avrebbero già raggiunto», Casaccarubbio si grattò l'inguine.
Ma Parlotristo scrutò perplesso l'argine folto alle loro spalle e un edificio su una collina troppo lontano e irriconoscibile:
«Io sarò al sicuro solo al chiuso di San Giusto: cala notte e siamo qui.»
«Viene buio anche per loro, non ci possono inseguire.»
«Gli Spahi non dormono, non si rassegnano», sputò Maja', «ci cacceranno. Ci cacceranno fin nell'inferno.»
«Hai ucciso il loro capo, tu, coglione.»
«Ma gli altri nove: chi li ha accoppati, di'?»
«Perché ci dissero che a Montecosaro c'erano bande dei Da Mogliano. Ci si è buttati alla scaramuccia.»
«... ma contro i nostri.»
«Però albanesi.»
«Ma mercenari...»
«Era buio, avevo fifa: non potevo riconoscerli.»
«Ci gridarono Malatesta, Malatesta! Siamo amici!»
«Li hai sentiti? Li hai capiti? Ché non parlano cristiano.»
«Sono morti: questo è il fatto.»
«Noi, per loro, assassini e traditori.»
«Volete smetterla?», grugnì Augustino, «vi rimbeccate da stamattina, e le chiacchiere non lavano la coscienza e il sangue sparso. Si poteva fare appello e consegnarci al capitano forse, ma è andata com'è andata, abbiamo scelto di disertare. Siamo esausti, farà freddo, ci serve un letto. Rifocillarci.»
Casaccarubbio scrollò lo zaino e l'otre sgonfio di vino rosso, sparse l'erba, il limo e i sassi di gocce scure e di croste secche.
«Son tutti campi qui: teniamo duro, marciamo ancora. Dovrà pur esserci un casolare.»
«Quando è guerra i contadini non ti accolgono a braccia aperte: ne sopportano già troppe», Parlotristo gli rispose.
E a malavoglia tornò in cammino didietro gli altri, in fila sul sentiero, che imbracciarono le armi più decisi e animosi.


Bubboli, ululati, freddo infame e l'oscurità li sorpresero all'aperto sulla rive limacciose. Si allontanarono dal lungofiume e l'insidiosa umidità, l'insistito gracidio di grossi rospi e raganelle. Felci, i salici, i sambuchi e le canne folte li ghermirono appiccicosi e li stordirono di afrori.
Si spostarono nei campi, scavalcarono un fossato, e affondarono fino in vita nel mare soffice delle messi, ch'era schiarito dal plenilunio nel cielo terso stellato e blu. Miglia azzurre di solitudine si estendevano tutt'attorno. Nel fiume nero e i boschi scuri, che li insidiavano in lontananza, sembrò loro si acquattassero tutti gli incubi e pericoli: bestie, demoni e le congreghe di streghe.
«Di giorno è caldo, di notte i brividi: questo è un clima matto che alla terra non fa bene», Maja' si lamentò, «può succedere si scuota.»
«Fai silenzio, ché se ci sentono...»
«Ma chi?! È deserto!»
«Temo gli uomini, soprattutto», Augustino li rintuzzò, «vedete niente?»
«C'è solo il grano.»
Parlotristo e Casaccarubbio, come merli in mezzo a un prato, si alternavano nervosi d'ambo i lati del sentiero, pronti al tiro e menar fendenti contro i rumori, i sospetti e l'ombre. Inghiottivano e imprecavano d'ogni frullo di barbagianni, fuga d'istrice e capriolo negli intrichi di cespugli. Dei grugniti dei cinghiali e un'improvvisa e mortale calma: prima che i lupi, i rapaci e le faine si avventassero sulle prede e ne sbranassero le carni.
«Non vengono nei campi.»
«Non possiamo restare qui.»
Incespicarono, caddero e si rialzarono indolenziti: la lunga marcia e la fame e il sonno li prostrarono sconfitti. Da qualche parte, fra le colline, una campana incupì la notte.
Un clac metallico. Maja' gridò. Crollò a terra spargendo sangue e dimenando la gamba destra. La molla e i denti di una tagliola gli morsicavano polpaccio e stinco.
«Cazzo!», strillò impazzito. Augustino e Casaccarubbio lo azzittirono e soccorsero:
«Vuoi che ci scoprano? Stringi i denti!», lo soffocarono con una pezza. Pur al buio si inorridirono della fatale evidenza, si scambiarono, in silenzio, la stessa estrema e feroce idea:
Va amputata. È maciullata.
«Dài, aiutaci», rimproverarono a Parlotristo: che invece restava immobile a osservare lontano, dietro, ombre indistinte, una nube, schiocchi e un riverbero d'acciaio.
«T'ho detto...»
«Spahi! Ci sono addosso!»
Tirò un colpo ai cavalleggeri che galoppavano contro di loro: e il quadrello stese il primo, che correva a lancia in resta, sotto gli zoccoli degli altri nove che lo seguivano incoccando l'arco.
«State giù!»
Gli Spahi scoccarono, due salve rapide: si tuffarono nel grano; la messe folta smorzò le frecce, Maja' gridò:
«M'hanno colpito!», era infilzato nel ventre e il costato dai dardi rossi degli albanesi. Sputò madonne, dolore, vomito e restò privo di sensi. Parlotristo strisciò a soccorrerlo, trascinarlo fra le spighe: un cavaliere gli diede addosso, scartò di lato, parò la lancia, e affondò con la giusarma in uno stinco del cavallo. Casaccarubbio saltò all'assalto di quel nemico disarcionato, indifeso e condannato sotto il peso dell'animale. Gli ruppe il cranio con la piccozza. Augustino parò i colpi di una curva scimitarra, fuggì nel folto, lo tallonarono. Parlotristo lasciò Maja', Casaccarubbio lo prese in spalla. Lui si appostò nascosto, prese la mira e tirò il grilletto: un altro Spahi stramazzò supino con un quadrello nel gargarozzo. L'avversario di Augustino, disordientato, abbassò la guardia: cadde a terra con gli intestini che gli esplodevano dall'armatura.
I sei superstiti, sbandati, si trattennero da un'altra carica. Ripiegarono di qualche metro, li tormentarono con le frecce: loro, chini e zitti, gattonarono attraverso i campi, trascinarono il ferito sempre più pallido incosciente e freddo. Grano e miglio diradarono a un maggese vasto e brullo, delimitato da uno steccato discontinuo, marcio, fragile, che sembrava tutto inciso di strane lettere e di croci. O forse erano solo le profonde venature, graffi e morsi delle intemperie nell'illusione del plenilunio. Gli Spahi, ringalluzziti, ripartirono all'attacco.
«Siamo morti allo scoperto!»
Ma si accorsero di un grumo nero davanti a loro là in mezzo al campo:
«È una casa, finalmente!», sollevarono Maja', si affrettarono a quel rudere silenzioso e fatiscente.
Augustino picchiò all'uscio: non gli risposero, nessun rumore, né una lucerna né una candela né il crepitare dei focolare. Sotto gli assi del portone - nero, marcio, e cigolante - sentì soffiare e freddargli i piedi un fiato gelido d'oltretomba, l'eco stridula e infantile di un cachinno dall'interno.
«Mi aprite o sfondo!», calciò furioso.
Gli Spahi si avvicinarono.
«È deserta, è una baracca!»
Casaccarubbio brandì il piccozzo, si accanì contro il battente: ruppe i cardini, schiantò catene e spaccò l'assito marcio.
Parlotristo guardò atterrito a una finestra del sottotetto.
Un viso piccolo aggrinzito e giallo, incappucciato di rosso cupo, si affacciò per un istante e ghignò coi denti aguzzi. Batté i vetri con un mazzuolo e riaffondò nell'oscurità.
«È abitata! C'è qualcuno!»
«Chi?! Cos'era?»
«Non mi interessa! Restiamo vivi!», Casaccarubbio sfondò la porta, entrò ruggendo in un buio insalubre.
I cavalli degli Spahi si imbizzarrirono alla staccionata, recalcitrarono di scavalcare e arretrarono sbuffando. Gli albanesi li sforzarono con le redini e gli speroni, ma gli animali li rovesciarono: galopparono impazziti a rifugiarsi nel bosco fitto.
«C'è qualcosa, in questo posto», Parlotristo rabbrividì.
Ma Augustino li incoraggiò ché si occupassero di Maja', e trascinassero il compagno esanime al sicuro nel casolare. Barricarono la porta. Si acquattarono alle finestre. Si assicurarono che gli Spahi non tentassero di irrompere.
Per ora.
«Non ci si azzardano, non sembrerebbe.»
Si ritrovarono fra le immondizia, ragnatele e le rovine e un camino freddo e sporco di un abbandono da più decenni. Le dispense, le madie, gli scaffali e le gerle lacere erano vuote, ammuffite e nere e infestate di scarafaggi. E la luna penetrava dai battenti fracassati a rischiarare di azzurro gelido quella casa desolata.
Sgomberarono dai cocci il lungo tavolo di quercia: ci distesero Maja'. Casaccarubbio frugò la stanza, cercò paglia e un acciarino:
«No», disse Augustino, «ché per difenderci è meglio il buio.»
Parlotristo guardò la scala - ma in realtà i gradini rotti - che salivano al primo piano e una soffitta, probabilmente. Incoccò un altro quadrello, prese in spalla la faretra:
«Salgo a vedere se c'è un buon trespolo... e a fare visita al nostro ospite.»
«Come mai, secondo voi, non è già sceso a calciarci in culo?»
«È un fuggiasco, un mendicante, c'è pure il caso che sia malato: lo avete visto, che colorito...», Augustino si schifò, «come noi: è un disgraziato, ma nessuno vive qui. Vacci piano: avrà paura.»
Parlotristo imbracciò l'arma. Salì cauto sui gradini. Scricchiolarono e si incrinarono sotto i chiodi degli stivali.
«Pace! Amici! Non vogliamo farti male!»
Sparì nel buio. Raggiunse il piano. Lo ascoltarono salire ancora. E pispigliare nervoso e incredulo dalle tenebre in soffitta:
«Ehi, compagni... ma qui non c'è nessuno.»


Gli albanesi minacciarono, inveirono:
«Bastardi! Ma noi ritorna, sì?! Ma noi ritorna! Noi domani viene in molti! Vi ammazziamo come cani!»
Si allontanarono a culo dritto finché scomparvero nel grano biondo. Era strano - Augustino rise - vederli a piedi: gli sembrarono indifesi; gnomi ridicoli, storpi, innocui con quelle gambe robuste e storte di chi è cresciuto e chi vive in sella. Non avrebbero rinunciato, non li avrebbero risparmiati.
«Tuttavia, questo è sicuro, non combattono appiedati. Non tenteranno di entrare in casa.»
«Sia vero o meno», gli rispose Casaccarubbio, crollando esausto con gli occhi gonfi su un mucchio logoro di vecchie iute, «più di così non resisteremo. Dormo in piedi: basta, mollo.»
Piombò subito a russare con la spada stretta in pugno.
Augustino chiamò forte Parlotristo su in soffitta: gli rispose il biascicare e l'incoerenza di un assonnato. Salì a cercarlo, lo trovò là: era appostato a un finestrone, chino a dormire sulla balestra e incapace di resistere a un altro turno di sentinella.
Maja', freddo e sbiancato, era immobile sul tavolo. Il petto enorme si sollevava, si riabbassava in respiri lenti che gli facevano temere non gli sarebbe rimasto molto. L'assito sudicio, sotto il tavolo, era intriso di troppo sangue.
Lui provò a resistere alle vertigini e il mal di testa, tremò di freddo, si sfregò gli occhi e sentì piombo nelle membra.
La vista gli si offuscò.
«Fosse pure per un'ora», si abbandonò, «sarà meglio che io dorma.»
Gli spezzò subito il sonno un incessante martellare. Pur incosciente e con gli occhi chiusi sapeva che - forse era un incubo - c'era qualcosa che percuoteva le vecchie mura di quella casa. Il suo riposo fu faticoso, gli sembrò di non dormire.
Tuttavia spalancò gli occhi che i raggi rosa del nuovo giorno penetravano le imposte e riscaldavano la stanza. Casaccarubbio ronfava ancora a pancia sotto sui vecchi sacchi.
C'era olezzo di mattatoio.
Quel toc-toc alle pareti.
Che cessò quando si accorse del cadavere di Maja'.
Il sangue perso colava nero dalla ferita della tagliola, dai troppi fori e le frecce infitte che gli scavavano le budella. Si allargava sul pavimento fino a un rivolo sotto l'uscio. Una scutigera strisciava svelta sul naso, i labbri, fino agli occhi spalancati sul Purgatorio dei peccatori.
Lui tossì lo schifo, si schiaffeggiò per scacciare il sonno e scrutò, fuori le imposte, allo steccato del casolare: degli Spahi non c'era traccia. Se quei bastardi gli concedevano un altro giorno di vantaggio pensò fosse molto stupido non cercare di approfittarne.
Calciò il compare sui sacchi sozzi e corse sopra da Parlotristo:
«Maja' è crepato, dobbiamo andarcene.»
Trovò l'altro ai raggi fiochi che penetravano dal lucernaio: ma non era teso allerta contro i probabili assalitori.
Guardava attonito il bizzarro affresco su una parete di quella stanza.
La notte prima, col buio pesto, non poterono vederlo. Era una danza di contadini e contadine e altri villici; i malgari, i taglialegna, le mugnaie e gli artigiani. Tra la folla si distinguevano miserabili soldati, mendicanti, gli appestati e preti poveri di campagna. L'autore anonimo del dipinto non era stato di quegli artisti che illustravano il palazzo dei Signori di Montefeltro: le figure erano rozze, era il tratto di un bambino. Ma nei volti allucinati di quell'orrida carola c'era un vivido, spaventoso e inquietante realismo.
Era impossibile dubitare fossero state persone vere. Gli attributi, i loro abiti, certi caratteri nei cartigli in didascalia suggerivano fossero morte già da almeno duecento anni.
Ma più di tutto li disturbarono quelle creature smagrite e gialle, coi cappucci insanguinati, che tormentavano i personaggi con mazzuoli e tamburelli, percuotevano il pavimento e la parete del dipinto.
Quella danza precipitava in una fossa di sepolcreto sul cui ciglio si sedevano quei minuti mostri gialli: la cui mazza, finalmente, sembrò loro che tacesse.
L'espressione birichina, soddisfatta dei demonietti era solo ripugnante.
«Li ho sognati per tutto il tempo», Parlotristo rantolò, «toc-toc l'intera notte... Viene giorno, ho aperto gli occhi... sono qui, diocristo! Demoni!...»
«Hai le traveggole, ma è normale: non mangiamo da due giorni. Maja' è fottuto, ma niente Spahi. Facciamo in tempo a salvarci il culo. Tempo un giorno - stringiamo i denti - e arriveremo al di là del fronte. E 'affanculo i Da Mogliano, i Malatesta e i loro sgherri.»
Lo interruppe un tuono sordo, le pareti si creparono, il pavimento e l'intera casa sussultarono di scosse:
«... e adesso cosa?...»
«Il terremoto! È un terremoto!», Casaccarubbio gridò dabbasso.
Nello schianto e i crepitii dei laterizi e le travi a pezzi avvertirono, come un'eco, quell'insistente toc-toc maligno.
Dal piano terra. Soltanto là.
Imprecarono, pregarono e si aggrapparono agli architravi:
«Bisogna uscire! Dobbiamo andarcene!»
Parlotristo scattò alle scale, Augustino lo avvertì che no! Ma il compare era già sceso sui gradini fatiscenti.
Scricchiolarono paurosamente.
Lo ascoltò, si tolse in tempo.
Ma la rampa tutta intera, legno, chiodi e calcinacci, crollò addosso a Casaccarubbio con una parte di mura e il tetto.
Ossa, sangue e la poltiglia nella polvere.
Quel toc-toc a una parete e un immobile silenzio.


Si calarono al pianterreno scapicollandosi fra le macerie, la polvere si posò. Stettero attoniti, atterriti, increduli sopra il mucchio di mattoni che aveva ucciso il compagno d'armi.
Anche il tavolo di Maja' era sepolto da quel disastro. Due pozze nere fumanti e dense che si allargavano sotto i sassi.
Augustino scavò d'istinto fra gli assi rotti, il pietrisco e tegole; si affannò a un'enorme trave c'era impossibile sollevare. Gridò all'amico che l'aiutasse, perché forse è ancora vivo!
«È tutto inutile.»
«Scava, scava!»
«'Cazzo fai? Devi calmarti», Parlotristo lo freddò: lo prese a sberle, gli ruggì in faccia finché si arrese:
«Va bene: è morto.»
«Lo saremo anche noialtri. Adesso sì: dobbiamo andarcene.»
Ma si accorsero che la scossa li aveva chiusi fra quelle mura.
«... se gli Spahi non ritornassero c'è comunque 'sto problema... »
L'architrave era crollato, e il portone era inagibile. Assi pesanti cadute oblique, e gli stipiti e i battenti, erano rotti e inamovibili dalle finestre del pianterreno. Traverso quelle non si passava. Era tutto in equilibrio troppo precario e inaffidabile: sezioni grosse, pericolose, tutte crepate delle pareti, si sbriciolavano e scricchiolavano a ogni passo cui s'azzardavano.
Se le avessero rimosse?
Parlotristo accennò ai compagni che giacevano fra i detriti:
«Faremmo entrambi la stessa fine.»
Valutarono di arrampicarsi e ritornare fin in soffitta: il lucernaio abbastanza largo, e il mezzo tetto che non c'era più, li illusero di scamparla calandosi dall'alto. Ciò che restava di quei gradini si schiantò di fronte a loro, un fumo bianco si diradò su una parete di dieci metri tutta crepe, niente appigli e troppo fragile per due persone.
«... e in caso, poi, per scendere: come credi che faremo?», Augustino si avvilì, «se ci rompessimo una gamba saremo morti allo stesso modo.»
Parlotristo guardò all'azzurro terso e sghembo sopra loro, quello spaccato di cielo limpido fra le tegole cadenti.
Smoccolò, trovò i quadrelli e incoccò la sua balestra.
Torvo, determinato.
«Cosa fai?», lui gli ringhiò.
Si sentì nudo della giusarma abbandonata su uno sgabello.
Parlotristo socchiuse gli occhi a un'eco stridula su di loro. Puntò in alto, tirò: un grido acuto ferì l'azzurro.
E un fagiano cadde trafitto e agonizzante tra i loro piedi.
«Questo, almeno: spennalo, si mangia.»


Nel pomeriggio si annuvolò. Li travolse un acquazzone. E la pioggia trasformò quel loro carcere di macerie in un trogolo di fango, di sporcizia e vermi e insetti. Tuttavia si denudarono nella gioia di quello scroscio, e riempirono i bacinetti, la cervelliera, gli elmetti inutili dei due morti di acqua calda e polverosa che ingollarono grati a Dio. Poi tornarono, disperati, stesi al cielo sulle macerie. Riascoltarono i cinguettii che salutavano il temporale, la brezza fredda che allontanava le nubi gravide e lo stillare di foglie e pietre che si scrollavano dalla pioggia. Le gocce sporche che si spegnevano nelle pozzanghere via via rasciutte.
Plic plic.
Toc-toc.
Quel percuotere alle pareti.
Si scambiarono uno sguardo e si drizzarono atterriti: e implorarono l'un l'altro, nel volto pallido e spiritato, di trovare il conforto brusco che fosse solo una suggestione.
Ma l'insistito toc-toc di mazze suonò più forte, su tutto il muro; fece tremare l'intera casa e aprì nuove e orrende crepe.
«È un'altra scossa!»
«Se invece fossero...»
Parlotristo guardò tremante a quel frammento dell'affresco restato intatto a sconquassi e crolli che devastarono la soffitta. Era affollato dai mostri gialli, giurò che fossero molti di più. Con i martelli e con i tamburi su quell'intonaco sbriciolato.
«È il terremoto!», insisté Augustino: ché il terreno, le pareti, gli oscillarono tutt'attorno. Cercò riparo a ridosso il muro che gli sembrava più resistente; «Questo regge!», gridò al compare.
Ma Parlotristo corse al portone:
«Io me ne frego!», strisciò fra i travi.
«Così ti ammazzi!»
Non lo ascoltò. Li assordò lo scricchiolio, lo schianto sordo di legna, massi e un boato lungo e lugubre che echeggiò da sottoterra. L'inesausto, folle strepito di tamburi e di sghignazzi.
Un'altra scossa spezzò le travi che incorniciavano il portone: i pali aguzzi, scheggiati, torti, trapassarono le viscere e il costato di Parlotristo.


È un dipinto. Non esistono.
Solo un cazzo di dipinto.
È andata male, sfortuna nera. Ma non mi faccio suggestionare.
Dài, ragiona: puoi cavartela, bastardo!
Augustino rosicchiò quanto restava del fagiano, brucò le foglie e quell'erbe amare che infestavano le crepe. E ingollò l'acqua piovana che arrugginiva nel bacinetto.
Restò seduto a guardare fissa, finché il tramonto gliela negò, quella carola di folli e demoni polverizzata dal terremoto; solo macchie colorate in un intonaco sbriciolato.
Se possibile i mostri gialli erano peggio dei personaggi: gli scarabocchi di un deficiente che credeva nei folletti.
Timpani e mazze. Cappucci rossi.
Li guardò per tutto il giorno.
Li ascoltò per tutto il giorno.
Non vide niente e non sentì nulla, non si specchiarono nei vetri rotti.
Erano morti di fatica e stenti ma ottenebrati da un idiota incubo. Per lo scontro con gli albanesi, l'inseguimento e il terremoto. Chi ne sarebbe sopravvissuto?
Io!, si ripeté.
Spogliò i morti, si equipaggiò: tenne il meglio che ancora avevano. Vestì leggero, frugò i denari, legò in vita la giusarma e calzò l'elmetto buono che era stato di Maja'. Era incapace con la balestra, non gli poteva tornare comoda. Rinunciò all'azza di Casaccarubbio che a malapena poté brandire.
L'eco lontana di cavalcate lo consigliò di aspettare notte: volle gridare e chiamare aiuto, ma... fossero stati quegli albanesi? Gli giurarono di tornare sui camerati che aveva ucciso: è quel genere di conti che non restano in sospeso.
Stette fermo, calmo, buono finché la luna brillò nel cielo. Si trovò chiuso in quel nero rudere più sinistro e oppressivo.
Fatta eccezione per la soffitta e il tetto aperto sulla salvezza.
Su un tentativo.
Doveva farlo.
Casaccarubbio pesava troppo, Maja' era quasi obeso. Parlotristo uno spilungone con tanti muscoli e troppa fifa: spese un amen per i compagni, non ce l'avrebbero fatta insieme.
Lui, però, più svelto e mingherlino, poté sperare di arrampicarsi e che le travi gli resistessero.
O tento o muoio, Chissenefrega?
Saltò alle travi fissate al muro che sorreggevano la vecchia scala: ci si aggrappò, si ferì i palmi, scricchiolarono e si flessero.
Ma lo ressero, perdio!
Scattò di reni, sollevò le gambe e strinse un'asse fra le ginocchia: salì ancora; è quasi fatta! Graffiò frenetico la parete, si tenne forte a qualsiasi appiglio: steli d'edera, rientranze e un mattone fuori posto. Schegge, polvere e pietrisco lo accecarono e travolsero. Ma la parete restava in piedi, mancava poco. Dài, resisti!
Tese il braccio all'assito logoro del pavimento della soffitta.
Là, a pochi metri, c'era il rettangolo del finestrone.
Sgombro, intatto.
Solo a pochi metri.
E in mezzo il vuoto.
Non c'era nulla.
Non c'è più un cazzo per aggrapparsi!
Volò a raggiungerlo, mancò la presa. Sentì il legno marcio e umido penetrargli nelle unghie.
Cadde.
No!
Qualcuno lo afferrò.
Mani piccole, gialle, ossute gli si strinsero attorno ai polsi.
Sentì un ansito, un affanno, un inumano e maligno ridere; lo trascinarono a pancia sotto sul pavimento del sottotetto.
Le creature lo guardarono ai freddi raggi notturni e blu. Quei volti gialli deformi e vizzi dai denti radi affilati e marci. Quei cappucci insanguinati sui grandi orecchi e sugli occhi piccoli. Quell'orchestra di tamburi e quelle mazze di ossa umane.
Augustino balzò in piedi, si appiattì contro l'affresco. Sentì fendersi la parete, lo offuscarono le vertigini. Sbatté le palpebre, si sfregò gli occhi e si segnò contro quell'incubo.
Le creature erano lì.
Si aggrovigliavano nel buio.
Centinaia, centinaia, centinaia di quegli orrori in uno sciame sul pavimento e in grumi e nugoli sul soffitto.
Lui, terrorizzato, si buttò dalla finestra.
Inciampò sul davanzale e batté il grugno su un abbaino, una tettoia di piccionaia, scivolò su una legnaia. Batté le natiche sul maggese e bestemmiò di un dolore atroce, sboccò di nausea per la gamba rotta che gli impedì di rialzarsi in piedi.
Si alzò sui gomiti. Rise forte:
«Sono vivo! Sono fuori!»
Si sentì debole, perse i sensi e sprofondò in una fredda pece.


Aprì gli occhi a un brutto villico che lo guardava dallo steccato: se ne stava fermo là, a due-tre metri da quel recinto, con una falce appoggiata in spalla e l'altra mano affondata in tasca.
La frattura tornò a pungerlo.
Cristo, un male cane!
Si sbracciò, rantolò e finalmente riuscì a gridare: ché quell'idiota lo soccorresse, «ehi, buon uomo!». Slegò il borsello, lo vuotò a terra. Fece brillare i denari d'oro.
Il contadino restò in silenzio.
Scosse il capo e rifiutò.
«Ti faccio ricco!», insisté Augustino.
«Meglio vivo. Lì non entro.»
«Di', sei scemo?!»
«Quella terra è maledetta. Vedi? Il vescovo l'ha sigillata.»
Gli mostrò le strane lettere e le croci sul legname: pantacli, pergamene e medagliette di esorcismo.
«È una cazzata! Ci credi tu?!»
«Ci credo eccome! Più matto te.»
«Dio, sto male!»
«L'avrai voluto. Mazzamurelli. Cosa credevi che ti aspettasse?»
«Mazzacheccosa?!»
Il contadino batté le nocche sul lungo manico della falce:
«Quelli ti avvertono: toc-toc. Loro lo sanno, che tocca a te.»
Se ne andò senza voltarsi. Augustino gli gridò dietro. Si trascinò nel maggese brullo, provò ad alzarsi, crollò più volte. Ogni volta, ogni caduta, il dolore fu più acuto. Zanzare e sole lo morsicarono e gli bruciarono le spalle, sudò sozzo come un porco e inghiottì la terra secca.
Lo steccato, l'erba, l'ombra, la frescura e il fiume, l'acqua, rigoglivano di fronte a lui manco a un tiro di balestra.
Un batter d'occhi, se fossi sano.
Sarebbe subito saltato là.
Trascinarsi fu una pena. Boccheggiò in quel campo arido.
Tuttavia si consolò che la nottata era trascorsa. Ch'era fuggito da quell'inferno, da quella casa, quei mostriciattoli. Gli altri, tutti, erano morti; lui scampato. Il pensiero lo incoraggiò.
Come ha detto che si chiamano? Mazzamurelli, toc-toc sui muri. Ma che si fottano, 'sti contadini! È il terremoto: non m'ha ammazzato! Chi c'ha i coglioni, qui?!
Arrivò alla staccionata. Ruzzolò dall'altra parte. Affondò il viso nell'erba per riprendere respiro.
Un rullio di tamburelli, un improvviso calpestio, il ronzio di un crine o tendine e di un corno che si fletteva.
Toc-toc.
Alzò lo sguardo. Corse all'elsa della spada.
Ma il tamburino a cavallo Spahi scoccò la freccia e colpì nel cuore.
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