Questa estate a 40° nuoce pure allo stato d'animo oltreché disidratarci ma, ormai da qualche anno, devo arrendermi all'evidenza di un meschino abbrutimento.

Vado al cinema raramente, non viaggio, da un decennio non entro più in un teatro né assisto a spettacoli dal vivo. Leggo poco - direi pochissimo - e, in generale, non trovo nulla che mi entusiasmi. Da troppo tempo non vedo mostre né mi reco in un museo, sto evitando le convention e diserto gli eventi pubblici. Non mi interesso di attualità, di politica né mi infiammano ideologie. Ho un disprezzo viepiù crescente per certe lotte donchisciottesche. Vivo insomma nell'ignavia e oserei dire nell'ignoranza. E il fatto che mi avvicini al compimento dei 50 anni, fra un lustro, non può essere una scusa per questa pessima condotta.

Come sto? Tiro a campare. Ma di sicuro non troppo bene. E uno scambio dapprima ilare con certi amici, quest'oggi, mi ha lasciato una sensazione di perduto e di sbagliato. 

Da sempre ho l'abitudine - nell'analisi dei miei problemi - di mettere sulla bilancia le mie colpe e quelle altrui. E se è vero che sono certo il principale responsabile di questa tetra malinconia qual è quella di un Ismaele (basterebbe, in fin dei conti, alzassi il culo dal mio divano...) mi domando, tuttavia, se il mio male non sia dovuto a un'adolescenza e giovinezza troppo piene, intense e propositive e che cozzano con un presente di oggettiva inconsistenza.

E' un presente che si emoziona, quasi fino le convulsioni, per i triti colpi di scena delle serie televisive; che si è convinto, via socialnetwork, di intrattenere rapporti umani; che esterna sentimenti, "sensazioni sensazionali" e fotografa tramonti come fossero Armageddon. E che enumera sui blog, con un orgoglio da buoni-premio dei supermarket, i cinquecento romanzi e saggi letti nell'arco di trecento giorni... ove "leggere" e "romanzi", io sospetto da certe pagine, sono lemmi che oramai hanno perso significato.

Ecco dunque un post, stasera, della patetica categoria "quarantacinquenne che piange & brontola".

I miei 15-21 anni sono stati, né più ne meno, Stand by Me di Stephen King e/o I Goonies di Chris Columbus. Frequentavo cinque amici, ci accomunavano interessi nerd: musica, lettura, cinema e roleplay. In un'epoca in cui non c'era ancora internet (né il pc, né il telefono cellulare) si studiava tutto il giorno per cinque giorni la settimana e le domeniche si trascorrevano in lunghe, avventurose, salubri escursioni verso chiese, cimiteri ed edifici abbandonati, boschi, spiagge e il selvatico lungofiume. Cenavamo con le famiglie ed ogni tanto in pizzeria poi, fino ad ore sì notturne, ma decenti, guardavamo vhs horror, fantasy, di fantascienza o giocavamo a Dungeons & Dragons, Warhammer e al Richiamo di Cthulhu. Fummo i primi, in questa piccola e provinciale città, a praticare il roleplay. Correvamo a visitare ogni mostra di oplologia, sul medioevo, sui Templari (che andavano alla grande) e ad assistere a conferenze che promettevano mysteri (non a caso con la y: proprio quelli di Martin Mystere!). Ci esaltammo, arricchimmo e completammo a vicenda: a me toccava il ruolo di umanista della combriccola, c'era poi l'illustratore (che oggi è un artista di fama internazionale), due "scienziati", un filosofo e un capo scout. E potrete ben comprendere che - vissute insieme - ogni cotta & corteggiamento alle ragazze che ci piacevano erano quelle di un Bergerac e di un Cristiano per Rossana (grazie, Giovanna); ogni gita su per i colli, nei boschi e per i ruderi era un'autentica esplorazione dell'ignoto & spaventoso, ogni sessione di D&D e Warhammer era una saga che manco Snorri... E anziché dedicarci all'exctasy o incendiare i cassonetti - come spesso i quotidiani riferiscono degli odierni, troppo "adulti", già annoiati quattordicenni - ci inventammo scherzi innocui, ingegnosi e intelligenti quali trasformare le fontane della città in vespasiani con carta igienica, teli e saponette; quali appendere cartelli "chiuso", "saldi", "vendesi" ed "affittasi" a tutti i portali gotici delle chiese del centro storico. O collocare inquietanti manichini nelle panchine dei parchi pubblici. Fatelo, fotografatelo e postatelo su Facebook: vi applaudirebbero per il flash mob e chiamerebbero "istant artist"...

Grazie a certi incarichi ricoperti da mio padre, a un amore per la lirica ereditato da mio nonno, e insomma a fortunate e dickensiane circostanze, prima dei 18 anni avevo spesso già assistito ai molti e grandi eventi del Rossini Opera Festival, della stagione concertistica e di prosa cittadine. Parlo di un'epoca in cui a teatro trovavi Vittorio Gassmann, Umberto Orsini, i Barra e Paolo Poli. Ho ascoltato dal vivo Karajan, Maisky, Gazzelloni, Uto Ughi e i Solisti Veneti, Abbado, Moricone, Muti e La Reverdie; ho assistito alle regie di Ronconi e di Squarzina, Pizzi, Fo e ho visto all'opera Gae Aulenti. Ho assistito a première di Greenway al Prix Italia e a dibattiti con Moretti, Tabucchi e Umberto Eco. Ho goduto di confronti, contributi e produzioni che non erano narcisistiche e gratuite come oggi: si trattava di cultura condivisa con il pubblico.

E, invidia invidia, sono stato una sera al cinema con Monica Bellucci.

Ditemi perché, oggi, dovrei tornare nello stesso palco e lo stesso cinema per assistere a una commedia con la Ferilli o con Claudio Bisio; o a salutare come "pazzesco capolavoro", "film del secolo" o altre isteriche definizioni Lo chiamavano Jeeg Robot.

In sala assistevi a film per cui davvero ti emozionavi: oserei dire che ti formavano. Potete immaginare che cos'abbia significato assistere a 15 anni a I Predatori dell'Arca Perduta; a Ritorno al Futuro; a Piramide di Paura; ai primi film di Tim Burton, e più tardi a Platoon e all'Attimo Fuggente? I vari Avengers e i film Marvel saranno amazing, se volete: ma le lecite & eroiche aspirazioni di un adolescente a cui si propongono personaggi ormai quasi solo dotati di facoltà soprannaturali, e che agiscono in mondi e contesti altrettanto inverosimili, per giunta in contrasto con un presente, quotidiano e reale in cui qualsiasi illusione è fatta a pezzi, smentita e ridimensionata sul nascere da Google, i blogger, i cinici su Facebook... sono castrate in partenza. Mentre all'epoca, quando il culmine del sapere erano i libri che trovavi nella tua libreria di fiducia, e gli eroismi non erano solipsistici come quello di The Wilde, un ragazzino poteva ancora felicemente illudersi, un giorno, di diventare un archeologo come Indy e sconfiggere culti Thugs. Provate a domandare a un adolescente, ora, se si illude lontanamente di scoprire una tomba egizia e di battersi contro l'Isis per portane i tesori in salvo...

E mi dovrebbero tremare i polsi per I Guardiani della Galassia?

In libreria, sugli scaffali che frequentammo, non c'era la Troisi: c'erano H.P. Lovecraft e gli altri "di cotanto senno"; la spazzatura era Terry Brooks, o più tardi il ciclo Dragonlance. Non c'erano romanzi che manco facevi in tempo ad acquistare e leggere che già ti trovavi in sala la versione cinematografica o la serie televisiva più aggiornata dell'originale... E che qualcuno un giorno o l'altro avesse tratto un vero film dal Signore degli Anelli era una speranza troppo grande da sperare.

A 21 anni, un po' come Nathaniel Hawthorne, mi chiusi in camera a studiare e leggere per laurearmi più presto che riuscissi. Ricordo quel periodo come una sublime immersione nelle Lettere più ineffabili, studiai la Cabala, approfondii la magia, lessi moltissima poesia. Non credo di aver avuto mai più la mente altrettanto limpida, né ho più avuto tanta fertile fantasia o pensieri altrettanto profondi. La mia stanza era il luogo eletto di quel verso di Baudelaire: "tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà". Quell'autunno scrissi una sacra rappresentazione sul Santo Patrono della mia città, musicata da un talentuoso compositore mio coetaneo e portata in scena da una filodrammatica locale. Più di venti attori. Ora trovo quel testo a dir poco illeggibile, goffo e presuntuoso di tutti i difetti e l'incoscienza giovanile... ma riempimmo il teatro per quattro sere di fila e facemmo venire i brividi a tutta la platea. La sera della prima assistetti allo spettacolo mano nella mano, per tutto il tempo, con una pallida e luminosa elfa di cui ero innamorato come lo si può essere solo a quell'età (grazie, Ilaria).

Ditemi perché, oggi, dovrei usare aggettivi superlativi per l'ennesimo insulso fentasi del blogger & scribacchino che autopubblica su Amazon, Lulu e Narcissus. Ditemi perché dovrei plaudire ed emozionarmi per l'orchestra di paese che fa serata con i brani dei Beatles, De André o i Carmina Burana latrati da dilettanti.

A 24 anni, per qualche tempo, vissi a Urbino con una splendida, intelligentissima ragazza metà scozzese e metà milanese e passavo le notti a leggere tarocchi nei pub (grazie, Elena). Uno strano, espertissimo cartomante di passaggio mi predisse che avrei trascorso la vita "a scrivere di labirinti e di deserti"; disse, con quasi annoiata naturalezza, che sì: il sogno di diventare scrittore si sarebbe avverato, ripeté ch'era "ovvio; non è questo il problema..." Scrivevo sul "Messaggero"; e in seguito mi inventai, e diressi in tre comuni dell'entroterra, un mio piccolo festival di teatro del '700.

A 27 anni, a Milano, nella piccola ahimè defunta libreria "La Stazione di Perpignan", organizzavo incontri di lettura di poesia che mi hanno portato a conoscere di persona Franco Loi e Alda Merini. E mi pagavo vitto e alloggio in appartamenti di simpaticissimi fricchettoni facendo loro da master per lunghe notti di D&D. A 30 anni insegnavo già all'università, un ambito che mi ha portato a incontrare e vivere ore indimenticabili con Dario Fo, Sanguineti, Paolini, Rossi, Riondino, Antonioni e Catherine Spaak (grazie, Massimo Puliani).

Ditemi perché, oggi, dovrei affogare quei giorni negli aperitivi e le serate street food; o condividere pronostici sulla sorte di Jon Snow con sociopatici bipolari da spot Sky con Accorsi.

Ma di sicuro ho sbagliato tutto: perciò mi rodo il fegato. Sarebbe stato meglio essere vuoto ed annoiarmi. Sarebbe stato meglio incendiare i cassonetti.




Ubi dictatorum gloriae,
ubi consolum victoriae,
ubi laureae triumphales,
ubi decus immortale
romanorum onorium?

(Vanitas Vanitatum II – Contemptus Mundi)

1.
Hauranon guidò alla cima la sua banda di guerrieri, i cento uomini del clan Mafarka si schierarono sul colle. Aste e scuri degli armati scintillarono di un sole pallido; le crine equine degli elmi conici, le piume d'aquila e i capelli rossi scarmigliati da un vento freddo e velenoso di magia nera.
Ai loro piedi scorreva verde, gonfio d'acque e generoso il grande fiume che ingravidava la Madre Terra su di un talamo di fango e zolle nere grasse e fertili: generava il farro e l'orzo, grano e i girasoli, uve azzurre e smeraldine che sanguinavano eccellenti vini.
Nei canneti lungo l'argine le raganelle si ammutolirono.
Il loro fiume, le loro rive e i loro doni degli déi.
Da un altro colle pietroso, bruno, che sovrastava la sponda opposta, echeggiarono i tamburi, corni e crotali del nemico; crebbe lo strepito dei canti rauchi di guerra e il percuotere di scudi con il bronzo delle spade. Il clan Hevallen salì marciando una sassosa mulattiera, trecento uomini della tribù si radunarono sulla cresta.
Attorno al labaro spaventoso dello stregone Nikolassossen.
«È dunque vero quel che si dice»: Hauranon strinse i denti, raccapricciato dallo stendardo che gridava al cielo grigio. Era un grappolo di teste mozze, decomposte ma ancora vive che bestemmiavano e maledivano e ululavano dolore ed odio, appese a un'asta di legno nero ritorno e inciso di rune e croci. Il negromante vi si appoggiava quale orribile bordone; magro, vizzo, macchiettato di vecchiezza, con quegli occhi laidi e cupidi che scintillavano nel cappuccio.
Hauranon guardò i suoi uomini inghiottire e impallidire, mormorarono esorcismi; accarezzarono le sante effigi, gli amuleti e i talismani che legavano alla cintura e che ostentavano appesi al collo. La malaria del terrore li imperlò di sudore freddo.
«Che cos'è», si stomacarono, «questo olezzo di putredine?»
Si tolse l'elmo, avanzò dai ranghi e mulinò la sua bipenne:
«Se fra voi c'è il capo Frejestark, il signore degli Hevallen, grido al cielo ch'è un codardo e che commette sacrilegio. I saggi anziani del vostro clan e i nostri padri in comune accordo stabilirono che i Mafarka, finché i tramonti si compiranno, non avrebbero mai camminato sull'altra sponda di questo fiume, e decretarono allo stesso modo che figli e figlie del clan Hevallen non avrebbero mai mietuto le bionde messi di questa riva. Ma in questo giorno venite in armi e irrispettosi di queste leggi disonorati da un empio patto con un accolito delle tenebre.»
«Parole giuste, parole giuste!», si rincuorarono i suoi guerrieri. Corni e grida e cornamuse risuonarono sui colli.
Il condottiero del clan nemico si fece avanti e levò la spada:
«Ascoltatemi!», esitò: ché il coraggio gli mancava, aveva gli occhi del disperato e gli tremavano le gambe; «non avremmo mai mancato alla parola degli antenati, ma...»
Nikolassossen gli si accostò, sputò parole, schioccò le dita: e il vigoroso e potente Frejestark, un temibile avversario, crollò a terra in pietosi gemiti e devastato di convulsioni. Finché giacque sulle pietre dopo istanti di agonia.
«Le vostre leggi non mi interessano», lo stregone lo minacciò, «non mi interessano le tribù: non temo Frejestark, non temo te né tutti i capi che verranno. Sarete tutti miei servitori, le vostre terre mi apparterranno.»
A un altro verbo del negromante la schiera Hevallen levò gli scudi, spianò le lance, snudò le spade, brandì le scuri e discese il colle.
Tamburi e crotali e sistri e corni ne scandirono la marcia, tuttavia mancava loro l'ebbra furia dell'assalto: lenti, incerti, troppo lenti e claudicanti, trecento uomini mormorarono l'odiato nome di Nikolassossen. Come in un'estasi idiota e cupa e inconsapevoli di sé stessi.
Quando furono più vicini, si ammassarono sull'argine, Hauranon li vide meglio: un nero orrore gli strinse il cuore.
«È un'armata di cadaveri! Quei guerrieri sono morti
Il pallore della tomba raggelava i loro volti, e la putredine e le mosche e i vermi ne divoravano già le carni. Li spingeva un vento infetto e tenebroso di sepolcro, obbedivano alle brame e la magia dello stregone.
I guerrieri si atterrirono. Il dovere, la lealtà, i giuramenti agli déi tribali li trattennero dal cedere e fuggire a quell'orrore. Lui capì ch'erano vinti e ottenebrati di paura.
«È il nostro fiume, la nostra terra, è il sacro suolo dei nostri avi. Possiamo solo morire bene, dobbiamo solo morire qui.»
Brandì la scure, gridò «coraggio!», corse all'assalto giù per il colle: i suoi guerrieri non esitarono, lo seguirono all'attacco, si scontrarono coi morti in mezzo al guado fra le due rive.
La prima fila degli avversari crollò trafitta dai giavellotti, li impalarono alle lance che spezzarono nell'impeto; spintonarono, abbatterono, calpestarono i nemici cui cozzarono coi grandi scudi e che colpirono con l'ascia.
«Spalla a spalla! Fate muro!»
Ne avanzarono altrettanti, ne avanzarono di più. Quel fetore di sepolcro spaventoso e velenoso. L'orda orrenda li accerchiò di lame infette ed ossidate, fauci, grinfie, dita nere e ischeletrite; sciami e nugoli di insetti che li morsero e accecarono. Li assalirono, ghermirono, trascinarono nel fango. Putrefatti e indifferenti dei fendenti e degli affondi, goffi, deboli e inesorabili, tuttavia.
«Sono troppi!», si disperarono.
Il valore li abbandonò, non avevano più fiato, sopraffatti da armi logore e l'orrore e il maleficio.
Hauranon, stremato, circondato dai cadaveri, rabbrividì dei suoi stessi uomini trafitti a morte sgozzati uccisi: che si rialzavano le scuri in pugno e gli muovevano ostili contro. Vide il totem del suo clan calpestato nella mota, tamburi e corni sfondati e infranti gorgogliarono nell'acqua. Mozzò teste, spaccò i crani e abbatté le orrende cose: ma quei nemici non si arrendevano, non si stancavano, ritornavano all'assalto: lenti, fiacchi ma troppo orrendi ed innumerevoli. Era esausto, ferito, offuscato e indolenzito, lo accecavano il sudore e la fanghiglia e il sangue nero.
All'improvviso lo sferzò un alito caldo, metallico e solforoso, un tuono cupo echeggiò sui colli, squassò il terreno e tremò sull'acqua. Hauranon levò lo sguardo ad una nave di bronzo e fuoco che navigava le nubi plumbee su quel campo di battaglia, il vascello lo investì di un raggio verde dalla prora; gl'irti pennoni, le vele argentee e i remi d'oro sulle fiancate luccicarono e vibrarono come tendini di un'arpa.
Lui si sentì osservato da un occhio gelido sovrumano.
Spietato, intelligente.
Il Tribunale degli Immortali!
Le fredde spade dei suoi nemici gli penetrarono l'armatura, gli trafissero i polmoni, gli intestini: cadde a terra. Le cose morte lo calpestarono, lo sprofondarono nel limo freddo, un'orda immonda di usurpatori sul suolo sacro degli antenati.
Il disprezzo, il sorriso e la vittoria del negromante.
Guardò alla nave sospesa immobile fra i nembi grigi sui colli e il fiume. Gli stormi tetri di aironi e corvi.
«Perdonatemi», implorò.


2.
Mayar affondò il viso nei protoschermi di fronte a sé, fra i controlli inconsistenti dell'orbiscopio e dell'ybrisometro:
«Santa Lattea!», rise forte.
Sossor socchiuse l'occhio, si stiracchiò nella planciaculla: i peduncoli carnosi che gli mordevano le tempie si ritrassero, con un sibilo, nella massa dei comandi. La navicella oscillò e sbandò, calò di quota, tornò in assetto, si affiochirono le luci e gli strumenti pigolarono.
Lui tornò a sdraiarsi con la testa reclinata, le mille viscide estremità gli si insinuarono sottopelle: estese i sensi al timone e i flap e gli iniettori e gli oscilloscopi.
Fermò il velivolo a trecento yule da terra fra quel corso di idrossigeno e i sedimenti pulviferrosi.
«Sto pilotando nella troposfera. Col vento contro. Fra due rilievi. Mi hai distratto», si stizzì, «vuoi naufragare su un mondo alieno?»
«Sono ridicoli!», disse Mayar: con le branchie ancora tumide e dilatate di ilarità. Prese ai vertici iridescenti lo scaleno del protoschermo, scrollò i dati verso il cockpit perché il compagno potesse leggerli. Cifre e lettere fluttuarono dalla carlinga fin la cabina: si riordinarono sulla culla, innanzi il volto di Sossor, nell'ologramma di un globo verde e di prospetti geosociologici.
«È una biglia», gli mostrò, «duemila qubar di superficie: ma ci si scannano, 'sti selvaggi! Ti rendi conto per cosa muoiono?»
«È una razza troglodita che usa ancora la magia: che ti aspetti, poveracci?»
«Finché il cosmo abbonderà di civiltà di questo tipo», pronunciò quella parola con un fischio di ironia, «combatteremo le nostre guerre né il lavoro mancherà.»
«È previsto un temporale fra zeronove-due-sette cronin», Sossor tagliò corto, «vorrei essere già in orbita: la navicella si indisporrebbe. Ha un alettone metereopatico, dovrò farlo medicare. Trovato niente di interessante?»
«È stata solo una scazzottata, e si battevano come bimbi: questi, a un vero assalto, durerebbero un istante... L'indicatore della violenza registra appena ottocento frenzon. Giusto un tizio, mi è sembrato...»
Mayar sfiorò i nervi e il genejoystick dell'orbiscopio, la corneocamera sottochiglia scrutò le rive dell'idrossigeno. Nei protoschermi fluttuò un alieno di peli rossi e con vesti lacere che essudava umori scuri dal torace e dall'addome, tutt'infilzato di suppellettili di una lega in rame e stagno.
La creatura respirava, tremava pallida con gli occhi al cielo, e emetteva un verso debole dall'orifizio nutrizionale.
«No: non siamo tutti uguali, e l'universo non è un bel posto», Sossor si schifò: «sono inferiori per biologia, costiquantistica e intelligenza. Sarò razzista, ma sono bestie.»
«'Sto animale si è battuto un poco meglio del proprio branco: psicoindotto ed addestrato in qualche modo lo impiegheremo. Frutterà qualche quattrino.»
«Giusto il costo del carburante per l'incursione su 'sto pianeta. Dài, raccoglilo», Sossor acconsentì, «per non andarcene a mani vuote.»
La navicella sfiorò il terreno, bruciò i canneti, scottò la motta.
Spazzò la mandria di alieni morti, in sospensione metaquantistica, che razzolavano fra i due colli attorno un palo di teste mozze.
«Strana fauna: cosa sono?»
«Pastorizia di cadaveri.»
«E ci stupiamo se non evolvono, se si massacrano fra loro...»
Un alieno incappucciato si sbracciava e forse urlava, ma al boato dei reattori fu impossibile ascoltarlo.
Mayar puntò i traenti sulla creatura dal pelo rosso, e il raggio verde la sollevò dal fango freddo e le spighe bionde. La trasportò in una stiva asettica per lo scan antibatterico. Quando il cervello dell'astronave confermò ch'era pulita, Mayar infoderò il pulviscolator alla cintola, prese il verme traduttore e i parassiti tranquillanti.
«Possiamo andarcene.»
«La buon'ora!», Sossor sospirò. Impartì l'ordine ai reni-macchina e accelerarono all'esosfera, e navigarono in un batter d'occhi nelle tenebre stellate.
Il mondo barbaro sparì dai monitor.
Gli argani, i carrelli, gli organismi delle stive trasportarono l'alieno nel magazzino degli esemplari. Lo rinchiusero in un nido a metà lunghezza del braccio dodici, le inferriate di tossine ne impedirono la fuga:
«... casomai ne fosse in grado», Mayar sghignazzò.
Trovò la bestia sdraiata e prona che schiumava di dolore, perdeva icori - quel fluido rosso - dalle ferite per quegli attrezzi.
Gridò qualcosa. Sembrò una supplica.
Lui gli gettò addosso il traduttore e i tranquillanti, e il prigioniero subì l'assalto delle miti creaturine che si insinuarono in quel buffo naso, nelle orecchie e nella gola. Lo lenirono. Guarirono.
E gli iniettarono abbastanza droghe cogninibenti da ignorare che all'improvviso stava viaggiando su un'astronave. Quest'animale che fino ieri dimorò nelle capanne.
«Ciao, campione»: gli puntò il pulviscolator.
«Sei un dio?!», chiese l'alieno, «Ho combattuto per gli antenati, per la terra e le sacre leggi. Mi hai guardato, giudicato: pensi che meriti il valhalla dei coraggiosi?»
Il traduttore non contemplava molti termini di quella... lingua; se il selvaggio ne aveva una e una struttura grammaticale: "leggi sacre"; "dio"; "coraggio" gli sembrarono grugniti senza alcun significato.
«Ti ho veduto in quella zuffa, nelle risse te la cavi. Devi molto migliorare, ma...», Mayar scrollò le spalle, « addestrato e equipaggiato con armi vere, fucili laser, sarai pronto per combattere in un conflitto davvero nobile: l'indipendenza del sistema Siffi dal sistema Nondadory. Tse'», ghignò sprezzante, «l'orticello dei tuoi padri! Ti venderemo alla Resistenza: per la causa.»
«Per denaro», scherzò Sossor da un interfono.
La creatura si ammutolì, sbigottita: viepiù stordita dai parassiti che la sedavano ed assopivano. Quando cadde addormentata in quella cella marsupiale, con le sbarre velenose che stillavano un olio giallo, lui tornò in cabina percorrendo il magazzino ormai stipato di barberiani, daldaniani e popoliti; morelliti, khremibiti ed altri schiavi-mercenari. Criogenizzati ed imbozzolati fin gli asteroidi di addestramento.
Quei tiranni bastardi Nondador, Mayar bruciò di rabbia, non la avrebbero avuta vinta: anche a costo di coscrivere la peggio feccia della galassia!
Le sirene del vascello ulularono l'allarme. Sossor, nel cockpit, si era spostato i sistemi d'arma.
«Che succede?»
Due corvette del nemico presero forma sul protoschermo, con i cannoni e i siluri plasma pronti al lancio nelle baie. Li intimarono, via psicoradio, di abbassare gli elettroscudi, e aprire l'utero dell'astronave a una lancia di perquisizione.
Mayar, Sossor, si scambiarono uno sguardo:
«Viva Siffi! Libertà!»
Disintegrarono un vascello Nondador con una salva di cannone gastrico.
L'altra nave rispose al fuoco. Bordate d'acido e colpi plasma, biotorpedini e siluri, deflagrarono e si spensero nel silenzio e l'oscurità.
Il vuoto gelido rapì nel nulla le heliovele e paratie e le antenne e le parabole e le corazze delle astronavi.
Un'esplosione di fuoco rosso nel muto eterno infinito niente.


3.
Il deputato Josephus Lippas della Repubblica Terrestre si versò un altro bicchiere di quell'ottimo liquore. L'ologazzetta gli si afflosciò e gli scomparve fra le ginocchia: tutti i neurocruciverba, quantisudoku, le barzellette e gli etimorebus già risolti e già sorrise sei anni-luce di viaggio fa.
La ginoide in uniforme col distintivo PleiadianAir, a cui Lippas aveva scelto il volto antico di Sylva Koscina, gli offrì il seno di cristallo con un menù di conversazioni: lui, di malumore, buttò giù un'altra sorsata.
«Siete alla soglia dell'ubriachezza, Onorevole», la robot lo avvertì.
«Queste improvvise, misteriosissime, irrinunciabili convocazioni! È un tragitto insopportabile! Trentasei ore di salto wormhole senza scali nella realtà, quell'incolore dai finestrini e questo shuttle tutto vuoto!»
«È una linea riservata.»
«Cristo, sì! Ma per me è troppo!»
«La mia presenza non vi è gradita?»
«Vorrei scambiare banalità, storielle sporche e senili lagne con un altro essere umano: che non è la stessa cosa.»
«Ho in database tremila file "mezze stagioni" e "bei tempi andati".»
Lui levò stremato lo sguardo all'orologio: la voce piatta del robot pilota gli alleviò le sofferenze:
«Onorevole, siete pregato di accomodarvi e di attivare i magneti di sicurezza: ché usciremo dall'iperspazio fra meno quindici minuti.»
La sensazione di accelerare.
O di riprendere consistenza.
E la caligine sui cristalli che si dissolse in un nero vero: gli astri fitti, le asteroidi e le fosche nebulose.
I campi d'urto dell'astronave crepitarono di detriti, tonfi, graffi e rotolio sulle pareti.
Qualcosa d'orrido d'informe e bianco che sbatté sul finestrino.
Un volto livido corrotto e morto che lo fissava dall'oscurità.
«Perlamadonna!», si spaventò.
Due cadaveri di alieni - gli sembrarono sifiti - galleggiavano là fuori fra rottami di astronavi. Li seguirono i corpi spenti di cosmonauti nondadoriani: le due razze erano identiche, fu sicuro di sbagliare. Ma le insegne sui relitti - fusi, neri e crivellati - testimoniavano di uno scontro fra le marine dei due sistemi.
«Non è possibile», Lippas si imbestialì, «che ogni volta che percorro questo tratto di galassia trovi i resti disgustosi di questa guerra fra poveracci! Due sistemini di stelle nane a un lustro-luce di distanza, che a vicenda si tiranneggiano e si massacrano da decenni! Due pianetucoli delle banane nella Repubblica Pangalattica! Ti rendi conto», sbottò alla robot, «per che cosa si trucidano?!»
«... ma ormai la primavera dura un mese, se va bene...», gli rispose la ginoide col sorriso della Koscina.
L'astronave accelerò verso un pianeta di smeraldo: gli oceani verdi di Caputmundi ne colmarono gli oblò. Sullo schermo principale si ingrandiva un cerchio rosso: l'anello enorme di fari e torri e banchine e moli di un astroporto.
«Mi ricevete Brambilla-Thole?», disse il pilota nel trasmittente: autorizzato all'attracco e sbarco dai computer di controllo.
Kal Frutujus e Phi Lusienti, i capogruppo del suo partito, lo aspettavano allo pneumotunnel che conduceva nel Parlamento.
«Brutto viaggio?»
«Come il solito. E all'uscita dall'iperspazio...»
«Lo sappiamo: un incidente.»
«Un'altra strage fra quei fanatici.»
«La sessione è dedicata a sistemare 'sta faccenda.»
«Sono due discoli che fanno a pugni nell'angolino dell'universo.»
«Quali sono le proposte?»
«Mah, sanzioni; l'invio di truppe, Scafandri Blu... Ma questa volta davvero basta: il voto è unanime, li stroncheremo.»
«Solo i fascisti di Supernova Dorata sostengono che invece non dovremmo intervenire. Lo sai, come la pensano: per l'onore nazionale...»
«Che si scannassero fra di loro, se hanno un po' di dignità.»
«Quale onore, che nazioni? Cristoiddio, i Sifi e i Nondador?! Hanno ancora nonni vivi sul pianeta da cui provengono; quei due mondi sono sassi terraformati trent'anni or sono!»
«Che ci si ammazzino, ribadiscono...»
«... finché alle lobby può fare comodo.»
«C'è un altro punto.»
«Ce l'ho in programma: l'immigrazione dai mondi Kepler.»
«C'è una faccenda più urgente, grave: si vocifera di un golpe.»
«Non se ne tentano dal 7000.»
«Pare invece che il mese scorso, sotto il naso dei federali, il Comandante Alzaradi Azattit sia partito da Plutone. Con cento androidi da giardinaggio modificati per scopi bellici.»
«È uno scherzo.»
«Pare no.»
«Azattit è cieco e idiota.»
«Ma sa curare la propria immagine.»
«Se è tutto vero sarà presto qui, e il Parlamento deve stare allerta.»
«Il nostro esercito?»
«Lo appoggerà.»
«Non è possibile.»
«C'è da stupirsene?»
Il vettore si arrestò nella stazione sotterranea: dai vagoni del loro mezzo e gli altri razzi sui binari duecentomila parlamentari si accalcarono sulle scale, gli ascensori, i nastri e i tunnel che conducevano alla grande sala. Era una folla di blazer grigi e di marsine di latta o goretex, caftani e tuniche tradizionali e di kimono iridescenti. Gli Onorevoli di razze in forme liquide e gassose, i sirenidi e tritoni dei pianeti attorno a Sirio, si spostavano in cilindri colmi d'acqua e idrocarburi, con capitelli trochili d'oro d'argento e platino cesellati. Moltitudini di droidi portaborse e segretari - aracnoidi, antropomorfi, murinomorfi la maggior parte - attorniavano i proprietari in uno strepito di rotelle, sospensori, pale d'elica e i bemolle di notifiche. Tutti i robot dei terrestri assomigliavano a Edwige Fenech: i coloniali le preferivano copie in plastica e silicio di Grace Kelly, la Herzigova o Isabella Rossellini. Si scalmanavano sui gradini, le piattaforme e le porte a vetri. "Zadok Priest" di Friedrich Händel risuonava fra le volte. Lippas si stupì: trovava sempre divertente che il concetto di "fila in ordine" fosse umano e solo umano; limitato - addirittura - alle culture del Nord Europa.
L'universo era soggetto alle tre leggi della bolgia: spingi, sgomita e scavalca chi ti è davanti.
Si rassegnò a che fra tre o quattr'ore sarebbe stato sulla sua poltrona.
Il mezzogiorno spietato e torrido illuminò la immensa sala, l'estate limpida di Caputmundi li torturava dai lucernai. Gli sguardi stanchi degli onorevoli caracollavano, con odio, all'osteostatue dei Fondatori della Repubblica Pangalattica: che fissavano, solenni, fama e gloria imperitura.
C'era da chiedersi come mai, fra tutti i mondi della Via Lattea, edificarono il Parlamento su un pianeta tropicale. Li circondavano milioni cubi di superficie di sabbia bianca, figa, cocktail e ombrelloni colorati; maree perfette per la vela e il surf, noci di cocco ed aliene in topless, fondali splendidi e la tintarella e i culi sodi dell'a-grav volley. Due stagioni balneari da ottocentoquaranta mesi.
Ma il dovere li obbligava a stare lì, sui loro banchi, e a sorbire le filippiche di migliaia di colleghi.
Con infallibile strategia perfezionata alle Scuole Medie, Lippas, Kal, Phi Lusienti ed altri leader si appostarono ai piani alti dell'immenso anfiteatro. Gli Onorevoli più giovani, più entusiasti, più cretini, che si infiammavano in prima fila di principi e di valori, intrattenevano gli spettatori ed attiravano le olocamere; lunghe arringhe, liti, dichiarazioni che illudevano l'universo che i suoi politici lavorassero.
Duecento metri più in alto, sulle vette dei partiti, si godevano banchetti e consumavano sfide a FIFA; si leggevano romanzi e coltivava l'ikebana. O si prendevano i veri accordi irrispettosi dei vari popoli.
Una cortina di nanorobot, vapori chimici, narghilè, spore ed ife degli alieni di ascendenza vegetale, si addensava - cinquanta metri più in basso - sui settori litigiosi delle fazioni di minoranza. Gli impediva di seguire lo svolgimento dei lavori. Quella nebbia confondeva anche i microfoni e gli obbiettivi: e il dibattito sui Sifi e Nondador - probabilmente era già risolto? - gli giungeva come l'eco di un esausto temporale.
«Che cosa dicono?», chiese Lippas.
Phi Lusienti si consultò con l'Onorevole Bruciuaine: un chirottero canuto del pianeta Gothi III. L'extraterrestre piegò le orecchie ai banchi bassi nel caos e fumo, riferì in uno sbadiglio che la guerra era cessata:
«La questione si è risolta ancora prima che la affrontassimo: businesscommandos di Burger Galaxy e incrociatori Club de l'Espace hanno occupato le città Sifi e gli astroporti di Nondadory. Ora sono entrambi sistemi per famiglie.»
«La buon'ora.»
«Sento ancora battibeccare», Lippas si incuriosì.
«Un'Arca Disneywood è già atterrata nei campi profughi e gli ospedali, c'è disaccordo sul copyright per l'olofilm sui genocidi.»
«L'opposizione ha votato contro: come hanno fatto a venire a patti?»
«Il Governo, i Sifi e Nondador le hanno dato l'esclusiva ideologica e revisionistica.»
«Fu una guerra fascista.»
«Su tutti i testi scolastici: il Ministero dell'Istruzione sta provvedendo a aggiornare gli olobook.»
«La faccenda è sistemata.»
«Riguardo il golpe?»
«Non se ne parla.»
«Che cos'è questo trambusto?»
Un'esplosione assordò la sala, la grande cupola crollò spezzata. Una vampata toccò i cristalli, si annerirono bruciati; il cielo limpido e l'estate e il sole scomparirono nel fumo. Molti Onorevoli sui seggi in alto si accasciarono feriti; Bruciuaine - strillò Lippas - gli crollò addosso spargendo sangue, con gli occhi ciechi sbarrati e spenti trafitto al cuore da una lamiera. Lui si rizzò in piedi sopraffatto dal terrore: non vedeva più Frutujus, non trovava più Lusienti; saltò i banchi, i corpi morti, le consolle che si incendiavano precipitandosi al pianterreno per raggiungere un'uscita.
La fitta nebbia si diradò. Tacquero grida schiamazzi e pianti. S'udì un ordine di «avanti, march!» e il Parlamento restò in silenzio.
Le grandi porte dell'anfiteatro, schiantate al suolo carbonizzate, scricchiolarono dei passi di cento robot dal guscio verde.
Si sparpagliarono fra le tribune ed imbracciarono fucili laser.
Il Comandante Alzaradi Azattit, in uniforme da Solcasabbia, avanzò a passo dell'oca e sfoderò l'ossidatore. Ridusse in ruggine con una salva le antiche statue dei Fondatori.
Quell'ometto nervoso e snello, col sorriso da canaglia, quei baffetti acuminati e un ammiccare da casanova, salì al sommo faldistorio del Presidente del Parlamento. Le puntò l'arma e tirò il grilletto: la venusiana si sparse in ruggine.
«Da oggi è istituito il Grande Impero Galattico!», annunciò, «Io ne sarò il monarca, il protettore e l'esempio splendido. Come i grandi del passato, e restaurando un loro regno ideale, prendo il nome di Serse IX.»
Duecentomila parlamentari gli si inchinarono atterriti.
Sugli schermi della sala spot di Sifi e Nondadory, una imponente promo-campagna per il turismo sui due pianeti.
Josephus Lippas calcolò a memoria, sulle dita delle mani, quanto ammontava allo stato attuale la sua pensione parlamentare.


4.
Gli avvoltoi placcati d'oro sulle guglie del palazzo, che ostentavano fra i runcigli la rotosvastica dentellata, scintillarono alla luna intossicata di spurghi tossici. Gli inni metallici di treni e tram che attraversavano la capitale glorificavano ai foschi cieli il Protettore ed il Regime: che dopo i secoli di inconsistenza e di ingiustizie digitali rendeva all'uomo la dignità e l'orgoglio ferreo dell'analogico; del vapore, le caldaie e delle dinamo e carbone. Azatitochtitlan si attorcigliava dei binari e le rotaie che convergevano alla città dalle distese inaridite, disboscate, avvelenate ed inquinate di ciminiere. Ai cancelli, sugli spalti, tutto attorno l'edificio, agonizzavano ai neuropali gli oppositori del Protettore: gli orologi a cifre gotiche sulle corone di quei bastardi, traditori, criminali, pederasti e comunisti scintillavano dei countdown a che tirassero le cuoia: quarantottore di punizione e di dolore meritato. Tassidermisti in caftano nero con tetre lenti, boccagli e bombole inoculavano mercurio e piombo nelle vene dei morenti: li aggiungevano alla guernica ch'era il perimetro del palazzo.
Ainor levò lo sguardo all'Uomo Immenso luminosissimo oltre i vetri del salone che si affacciava alla sua garitta: Serse IX, nudo, sbronzo, con in mano un modellino di motonave trans-sahariana, declamava idioti haiku e mottetti Perugina.
Lo attorniava una carola di adoratrici in bikini rosa, con i riccioli e gli occhioni dei cartoon degli anni Trenta. Lo applaudivano, adulavano, guaiolavano sedotte. I cristalli antiproiettile e gli schiamazzi di avvinazzate soffocavano le note di Glenn Miller e Artie Shaw.
Ainor, immusonito, scambiò una smorfia col camerata: l'altro soldato della Legio Ruginis di pretoriani del Protettore. Sopportavano la neve e il morso atroce della notte, l'olezzo orrendo degli impalati e le sferzate dei riflettori. L'ansia isterica di sconosciuti che si fermavano sui cancelli: troppo a lungo, soli, equivoci; quei sovversivi suicidi martiri con idroplastico iniettato in vena.
«Ti rendi conto chi proteggiamo?»
«È il nostro mahtma.»
«Certo!», rise, «ti rendo conto che uomo è?»
«Tuttavia c'è solo Serse. Senza lui non siamo niente. Serse, Serse!»
«Io non credo durerà. Tira a campare da cinque secoli col proprio sangue vetrificato: lo polverizza, lo liofilizza e ha sempre in circolo la stessa sabbia. Ha scambiato il proprio cuore con una protesi di ottone e ghisa, basta stargli un po' vicino e senti il solito tic-tac. È un processo innaturale: se avesse un'etica morirebbe. E ho l'impressione metallo e chimica l'abbiano reso...»
«Che cosa hai detto?!»
L'insulto "pazzo" gli morì in bocca: era un crimine capitale. Per chi addubbiava la preveggenza, l'ispirazione, l'intelligenza del Comandante c'era l'ergastolo nei cubi Schrödinger o la elettroimpiccagione.
«... è un megalomane.»
«Lo credi tu, ché sei meschino. È una limpida consapevolezza della propria immensità. Come fu per Gesù Cristo, Maradona e Lady Gaga.»
Ainor sospirò, si mise in bocca surrotabacco: ne porse un ciocco al compagno d'armi e masticarono in silenzio.
«Ti conosco da una vita, siamo di guardia ogni notte insieme: credi davvero ciò che mi predichi?»
«Ho moglie e figli: ci credo, sì.»
Una poltrona di pelle e d'ebano volò nel buio si schiantò a terra. Due bottiglie e una ragazza si spezzarono in cortile. Lei affondò morta con il viso nella neve, cinghiate e lividi punture e graffi su un cadavere anoressico. Quattordici anni, ma forse meno. Sparse di sangue la coltre candida sotto i fiocchi inesorabili.
Un improvviso silenzio tetro dalle finestre del Protettore: la notte gelida fischiò, furiosa, attraverso un'anta sfondata in pezzi.
Ainor armò il fucile, scattò dalla garitta. Il camerata attivò gli allarmi, chiamò rinforzi col trasmittente. Lampi azzurri crepitarono lungo il cerchio delle mura dall'alte e forti colonne Tesla appollaiate di gargolle. Gli impalati ancora vivi, trafitti ed arsi da quelle folgori, agonizzarono in convulsioni singhiozzi e rantoli e bava e gemiti. Le loro orribili e straziate sagome in ombre lunghe sui muri lucidi; il freddo, macabro sfarfallio dei campi elettrici di protezione.
Dalle caserme dei Pretoriani al pianterreno del palazzo si riversarono decurie cremisi, robot e blindati di Legio Ruginis.
Ainor, sull'attenti, a rapporto da un Tenente, riferì di un attentato alla persona dell'Altissimo:
«Ne sei sicuro?!»
«... quella ragazza...»
«Dalle sue stanze?!»
«... mi è sembrato, sì: dev'essere...»
«È un attentato! È un attentato!»
Serse IX uscì al balcone con un cuscino sui genitali: era madido, paonazzo, ingollò da una bottiglia. Levò i pugni, una bestemmia ed un ruggito all'oscurità:
«Sottomettiti! Obbedisci! Devi inchinarti e servire me!»
Si affacciò un'etera tutta dipinta truccata in fucsia ingranaggi e rose. Ali in plastica e lustrini appiccicate sulle scapole.
«Vostra Eccellenza», gli sussurrò: gli accarezzava i capelli madidi premurosa di placarlo, «la galassia vi è soggetta, l'universo vi appartiene. Siete già l'unico sire di ogni popolo del cosmo. Di che temete, chi vi importuna?»
«Che ne sai dei miei tormenti? Parlo a dio, l'irriducibile: il mio unico nemico! Solo lui non teme ancora né è soggetto alla mia legge! Oh, lo piegherò! Pretoriani!», ruttò ai soldati, «dobbiamo prenderlo a calci in culo!»


5.
Ainor si sporse fuori da una torretta del carro armato: un eroico, vigoroso, seducente Comandante Azattit di ormai cinque o sei secoli dalla presa del potere lo spronò dai manifesti che tappezzavano i menhir:

DIO RESISTE: COMBATTIAMO!

Dietro l'Uomo in mantello ruggine, che impugnava l'ossidatore, flotte intere di motonavi che solcavano i deserti, le galassie e profondità alla ricerca di un avversario che sfuggiva alla battaglia. Gli altri poster raffiguravano cosmonauti nerboruti che innalzavano stendardi e combattevano all'arma termica, davanti a loro l'oscurità. DIO CODARDO!; era lo slogan, DOVE SONO LE TUE FORZE?
Ainor restò ammirato e amaramente divertito che gli attacchini del Regime si spingessero fin certi mondi, questo genere di pianeti fermi ancora al paleolitico:
«Chissenefrega, ma che ne sanno», scrollò le spalle, «ché sono droidi.»
Era invece stupefacente che i teppisti, i sovversivi - probabilmente i mocciosi ignari, disimpegnati, menefreghisti - si arrischiassero a quelle plaghe con bombolette di rosso acrilico, pennarelli, temperini, fusti e latte di vernice per deturpare di tag e cazzi l'austera effige del Protettore. C'era una trischele stilizzata e ripetuta su tutti i dolmen, una rotonda sinuosa svastica di tre volgari annodate S: 

SUCCHIA SERSE STRONZO

La colonna corazzata, in formazione da battaglia, attraversava il pianoro immenso e circoncentrico di stele, cerchi azzurri, monoliti, dolmen, tumuli e sepolcri. Tribù di scimmie con archi e clave si prostrarono atterrite: chine alla polvere, la ghiaia e il fumo dai tubi curvi di scappamento, i rostri enormi elettrificati e i grandi cingoli dei carri armati.
Serse IX, in carrozzella, dalla guglia pavesata, benediceva quegli animali persuaso illuso del loro amore, la loro stima, la devozione, la loro fede incondizionata. Ma il rapporto di un'antropologa del Ministero Pianeti Esterni, Ainor si rassegnò, che esaminava con altre note sui teleschermi della plancia, sosteneva che quegli esseri non sapevano chi fosse: niente affatto a conoscenza di galassie e del Regime, e consapevoli a malapena di abitare su un pianeta.
Non si inchinavano al Protettore, ma allo scoppio dei motori, e al terreno che tremava e al portento delle macchine.
«Ignoranza e indifferenza della nostra santa causa: ce n'è abbastanza per fucilarli», scherzò feroce coi sottoposti.
Ma, conoscendo e servendo l'Uomo da sessant'anni, sospettò che in fin dei conti lo avrebbe molto gratificato che lo scambiassero per un sisma, una meteora o l'eruzione di un vulcano.
Un fanatico e zelante giovanissimo marconista lo distrasse da quei pensieri pericolosi ed irriverenti:
«Ore tredici, signore: dieci miglia all'obiettivo; nessuna traccia di alieni ostili né di dio né terroristi.»
Ainor si era arreso alla vecchiaia e l'amarezza da che i giovani Pretoriani lo chiamavano "signore"; da che i gradi di ufficiale gli indoravano le spalle. Solo allora, decenni fa, quando un "figliolo" gli usci di bocca la prima volta, capì da quando e per quanto ancora si logorava per quella guerra.
La crociata contro i Cieli.
L'obbedienza, la carriera, dubbi, rabbia e poi consenso su un lastricato di amici morti e fuochi spenti nel suo profondo.
Si spuntava, ogni mattina, i baffi grigi e il pizzetto a punta: norme assodate benché non scritte, da oramai mezzo millennio, obbligavano che un maschio li ostentasse come Lui. Sul suo petto scintillavano otto stelle e croci d'oro di lunghe marce in immensi niente e scontri immobili con nessuno; e incursioni in nessun posto e ritirate di fronte al nulla. Il silenzio spaventoso dei cannoni che tacevano. Dio - uno stratega più scaltro e subdolo del Protettore, doveva ammetterlo - rifiutava la battaglia fin dall'inizio dell'ostilità.
La sacrilega domanda che si era posto irrequieto e giovane - ti rendi conto qual è la causa?; riferita a un Serse uomo - lo tormentava, da vecchio e saggio, più spaventosa ed universale.
«Stai allerta, giovanotto: stai all'erta.»
Inflisse al giovane quella menzogna: non c'era nulla da cui guardarsi; Dio - temeva - non li avrebbe attaccati mai.
«... ma è per questo, Colonnello», lo sorprese il Protettore, «che ho cambiato strategia.»
Serse IX tornò in plancia dalla guglia del carro armato, tornò a connettersi al trono amniotico in un groviglio di ampolle e cavi. Gli ufficiali e l'equipaggio gli si inchinarono riverenti; Ainor, più colpevole, baciò il sigillo di ferro rosso:
«Vostra Eccellenza mi legge il cuore.»
«Forse. O forse no: è un'abitudine alle insinuazioni. Ma tra poco, ad ogni modo, fugherò le tue paure.»
«L'obiettivo, Protettore!», disse entusiasta l'addetto radar.
Sui teleschermi del corazzato apparve il Razzo del Teotocomante, fermo da secoli a motori spenti con piante d'edera attorno ai pattini. Era inclinato e cadente bruno su uno sperone di roccia e torba.
«Santo Cielo, è gigantesco! Siamo briciole a confronto!...»
Non riconobbe il pianeta, l'epoca o la cultura di provenienza. Anzi era sicuro che nessun popolo della Via Lattea fosse stato mai capace di una struttura così... sbagliata. Rabbrividì di un timore atavico come del totem di ciò che è estraneo.
Era un cilindro sottile e ruvido tutto percorso di venature, di una materia fossilizzata sia silice che metallo. Aveva i bozzoli, i calli e le verruche del legno vivo e la carne vecchia; sulla cima un'escrescenza bianca, fetida e spugnosa come un fungo repellente e parassita dell'acciaio. Era infitto nella torba all'altra nera estremità: una pietra acuminata, sfaccettata, tutt'ora accesa di un fuoco antico che emanava un impossibile e malevolo pispiglio.
«Vorrei colpirlo. Dovrei distruggerlo.»
«Colonnello! È il mio tesoro!»
Ainor impartì l'ordine agli ufficiali della colonna: circondarono quel mostro di un perimetro d'acciaio. Gli elicotteri di scorta, quei saprofaghi meccanici, sorvolarono il pianoro mitragliando i primitivi. Chè
Il formidabile e impressionante carro-comando del Protettore si fermò a trecento metri dall'accesso a quel rottame, gli archi romanici dei portelloni si spalancarono spurgando azoto. Ainor ebbe l'onore di accompagnare giù per la rampa un Serse IX sedato e vizzo su quella seggiola cyberalchemica. Lo seguiva un reggimento della sua cremisi fedele Guardia, un "te deum" di vuvuzela echeggiò nei cieli tersi.
«Voglio andare io soltanto», L'Uomo Immenso sospirò.


6.
Frulunosius salutò quell'infelice in carrozzella che grattava alle porte stagne dell'exedra imperiatorum, i necroroboti gli spalancarono l'anta di plexiglas e ceramite e il miserabile varcò la soglia irrispettoso ed arrogante.
«Mi aspettavi», disse, fiacco, e inalando droghe e ossigeno da una maschera di vetro. Tubi, bombole e compressori gli ingobbivano le spalle; fiale, flebo e pile Volta da un arcolaio di ottone e legno incastonato alle cervicali. Di costui che un tempo, forse, era stato un uomo vero, sopravvivevano un sorriso obliquo mascalzone e seducente, e l'eterna abbronzatura di una vita nei deserti.
«Teotocomante», lo apostrofò.
«Io... non credo di capire.»
«Mi aspettavi, teotocomante», Frulunosius lo corresse: «il tuo primo e ultimo verbo, quando ti azzardi a parlare a me, dev'essere sempre teotocomante. Siamo intesi?»
«Teotocomante, lo siamo, sì. Chiedo venia, teotocomante.»
«Con la maiuscola. Teotocomante. Ché eccetto questo non sono niente.»
Era strano, in quella sala, che le parole cristallizzassero; si fermassero a mezz'aria e disfacessero in coriandoli. Frulunosius sopportava da millenni incalcolabili la sensazione di prigionia dentro i caratteri di un file di testo. La stessa angoscia si insinuò nell'ospite.
«Teotocomante.»
«Che cosa chiedi, che cosa cerchi? Hai viaggiato troppo a lungo, Serse IX, sei lontano: io non sono tuo vassallo.»
«Teotocomante, lo sai benissimo.»
«Ti ho veduto nelle stelle che si accodano nel cielo. Voglio sentirlo dalle tue labbra, dal tubo in plastica ch'è la tua gola. È una richiesta così ridicola che non ne udivo dai faraoni. Quando Stalin chiese ai Papi se possedessero divisioni.»
«Teotocomante», schiumò quel folle, bagnò le brache dell'uniforme: liquidi schifidi sierosi e gialli dalle orecchie e le narici; «ti ho cercato per cinquant'anni. Fin oltre i limiti della Via Lattea. Ho ascoltato le leggende, le menzogne, fake e rumors su di te e la tua magia divina che non ha pari nell'universo.»
«Post e tweet sui miei poteri sono molto edulcorati.»
«Teotocomante, ho soppresso i social: il tuo segreto appartiene a me.»
«La più antica e più potente urgenza umana, Serse, è la paura; e la paura più diffusa e nera è che nessuno ti metta like.»
«Teotocomante», incalzò il tiranno, «è dunque vero quel che si dice?»
Frulunosius salì la chiocciola di legname e di metallo che correva tutto attorno un'ampia stiva del relitto, sfiorò i rotoli e volumi che ricoprivano le pareti, gli incunaboli ed i fax che tracimavano dagli scaffali. "Cosmico", "abissale", "abominevole non euclideo" ricorrevano sulle costole e etichette di quei tomi. Mano a mano che saliva, ad ogni testo che accarezzava, il suo volto si oscurava di un sorriso più sinistro; le sue pupille, nel cranio calvo, fiammeggiarono terribili.
Guardò l'idiota da un'oscura altezza o un'insondabile profondità.
«Sono scritti, quasi tutti, in alfabeti non umani; già proibiti, già perduti, già testi classici ed esecrabili un miliardo di anni prima che Pangea si raffreddasse. Li ho letti tutti, li so a memoria. Guardati attorno, meschino Serse!»
Quel miserabile osservò ignorante il tracciato in gesso sul pavimento.
«È il cerchio magico primigenio», Frulunosius gli spiegò, «i sigilli degli Antichi, del "Necronomicon" e del "Lemegeton" sono insulsi scarabocchi scopiazzati a questo pantaclo. È la figura che Dio tracciò - quando ancora non era in essere - per evocare Dio Sé Medesimo su questo piano dell'esistenza.»
«Teotocomante, ne sei capace? Puoi portarlo innanzi a me?»
«Lo farò esistere, che è diverso.»
«Teotocomante: purché mi affronti. Ho una colonna di corazzati.»
«Hai un'arma più potente», lui ghignò: «un enorme ego. Sarà diverso da ciò che immagini.»
«Teotocomante, non ho alcun dubbio: mi aspetto un essere virile e splendido.»
«Ogne ddijio interstellare pudèssi bello 'a cultisti soje.»
«Teotocomante: perché lo fai?»
«Io frequento tenebre che voi non ammettete: è uno squallido narcisismo, un mio spregevole capriccio.»
Tornò nel circolo, accanto a Serse. I necroroboti si appostarono ai quattro punti cardinali con la coppa, il teschio, il cero e il turibolo d'incenso.
Un altro droide craccò grimori nell'e.scroll-reader su un leggio di corno, e i salmi e i versi dell'evocazione sull'oloschermo di un karaoke. Lui snudò l'arthame, lo lavò con amuchina. Da un cartone di giocattoli consumati dai millenni, e spiaggiati a quel pianeta dai marosi siderali, scelse una Barbie stempiata e nuda cui mancavano le braccia, la sventrò con il coltello in un bacile sacrificale.
Serse IX si sbigottì che quella bambola sanguinasse.
«L'ho resa un simbolo», lui gli disse, «che è più reale della realtà». Le appiccò fuoco con un accendino col logo gotico dei Black Sabbath.
«Teotocomante: ma quei reperti...»
«Sono i relitti di tue memorie.»
«Teotocomante: ma quei giocattoli...»
«Non vuoi sapere di quei bambini. Devi cantare anche tu con me, Protettore dell'Universo.»
Serse IX ripeté la Grande Formula di Evocazione, alzò al massimo il volume del suo megafono giugulare: anziché un antifonario gregoriano e misurato l'incantesimo echeggiò con un ritmo di pistoni.
«Non puoi distorcere le parole!», Frulunosius lo ammonì, «Ci sono rischi, non è uno scherzo!»
Ma il dittatore cantò più forte, superò i trecento decibel: la egocentrica abitudine ai comizi nelle piazze.
Dai vapori delle essenze e delle resine rituali, dai fili neri puzzolenti ed acri della plastica disciolta, le interiora della Barbie, affiorarono e sferzarono centinaia di tentacoli. Fu un groviglio di appendici, fauci, bulbi, lingue, chele ed ali nere di pipistrello. Spirò un alito di carni che marcivano in un pozzo. L'orrore immenso cambiò di forma colore odore e di consistenza: arti umani, peli, scaglie e pelle viscida lattiginosa. Si gonfiò di icori neri e brillò verde fosforescente. Pianse, rise, cinguettò e muggì e frinì.
«... io credevo... fosse... no, è terribile!», Serse IX gridò impazzito. Nei suoi occhi esplose il vuoto, l'insopportabile conoscenza del nero e folle mostruoso nulla che inseguì per seicento anni. Lo scopo inutile del suo Regime, della sua vita, di tutti gli uomini.
«Ti rendi conto per cos'hai lottato?! L'ho evocato qui per te, megalomane imbecille! La tua grandezza non ha un perché?!»
Ma il Protettore non lo ascoltò, ruotò sul posto la carrozzella, schiacciò d'istinto il pedale-razzo e uscì dal circolo protettivo.
La zampa azzurra di un elefante - l'istante stesso fu già una pinna; forse un elitre, uno zoccolo o le spire di un serpente - lo ridusse una poltiglia di frattaglie e di rottami.
Quel vento fetido spazzò il relitto, strappò i pannelli, lo accartocciò, schiantò la prora, spezzò il treppiede e stese il razzo sulle rocce. La immensa nave rotolò sui carri armati tutt'attorno: fracassandoli, esplodendoli e schiacciando gli equipaggi; tornò impennata, si rovesciò: abbatté in volo quegli elicotteri. I corazzati dei Pretoriani ancora in grado di manovrare si ritirarono da quel disastro di fiamme e fumo e lamiere e morti.
Tribù di indigeni feroci ed avidi si raggrupparono e li inseguirono: venne il tempo delle grinfie, delle pietre e delle clave.
Frulunosius, dentro il razzo, si tenne stretto al leggio di corno. Restò nel circolo, «stai nel circolo!»; lo stordì un'eco di water-closet.
La cosa informe che non-era Dio, sazia di viscere del dittatore, si liquefece in gocce nere e dense che impregnarono i volumi.
Tornò un immobile, definitivo e innaturale silenzio greve.
Frulunosius gattonò fra pergamene e ciclostile, libri, post-it, tavolette e i nastri e rotoli e il ciarpame sparso e sozzo del suo mistico sapere. Frugò le pagine, raccolse i fogli.
Gli ci sarebbero voluti secoli.
Udì un rombo di motori, schianti, un tonfo. Lo accecò la luce diurna. Un'ombra nera ed un clac metallico e un grido rauco cattivo sporco.
Crollò colpito alla testa e il petto nel niente nero del proprio sangue.


7.
"Gangsta's Paradise" di Coolio spaccò i cieli del pianeta, la limo-shuttle fendé le nubi, scivolò sulla pianura, inchiodò sospesa in aria a pochi metri dal relitto. Volloh aprì il cruscotto e infoderò la '68; aprì a Barr'ko il bagagliaio ché prendesse gli shotlaser: S'vjano, Gambara e Mojtcek caricarono i fucili. Spalancarono i portelli e rilasciarono le funi.
Le elettrosneaker magnetizzate fecero presa sul vecchio scafo, gli orologi, i braccialetti, le collane di titanio scintillarono e tintinnarono ai tre soli fiochi e freddi. Il vento ostile della brughiera mordeva il goretex dell'esofelpe, i caschi Ray Ban polarizzati e gli scafandri a vita bassa.
«È un vero cesso», insisté Gambara, «che ci facciamo su questo cesso?»
«Chiudi il culo, taci negra.»
«È un posto buono», rispose Mojtcek, «l'ha trovato mio fratello.»
«Se tuo fratello è cazzuto e furbo perché non ne approfitta? Perché ha mandato noi?»
«La sua posse è tutta al gabbio: lui, da solo, non lavora. Ce n'è parecchia da carreggiare.»
«È un'inculata: ha mandato te.»
«Ehi: mi fido di mio fratello.»
«È il tuo cazzo di fratello: tuo fratello, mica mio. Perciò non voglio che fotta me.»
«Vi ho detto zitte, fichette negre!», si incazzò Volloh: li calciò in culo, «io mi fido: qui ce n'è. Se io mi fido voialtri pure.»
«Grazie, boss.»
«Ma non ti ho chiesto di leccarmi il culo. Pronti, dài.»
«Siamo durissimi. Pronti, boss.»
Lui calciò il portello del vecchio strano ed immenso razzo, saltò all'interno, atterrò sul morbido: quelle migliaia di fogli e libri. C'era un vecchio, orrendo stronzo che ravanava in quel gran casino. Gli tirò in testa e sfondò il torace.
«Boss. Stai bene boss?»
Gli altri quattro, i rottinculo, si affacciarono alla botola.
«Tuo fratello è un gran infame», sputò Volloh, «c'è qualcuno qui»; scaricò la '68 sul cadavere del vecchio.
«Chi... cos'era?»
I proiettili esplosivi lo ridussero in poltiglia: muco nero e icore verde nella sottana di un professore.
«Forse un uomo, un animale o qualcheilcazzo di specie aliena... Dài, veloci: va tutto a troie se ce n'è un altro, questa faccenda mi tira il culo. Non mi sconfinfera manco un po' che non va liscio che c'è un intoppo.»
«Io credevo... aveva detto... mi ha giurato ch'era sfitto.»
«Perde i colpi. Mica vero.»
«Voleva fotterci.»
«Non ci ha fottuto.»
«Qui è sinistro, è maledetto.»
«Su, frugate e ce ne andiamo.»
Picciò un cigarro, si buttò steso e guardò loro che sgobbavano. Vide i ragazzi che si innervosivano, si grattavano le dread, si scambiavano occhiatacce e smorfie ottuse di imbarazzo. Lo guardavano, ma zitti, muti e coglioni come il solito.
«Beh, che c'è?»
«... ma non avrebbero dovuto esserci le piotte grosse in volumi antichi? Il "Negrognomi", il "Sui Vermi Miseri" e il "Re dei Musi Gialli": 'sta merda rara da collezionisti.»
«Tuo fratello inventa storie.»
«Suo fratello non si sbaglia: lo conosco, è un buon amico.»
«Grazie, boss.»
«Va' a fare in culo. Dài, ragazzi: quanto valgono 'sti rotoli?»
«Boss», rispose Gambara: frugava incredula, rabbiosa, isterica nella coltre di incunaboli e di schede perforate; «o è da non crederci o non capisco...»
«Ci è morta gente, c'è stata guerra e ci si può pulire il culo!», Volloh bestemmiò, «Ti rendi conto per cosa cazzo?!...»
Era un oceano di fogli bianchi come un tiro di cocaina.



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