Ho un'idea molto semplice del genere steampunk, specie dello steampunk di ambientazione italiana: la visione molto sopra le righe di un secolo molto sopra le righe.
Non a caso, fino a qui, ho scritto tre volte molto.
Dall'eroico Risorgimento fin il gesto dannunziano, passando per i libretti, le partiture di operette e melodrammi; e le Lettere dell'Ortis e il ritmo militare di un Marzo 1821, il nostro è un '800 dell'enfasi: e a farlo diventare un '800 del fantasy - fosse solo per assonanza - non ci vuole granché. Questa breve riflessione che pubblico è derivata dalla stesura di Clara Hörbiger: un romanzo steampunk di ambientazione lombardo-veneta il cui titolo definitivo sarà, ormai l'ho deciso, Una Insulsa Invasione. La scrittura in particolare dei dialoghi, più ancora del descrittivo di enormi macchine, dirigibili, di roboti e cannonate, mi ha convinto del carattere - e la funzione di straniamento - delle linee di dialogo nella prosa "a vapore".
Che i dialoghi non debbano ripetere l'azione; non esaurirsi in una botta e risposta e che servano a progredire la storia, aggiungendo informazioni per "rilanciare" il racconto, sono salubri accorgimenti dello scrivere narrativa. Ma, se assumiamo lo steampunk soprattutto per il valore del suo suffisso (di ilare, e parodistica restituzione della nostra società; dell'evidenza dei suoi difetti e contraddizioni alla lente di un retro-futurismo, l'ammettere con William Gibson che “siamo i Vittoriani”), i dialoghi acquisiscono un'ulteriore funzione, e diventano l'incidente stradale del verfremdungseffekt teorizzato da Bertolt Brecht.
Per scrivere battute di personaggi steampunk, da che ho preso a praticare questo genere di fantascienza, ho a modello i libretti d'opera soprattutto di Gioacchino Rossini: quegli scambi fra personaggi borghesi, quelle maschere da comédie del loro tempo, che esageravano in palpiti, svenimenti e cervelli in fiamme (sic!) situazioni niente affatto drammatiche quali un qui-pro-quo o lo scambio di una lettera. A confronto con i testi di un Da Ponte, o persino gli eroi barocchi di un Haendel... beh, nel Seicento e Settecento si esprimevano in modo molto più sobrio, considerato che Don Giovanni sta per cadere all'Inferno e che Rinaldo è un paladino contro “furie d'Aletto”.
Ma è stato solo dopo aver capito che travisavo, che ho scelto quel modello.
Ascoltavo il Viaggio a Reims, la Matilde di Shabran; il Barbiere di Siviglia e Cenerentola con un orecchio troppo ironico, da "lettore" contemporaneo: credevo scherzassero, perché a me divertivano. Ma scorrendo le recensioni coeve, per cui si applaudiva ad un Otello caucasico in quanto, con buona pace di William Shakespeare, “non è credibile che una fanciulla veneziana, e di nobili origini, si innamori di un negro”, mi son convinto che per davvero, dentro quei palchi, e poi gli appartamenti tornando da teatro, abitassero persone che si ammalavano, o si shoccavano, e cadeva preda di isteria, se scambiavano un fazzoletto per un altro o sorprendevano l'amata/amato con un abito diverso dall'usato.
Sintassi esagerate per un'epoca che esagerava (e si esagerava); un'epoca ipocondriaca di svenimenti senza alcun sintomo. Di reggimenti che in formazione napoleonica, e giubbe blu e calzoni rossi in trincea, affrontarono i 400 proiettili al minuto delle Vickers-Maxim.
Poi si accorsero – increscioso! - che era finita la Belle Epoque...
Il sense of wonder degli automi ed aerostati, di Caporetto combattuta con i mecha e i viaggi sulla Luna a bordo di proiettili, non si ottiene soltanto con paragrafi descrittivi della stazza e complessità di un Albatros di Robur; né basta un computer del secolo XIX a persuadermi che sto guardando nel retroscopio steampunk; o a sospendere la mia incredulità da un incipit di ingranaggi a un epilogo d'esplosioni: mi occorre che i personaggi magnifichino quel delirio con l'enfatica coerenza di ogni loro enunciato. Se il mio metro di paragone sarà il Volo su Vienna, la Grande Esposizione o le miglia di Orient Express, come potrò non esprimermi per iperbole? Lo facevano, nell'universo reale, al venticello della calunnia che tuonava in cannonate: figuriamoci in quest'altro spazio-tempo!
Lo stesso Paul De Filippo ha compreso ed usato questo strumento socio-culturale e stilistico dell'800: e in Vittoria, per esempio (se ben rammento: ma sto andando a memoria...) entra in scena all'improvviso un criminale che non possiamo ri-conoscere, lì dov'è, leggendolo da lettori contemporanei, ma è introdotto con quell'articolo il che nell'opera musicale annunciava il Messaggero; il Portatore della Lettera; il Giudice, Figlio Prodigo eccetera: che entrava con enfasi e gesto risolutore; e che il pubblico del melodramma riconosceva immediatamente e cui subito dava credito.
Un credito eccessivo, potremmo obiettare noi: non ci fumano le meningi; non ci palpitano i cuori...
L'avvertimento di questa lingua molto sopra le righe otterrà lo stesso effetto della tecnica brechtiana. La "distanza" parodistica che le battute stabiliranno, fra personaggio e lettore, disporrà a un atteggiamento critico e analitico (degli stessi personaggi, della storia, l'ambientazione, dell'eventuale metafora che quest'ultime sottintendono): che è quanto mi interessa in uno steam che sia punk.



Gli scrittori regalano racconti: buon Natale, lettori!

 Eucàri si grattò l'esoscheletro, distese le sei zampe sulla consolle olografica; sbadigliò allo schermo azzurro virtuale che gli mostrava gli stessi dati, le stesse immagini, da duecentosettanta orbite. Il monotono gorgoglio del computer dell'astronave gli confermò che la rotta corrispondeva al programma: quel volo geostazionario, in assetto occultato, attorno ad un pianeta di orrendi trogloditi.
Neutìli scivolò fin in plancia, gli offrì del brodo caldo di plancton; rannicchiatosi nel proprio guscio di guida si infilzò i connettori nel subcervello ventrale. Guardò all'olomonitor:
«... e insomma: novità?»
«Non è una missione che riservi sai che sorprese: 'ste routine me le imponevano quand'ero calamaro, ma adesso...»
«Dài, lo sai: ci vuol pazienza con i selvaggi.»
«Santo Ctutuluu! Ma seguire una stella! Noi lo facevamo già all'Età del Corallo, che eravamo primitivi e migravamo con le correnti!»
«Questi sono molto, molto arretrati»; Neutìli, sconsolato, si strinse nel carapace, «vanno accompagnati tenendoli per le zampe.»
Eucàri ingrandì l'oloripresa dei telescopi: gli apparvero gli alieni che osservavano da un ciclo. Quegli esseri patetici, in arcione a tre mostri, che arrancavano nella notte in un gelido deserto.
«Quattro sole estremità, né proboscide, né antenne... »; li guardava, ogni volta, impietosito e schifato.
«Ahiloro, l'evoluzione li ha proprio fatto dispetto! Li lasciassimo a sé stessi, si estinguerebbero in uno sputo. Ciò nondimeno, ci sono utili: sono i soli abitanti intelligenti del sistema di Stella Nana; fra due, tremila anni, potenziali alleati.»
Lui zoomò sui poveracci là in basso, esseri ingobbiti dalla vecchiezza di quella specie; in abiti sgargianti, incoronati di tiare, con i forzieri legati in sella tutti intarsiati di simboli: avrvm, incensvm e myrrha.
«Tsè, intelligenti! Quei tre, in particolare...»
«Al Quartier Generale, sono convinti che si tratti di tre scienziati... per quel che vale fra i cavernicoli questo termine... e che viaggino da un anno per assistere a un certo evento, che è cruciale per il progresso di questa razza.»
«Si istradano», lui ronzò, «ma non sanno orientarsi!»
«Per questo siamo qui.»
Il computer li avvertì che era tempo si palesassero: sincronizzarono gli orologi di bordo sui cicli del pianeta. Operarono sui sistemi di occultamento e lo scafo si dissolse in una nube lucente, dalla poppa eruttò una coda bianca; scesero di quota sulle terre dei selvaggi. Le olocamere inquadrarono moltitudini sbigottite che si affacciavano dalle tane per assistere al loro volo; o sgozzavano quegli orridi, villosi quadrupedi, ne frugavano le interiora ne versavano gli icori. Sulle terrazze degli edifici e le predelle dei templi. Gli xeno stregoni, sciamani, guaritori, maghi, indovini - che accidenti mai fossero: ché ad Eucàri sembrò ridicolo, qualificarli studiosi - tirarono le briglie delle mostruose cavalcature, consultarono certe carte e esultarono e spronarono.
«Ci hanno visto, ci seguono», Neutìli confermò, «reattori frenanti e manteniamo la rotta: piano, al loro passo. Ricordati che non possiedono un'ottica: accelerassimo di anche poco, scompariremmo alla loro vista.»
Lui badò frustrato alla manovra dell'astronave, il quadro si illuminò di coordinate e di linee rosse; di una rotta arzigogolata, e incoerente nel cielo alieno, che un bolide celeste non avrebbe mai percorsa:
«... e invece, ci osservano da un anno e ci credono una cometa!...»
«Coordinate», Neutìli dettò, «Ventuno, venticinque, e trentacinque pharkad; trentanove, quarantanove, e trentacinque meràk.»
Il computer suonò l'allarme di intrusione nell'orbita, e la sagoma affilata di un vascello Pterottita scintillò sull'oloschermo dietro a loro di qualche miglio.
«Che ci fanno da queste parti quei gran figli d'ippocampo?!», Eucàri imprecò, «la Marina ci aveva detto ch'era un'area sicura!»
La nave si avvicinò in ostile silenzio radio, spiegò l'ali stracariche di missili e attivò la trivella che le ornava la adunca prora. Neutìli si affrettò agli interruttori di termoscudi, e ordinò contromisure al computer che oppose un asettico e drammatico inefficaci. Sui monitor brillarono in terribile intermittenza le schede tecniche dei siluri, le lance plasma, e il rostro che gli avversari già armavano loro contro.
Eucàri si bagnò di inchiostro nero di fifa:
«Non abbiamo protezione da quel genere di arsenale!»; e si spostò fino alla barra di curvatura per iniettare nei motori quantistici. Neutili impostò la traiettoria di fuga, ma gli strumenti li avvertirono che i sistemi di occultamento avevano già esaurita l'energia necessaria.
«... stato di efficienza reattori discontinuum: 24.4%», gemette il computer, «impossibile evadere in immaterium...»
«Disattiva il camuffamento!», Eucàri frinì, «Che ci frega dei trogloditi?!»
Nei tre grappoli d'occhi di Neutìli impietrito brillò un terrore cupo, gli si sbiancò la chitina:
«... troppo tardi: siamo morti...»
Il vascello Pterottita piovve raggi e torpedini, il plasma trapassò nelle difese dell'astronave; dissolse i termoscudi in un barbaglio rossastro. I missili scrosciarono contro lo scafo di ceramite, squarciarono la poppa e schiantarono la chiglia. Un'altra salva centrò la sala macchine, e i lampi bianchi, abbacinanti delle implosioni, si accesero e si estinsero nel silenzio del cosmo.
Eucàri e Neutìli, nell'inferno di fiamme e scariche, contemplarono agghiacciati quell'aculeo gigantesco, la trivella di titanio che accelerava nel vuoto. Si avvinghiarono per le zampe, si attorcigliarono le proboscidi, si annodarono l'un l'altro le antenne e ritirarono i grumi d'occhi nel guscio.
Lo sperone penetrò nel vetracciaio del cockpit: e il gelo, il nulla e l'oscurità ulularono nella cabina distrutta.


Ornìete scese giù dal trespolo di controllo, si affacciò, soddisfatto, all'oblò che guardava a poppa: i lacerti d'acciaio e vetro dell'astronave nemica galleggiavano nello spazio nella scia dei loro razzi. Si accorse dei cadaveri - i fottuti Mollusshiti - che  fluttuavano fra i rottami in una crosta di schiuma gialla: li mostrò al copilota.
«Ben fatto, signore!», Strutìete cinguettò.
Lui proiettò l'olo-cartina del mondo azzurro conquistato al nemico, decrittò i loro scambi, le informazioni captate, e i registri di volo e le immagini riprese. Puntò l'ottica della nave su quegli indigeni nel deserto; quei tre.
Li studiò guardare in alto, quasi dentro i telescopi, con quei musi spiacevoli senza becco, e spennati, gli occhi ravvicinati e quell'orribile collo corto: gli sembrarono smarriti; srotolarono certi loro incunaboli e misurarono con strumenti preistorici.
«... ma allora è tutto vero!», Strutìete starnazzò; gli si rizzarono le piume in testa e sconcertato rizzò la coda, «tutt'al più dodici giorni di cammino, e sarebbero arrivati in quel diamine di villaggio, e assistito a quell'evento che li avrebbe fatti evolvere!»
«... e quei pazzi Mollusshiti che li stavano aiutando! Si dev'essere dementi, a aver che fare con questa razza...»
«Andiamocene, capo: 'sto pianeta mi dà alle uova.»
Ornìete tornò sul trespolo, beccò alle consolle, sfregò con le remigranti gli interruttori e le leve:
«Non rischiamo un altro insieme di circostanze che favorisca queste bestie schifose: bisogna produrne una, che le accontenti e le confonda per sempre. Sistemi polimorfici a immagine di cometa», ordinò, «identica al simulacro dell'astronave distrutta. Nuove coordinate: trentuno, quarantadue, diciassette polare; trentacinque, dodici e tredici solare.»
«Gli indigeni ci hanno visto e ci seguono», Strutìete confermò, «sembrerebbe sorridano.»
«Portiamoli in quella fogna di mistici e esaltati, quel ghetto di allucinati... Com'è, che lo chiamano?»
L'altro toccò col becco quel puntolino sull'olo-mappa:
«Il computer segnala un picco di psico-assurdo dimensionale, là, stanotte; loro ci arriveranno il sesto giorno della nuova rotazione attorno alla Nana Rossa: è Betlemme, è corretto?»
«Sì: e vedremo», Ornìete ghignò, «se mai progrediranno...»



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Alla vigilia della "Guerra d'Inverno" fra Finlandia e Unione Sovietica (1939) l'inflessibile, fanatico commissario politico Anatoliy Volkov è incaricato del recupero di un velivolo misterioso precipitato in territorio nemico. Nel profondo di foreste di betulle, in sinistri laboratori, nell'inverno tenebroso dell'Artico, i soldati dell'Armata Rossa dovranno battersi contro i cecchini nemici; scopriranno un orrore preistorico che minaccia l'intera umanità.
Un vivido, feroce, incalzante romanzo breve di fantascienza di Alessandro Forlani.


Illustrazione di copertina: Franco Brambilla
  
Buona fortuna Compagno Commissario Politico Anatoliy Volkov! (by Franco Brambilla)





 


 













Un libro è di quei doni come le scatole dei dolcetti, le bottiglie di spumante e i bei mazzi di gerbere: sta bene dappertutto! Se a Natale perciò siete indecisi su che cosa appioppare a conoscenti e parenti (ché spero che per gli amici si scelga con sentimento...) approfittate di questa offerta di Lulu:

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Leggete e Buone Feste!


In arrivo su tutti i webstore il numero 4 di "Scritture Aliene", curato da Vito Introna, cui partecipo con il racconto E tutto brillerà di più. La rivista, con l'ottima cover di Ugo Spezza, contiene racconti di Tommaso Russo, Francesca Panzacchi, Angelo Curcio. Frank Detari, Luigi Bonaro e dello stesso Spezza.



... e insomma, c'è questo fatto: ogni volta che ririvedo in tivù un film di Leone, mi vien voglia di scrivere un western. Cowboy, cappelli, pistole e saloon! Personaggi e linguaggio da incudine e pialla, dialoghi che esplodono come scariche di Winchester!... E allora, in attesa dell'uscita di "Anatoliy Volkov", di pareri su "Un Tempo Altrove", e in pausa forzata da progetti più corposi per sopraggiunti nuovi impegni professionali, oggi ho iniziato questo scherzo fanta-western. Date il benvenuto a un nuovo bad-ass: il pistolero psico-meccanico Zachary Tintoretto!


Il vento lo accecò di pulviscolo di calíce, rotolò le sterpaglie fin il cartello Stoneheaven. Il sole arrossò di un torrido tramonto l'aguzzo campanile della chiesa anabattista, le insegne degli empori, il bordello, il saloon e quelle sordide catapecchie che si ostinavano a dire case.
Quel tale di Touchstone lo aspettava laggiù, a un tiro di fucile dall'ultima staccionata.
Zachary si sfregò la faccia e gli occhi, la barba, dallo schifo di whisky che gli aveva tirato addosso; si pulì dalla saliva, il tabacco, dall'insulto vigliacco e cane, che gli aveva gridato contro alla presenza di troppi.
Donne, soprattutto, il gran figlio di puttana.
E sì: gli bruciavano le parole, ma l'avrebbe anche risolta a cazzotti, fosse stato un imbecille del posto; di quelli che il giorno dopo te lo ritrovi allo stesso banco, gli strizzi l'occhio che gli hai pestato e ci si scambia un goccetto.
Ma no.
Capì che la cagnara era soltanto un pretesto: quello, che lo adocchiava già da inizio serata, aveva subito slacciato la fondina; gli aveva inteso che lo aspettava di fuori e soffiato all'orecchio:
«… e saluti da...»
Boh? Non aveva capito, c'era chiasso nel bar. Uno stronzo prezzolato da un altro stronzo per saldare un qualche conto di nessuna importanza.
Forse.
Se però voleva un posto al cimitero, come i tanti che lo avevano preceduto, Zachary Tintoretto lo avrebbe accontentato.
Scoprì la medaglietta che portava appesa al collo: Maria Vergine scintillò nell'imbrunire infuocato. La baciò con devozione tre volte, pregò a Maris Stella; la tuffò nella flanella insozzata fra i peli del torace e il cotone di canottiera.
Camminò fin le propaggini della piccola città, si fermò quei dieci metri dal tizio che si usano fra gentleman quando c'è da ammazzarsi: si accorse solo allora d'avere il sole negli occhi, e che l'altro era un'ombra sfocata controluce alla palla rossa che scendeva all'orizzonte.
Ohcccazzo.
Si sforzò di non strizzare le palpebre né di fare le smorfie. Non volle dargli a intendergli di essere in svantaggio, ma il barbaglio lo obnubilava:
«... dopotutto», sputò nella polvere, «il bastardo sa il fatto proprio...»
C'era il trucco di perder tempo provocandolo a parole: dì, da dove vieni, chi ti manda, pivello?; cosa credi di fare?; ti ha puzzato la vita?
Finché il cazzo di sole si fosse spento nei canyon.
Quello, però, rispose solo estrai.
Dio, se è veloce!
Non aveva sibilato la i che la Colt gli abbaiava già in mano: un colpo lo centrò in una spalla, l'altro, ohcccristo, lo beccò dritto la cuore.
Zachary, chissà, gli aveva a malapena bruciacchiato una coscia.
Stramazzò senza un grido, senza fiato per maledirlo, per piangere la mamma e fare ammenda dei suoi peccati: quelli, okay, non gli sarebbe bastata una notte, ma almeno... cinque sillabe d'aria per un perdono a Gesù.
Neppure.
E non è vero che quando crepi c'è il dagherrotipo della vita, tremò; da adesso sdraiato a terra nel sangue a quand'eri piccino, e ti dicevano ch'eri buono e carino e mai e poi mai saresti uscito un sicario, bounty killer, una pistola per il miglior offerente e uno sozzo puttaniere e giocatore d'azzardo. Non c'è il ritratto in seppia di quei giorni: c'è solo il cielo buio senza stelle tutt'un tratto, e un freddo che neppure nell'Oregon e quel figlio di puttana di Touchstone, che si avvicina per controllare se non fai finta e ti pesta con il tacco questo squarcio nel petto.
Dio, che dolore, grandissimo bastardo! Non fingo, sei stato bravo, m'hai beccato per bene! M'hai steso, m'hai freddato, m'hai fottuto al secondo colpo!
Non tirartela, gallo: c'hai sprecato due cartucce. C'era polvere, ero cieco e con il sole negli occhi.
Quello, gli sputò sulla faccia un altro po' di kentucky, di alcool; di parole che non comprese e sentì sul perché e sul per-come era venuto a cercarlo. Alzò il tacco dal suo torace e si dissolse nel buio, nel silenzio e nel gelo: manco un trillo di speroni, né la cenere di un sigaro, né un odore di stallatico né un morello al galoppo.
E a Zachary, dopotutto, non importò più di tanto.
Con la coda dell'occhio morto, a sinistra, nel niente, vide un tavolo da hold'em e due tristi giocatori. La cocotte quattordicenne già incinta col fiocco azzurro coi gigli d'oro, le spine di cactus le infilzavano il cuore; il comanche allampanato col costume da giullare.
Lo guardarono con ribrezzo, tornarono sbadigliando alle carte sul tavolo:
«... e che cosa ci giocavamo?», lei chiese.
«La pellaccia di quello là, ché è cattolico.»
L'indiano gli puntò contro quell'indice scheletrito, e Zachary si accorse di un asso nascosto in una manica dell'abito colorato:
«Hai barato, pellerossa! T'ha fregato, ragazza!»
La cocotte spallucciò desolata, carezzò le grandi corna della cuffia del comanche:
«... lui deve barare...»
«... e me lo prendo!»
Lei si trafisse d'un'altra spina di cactus, sospirò con gli occhi rossi di lacrime a un cielo di luce bianca che profumava di rose. Si alzò dal tavolino e... boh? Non c'era più.
«Muovi il culo, Tintoretto: si va al fresco», il pellerossa lo apostrofò.
Zachary sentì di spiccicarsi dal suo cadavere, lasciare agli sciacalli le sue viscere e le sue ossa. Gli spiacque per gli stivali, il capello e il cinturone che aveva lucidati poco prima di schiattare. Provò una sensazione d'angosciosa leggerezza, anzi: di inconsistenza. L'indiano gli ghignò, lo portò sottobraccio, e insieme barcollarono come sbronzi.
«Non prendertela a male, per quella carta nascosta: quando giochi con Sweet Mary, o certi metodi o non la sfanghi.»
«C'era un tizio, poco fa, al saloon, che abbiamo litigato e m'ha beccato nel cuore. Mi ha fatto parecchio male. Sono convinto d'essere morto o mi sbaglio? Quella, stesa là al becco degli avvoltoi, dev'essere la mia buccia.»
«Ovvio, che sei lì a tirar le cuoia, perder sangue e delirare: sei mica il Lone Ranger. T'ho vinto all'hold'em e ti accompagno nel mio tepee.»
«È un sogno?»
«Ci s'abitua. Hai ancora qualche istante di coscienza, di piscio e di respiro.»
I sensi gli tornarono alle cose materiali, rientrò nel suo cadavere, si insozzò i pantaloni: e vide benché offuscata Stoneheaven e il canyon che affondava nelle tenebre, il deserto e l'ultima diligenza, e i cespugli trasportati dal vento e gli spettri degli alberi; tremò, dissanguato, negli spifferi del tramonto. La polvere gli bruciò nella gola, negli occhi. Il titinno di cartilagine dei serpenti a sonagli, i latrati dei coyote che annusavano il pasto, gli colarono ovattati dentro i timpani insabbiati.
Quella striscia di fuoco e fumo che calò dal cielo nero. Quel botto, lamadonna!, quell'esplosione di terra; quella nube di sabbia gialla che l'avvolse e l'accecò. Il giullare comanche si dissolse nello scoppio. Zachary lo guardò disintegrarsi imprecando, bestemmiava parecchio; ne tirava di tali che lo fecero arrossire: lui, certe empietà, non se l'era mai sognate. Si accanì con gli artigli, non riuscì ad agguantarlo: sparì. Lui fu certo, in qualche modo, che fosse sceso di sotto.
Strepiti, e fiamme, dalle propaggini del villaggio. Venne fuori dalla nube quella cosa di metallo.
Non aveva nessuna forma, era vuota, era fredda; gli strisciò sopra, gli strisciò dentro, lo succhiò dalle narici, dalle labbra e la ferita che zampillava. Gli prese l'anima dentro sé.
Appetito, desolazione e vastità siderale; vuoto, secoli e decenni in una tenebra sottozero. E implacabile fame. Sensazioni di un altro: che neppure era cosciente di esistere; memorie di una macchina graffiate e erose sul suo metallo. Provò quelle cose: il whisky, lo sputo, il faccia a faccia, il proiettile, il bruciore e il dolore cane si dissiparono nello spazio. Perse sangue per anni-luce e per parsec, nel cosmo: benché che cazzo fossero i parsec, gli anni-luce e tutto il resto... non riusciva ad immaginarlo.
Lo seppe.
Gente con teli e secchi si radunò da Stoneheaven; lui, la macchina, trottò su qualche paia di zampe, appendici, tenaglie e protuberanze a nascondersi dietro un masso.
Stette fermo. Per quanto tempo? L'ore buie gli arrugginirono la corazza, sentì di arroventarsi e soffocare di un nuovo sole; gli camminarono gli insetti sopra e lo annusarono gli sciacalli.
La cosa scricchiolò, si contrasse e dilatò. Ohcccristo, che dolore. Formò qualcosa di metallo e di vetro che appannata si dischiuse al deserto, poi si attorcigliò: somigliava ad un occhio dentro un tubo di gomma. Zachary si guardò, vomitò quell'olio giallo che gli bolliva negli ingranaggi: era ridotto ad un gomitolo di fil di ferro con la crosta di ottone di un orrendo centipede; o no, cambiava forma; un octopode di mercurio rappreso ma villoso di fil di rame; un lumacone di anelli lucidi in una pozza d'icore. Quell'aborto di toporagno coi coltelli per artigli. Dio, che arsura e male cane! Riconobbe una gamba, una mano; una placca si ammaccò, si liquefece, fino ad assomigliare alla sua faccia di prima. Si freddò nell'espressione atterrita di quando le pallottole lo stesero stecchito.
In un amalgama di piombo fuso e di sabbia si formò tutto il resto. Gli restò quella paresi da cadavere ammazzato, ma almeno era tornato un cristiano.
Era freddo, era vivo. S'alzò dritto su due piedi e le ginocchia e godette di grattarsi i due coglioni, l'uccello, contò le dieci dita, pisciò nero come petrolio del Texas e distese qualsiasi cosa avesse adesso per muscoli.
C'era solo il problemino che era nudo come un verme, d'un adamitico cenerognolo che scintillava nel sole. 'Sto colore della pelle gli scocciò, lì per lì; e però gli venne in mente che in giro c'erano fetidi musi gialli sozzi negri e messicani.
Non ci avrebbero fatto caso, a un incarnato d'acciaio.
Ma andare in città com'era uscito dal ventre, con le chiappe agli sculacci dell'aria fresca, del sole, l'orgoglioso alzabandiera per ogni donna gli capitasse... quella, beh, era tutt'altra faccenda. Né educato, né morale, né timorato di Iddio.
Soprattutto non era armato.
«Quant'è trascorso, che sono morto?»; gli sovvenne ché là, a pochi passi da quei macigni, dove l'assito di Stoneheaven si arrendeva al selvatico, c'era ancora probabilmente qualche straccio dei suoi.
Fosse stato fortunato.
Ma le gambe non gli obbedirono, si impietrì lì dov'era. Una voce né di uomo né donna, una lagna da rullo, da grammofono di organetto, gli ronzò dentro i timpani e bruciò nel cervello.
Ho ancora, un cervello?
«Vacci piano, cowboy.»
«'cazzo sei?!»
«Lo sai benissimo.»
Prima ancora di domandarlo: cretino, sei te!; o insomma era la macchina, quella cosa precipitata, l'altro o l'altra che era lui da che s'erano mescolati. Fu uno scambio di non-domande, non-parole e non-risposte, conosceva senza aprir bocca e senza ammanco pensare. Le ragioni sue e dell'altro gli trapanarono la testaccia.
«Dove credi di andartene?!»
«C'ho un conto da regolare.»
«Sei il mio psico-carburante, nient'altro: rassegnati.»
«Ti accorgi, che sono quello che ti fa dire io sono?!»
«Psico-riciclato da un involucro dismesso.»
«T'ho alzato, rottame; ti tengo in piedi con la mia faccia.»
«Com'è questo pianeta, quant'è grande?»
«Da New York a Los Angeles, fanno quasi tremila miglia.»
«C'avrò bisogno di un sacco di psico-pieni.»
«C'ho un sacco di bastardi da fare secchi per fare pari. E iniziamo da Touchstone.»
«Ci si mette d'accordo.»

(... continua ...)




Gli ultimi tre lavori cui mi sono dedicato (due racconti e una novelette) sono scritti "su commissione": il primo, E tutto brillerà di più, per la rivista "Scritture Aliene" curata da Vito Introna; l'altro, M'rara, è il background di un progetto Sir Chester Cobblepot di boardgame d'atmosfere lovecraftiane; Anatoliy Volkov Commissario Politico è una scommessa (che spero di aver vinta) con Diego Bortolozzo dei soliti tipi Imperium.
L'arte, la poesia, la narrativa su commissione han da sempre una pessima fama: oggi guardiamo con una certa freddezza quelle statue di Canova che, a seconda del committente e i rovesci politici, celebrarono un ideale o il contrario dello stesso. Le raccolte antologiche delle Scuole Superiori, specie per i secoli dal XV al XVIII, ci insegnarono a sorridere, con spocchioso disprezzo, delle liriche di occasione del Marino, Parini, di Metastasio e di Monti.
Io, che purtroppo non sono né un De Gongora né Da Ponte, devo ammettere che questi tre lavoretti sono forse i miei migliori di sempre.... per ora.
Viziato dagli studi letterari, dalla retorica intellettuale e romantica, anzi, Romantica, ho riflettuto su questo fatto e mi chiedo: davvero la narrativa su commissione è il peggio che a un autore, che aspiri all'A maiuscola, possa accadere di dover scrivere?
Soprattutto la novelette mi ha convinto del contrario; mi ha persuaso degli aspetti stimolanti dello scrivere su richiesta qualcos'altro-da-sé; non necessariamente insincero o inconsistente.
Premessa necessaria sull'origine del romanzo: trattandosi di un editore con molti titoli ed autori in attivo, è necessario pianificare a lungo termine le uscite di ciascuno: quali date? E quanti racconti, saggi e romanzi nel corso dell'anno? I medesimi nomi troppe volte proposti, e le stesse tipologie di prodotto, stufano sui webstore prima ancora che in vetrina di libreria, trattandosi di un mercato più veloce e con modi promozionali molto prossimi allo spam. C'è inoltre da tener conto dei gusti del pubblico, che dimostra di apprezzare più i romanzi dei singoli racconti o anche le antologie; idem – trattandosi di narrativa di genere – che premia, più di altre, certe storie, ambientazioni, certi tipi di personaggi.
Invece di arrovellarmi, da quel pigro che sono, ho chiesto al responsabile che cosa gli abbisognasse: la mia pagina di OpenOffice era pronta a qualsiasi cosa.
Bortolozzo mi ha dato dei precisi paletti:

avendo già all'attivo per il 2014 un saggio, un racconto e una silloge c'era solo uno slot libero per qualcosa di più corposo;

di genere fantascienza militare, ché è quella che preferisce e ha abbastanza riscontro;

ambientata nella II Guerra Mondiale, periodo altrettanto gettonato, ma...

... vista dalla parte dei Russi: ché di Rangers, Marines eroici, Nazisti spietati & pazzi o indomiti Commandos francamente ne abbiam piene le scatole.

Chi mi segue sa che non disdegno le armi, scrivere di battaglie né "l'effetto Vincenzoni"; ma preferisco la fantascienza di carattere sociologico alla W.A.R. di Tonani. E sa anche che aerostati, biplani ed armi bianche mi piacciono di più di carri armati e di mitra Thompson; che evviva i grandi Imperi Centrali ma abbasso quei noiosi del Terzo Reich... eccetera.
Si trattava, perciò, di calarsi in tutt'altro contesto. E qui, francamente, bastava poco per essere originali.
Come il solito, ho cominciato dalla Storia: okay, il conflitto '39-'45; okay, l'Armata Rossa, ma... sempre Stalingrado, Berlino; Il nemico alle porte? Sempre la Svastica vs Falce & Martello? Sempre medium comunisti contro ariani satanisti? Uff. Mi pare che di stahlhelm e di panzerdivisionen se ne leggano anche troppe, su certe pagine di SF.
Quindi ho optato per un conflitto minore che pure ha la sua epica, nella storia della Seconda Guerra Mondiale: la cosiddetta, breve Guerra del Nord fra U.R.S.S. e Finlandia. Magari il "grande pubblico" non ne conosce i dettagli: ma i cecchini finlandesi su sci in uniforme mimetica bianca, che apparivano e svanivano come spettri fra le betulle e facevano strage degli ufficiali sovietici, sono entrati nel mito.
Potevano funzionare, come cattivi "di primo livello" sostitutivi i militari nazisti.
C'era ancora bisogno, però, dell'elemento fantascientifico: e ho scelto di mettere da parte i triti e ritriti esperimenti nei bunker, la genetica ante-litteram, reggimenti di zombie, di cloni, di cyborg o di scimmie intelligenti; i prototipi di armi “ti tistruzione ti monto”, l'occulto alla Hellboy, e quant'altro seppellito negli archivi del KGB.
Ho optato per un classico più aperto a sviluppi: un UFO precipitato, dobbiamo recuperarlo! Però ho stratificato su questo tema l'invenzione che l'UFO non viene dallo spazio, bensì dal Polo Nord; e l'equipaggio (i cattivi "di secondo livello") ha diritto di definirsi terrestre quanto (se non di più) noialtri protagonisti e/o lettori del romanzo... benché molto, e molto orrendamente, diverso dall'umano....
Vi fa pensare alle Montagne della Follia; alla Cosa; a quella storia di Martin Mystère con i poeti elisabettiani in Antartide? Bravi. Sono convinto che la scrittura "di genere" debba sempre strizzare l'occhio ai successi che l'hanno preceduta: l'ultimissimo capoverso del romanzo, lo ammetto, lo leggerete - chi se n'è accorto ha vinto la caramella - è un esplicito palese omaggio a quell'opera di H.P.L.
«Ma quanto ne sapevi, tu, di Armata Rossa e di Guerra del Nord? Quanto hai s(t)ud(i)ato per scriverne?!» Poco. Quel che bastava a scegliere come eroe protagonista un cazzutissimo Commissario Politico; il cui profilo ideale, per altro, mi viene dai Commissari della Guardia Imperiale di Warhammer 40.000 piuttosto che personaggi come Danilov Politruk. Perché so che è così che il pubblico lo immagina se metti insieme due cupe, militaresche parole quali commissario e politico. E l'ho chiamato Anatoliy Volkov perché erano i due suoni che mi essudavano più tovarichtudine, badassismo e salomonkaneaggine che ho trovato fra i nomi russi sui siti dedicati. Spero che al lettore facciano lo stesso effetto.
L'hobby dei wargame, e le letture di militaria, mi han fornito dell'army list dell'esercito sovietico nella guerra con la finlandia: squadre di fucilieri con a capo sergenti, equipaggiati di fucili Mosin-Nagant e mitragliatrice leggera Degtyaryov; dodici soldati trasportati su camion GAZ.
Non serve più di tanto, a questi dodici personaggi: il resto lo faranno i mmmilioni di film, di foto e documentari che il lettore ha già visto. Come sempre, nel nostro sozzo lavoro, l'immaginario collettivo lavora gratis per noi.
Dodici ragazzi cui trovare un cognome russo: per certe cose non c'è di meglio che Google.
Per i luoghi, come il solito, poiché non sono uno che ha viaggiato, adotto il metodo di Emilio Salgari e mi affido all'atlante: tutta la Carelia di Anatoliy Volkov; Porosozero, e i laghi di Joensuu, stanno in una carta di un De Agostini da Scuole Medie. Idem fusi orari, temperature e altre cifre da calendario e termometro: ho sempre condiviso la convinzione che l'arte (sì, vabbé...) debba riuscire ad essere "più vera del vero": e spero che le mie nevi, le mie notti polari, e i boschi di betulle che non ho mai veduti, riescano al lettore vividi e credibili; che lo confermino in ciò che immagina, teme e fantastica di certi posti, più che in ciò dettano le sue nozioni di geografia. Ché altrimenti: a che serve la narrativa fantastica?!
Ci sono, in ultimo, quei dettagli da spargere qua e là che fanno la differenza fra un set di guerra qualunque e un set di guerra in Unione Sovietica nel 1939: la marca, per esempio, di un orologio da polso; il ritratto di quell'attrice in guepiere appesa alla parete del dormitorio in caserma; i nomi dei politici sulla bocca di tutti; il gergo, i nomignoli. Le ricerche di questo genere sono molto divertenti; sono l'emet di quell'ammasso di fango che altrimenti sarebbero le vostre pagine scribacchiate: non avessi mai scritto la novelette, non saprei che la Degtyaryov la chiamavano giradischi a causa della forma del caricatore che ricordava un disco in vinile e di come girava quando l'arma sparava; non saprei che i finlandesi bestemmiano perkele!...
«Ma insomma, Forla'! Facce vedè l'alieno, faccelo toccà!»
Questo è stato, probabilmente, l'aspetto che nonostante la commissione mi ha dato più libertà di inventare... oppure, potremmo dire, proprio perché sa che inventi certe cose, le apprezza, il committente si affida a te e non un altro; corre i rischi dei contenuti "ideologici", personali e stilistici propri dell'autore cui chiede la prestazione. È questo il bordo pagina dove, nonostante i paletti, apporrete la vostra firma. Imparata la lezione di Leonardo da Vinci, di Bosch, che creavano i loro mostri da collage di animali comuni, ho ridotto i miei "extraterrestri" a....
Ehm, no: su questo punto non posso proprio spoilerare, mi spiace! Come sempre, vi invito a guardare alla forma, alla natura dell'abominio, in un'ottica allegorica.
A guardarvi allo specchio.


Fino ad oggi in prenotazione, ecco finalmente che è possibile acquistarlo! E da domani non sarà più lo stesso spazio-tempo...


Sinossi

Un tempo altrove di Alessandro Forlani – Edizioni Imperium – Collana Fantascienza

Per una serie di circostanze grottesche non c'è mai stata una Notte di Natale; il Portogallo del XVI secolo sopporta il tallone degli Aztechi invasori. Gli Este di Ferrara e Re Luigi XIV si contendono il primato dello sbarco sulla Luna; nella Russia zarista di Alessandro Romanov, dove tutti bevono Zar-Kola, il bolscevismo non ha attecchito. Domani mezzo mondo sarà invaso dall'oceano: il teppismo abissale, e le nuove etnie di Los Angeles, saranno un bel problema per un ex-poliziotta.

Cinque storie distopiche di Alessandro Forlani, Premo Urania/Mondadori 2011, Premio Stella Doppia Urania/Mondadori 2013.
Una recensione al racconto "M'rara" sul blog Indice di Lettura

Si può essere fedeli a Lovecraft in molti  modi: se ne può riprodurre il metodo "indiziario", al quale uno scrittore come Danilo Arona si richiama esplicitamente, oppure si può "traslitterare" il tema della possessione e dell’alterità insostenibile che incombe ai confini del reale, in una cornice fantascientifica e apocalittica come in Tracce nel buio  di Koontz. Un’ altra strada, più analitica, orientata ai temi e allo stile, è quella proposta da Alessandro Forlani nel divertimento proposto ai lettori del suo blog: M'rara (un racconto "alla H.P. Lovecraft"), in realtà una prova di bravura dal significato didattico: non siamo scrittori, ma anche come lettori abbiamo qui molto da imparare. Forlani trasporta temi e atmosfere lovecraftiane nella provincia marchigiana durante il fascismo, individuando i nuclei fondativi della paura del Solitario di Providence, e non solo del Lovecraft dei grandi testi. La scelta stilistica è orientata all’imitazione di una prosa novecentesca con forti venature arcaicizzanti (almeno così mi è parso), analogamente alla prosa di H.P.L.,  che scrive negli anni Venti e Trenta tentando di riprodurre l’inglese dell’età di re Giorgio. Il risultato è un racconto cristallino, dall’andamento inesorabile, con un finale aperto. Bello, insomma.
Ormai sei anni fa pubblicavo Tristano, il mio primo (unico) romanzo fantasy. Sei anni, nella vita di un autore, sono un'era geologica. In quell'era ho cambiato molto del mio modo di scrivere, e guardo a quel lavoro come a qualcosa di superato - di dismesso, per certi aspetti... - senza dubbi o rimpianti: tanto nello stile, le strutture, quanto nell'approccio al lavoro di scrittore.

Di Tristano resta solo il titolo di questo blog. "Il Grande Avvilente" è infatti la carica che l'arcigno protagonista riveste, come recita la sinossi:

"In un Regno senza tempo", dove, "dopo sessant'anni di governo dispotico, il popolo si ribella sorprendendo i suoi custodi, del tutto impreparati al contrattacco. Come in una fiaba nel romanzo vi sono eroi, lotte, mostri e aiutanti magici. I protagonisti (l'indifferente Tristano, il grottesco Otre, la disperata Agnes), con il loro carattere letterario, sembrano rappresentare i tre Stati dell'"Ancien Régime": la nobiltà, una sorta di clero (uso alla violenza piuttosto che alla preghiera) e il Terzo Stato, ognuno agente all'interno di una logica del "tutto cambia, niente cambia". E, in sottofondo, pare che una voce anarchica continui a denunciare l'ignominia dello Stato il quale, tramite i suoi politici "avvilenti", cancella la dignità.

Poi, però, all'improvviso, un noioso mercoledì pomeriggio, ti scrive una neo-dottoressa in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo presso l'Università degli Studi di Roma Tre,

"diplomata in scenografia lo scorso febbraio con una tesi che ibrida la scenografia teatrale a quella cinematografica. Si tratta di un'ipotesi di film girato in un teatro barocco, ispirato al Teatro Farnese di Parma, che però sfrutta come campo di inquadratura non solo il palco scenico, bensì tutta la struttura. Ogni scena si racconta attraverso la zona del teatro scelta, l'angolazione e la composizione dell'inquadratura. La storia che viene raccontata è la trama, semplificata, del suo romanzo Tristano".

Lei si chiama Alessandra Stefanelli: qui si seguito una tavola del suo lavoro...


... ma, soprattutto, l'animazione del progetto di diploma.

video

Che dire? Quando l'ho saputo "come son rimasto! come l'aratro in mezzo alla maggese" di pascoliana memoria! 

E, in virtù dei poteri conferitemi, dichiaro Alessandra Grande Avvilente del Regno.


Un'intervista di Marco Passarello su "Repubblica Sera" (30.09.2014) a proposito della fantascienza ottimista e il Progettp Hieroglyph: sono in ottima compagnia dei colleghi Piero Schiavo Campo, Dario Tonani e Giovanni De Matteo. L'articolo, con i nostri interventi per esteso, apparirà prossimamente sulle pagine di "Robot".


Poiché i miei titoli per quella che fu Collana Imperium sono passati a Edizioni Imperium, ecco la nuova pagina Amazon con i link di riferimento. Buona lettura e ri-lettura!


  
 

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