Lo ammetto: ho un'idea per un nuovo romanzo, a vapore, che spero di riuscire ad affiancare al noir sociologico-fantascientifico che sto scrivendo quasi "su commissione". La trama più o meno l'ho già in testa: come il solito, mi è utile disegnare alcune scene, soprattutto quelle d'azione, per riuscire, in seguito, a (de)scriverle meglio. La storia si presta anche al formato novellette, quindi non è escluso che la pubblichi come tale. Chissà?

Incominciamo con due scene di battaglia: l'Artiglieria Austro-Ungarica che difende l'Adriatico da un'astronave Selenita. Le uniformi degli artiglieri sono piuttosto da XVIII secolo che da '800 steampunk: infatti non escludo di ambientare la vicenda all'epoca della Guerra dei Sette Anni, o giù di lì. E...



... ancora uno scontro fra un dirigibile della Regia Aeronautica Savoia e un vascello degli alieni lunari (sì: la cittadina sul mare, laggiù, potrebbe assomigliare alla mia Pesaro quando ancora era cinta di mura... Le colline sono quelle che si tuffano fra le onde che ben conosce chi abita le Marche...)



Uno studio di esploratore Selenita con tuta da superficie.


Una scena di steam-negromanzia, che ci sta sempre bene, e...


...una squadra di Bersaglieri Savoia (che alcuni lettori conoscono già) pronta a un'incursione nel Girone dei Condottieri



Recensione di Vlad Sandrini


È uscito di recente per Collana Imperium l'incalzante steampunk La Macchina Insurrezionale, in cui il feldmaresciallo Radetzky, il cui nome seminava terrore e sdegno nel Lombardo-Veneto, a bordo di veicoli volutamente anacronistici, legge sconsolato i rapporti sui moti di rivolta contro l'Impero.
L'intraprendente ufficiale Daniele Caravà piomba al cospetto di Radetzky con alcuni dagherrotipi e un ingranditore accuratamente ripiegato. Come l'ufficiale fa notare al Feldmaresciallo, uno stesso velivolo bizzarro si mostra all'orizzonte in ciascuna delle impressioni. La conclusione dell'ufficiale è chiara: è una macchina a provocare le insurrezioni, e bisogna affrontarla e neutralizzarla.
Il punto di vista è di un soldato fedele all'impero e pronto ad atti terribili armato della sua pistola Gasser. Come sia possibile che questo racconto conservi la giusta proporzione storica sull'oppressore Radetzky, senza nulla togliere all'onore dell'ardito ufficiale, te lo lascio scoprire. Sarei proprio una bestia a raccontarti le ultime pagine.
Sul Numero 15 della rivista "IF - Insolito & Fantastico" (Dicembre 2013), a tema fantareligione, troverete il mio racconto Cover. Buona lettura e buone vacanze!



Nicola aprì gli occhi, cozzò sull'assito, si sedette sul pagliericcio e si avvolse nel mantello. Non era stata un'impressione del dormiveglia: il carro era fermo. Si affacciò dal tettuccio, protestò con i cocchieri:
«Perché ci fermiamo?»
Il phylax della scorta gli indicò quella folla che abbandonava gli insediamenti e le casupole del contado, si accodava lamentosa alle porte di Myra. Si raccoglievano sotto il muro di pietre e ostruivano il ponte e i cancelli fortificati, spingevano capre; si ingobbivano sotto i sacchi di provviste, i fagotti, gli utensili, stringevano al seno i bambini che strillavano. In fila al barbacane, per almeno uno stadius, nel rollio delle carriole e nello strepito dei campanacci, nel barrito dei corni; soffocati dalla polvere, incalzati dall'imbrunire, che imbiancava già di brina l'acciottolato e gli sterpi.
«... vedete che confusione...»
Lui tornò nel carro, si lavò in un bacile: raccolse in una sacca i paramenti e gli oggetti sacri, la mitria; si armò del pastorale ed ottenne un cavallo:
«Farò prima se vado solo», grugnì, «non voglio trascorrere un'altra notte all'addiaccio e tardare per l'investitura di un altro giorno di marcia; non fuori il portone della diocesi, almeno: sarebbe ridicolo. Raggiungetemi in cattedrale.»
«... Vescovo», balbettò l'ufficiale, «non credo che sia prudente...»
«Sono il loro pastore», Nicola spronò.
Galoppò per la pianura lungo le sponde del fiume Myros: da sinistra si allungò l'ombra fredda degli scogli, gli strapiombi di roccia grigia sulle spume del mare. La parete era scolpita di colonne, di trifore, frontoni e lucernari incastonati nell'arenaria.
Accessi all'oscurità.
Lui riconobbe in quelle tetre architetture la necropoli pagana degli Elleni e Romani: gli piacque vedere, arrampicati sui sassi, scrupolosi sacerdoti che aspergevano con l'acquasanta, che lavavano quelle grotte dal veleno dell'eresia. Gli piacque vedere carpentieri devoti che inchiodavano travi sugli ingressi delle tombe.
Però non gradì che ci fossero dei magi che intingevano il pennello in una coppa sacrificale, che grondava di sangue; e dipingessero quelle travi di sigilli e di pantacli.
E lo fece rabbrividire che i sacerdoti con gli stregoni intonassero, insieme, una formula di esorcismo.
«Blasfemi!», ringhiò, si azzardò alla scogliera: il cavallo si intestardì di non scendere, nitrì spaventato sull'orlo del precipizio.
Nicola stornò dalla necropoli, fendette la folla che si accalcava alle porte; batté col pastorale chiunque lo ostacolasse e sferzò col frustino: la marmaglia gli fece largo. I legionari di sentinella ai cancelli si inchinarono all'anello vescovile: lui passò oltre, cavalcò all'agorà, si fermò sulle scale del santuario di Artemide.
La piazza echeggiava degli scalpelli degli artigiani che cancellavano dalle statue le fattezze dei vecchi dei: redimevano in Santa Vergine l'oscena Cacciatrice e davano ad Apollo il volto del Pantocrator; incidevano nelle metrope le croci greche ed il crismon.
Due donne e bambini, nel cortile del tempio, decoravano gli alberi di amuleti e di nastri:
«... le antiche credenze troppo dure a morire. Quell'inetto di Luciano non si è dato granché da fare...»
Entrò nella basilica: l'arcidiacono l'annunciò. L'anziano predecessore lo accolse con un gemito: un alito ammalato, fiacco, sconfitto. L'abbracciò con fatica.
Nicola provava compassione e disprezzo per quel vecchio tremebondo che avvizziva nel talare, e che spazzava ingobbito la polvere con la fascia e i paramenti sfilacciati e consunti:
«... perdonami, Signore», inghiottì, «se pecco di alterigia e con l'anima avvelenata...»
Si sedettero nel presbiterio nella luce dei candelabri. La notte bussava sui colori delle finestre, e il freddo di dicembre strisciò nelle navate. Un giovane sacerdote li servì di due stole, accostò due bracieri; asperse con il turibolo contro i miasmi di muffa, che salivano dalle cripte morsicate dall'acqua.
Obbedirono al rito, si scambiarono i documenti: lui consegnò gli incunaboli sigillati con le cifre dell'Imperatore e di Silvestro Pontefice; innalzarono alle volte i giuramenti in latino.
«Non c'è molto da aggiungere, fratelli», tossì Luciano: testimoni i sacerdoti presenti si scambiarono le consegne e la tutela di Myra, si baciarono fraternamente, «Nicola è il vostro nuovo pastore.»
«Amen.»
«... ora, Luciano», lui si incupì, «se potessimo conferire in privato...»
I preti e l'arcidiacono se ne andarono, chini; scomparvero in silenzio nelle tenebre del tempio. L'altro lo ascoltò rannicchiato sullo scranno, bofonchiò imbarazzato:
«... gli scribi ti informeranno di tutto ciò che ti occorre...»
«Non mi interessano le faccende amministrative: confido che i funzionari si guadagnino i loro solidi. Ma sospetto di ereditare una diocesi corrotta nell'animo. Persino qui in cortile...»
«... è Solstizio... Sol Invictus... Natale: non possiamo eradicare le tradizioni: piuttosto sostituirle. Inoltre che male c'è, nell'appendere una ghirlanda?»
«Ho udito i nostri preti cantare con i magi. Poco fa sugli scogli, in un rito pagano.»
«La necropoli degli Elleni», il vecchio rabbrividì, «è tutt'altra faccenda. Va lasciata così com'è. I bambini non possono valicare i cancelli; gli incantesimi li indeboliscono. E basta che ogni anno, il venticinque dicembre, tu consenta agli abitanti del contado di rifugiarsi in città: in questo modo saranno salvi.»
«Di cosa stai parlando?», lui strabuzzò.
Luciano gli indicò una bacheca di pergamene, ognuna contrassegnata da una data anno domini:
«Gli annali della città dalla nascita di Cristo, compilati o ricostruiti dai monaci amanuensi. Srotola l'anno Tredici in data odierna, e leggi dell'efferato infanticidio: ma abbassa la voce, ti prego; non è bene rievocare certi fatti di notte.»
Nicola sciolse i lacci al papiro, e scorse il manoscritto fino al giorno di Natale:

caupo affertulit necavit pueres, in terrae hospitii obruit dilacerates (1)

«Che orrore!», si segnò.
«L'orrore venne dopo: l'oste confessò solo in punto di morte; ricevette l'estrema unzione e fu salvo. I bambini non ebbero sepoltura cristiana: l'omicida li ridusse in tale stato che... potremmo dire che sono sparsi tutt'ora sotto il suolo di Myra. Che Iddio ci perdoni, li calpestiamo ogni giorno. C'è chi vuole che da allora, ogni notte di Sol Invictus, chiamino gli infanti dalla necropoli sugli scogli a vendicare la loro morte sugli adulti del borgo.»
«Ci credi, Luciano? Sei un vescovo cattolico, e queste sono fole da villici.»
«Ero un vescovo: ora tocca a te. Io so solo che da trecento anni nessuno che resti fuori le mura, stanotte, sopravvive ad orribili, piccoli antropofagi che non si possono contrastare perché sono già morti. So che gli incantesimi servono a rallentarli. E ammetto che le preghiere non bastano ad arrestarli.»
«Vattene, vecchio», Nicola avvampò, «abbandona la diocesi: ed io fingerò di non avere ascoltate codeste tue colpevoli parole.»
L'anziano batté col pastorale sul pavimento: tornò l'arcidiacono, lo alzò dallo scranno; l'aiutò ad arrampicarsi su una chiocciola per la canonica. A metà si fermò, lo guardò con una supplica. Lui gli rispose con una smorfia di intolleranza.
Suonarono le campane e bussarono ai portali.
«È il vespro, fratelli. La sentinella ha riferito che gli abitanti del borgo sono tutti al sicuro entro il cinto di mura», un prete annunciò, e accolse alla postierla una squadra di legionari.
Gli uomini entrarono senza smettere le armi, né i mantelli sfilacciatati né gli zaini dalle spalle; attraversarono la navata e si fermarono sotto l'abside, salutarono col braccio teso:
«Eccoci, Vescovo.»
«Costoro sono gli uomini che mi scortano», Nicola li presentò, «lasciatemi con loro, e apparecchiate la Santa Messa.»
Luciano ed i prelati se ne andarono con gli occhi bassi, pispigliarono inquieti: lui gli ignorò. Schioccò al decurione che scattò sull'attenti:
«Ordini, Vescovo.»
«Abbiamo un carpentiere?»
L'ufficiale chiamò due soldati tarchiati, dai bicipiti impressionanti, con i calli alle mani; un intuito di cose pratiche che brillava negli occhi:
«Adiatorige e Stentore.»
«Non ho intenzione di sopportare che nel Natale del Cristo, la mia prima notte come Vescovo di Myra, i demoni degli Inferi minaccino il mio gregge: scenderò nei recessi di quell'empia necropoli.»
Gli uomini sbiancarono con le mani sull'else:
«Da solo?! Ma, vescovo!...»
«... però mi serve un mezzo per affrontare le rocce, ché i cavalli non ne vogliono sapere. Mettetevi al lavoro, adattate il mio carro: ché entro la mezzanotte voglio essere sugli scogli.»


La macchina era ferma presso i cancelli fortificati, Stentore e Adiatorige sollevarono il telo. Nicola si sbigottì, epperò soddisfatto: non capiva granché di quell'ordigno bizzarro, che appariva robusto, minaccioso ed efficiente; lo convinse soprattutto quel barilotto di fuoco greco:
«L'abitacolo superstite del carro», Adiatorige l'istruì, «è dove vi siederete per guidare la macchina. Quella è la leva del lanciafiamme sul tetto; con i pedali e con i tiranti muoverete le zampe.»
La parte anteriore dello strano marchingegno, Nicola osservò, era infatti costituita da una trave di un pedes munita di otto zampe, di pulegge e di corde. Il giogo era scolpito a testa d'asino o bove: lui non approfondì, per non offendere i carpentieri; ma i sistemi di tiranti e di antenne, incastonati all'altezza delle orecchie, la facevano assomigliare piuttosto ai cervidi tarandri (2) del settentrione d'Europa.
«... e abbiamo sostituito le ruote con un pattino di acciaio», Stentore gli mostrò, «scalerete le rocce e fenderete il terreno: provatela, Vescovo.»
Nicola si sedette a cassetta dell'ordigno, spinse sui pedali e armeggiò con le corde: dopo un paio di tentativi la macchina gli obbedì.
Nel frinire regolare delle gomene e dei tiranti, nell'esatto ticchettio degli ingranaggi, s'insinuò all'improvviso un vagito, un sospiro.
L'eco del pianto di decine di bimbi.
«Kyrie, cos'è stato?!», impallidirono i legionari.
«Aprite le porte», Nicola ordinò; mise in moto l'ordigno e si armò del bordone, si tuffò nelle tenebre poco oltre le mura.


Le casupole di calce con il tetto di paglia galleggiavano nella pece di un orizzonte gelato, e il fango e la gramigna scricchiolavano spezzate sotto il trotto inarrestabile delle zampe meccaniche. L'inverno azzittiva gli animali notturni, e l'unica e nera voce era quella del vento. Le ombre spaventose delle nubi e dei rami d'albero strisciavano sulle pareti illividite dal freddo.
Nicola era cieco:
«Così non va bene», spruzzò con il lanciafiamme sulla paglia di una casa, e l'incendio di fuoco greco schiarì l'insediamento.
Lui si segnò: l'assalivano da ogni lato.
Corpi putrefatti di bambini e di adolescenti, scheletri, mummie, cadaveri infantili, arrancavano per i chiassuoli del borgo grattando alle porte e insistendo alle finestre, sfondavano, entravano, vagavano muti; cercavano affamati nelle aie deserte. Il pianto spettrale che echeggiava da Myra li attirava alla città come un canto di perdizione, non stornavano gli occhi marci dalle mura agognate. Le fiamme tradivano nelle guance incavate, nei crani devastati, nei conati di umore, un'impossibile sofferenza più profonda della morte.
Il sentiero di ciottoli che scendeva alle tombe era tutto gremito di quegli orridi pargoli.
Ne venivano ancora.
«... Sorgi, oh Signore, e spargi i tuoi nemici!...»
Nicola si buttò con l'ordigno nel mezzo della calca puzzolente e mostruosa, colpì col pastorale e calpestò i corpicini. Ruotò su sé stesso; manovrò la testa cervide con i tiranti ché scornasse e spezzasse in quell'orda di abomini. Calciò i bambini morti contro il muro di una stalla, li usò come rampa per salire sul tetto. Scrosciò fuoco greco: lo zolfo e la nafta divamparono nel villaggio.
Lui si sciolse lo scapolare paonazzo e lo avvolse alla bocca contro i fumi della strage: i mostri esplodevano per i liquidi della morte che bollivano e s'incendiavano nei loro visceri gonfi.
Crepitavano secchi. Senza emettere un grido.
L'acciottolato per la necropoli fu cosparso di cenere, e la macchina galoppò su quella coltre fumante giù per le scogliere e nell'abisso della notte.
Nicola appiccò alle ginestre ed i pini: gli sterpi incendiati schiarirono il cammino, ma le fiamme non penetrarono gli ingressi alle tombe. Manine e piedini marcescenti e scheletriti, occhietti sfavillanti di mefitici fuochi fatui, si azzardarono dal profondo sugli scogli illuminati, graffiarono gli architravi; attesero cupidi che s'estinguessero i fuochi, tornarono a centinaia a aggredire il pendio.
Lui rabbrividì dell'appetito e la dannazione che animavano quei cadaveri, impietrì del loro numero: le porte dei loculi continuavano a vomitarne; un'orribile, putrescente e barcollante teoria. Il rantolo dei mostri, il vagito dei bimbi, azzittivano il mare molti metri più sotto.
Nicola diede fondo al barilotto di fuoco greco: i getti incenerirono i primi ranghi dell'orda, rovesciarono i non-morti in tizzoni nell'abisso. Dai sepolcri tuttavia ne strisciarono il doppio: e ormai solo l'odore della nafta e dello zolfo esalavano dall'arma sul tettuccio del carro, e gocciole di pece liquefatta e fumante. Gli zoccoli della macchina calpestarono tutt'attorno, il pattino d'acciaio fendette i carcami: presto s'impantanò dentro un cumulo disgustoso di viscere e cartapecora che scricchiolava di pezzi d'ossa. Lui spazzò gli assalitori col pastorale, affondò con il bastone nei toraci, nei crani: intrappolato fino le cosce e la vita nei corpi fatti a pezzi dei bambini infernali.
Stremato.
Recitò le sue preghiere, menò un altro fendente, crollò: strinse i denti per sopportare da martire le grinfie feroci di quell'orda schifosa, e i morsi avvelenati nella gola e le carni:
«... Kyrie, eleison!...»
I cadaveri lo abbrancarono, soffocarono, calpestarono; lo avvinghiarono e graffiarono e sommersero la macchina.
Passarono oltre.
Lui si rialzò sbigottito e malconcio, raccolse i lembi laceri del talare e mantello e montò sulla cassetta per vedere e raccapezzare.
Ai roghi delle piante e dei tetti di paglia osservò la processione vomitare dai loculi, salire per l'erta e sciamare nel borgo. Non riuscì di distinguere fino il cinto fortificato: epperò gli sembrò che quegli infanti spettrali si accanissero ai portali come i villici all'imbrunire.
Li vide attraversare in un recinto di vacche. Non morsero o graffiarono per una fame blasfema: le bestie mugghiarono, li infilzarono coi corni; loro si difesero come è proprio dei bimbi.
Ascoltò il loro pianto: attento a non confondere con il fischio delle cripte e il sibilo dell'inverno e i barriti degli scogli.
Non era una cantilena di vendetta e malignità: imploravano aiuto. Battevano ai portali guardati dai legionari, bianchi dal terrore e l'ottusità, sugli spalti. Gli uomini rispondevano con i pilum, le frecce; grandinavano sui non-morti con le balliste e le catapulte.
«... che Iddio ci perdoni!», Nicola si segnò, lacrime di pena gli stillarono sulla barba, «Non escono dalle tombe per punirci di un crimine: fuggono da qualcosa che è sepolto con loro!...»
Fissò l'oscurità nei portali di pietra, e tremò all'inconcepibile orrore che si celava in quell'infetta profondità: non riusciva ad immaginare cosa spingesse un'animula a destarsi, nel peccato, dall'eterno riposo, a vagare nelle tenebre e morire due volte. I tormenti dei dannati non erano così crudeli:
«... non sopporto quest'empietà!...»
Smontò dalla macchina, l'ordigno si inclinò, e un involto di stracci rotolò dall'abitacolo.
Sui panni era attaccato un cartiglio con il goffo latino di Adiatorige e Stentore:

rem vobis, episcope, persuasi prodetur (3)

Nicola sollevò quel fagotto, pesava, lo sciolse e sbigottì: l'arma era una piccola ballista, portatile, rapida a caricare e munita di dardi; con un triplice canale, martinetto e cremagliera. La provò contro un albero: una raffica di verrettoni sbriciolò la corteccia, e scavò dentro il tronco tre ferite profonde.
Riarmò soddisfatto, ghignò. Intinse il pastorale nei residui del barilotto, lo accese ad un rovo in fiamme e lo usò come torcia. Imbracciò la balestra:
«... chi è costui che viene, nel nome del Signore?...»
Salì per i sentieri che accedevano alle cripte.


I cunicoli scendevano molti metri nel tufo, la roccia era cava di edicole e di nicchie. Dove non giacevano i cadaveri di adulti si trovavano i segni di un grattare dal basso, smottamenti di argilla; le impronte di falangi che tornavano dal di sotto. Gli architrave d'arenaria all'ingresso dei corridoi, e i gradini insidiosi che affondavano nel buio, erano tutti contrassegnati da una lapide, una targa, una piastra di metallo con un numero inciso:
«Identici agli annali nel presbiterio di cattedrale», Nicola intuì: scese qualche rampa e strisciò in un passaggio, e le cifre decrescenti gli confermarono quel sospetto, «che cosa cercare?»
Si calò nelle tombe per quinquenni, decenni; affondò nei pozzi neri dei tre secoli precedenti.
Sulla soglia di un corridoio con il Pesce e con il crismon, che spartiva la necropoli fra pagana e cristiana, vide accendersi una cripta di un'insana luminescenza.
Qualcuno ansimava nella foia di un coito, e la cifra sullo stipite era XIII A.D.
Nicola appoggiò il pastorale in un loculo, ché gli schiarisse una via di fuga, e avanzò verso il chiarore con il dito sul grilletto.
Entrò nella cripta.
Lo spettro verde-fradicio di un antico locandiere galleggiava nella stanza con il membro fra le mani; si attardava alle nicchie con i cadaveri dei bambini, si strusciava sui loro resti e li insozzava di sperma: quella immonda sostanza resuscitava i cadaveri. I fanciulli si contorcevano nella sporcizia dei loculi e strisciavano lontano dagli appetiti dell'ombra: che spaccava i loro crani con una roncola d'aria nera.
Lui tirò tre verrettoni contro il mostro: i dardi lo trapassarono, s'infilzarono nel tufo; l'immondo taverniere gli sorrise, sereno:
«Embeh? Sto scopando.»
Nicola bruciò d'ira, scagliò la ballista: l'arma gorgogliò nell'ectoplasma dell'essere e cadde impiastricciata sulle lastre del pavimento.
«Perché t'arrabbi tanto? Che vuoi? Sono in pace. Sono morto da cristiano con i debiti sacramenti; ho lavate le mie colpe e me la spasso con i mocciosi. Voi vivi non vi riguarda.»
«Hai dannato i bambini che uccidesti da vivo e tormenti i fanciulli che giacevano sepolti; e attossichi di angoscia i Natali dei cittadini!»
Il fantasma smorfiò di insopportabile indifferenza, si grattò i genitali e si strinse nelle spalle:
«... ma voialtri mi garantite che sarò salvo lo stesso, è così?...»
Nicola si sedette su una colonna crollata, ispirò profondamente e domandò con voce mite:
«Figliolo, quale è il tuo nome di battesimo?»
«Timoteo di Aristotile e di Porzia Lucilla: convertito e battezzato nell'anno Dodici, da adulto, nella basilica e cattedrale di Myra.»
«Dunque appartenesti a quel gregge e quella diocesi?»
«Vi appartengo tutt'ora.»
Lui si alzò di colpo dal trochilo spezzato, e impose l'anello sulle labbra allo spettro:
«Riconosci il tuo Vescovo!», il mostro si sottomise, «Ti revoco l'estrema unzione!»
L'ombra affiochì, ritornò corpo fisico: l'empietà di trecento anni la corruppe di piaghe, la impastò con la polvere e sozzura del sepolcro. Nicola la spintonò, ruzzolò alla balestra, caricò tre quadrella e puntò alla creatura: l'oste era ridotto ad un flaccido cadavere dalla pelle purulenta, giallognola e crepata, un amalgama ammalato di fanghiglia e di carne.
Vulnerabile ai colpi.
Quell'empio peccatore l'assalì con un ruggito. Lui lo inchiodò coi verrettoni alle parete, tornò nel corridoio e riprese il pastorale. E affondò l'estremità fiammeggiante nei visceri gonfi di umori e di gas:
«... nel nome del Padre, del Figlio e lo Spirito!», l'abominio scoppiò.


Nicola attraversava la processione di spettri che esalava dai cadaveri dagli scogli alle mura. I corpi si afflosciavano svuotati all'improvviso, svanivano in cenere; gli spiriti dei bimbi si addensavano sull'erba.
Un alito raggelato di migliaia di volti, una coltre di anime con gli occhi limpidi e luccicanti. Piangevano di redenzione e d'innocenza restituita, guardavano al cielo.
Le campane della città rintoccarono la mezzanotte, gli spiriti intonarono l'Adeste Fideles: la laude investì gli ingressi neri delle cripte e ruggì in profondità come un'onda che lavi. I bambini svanirono nella notte di Natale col venite adoremus che vibrava sulle labbra.
Lui ritrovò la macchina camminatrice rovesciata fra i fili d'erba in uno strato di polvere: sembrava che il vento si affrettasse a spazzarla, e lo tirasse per il talare ché riprendesse le redini. Drizzò l'ordigno in piedi, imbracciò la balestra, obbedì a quell'impulso e guidò verso Myra.
Grida di pipistrelli ed ululati di lupi, sibili di bisce e bubboli d'upupe, lo insultarono rancorosi dalle tenebre circostanti: il vocio dell'Inferno che ammetteva la sua sconfitta, pretendeva rivalsa.
Nicola impennò col marchingegno contro il buio, incoccò tre quadrella e brandì il pastorale:
«Stanotte è Natale, progenie di Satana: vi porto i miei doni...»




(1) Un oste violentò e uccise alcuni bambini, e li seppellì in pezzi sotto la sua locanda.
(2) Renne, in latino
(3) Un aggeggio per voi, Vescovo, che siamo convinti vi sarà utile

L'ebook HydroPunk - The Drowned Century è finalmente disponibile per essere scaricato dal blog Minuetto Express! L'antologia, a cura di Giovanni Grotto, contiene i racconti vincitori dell'omonimo concorso letterario svoltosi lo scorso anno, ovvero:

  • Mareah & Juliette, di Alessandro Forlani;
  • Tempi Interessanti, di Davide Mana;
  • Gli Acquanauti degli Oceani Boreali, di Mauro Longo;
  • Moby Dick Project, di Enzo Milano;
  • Sotto Pressione, di Gabriele Falciani;
  • L'Arcipelago di Ulisse, di Ariano Geta;
  • Nuovo Mondo, di Stefano Trevisan;
  • Caccia Grossa, di Massimo Mazzoni;
  • Gli Occhi del Mostro, di Moreno Pavanello;
  • Fuochi Fatui, di Francesca Rossi;
  • Imperius Rex, di Marco Montozzi;
  • Contro Natura, di Stefano Busato Danesi;
  • Scogliere, di Alessio Brugnoli;
  • La Caccia dell'Albatross, di Marcello Nicolini
L'ebook è in formato epub, l'impaginazione è a cura di Matteo Poropat e la copertina è stata realizzata da Giordano Efrodini. Presto sarà disponibile una versione in formato mobi su Amazon: la "variant edition" conterrà un piccolo extra e sfoggerà una versione rivista e corretta della copertina classica, realizzata da Marco Mottura.
Due titoli in uscita questo mese: su Amazon e principali webstore è da oggi disponibile La Macchina Insurrezionale, una nuova avventura steampunk risorgimentale che pubblico con Imperium.


La Macchina Insurrezionale di Alessandro Forlani (vincitore Premio Urania 2011) - Collana Imperium - 1,49€ OFFERTA DI LANCIO PER POCHI GIORNI: 0,99€

Uno spettro a vapore si aggira per l'Europa. All'indomani dei Moti del 1848, e della Guerra di Indipendenza Italiana, il tenente Caravà, dell'Esercito Austro-Ungarico, è sulle tracce di un ordigno di distruzione di massa che minaccia l'anarchia in tutti i Regni del continente. Gli scontri all'arma bianca con automi mostruosi, le battaglie fra aeronavi, un sulfureo nemico, i pericoli che l'ufficiale dovrà affrontare nella sua caccia, sono nulla a confronto di una grande cospirazione a danno della pace e la concordia fra i popoli... e del potere terrificante della Macchina Insurrezionale!

Dall'autore Premio Urania/Mondadori, autore di Centralino Celeste per la Collana Imperium, un nuovo, coinvolgente, racconto steampunk.


Sul numero 1601 di "Urania", Pianeta Stregato, di D. Gerrold e L. Niven, troverete il racconto Materia Prima,  vincitore 2013 del Premio Stella Doppia:

Il racconto del dramma di un gruppo di operai su una stazione orbitale, impossibilitati al rientro sulla Terra a causa di tagli ai costi.

Mi accorgo solo oggi di questo "consiglio di lettura per Halloween", di Francesca Panzacchi, pubblicato su Scrittevolmente:

«Si tratta di un breve e densissimo romanzo che, se pur vincitore del premio Urania, è totalmente intessuto da elementi weird orrorifici. Cannibalismo, stragi e scene splatter vissuti dal punto di vista di protagonisti irritanti e quasi inumani. Un libretto di gran pregio.»
Recensione di Giulia Segalla dal blog dell'autrice

Il mio Kindle è pieno zeppo di guide, manuali e prontuari sulla scrittura. (...) Non sottovaluterei neanche Alessandro Forlani, autore di alcuni libri tra i quali Com'è facile scrivere difficile che ho divorato ieri sera. Vi dirò: all'inizio mi sembrava il solito libercolo del solito grillo parlante (la copertina non mi ha incoraggiata a prenderlo molto sul serio), invece è riuscito a stupirmi e a farmi ricredere. La parte più utile del volume, secondo me, sono gli esempi concreti che evidenziano come una frase può cambiare e diventare più fluida, leggera e interessante se scritta in un modo piuttosto che in un altro. Questo libro non parla di seo, keyword, social, blog e link; non insegna a spammare il web con banalità ben ottimizzate o a scrivere testi vuoti per gli amanti di Fabio Volo e Paulo Coelho, ma dà ottimi spunti per ragionare sulla costruzione di periodi, dialoghi e descrizioni piacevoli. Dà ottimi spunti, ma richiede approfondimenti, date le 48 pagine. Lo consiglio come un buon inizio a chi studia e vuole imparare a scrivere, per quanto farebbe bene a molti presunti “professionisti”.


Un "racconto d'occasione" per gli amici di Ferrara che domenica 13 mi incontreranno al Galacticon. Date le circostanze, avverto che si tratta di una novelluccia che apprezzerà particolarmente chi è buon lettore (o spettatore...) di fantascienza; e comunque buona lettura a chiunque!  

Luca parcheggiò l'heliomobile nella piazza del "Boldini" già gremita di alieni: klingon, yautja, dalek e siloni in abiti terrestri del XX secolo. Kleeta squittì, spalancò la portiera, si tuffò fra la folla all'ingresso dell'edificio:
«Aspettami, cazzo!», lui le sibilò, «lo sai che mi imbarazza e non conosco nessuno!»
Ma già la fidanzata abbracciava un necromonger, e macchiava di rossetto l'armatura di un cyberman; e si stringeva per un'olofoto ricordo a un gruppetto di ewok in costume da manager:
«... giacca, cravatta, rolex e mocassini: perfette riproduzioni!», Luca sbigottì di tanto spreco imbecille di cura per il dettaglio, di tempo e di denaro, «ci hanno speso, di sicuro, centinaia di lactei»: non si sarebbe abituato mai, all'hobby cosplayer.
Sbatté la mano aperta sul tettuccio dell'heliomobile, e i sensori di sicurezza riconobbero le sue cellule: attivarono gli antifurto e serrarono gli sportelli.
Poi restò là, con le braccia conserte, ad attendere che Kleeta salutasse gli amici, si ricordasse che c'era lui, l'accompagnasse per la convention, decidesse di andarsene il più presto possibile.
Un tizio in anti-scooter gli atterrò quasi addosso, alzò la visiera e guardò dritto a lei:
«Cos'è, la tua ragazza?»
«... parrebbe...»
«È vulcaniana, eh? Che culo, c'hai avuto: gran fiche, quelle lì. E più calde delle spagnole e cubane. Io, purtroppo, sto con una di Romulus: frigida, praticamente... ma ormai sono otto anni, e si sa: l'abitudine... Siamo stati dei gran coglioni», il tizio sospirò, «a immaginarceli in un certo modo. Era tutto sbagliato.»
«Non leggo ottuscienza» Luca schiarì la voce, e sperò che la conversazione si arenasse e finisse lì.
«Va là, ché la sai lunga», il tizio ammiccò; gli strizzò i genitali e partì con l'anti-scooter.
«... Imbattersi in sciroccati in un posto da sciroccati...»; lui sopportò.
Kleeta alla buon'ora lo chiamò dall'ingresso, sventolò soddisfatta due biglietti digitali, insistette che si sbrigasse: e tenendosi per mano entrarono nel teatro.
L'insegna olografica Galacticon Forty-Six - Convention di Ottuscienza - Ferrara, 7-9 Ottobre 2053 illuminava di luce laser l'entusiasmo della folla; gli ologrammi di astronave, improbabili e vintage, solcavano i soffitti dei locali del festival.
Luca e la fidanzata passeggiarono fra gli stand: gazebo, bancarelle, e cabine di augmented reality, dedicate a vecchie serie, romanzi e fumetti di traveggole terrestri sulle razze dell'universo.
Due giovani borg, griffati Versace, ghignavano di ridicolo allo stand di Star Trek, rivedendo gli episodi di The Next Generation:
«... sono le due puntate che ti mancano ed ho io», godevano a punzecchiarsi, «io te l'ho detto, che era come era parso a me: i migliori episodi che riguardano la nostra specie...»
«... ma i miei olo-vd sono special edition; e prima ho guardato le puntate che mi parevano...»
Luca li spernacchiò per quell'enfasi nei pronomi, un eccesso di deodorante e l'invincibile spocchia. Kleeta lo azzittì, gli soffiò nell'orecchio:
«... siete voi che vi inventaste della Mente Alveare: altroché collettivisti; sono i narcisi dell'universo!»
Lui ne arrossì, la seguì in un'altra sala: un cinema-teatro di almeno cent'anni prima adattato per la convention a conferenze ed esposizioni.
L'Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, in imbarazzo su un palcoscenico, con in mano un microfono, ringraziava i partecipanti per la grande affluenza; cedeva la parola ad una tavola di scrittori che aprivano il dibattito sull'Ottuscienza in Italia: dagli Anni '50 all'Età del Contatto.
Gli alieni gorgogliarono di ilare tenerezza al racconto di come, nel recente passato, gli scrittori terrestri recepissero, inconsapevoli, i messaggi telepatici che attraversavano lo spazio-tempo destinati all'umanità del XX secolo; e li avessero tradotti in assurde fantasie. Non erano invenzioni loro, era tutto reale: dalle uova di xenomorfo fin i granchi di Yuggoth.
E ne avevano tratto delle storie sballate, e guastate di pregiudizi, di informazioni comprese male, e trasmesse persino peggio ad un pubblico di creduloni: guerre, malvagità, impossibili tecnologie; incubi sociologici ed ossimori biologici.
La chiamavano fantascienza, ed era un cumulo di qui-pro-quo.
E l'origine di equivoci imbarazzanti e pericolosi come il credere saggi quegli ebeti dei jedi; l'atterrire di truppe i mansueti klendathu.
Per l'uomo fino all'anno 2037, quando finalmente le razze si incontrarono, dialogarono, scambiarono conoscenze; e finirono persino a letto e convivere, come Luca con Kleeta da ormai qualche mese, scrittori come Verso, Tonani o Morellini, Catani e Masali, Versace e Mongai, erano nient'altro che talentuosi raccontaballe dall'ingegno profetico. Piuttosto erano sordi, con l'ipofisi ovattata; autori di volumi di colpevole ottuscienza.
Gli alieni, se non altro, la trovavano divertente. In occasioni come Lucca o Ferrara, convention a Roma, Milano e Trieste, imitavano l'umanità che li sognò così strani: fingendosi commesse, teen-ager, operai, impiegati ministeriali ed autisti di taxi.
Luca si ritrovò, nel vagare fra i tavoli, ad un crocchio di vulcaniani mascherati da muratori: le tute, le scarpe, le cazzuole sporcate ad arte e lo "Shirkahr Express" piegato per cappello.
Con Kleeta, di nuovo, tutt'un bacio ed un abbraccio; lacrime e voce rotta e singhiozzi di commozione.
E mani di questi amici fin sul culo di lei perché, si capisce, da quant'è che non ti vedooo?! Stai benissimooo!, sentiamociii! Ciaooo! Ci si rivedeee!
E quei discorsi del rompiballe con l'anti-scooter sulle frigide romulane e gli ormoni dei vulcaniani. E sull'avere sbagliato tutto, a proposito di extraterrestri.
Luca si intromise, e gli alieni si presentarono: tre nomi impronunciabili riassumibili in k ed u.
Si lasciarono allo stand dedicato a Star Wars fra i flutti di pubblico in fila ai due mezzi: gli umani per entrare nell'abitacolo di un X-Wing; le altre razze della Via Lattea per salire su una ruspa.
Lui sorrise di quell'Etereo e rugoso Tau che strillava come un bambino ché gli lasciassero le due leve.
Si accorse che Kleeta, sulle punte dei piedi, ancora guardava nella ressa eterogenea ai cosplayer del suo pianeta. Finché non scomparvero:
«... e chi erano?», arricciò le labbra, «Amici cari? Me ne hai parlato?»
Lei si imporporò:
«Shuktùruk, quello figo... in effetti... è il mio ex. Lavora con mio padre alle cave su Vulcano. Gli altri, i suoi colleghi, li conosco di vista.»
«Sarebbero dei cavapietre?!», Luca trasecolò, «Vengono sulla Terra da diciassette anni-luce, solo per i tre giorni di un festival di ottuscenza... e si travestono da muratori?!»
«Non mi aspetto che tu capisca, terricolo», Kleeta si irrigidì, «Questa intera convention, guardacaso...»
«Che cosa?!»
Terricolo, fra loro, era il prologo ad una lite.
Luca inghiottì la rabbia, la stizza per quel Shuktùruk: si impose di non guastare un pomeriggio già assurdo trascorso ad aggirarsi in una sala di mostri; felici di imitare le bassezze e fatiche da cui, nei week-end, si sperava di evadere.
«Mattoni qui sulla Terra e lapidi su Vulcano. Non so se l'universo è circolare e finito: per terrestri ed alieni, di sicuro, non se ne esce. Ma almeno voi umani ci provaste»; Kleeta scosse il capo divertita, e si passò le dita esili e brune fra i capelli antracite, «ci illudeste per qualche tempo di poter essere straordinari. Siete stati romantici.»
Lui guardò, a quella folla in costume, fra antenne e proboscidi ed ali e tentacoli; elitre e branchie e pinne ed artigli. Stretta in sudari di jeans e di blazer e Nike e t-shirt e mimetiche e anfibi.
Broker, insegnanti, piedipiatti e studenti. Cuochi e politicanti, portaborse ed edicolanti: i medesimi mestieri che svolgevano sui loro mondi. Da cui però non avevano mai guardato ad orride stelle e magnifiche galassie, lo sapevano com'era: un infinito lunedì mattina. Non avevano mai sperato che accadesse altrimenti.
C'era invece quel pianeta, altrove nell'universo, abitato da creature molto ingenue ed infantili: che avevano sperato, in un lontano futuro, di accendere con i phaser il grigiore dei giorni.
Avrebbe potuto essere emozionante, se a proposito dei terrestri si fossero sbagliati: ma non c'erano sospetti su ammiragli di astronave; non c'erano supervillain o talenti del Male; né alcuna divinità cieca & idiota nel cosmo.
Solo un sasso d'acqua e nubi colorato di azzurro.
«... voi umani ciò nonostante scherzate; e raccontate baggianate su Helion e persino, dopo il 1999, sui percorsi fuori orbita di un'unica luna. Ve n'è rimasta soltanto una, delle due che avevate; ce l'avete sotto gli occhi ogni notte: e lo stesso vi entusiasmaste per quella fola. Ma come ci riuscite, a spassarvela a questo modo?»
Quanti brividi, loro, ci avevano regalato! E noi non avevamo corrisposto.
Uscirono a respirare su una terrazza di galleria. Luca si intristì dello spettacolo di uno yith che in cappello e giacchetta lisa, con un cartoccio di arachidi, giocava al pensionato sdraiato su una panchina: i piccioni beccavano indifferenti all'iridescenze e il puzzo extragalattico dei tre metri di mostro.
«Non fosse inumano... un vecchietto perfetto
L'essere guardava al cielo limpido, vuoto; strombazzava di goduria dagli orifizi rugosi:
«Urca che cosplayer! Com'è immedesimato! Dì, secondo te: che cosa sta guardando?»
«Non leggo ottuscienza; non so», lui ripeté.



Qualche numero, un paio di notizie: Com'è facile scrivere difficile, a sette giorni dalla pubblicazione per Imperium, è ancora nella top ten di Amazon dei manuali di scrittura; dal 16 al 19 settembre saldamente al primo posto in classifica! Vlad Sandrini ne ha parlato sul suo blog.

Inoltre: sono felice di partecipare con un paio di racconti, come già lo scorso anno, all'edizione 2013/14 del L'(N+1)esimo Libro della Fantascienza, simpatica antologia in e.book di Barabba Edizioni.

In ultimo, troverete il mio racconto Lezioni di Botanica nella silloge 3 Narratori, scaricabile gratuitamente in ePub o Kindle dal blog Argonauta Xeno
 


Buone letture!

"Com'è facile scrivere difficile" da oggi in e.book sugli scaffali di Amazon e Ultima Books


Un prontuario per aspiranti scrittori, soprattutto “di genere”, che tratta delle tecniche narrative in modo esaustivo, semplice e divertito; uno scambio di idee su strutture del racconto, dialoghi, personaggi e raccolta dei documenti. Un ilare confronto fra autore e lettore che procede per esempi pratici, citazioni e consigli; e che guarda alla narrativa che si confronta con il cinema, la scrittura televisiva e quella per il fumetto.



L’autore: Alessandro Forlani insegna sceneggiatura all'Accademia di Belle Arti di Macerata e Scuola Comics Pescara. Premio Urania/Mondadori 2011 con il romanzo I Senza Tempo, vincitore e finalista di altri premi di narrativa di genere, tra cui il Premio Stella Doppia Urania/Mondadori 2013.
E' già disponibile sugli scaffali di Lulu la versione cartacea di Com'è facile scrivere difficile:

Un prontuario per aspiranti scrittori, soprattutto “di genere”, che tratta delle tecniche narrative in modo esaustivo, semplice e divertito; uno scambio di idee su strutture del racconto, dialoghi, personaggi e raccolta dei documenti. Un ilare confronto fra autore e lettore che procede per esempi pratici, citazioni e consigli; e che guarda alla narrativa che si confronta con il cinema, la scrittura televisiva e quella per il fumetto.

Buona lettura!     
Recensione di Vito Introna dal sito Edorzar - Fantascienza e Non Solo:

QUARTA: Chi sono il dottor commercialista Totali, l'avvocato fallimentare Pantocrati, il notaio Maggioritariis? E soprattutto, chi è Monostatos il risvegliato? (Questi nomi, presi a prestito nel 2012, nascondono attività mostruose.) Chi ha assassinato i bambini di una scuola elementare di provincia, divorandoli? (Le indagini sono tuttora in corso.) Cosa vogliono gli Archiburoboti, invasori meccanici già in marcia nel 2024? L'intempestiva risposta arriverà nella spaventosa Italia che ci aspetta nel 2036, in un romanzo di magistrali nefandezze e originalità assoluta, vincitore del premio indetto annualmente da "Urania".

TRAMA/SPOILER: un futuro e un passato non lontani si intrecciano pericolosamente. Ragazzini iper-tecnologici, cyborg maldestri armati fino ai denti, mostri crudeli e spietati si avvicendano su una scena desolata e alienante. Un mondo preda dell'apatia, dell'insofferenza, dell'avidità. Questa la culla che ha generato i crudeli cannibali "Senza tempo".

INTRECCIO: si tratta di un romanzo breve e densissimo, dove le individualità hanno un peso relativo a favore dell'azione e delle considerazioni del narratore onnisciente. Tra scontri a fuoco, confusi piani di lotta, scene splatter e omicidi in serie il lettore non ha un minuto di pace. Un testo non facile, sublimato in poche e ben gestite situazioni a incastro.

STILE: curato all'estremo, astratto, ossessivo, elegante. Alessandro è uno scrittore di rango e il suo esordio col botto non può certo identificarsi in una letturina da ombrellone. Malgrado le descrizioni siano perfette e lascino scarso margine all'interpretazione del lettore, tutto il romanzo incede a media velocità, come un carro armato. Un testo monolitico, complesso, oltremodo interessante.

GIUDIZIO: molti critici hanno stigmatizzato la brevità di questo libro e i notevoli tributi versati al weird, a scapito dell'hard sf. Ma il weird è parte integrante della galassia fantascientifica e l'orrore che affiora ogni tre righe arricchisce, non svilisce il narrato. 

Il romanzo si conclude con alcuni racconti introduttivi che personalmente avrei anteposto, non posposto alla storia principale. Malgrado questa scelta dell'editore, confermo che tanto la vittoria del Premio Urania che di quello Kipple non sono casuali: Alessandro scrive ottimamente, il suo romanzo è una perla nel desolato panorama del fantastico odierno e la relativa brevità della sua opera è ampiamente compensata dalla densità semantica che permea l'intero testo. 

L'autore pare risentire di influssi connettivisti e ciò contribuisce a rendere il romanzo appetibile al lettore impegnato, più che a quello generalista.

Lettura di valore.

Vlad Sandrini scrive su Imperium e vota cinque stelle Centralino Celeste


La lettura di Anniversario Fatale di Ward Moore, ormai mesi fa, mi ha portato a riflettere (ci ritorno ogni tanto) sulle grandi opportunità e difficoltà di un romanzo di fantascienza scritto in prima persona.

Il lavoro di Moore mi ha molto colpito: l'America Unionista sconfitta raccontata nei minimi, sofferti dettagli dal giovane Hodge è tanto più credibile quanto il protagonista appartiene alla microstoria. Non è la prospettiva di un Lincoln deposto che detta le sue memorie da una Sant'Elena americana, bensì di un contadino senza mezzi la cui massima aspirazione è quella di studiare. Soprattutto mi ha lasciato ammirato l'abilità dell'autore nel definirne la forma mentis: Hodge non divaga sui “se” e sui “ma” che avrebbero potuto (com'è successo in realtà) determinare la sua esistenza di cittadino di un Nord unito, vittorioso, ricco ed industriale; prende atto della propria condizione e la vive qual è. La conosce qual è e non altrimenti. Moore non cade nella trappola suggestiva di immaginare e raccontarci il turning point distopico, perché è Hodge che sta narrando, sono altri i suoi problemi. L'ipotesi fantastorica sullo scontro di Gettysburg vinta dai Sudisti, persa dai Nordisti, viene presa in considerazione secondo opportunità. In questo ho trovato Anniversario Fatale persino superiore al Fatherland di Harris, dove un tour di Berlino diventa un infodump; o alla Svastica sul Sole, di Dick, dove un ricordo di Joe Cinnadella, sulla Guerra alternativa in Africa, scade, a tratti, un po' troppo nello “spiegone”.

Uno dei problemi del raccontare in prima persona, forse il più difficile da affrontare, e virtualmente impossibile da risolvere, è la scelta del narratore. Ovvero: se volessi per esempio un marinaio protagonista, sarei capace di esprimermi come lui? Non solo in termini di gergo e competenze (quelle, forse, potrei acquisirle quel minimo che è necessario consultando un prontuario; studiando un manuale di nautica o leggendo qualche romanzo di mare), quanto, piuttosto, in termini culturali, sintattici e linguistici: che incidono più di quanto si creda sulla trama e sull'ordine degli eventi.

La mia prosa, il mio modo di esprimermi come autore in terza persona, è formato dalle letture e dagli ambiti che frequento (con “letture”, come sempre, intendo anche i film, il teatro, la musica eccetera): posso cogliere e riportare un certo gergo, imitarne di altri; restituire atmosfere, caratteri e linguaggi sulle solide fondamenta del cosiddetto immaginario condiviso. Non è difficile, per un autore professionista, scrivere un militare, uno studente universitario, un barista, una prostituta, un manager, un artista, una qualsiasi “categoria” del presente e passato in maniera plausibile per un pubblico di massa: soprattutto se osservati dall'alto, e lontano, e le storie che li coinvolgono procedono per tappe. I “luoghi comuni” (o chiamateli archetipi) lavorano per noi: anzi il lettore è spesso contrariato se “di solito non è così, che si esprime e/o si comporta un ...”. Ma se cercassi di riportare quelli di un marinaio, al livello più profondo, autentico ed esteso che è richiesto da un romanzo raccontato “in soggettiva”, la parola suonerebbe falsa; non potrebbe sostenerne l'intera architettura.

Il linguaggio determina anche il modo di pensare, definire, percepire e rapportarsi alle cose; di conseguenza le azioni di un personaggio. E le azioni sono i ciottoli sulla cima del monte che rovinano a valle nella frana del plot. Se il profano fa distinzioni (nella sua mente e comportamento e vocabolario; nelle scelte presso i bivi della trama) solo fra “barca”, “nave” e poco più, il marinaio sa bene – e si comporta di conseguenza – che navigare su una “goletta”, “corvetta” o “fregata”; remare su un “canotto”, in mare può fare un'enorme differenza. Per un broker il gergo della Borsa determina il lastrico, oppure la fortuna; un tecnico (in qualsiasi disciplina) è a tal punto abituato ai termini del mestiere che quelli che riteniamo sinonimi gli appaiono errati, e riferendo delle proprie esperienze (raccontando di sé, delle proprie vicende) di certo li eviterebbe. Ascoltate un avvocato argomentare le proprie tesi, e scoprirete che la sintassi, al contrario della Legge che egli serve, non è uguale per tutti; accennate ad un biologo alle “emozioni” degli animali e quello vi guarderà sconcertato, convinto che le bestie non abbiano che “istinti”.

Applicato a un universo fantascientifico o fantasy, che abbia la pretesa di riuscire credibile, la prima persona è ancora più difficile. Ai problemi cui sopra si aggiunge, infatti, il collocare il narratore-protagonista in un mondo (o tempo, o realtà alternativa) che seppure poco discosto dal nostro di fatto non esiste; cui occorre definire i dettagli preoccupandosi degli effetti sul carattere del personaggio. E quanto più sarà intima e vicina la voce narrante al contesto narrato, tanto più questi dettagli incideranno profondamente.

A un autore di storie di fantascienza potrebbe persino sembrare paradossale: ma curare questo aspetto di un romanzo “in soggettiva” significa, a volte, rinunciare a quelle pagine fascinose che si crede erroneamente che ne siano la forza. La narrativa lo ha scoperto con il trascorrere dei decenni, ed è un errore che i dilettanti commettono di frequente. Le descrizioni immaginifiche di Marte dell'ufficiale John Carter di Burroughs, per esempio, sono meno potenti degli scorci di caverne percepite dai ciechi di Universo senza luce; perché Galouye ha saputo mostrarci, e farci soprattutto percepire da talpe, non più in là dei pochi metri dove scorgono le sue talpe.  

L'abitudine ad una forma di governo, o convenzione sociale, presenza o tecnologia sulle azioni ed i pensieri di un personaggio raccontato in terza persona riescono efficaci in quanto, dall'esterno, l'autore e il lettore riflettono ad ogni passo sullo stato o condizione del personaggio medesimo: così ci spaventiamo dell'Inghilterra di Orwell o dei roghi di libri di Fahrenheit di Bradbury. Nel racconto in prima persona, al contrario, racconto non solo ciò che conosco (più o meno indirettamente), ma anche e soprattutto ciò che sono; non vedo, non conosco “da fuori”. E' ciò che rende Un'arancia a orologeria, di Burgess, l'autentico capolavoro di fantascienza e di linguaggio che è.

Nel racconto di fantascienza o fantastico, come in parte nel romanzo storico, e ambientato in contesti cui l'autore non appartiene (è impossibile che vi appartenga) esiste un impedimento di ordine epistemologico alla piena condivisione del vissuto dei personaggi; quindi in teoria non è possibile un Io Narrante. L'eccezionale Brigadiere Gerard di Arthur Conan Doyle è ben riuscito perché è “sopra le righe”; Doyle - che pure fu soldato nel secolo XIX - non poteva condividere ed esprimere fino in fondo il sentire e l'esperienza di un ussaro napoleonico. Posso fingermi la Sentinella di Brown (che non è in prima persona, ma molto ravvicinata!), ma mi accorgo che quel racconto ci impressiona da sempre perché il mostro si consuma di un angoscia tutta umana; non ha quell' “l'intelletto vasto, freddo e ostile” che Wells attribuisce agli alieni da altri mondi.

L'ideale sarebbe un Io Narrante il più possibile a nostra immagine e somiglianza: ma non tutti siamo Hassel e McNab, non abbiamo quell'avvincente bagaglio. Se siamo solamente autoruncoli, forse, è meglio lasciare perdere... Avete presente quei romanzi sugli scrittori, quei film sul cinema di moda anni fa? Quell'antipatica sensazione di assistere dal parcheggio ad un party in terrazza cui non siamo invitati... Se non volete, come Baudelaire, che il lettore vi sia nemico, suggerisco di non tentare di raccontarvi su Marte. Soprattutto: quanto è plausibile che potremo assomigliarci nel 3313 in un'altra galassia?

Affinando questo genere di riflessioni, si dovrebbe rinunciare a un romanzo di fantascienza scritto interamente in prima persona: il che sarebbe una sciocchezza accademica, un ottuso dettato da barbogi dell'ateneo.

Ciò che conta è che serva allo scopo, diverta, interessi e in coscienza sia scritto bene.
Edited by K.D.. Powered by Blogger.