Oggi, sul "Corriere Adriatico" di Pesaro, il ricordo dell'Esame di Maturità di alcuni "vip" e personaggi della mia piccola città. L'articolo, firmato da Elisabetta Marsigli, è stato sforbiciato per ragioni di spazio: pubblico qui il mio contributo integrale.

Il mio esame di maturità concluse con un 40/60 i cinque anni scolastici più brutti della mia vita: un Liceo Classico "T. Mamiani" che - almeno all'epoca - era prono, attento e interessato quasi solo a educare al proprio ruolo i futuri "vip" pesaresi. Quel 40 fu per mesi un marchio di vergogna, poiché tutti mi ripetevano che anche per accedere al più umile concorso pubblico era richiesto il 42. Ma la mia era sempre stata una pagella schizofrenica: 10 in Italiano e Storia dell'Arte, per esempio, ma 5 in Filosofia e Storia a causa di dissapori con il docente. Ho dovuto attendere di laurearmi in Lettere con 110 e lode, affermarmi come scrittore e ottenere le mie attuali quattro cattedre universitarie per capire che forse qualcosa in quell'istituto (o nel sistema scolastico italiano in generale?) non andava didatticamente e umanamente per il verso giusto. La prova d'Italiano verteva su Leopardi. Consegnai l'elaborato e uscii per primo dalla scuola. Quella di Greco (o Latino?) non la ricordo assolutamente. Studiai per settimane con una mia compagna, Lucia: non riuscivamo a cavarci di dosso l'angoscioso presentimento che stessimo sbagliando tutto. Dell'orale rammento solo un antipatico confronto con una commissaria esterna ancor più acida e indisponente, che non faceva che ripetere con maligna, stupita ironia che "lei ha le sue idee, eh Forlani?" Insomma esattamente la modalità d'esame per cui ancor oggi molti studenti si domandano, a ragione, perché lo chiamino "di maturità". L'ultimo ricordo che conservo di quei giorni è quello del mio compagno Marcello che, con le gambe e con la voce che ancora gli tremavano, mi prende da parte in un angolo di corridoio e mi sussurra "è finita". Restammo in silenzio per qualche istante a sorridere e guardarci negli occhi con una strana sensazione di irrealtà. Poi ci salutammo. E non ci siamo mai più incontrati.



E' disponibile su Delos Store e tutti i webstore Il Mondo nel Tramonto: il mio sesto contributo alla collana Robotica.it a cura di Silvio Sosio. Data di uscita: martedì 20 giugno p.v.




Tutti sapevano che prima o poi la guerra sarebbe arrivata. Tutti sapevano che i nemici, mostruosi, terribili, crudeli, avrebbero presto o tardi cercato di distruggere il modo di vivere di Afrodite, la sua cultura, la sua civiltà, i suoi cittadini. L'ultima difesa erano loro: i Protagonistes, indomabili, inarrestabili guerrieri addestrati alla tecnologia e alla violenza, all'obbedienza assoluta e all'abnegazione. Splendidi, letali, invincibili. Solo i migliori erano ammessi all'addestramento per entrare nei loro ranghi, e solo i migliori tra i migliori arrivavano vivi alla fine dei corsi. Dal vincitore del Premio Urania Alessandro Forlani una storia ai confini dell'umanità.

Omega Outpost recensisce "Propulsioni d'Improbabilità"
A chiunque stia leggendo, subito dico: sbaragliate eventuali pregiudizi e non esitate ad acquistarla subito, ma subito eh, perché è un vero gioiello. E del tutto inatteso, se devo essere sincera. Non c’è nessun intento di far cassa mettendo insieme pezzi di voci più o meno altisonanti che per l’occasione tirano fuori dal cassetto (o dal cassonetto) qualcosa di mediocre (come purtroppo capita in non poche sillogi di fantastico, soprattutto americane).
Le storie sono davvero ottime, tutte, sia dal punto di vista qualitativo che stilistico, e denotano una maturità narrativa notevole.
Nella prefazione (già il fatto che ci sia una prefazione, oltretutto eccellente, dovrebbe far intuire il valore dell’opera) si spiega come la raccolta abbia alla base un progetto preciso, benché non sia stata fatta alcuna forzatura agli autori. Il risultato è comunque che “i racconti che leggerete hanno legami invisibili tra loro, che non sono stati mai voluti né decisi”.
Uno degli aspetti che mi hanno colpito è proprio il fatto che tali legami, talora esili, altre volte un poco più evidenti, sono assolutamente presenti, forse oltre le aspettative dei curatori stessi.
Racconto dopo racconto, si rafforza una sensazione quasi straniante, che tutta l’antologia sia un’unica lunga storia ove cambiano i volti, le situazioni, le voci narranti, lo stile, ma in qualche modo i protagonisti via via si reincarnino e trasformino in un’altra loro possibile identità, su un altro probabile piano spazio-temporale, ma di base rappresentino sempre le diverse sfaccettature di un io unitario, o, meglio, ciascuno sia latore di un messaggio corale ma indivisibile.
Diciotto scrittori e scrittrici avrebbero quindi elaborato − individualmente ma per lo stesso fine, in modi differenti, con proprie peculiarità e a seconda della sensibilità individuale − un concetto antico ma sempre dibattuto e attuale, ossia un’interpretazione della condizione umana vista tramite gli occhiali di un verosimile presente o un immediato futuro, resa di storia in storia attraverso una sorta di mempsicosi fantascientifica.
Credo questo punto sia davvero significativo, in primis perché evidenzia che ci sono voci del fantastico italiano che sanno interpretare la realtà e trasmetterne le tensioni con una maturità che fino ad alcuni anni fa era sporadica o si era persa in annacquate rivisitazioni passatiste.
In secondo luogo, questi racconti sanno rappresentare nell’accezione di più ampio respiro, ma anche nel modo più pregnante e ricco, cosa sia la fantascienza: uno strumento conoscitivo dell’uomo e delle sue possibilità, un mezzo per interrogarsi sull’universo e sulla condizione umana attraverso il quadro della storia, facendola rivivere come un oggi alternativo o un domani ipotizzabile, porre l’uomo di fronte a una consapevolezza, a una scelta, e alle sue conseguenze.
Inoltre, non vi è più quella netta demarcazione uomo versus tecnologia, dal momento che gli autori sanno che il passaggio all’uomo cibernetico è già iniziato, anzi, lo vivono come tutti noi quotidianamente. In queste storie l’uomo agisce in uno scenario imprescindibile dalla tecnologia, ma non sa ancora fino in fondo come gestire questo innesto che silenziosamente è diventato parte ineluttabile di sé, vuoi per motivi vitali che futili – se ne è lasciato travolgere, lo ha dato per scontato, lo soppesa ancora con sospetto, lo studia voracemente.
In un presente in cui la tecnologia dà grandi possibilità e accesso immediato a milioni di dati e informazioni, vengono però a mancare le risposte basilari. In un tempo in cui la scienza tanto riesce a spiegare, dubbi atavici gettano lunghe ombre su possibilità che la rigida razionalità deride e rinnega.
Ne emerge un’umanità intrappolata in un universo – caratterizzato da un moltiplicarsi stordente di piani reali o potenziali, attuabili o impossibili, quale il più folle quadro di Escher – indifferente alle sue sofferenze, alla sua volontà. Tale “universo” non è necessariamente un altro mondo, bensì è il contesto socio-culturale in cui i personaggi si muovono, che per qualche motivo si è ingigantito divenendo una cacotopia alienante, in cui l’individuo si trova gettato e smarrito. L’ultimo ostacolo alla liberazione sembra paradossalmente l’essere vivi o proprio l’essere umani, quasi che nella morte o nella trasformazione in qualcosa di inumano si possa accedere a uno stato di pace, di accettazione.
È davvero così? Queste storie mi sembrano suggerire di no: essere umani, rimanerlo almeno nell’essenza, diviene una forma di resistenza. Per quanto dolorosa.
Questo è un’altra peculiarità che mi ha colpito, quante volte in tutta la raccolta compare il termine “dolore” o vocaboli semanticamente affini: almeno una in ogni racconto. È dunque il dolore la conditio sine qua non dell’uomo?
Sì, dolore e timore: di queste emozioni primordiali pulsa ancor oggi il cuore dell’umanità, ma esse non sono un fine o una risposta, bensì un passaggio di trasformazione per comprendere (il più possibile, dal momento che il tutto ci è negato), per essere consapevoli.
Mentre la realtà vacilla e muta, nell’istante di vulnerabile titubanza in cui ci si pongono domande quali “cos’è l’uomo? cosa ci fa qui? e questo “qui”, cos’è?”, si incunea lo sconcerto per lo sconosciuto, l’inafferrabile, che fa sussultare la ghiandola pineale allo stesso modo del primo essere vivente. L’ignoto oggi è la sensazione che tutto ciò che sembra così chiaramente palese e dimostrato, in realtà non lo sia, che qualcosa svicoli, che l’hic et nunc sia solo una delle eventualità compiute e che il domani possa diramarsi in svolte inquietanti, estreme, paradossali.
Che si osservi la (pseudo?) “realtà” con ironia, sarcasmo, compartecipazione, passione, afflizione, il cuore della nostra umanità si trova (ancora) smarrito.
In tutto questo c’è anche una grande solitudine del singolo, che annaspa cercando un contatto autentico con un suo simile, mediato spesso, ancora una volta, da mezzi tecnologici, ma per lo più si trova solo in mezzo alla folla, all’incomprensione degli altri o al ricordo intangibile di qualcuno che ha perduto. Sguardi vacui, che attorniano, ma che non comprendono, o non vogliono intendere, né compartecipare.
Non tutti i personaggi riescono a non soccombere, dolore e paura sono in evidenza, ma quanto traspare dalle diciotto declinazioni differenti dei racconti non è disperazione assoluta, anzi: è l’eroismo della narrativa stessa, espressione così fragile e purtroppo flebile dell’essenza umana, che diviene il vero messaggio della raccolta, poiché essa ha la responsabilità di indagare queste due emozioni, farsene portavoce e divenire opportunità di non affogare nell’angoscia esistenziale, nell’incoscienza del mero sopravvivere, di svegliarci e di aprire gli occhi dinanzi a quanto sta accadendo prima di varcare l’ultima soglia, quella del totale smarrimento di sé e dell’abulia dell’esistere, raccontando affabilmente il sottile confine tra probabile e accadimento e il potere che noi abbiamo per farlo essere o una o l’altra cosa.
L’improbabilità del titolo è il tiro di dadi che non abolirà mai il caso (come diceva Mallarmé): la combinazione che può uscirne è l’ignoto che incute timore, la realtà che non ti aspettavi. E allora è necessario essere vigili e consapevoli, grazie anche alla propulsione di questi racconti, che gettano il seme del dubbio a energia inerte ma costante perché venga raccolto e fatto germogliare.
Si rivela quindi l’altro aspetto dell’essenza dell’umanità che deve resistere: quello del narrare, appunto, sotto qualsivoglia forma artistica o matematica.
Ed è perciò evidente il valore di una sinfonia di voci come quella di questa raccolta: nella fragilità e confusione della vita dell’uomo odierno, si erge come una ginestra sul liminare dell’abisso, perché domani vi sia un ponte, o un volo, non una caduta.
My rating: 4.5-5/5

Un "mocument" lovecraftiano nell'Italia di Piombo. Se avevate circa vent'anni nel '78, e già allora con ragione leggevate fantascienza, questo - spero - è un racconto per voi tutti. Quanto a me ero solo un bimbo. Ma non è stato indolore scriverlo.

Stele egizie raffigurano un dio solare i cui raggi si tramutano in arti umani. Bibbia, Esodo: 13,21 e 13,22. Gli Aesir dei miti nordici che discendono attraverso Bifrost, il ponte-arcobaleno. Entità di un altro mondo lungo un corso IRIDESCENTE. Si usa dire che San Paolo fu FOLGORATO sulla via di Damasco. E la parola che in antico sanscrito sta per "luce", o "luminoso", è derivata dal loro nome come lo appresero i primitivi.
Le mie letture di mitologia non mi sono di conforto.
Sullo schermo c'è un idraulico che si arrampica su una scala per raggiungere una principessa in gonnellino color confetto; c'è una palla, nel labirinto, che inghiotte pillole e divora spettri. Quelle tessere ad incastro e un'insistente balalaika.
Oggigiorno i ragazzini si divertono così. Li lasciamo alla mercé di quelle COSE luminose.
Le vetrine dei negozi di elettrodomestici e questi nuovi discount computer mi rintronano ché acquisti Commodore, Spectrum e Intellevision. Ma io non ho il telefono, la radio o la TV. Ho traslocato in periferia, dove tutto è meno URGENTE. Come potrebbero aggredirmi ancora?
Non li ho più dentro di me, non conoscono i miei pensieri. Sopravvivo da dieci anni, sono uno scomodo testimone.
Ma voglio scrivere che cosa accadde quel 20 giugno del '78.


Portavamo i telescopi nei borsoni da palestra, i panini e le aranciate negli zaini appesi in spalla, con le coperte, le torce elettriche, le sigarette ed il mangianastri. Era in corso una colletta per comprare un Super 8. Mauro, in Vespa, trainava a turno Simone e me; Roberto era sul Ciao. Giovanna ed Erica sedute dietro ed Eleonora con la sua bici: perché insisteva comunque e sempre per arrangiarsi per conto proprio. Si partiva all'imbrunire, si arrivava ch'era scuro; si pedalava per tutto un tratto di panoramica fino a che, col fiato corto, si arrivava alla boscaglia. Si scarpinava nel buio pesto per un sentiero di ortiche e fango, per raggiungere una radura a precipizio sul mare nero. La città ci era nascosta da una gobba di collina: c'eravamo noi, le stelle e gli abitanti degli altri mondi. Montavamo i telescopi e stendevamo le coperte.
Radio Veronica mandava in onda quel nuovo brano di De Gregori: si intitolava "Il '56". E noi sette, a ventun'anni, come il bambino del ritornello, sfogliavamo le riviste a setacciare strani articoli, ritagliavamo le foto ingenue di tutti gli UFO o presunti tali.
Perché sarebbero atterrati presto: li attendevamo senz'alcun dubbio.
Di tanto in tanto i giornali radio interrompevano le canzoni e ci atterrivano di un'ultim'ora su sparatorie e sequestri o bombe. Ci spaventavano le grida rapide delle sirene, dei cellulari, e i fari bianchi degli elicotteri in volo basso sui nostri tetti. O i cadaveri in prima pagina nel bianconero dei quotidiani, nonostante le réclame del Cynar e le Big Babol.
«Mia sorella è con i ragazzi del Movimento '77», Eleonora si intristì, «ieri l'altro hanno marciato per l'omicidio di Fausto e Iaio: i celerini li han presi a botte.»
«Ci ha ragione Ulrike Meinhof, quando scrive che sono porci.»
«... ma mio fratello Carabiniere», Mauro si risentì, «conta i giorni che gli restano a che gli sparino o salti in aria... »
C'era il padre di Simone cassaintegrato da dieci mesi. C'era Giovanna rimasta incinta e malinconica dall'aborto. I suoi occhi di zafferano non scintillarono mai più. Roberto ed Erica troppo attratti dall'eroina e il divorzio silenzioso dei miei tristi genitori. Mia madre a piangere chiusa in camera e le valigie di mio papà. C'era odore di metallo e di cordite nelle strade, c'era la stretta dei pochi soldi, era un decennio angoscioso e cupo.
«Ma arriveranno», ripetevamo, «dovrà per forza cambiare tutto!»
Ogni giorno troppi indizi, avvistamenti, testimonianze: le placche Pioneer, la sonda Voyager e il messaggio di Arecibo; Guerre Stellari riempiva i cinema, c'era Goldrake su Rai Uno... un interesse alla fantascienza per abituarsi all'inevitabile.
«Pochi giorni o settimane, mesi, al massimo: non più!»
Non sapevamo che quella notte saremmo stati ricompensati.
Ci alternammo ai telescopi: Mauro ed io scrutammo primi. Guardavamo all'orizzonte navigato dai pescherecci, o la cima irta d'abeti e traforata di rifugi. Puntavamo al monte Conero e il lungocosta dell'Adriatico:
«Sono i posti dove appaiono: hanno basi, c'è un complotto...»
La lanterna di una barca o l'atterraggio di un aeroplano, i lampeggianti di un automobile o un falò in un casolare ci entusiasmavano e ci illudevano o ci frustravano per ore intere; ci arrabbiavamo perché - chissà? - ci distraevano dai veri UFO.
«Sono qui, non li vediamo; ci sono PROVE che siano qui.»
Le ragazze, con più buonsenso, si abbandonavano ad erba e musica, si sdraiavano alle stelle e le canzoni di Venditti. Ci credevano anche loro, li aspettavano anche loro: finché il cosmo restava buio, freddo e silenzioso discutevano di urgenze e di problemi più concreti. Se diventavano un po' troppo serie rispondevo con Finardi:
«Extraterrestre, portami via!»
Toccò a Roberto, toccò a Simone. Lasciai loro il telescopio.
Rabbrividimmo di una folata di vento umido e appiccicoso.
CHE COS'E' QUESTO RONZIO.
Puzzo di ozono e metallo in bocca.
All'improvviso l'oscurità fu lacerata da un raggio nero: calò dal cielo, si spense in mare, una colonna di luce e fumo. Altri raggi, in un istante, precipitarono allo stesso modo. Ci assordò un rumore bianco che echeggiò per tutto il colle, nuovi raggi balenarono poco distante dalla radura: li avemmo attorno, li avemmo addosso. Pilastri neri di due-tre metri che BRUCIARONO NELL'OMBRA. Io, con le ragazze, gridai di fifa e fuggii nel folto; Mauro, più veloce, era già corso per il sentiero.
Ma Simone e Roberto, stesi a terra accecati, sopportarono che i raggi li... scannerizzassero, si dice adesso.
Il ronzio era spaventoso. Mi pisciai sotto. Durò un minuto.
Mauro, sulla Vespa, stava già mettendo in moto: gridò di muoversi, «perlamadonna! 'cazzo state ancora lì?!» Giovanna ed Erica gli obbedirono, scapicollarono verso le bici; Eleonora, benché tremasse, si morse i labbri e mi strinse il braccio:
«Non possiamo lasciarli soli. Dài, facciamoci coraggio.»
Ritornammo alla radura. Gattonammo ai nostri amici. Sdraiati immobili, ma respiravano:
«Sono vivi!»
«Non è un horror.»
Non avevano ferite, non sembravano ustionati: ci guardarono istupiditi, tuttavia ci riconobbero; mi sembrò che i loro occhi scintillassero più scuri. Ma durò solo un istante: pensai d'essere suggestionato. Farfugliarono parole che non avevano nessun senso.
Dya'wra. Yuggoth.
Le compresi due mesi dopo. Quando ormai fu troppo tardi. Mentre adesso spero solo di non doverle ascoltare più.
Ma si ripresero dall'intontimento e si rialzarono eccitati:
«Li avete visti?!»
«Puttanatroia! Ma che cos'erano?!»
«Sono LORO!»
«Come sarebbe che sono?!...»
Mi lasciai prendere dall'entusiasmo.
Per non ammettere di aver paura.
«... o magari erano i fari di un elicottero della pula», Eleonora li calmò, «ma è stato brutto, dobbiamo andare. Per questa sera finisce qui.»
«Che cazzo fari! Li hai visti bene! E' UN'ANTILUCE, DYA'WRA! YUGGOTH!»
«Dài, torniamo a casa», mi sforzai di convincerli: ma all'improvviso sudati e pallidi, con lo sguardo spiritato, ci aggredirono e spintonarono né se la smisero di gridare.
In lontananza ascoltammo cani che abbaiavano e ringhiavano, e una voce timorosa che domandava «chi c'è laggiù?». Le finestre di un villino si illuminarono a sì e no un chilometro. E la lite e gli schiamazzi, l'isteria dei nostri amici, richiamarono dal basso anche Mauro e le ragazze:
«Ah, ma allora...»
«No: non stanno proprio per niente bene.»
Non sapevamo che cosa fare. Quei due pazzi, esagitati, e incapaci di stare fermi, straparlavano e ci insultavano e insistevano che «sono qui!»
«Sono arrivati! Li avete visti! Bisogna dirlo, bisogna agire!»
Dal villino udii una donna piagnucolare con il marito. Che insisté «sta' dentro, chiudi; chiamiamo subito la polizia.»
«Non c'è un bel niente, non vedo niente», Eleonora li avvicinò, «sono lampi, era un aereo; si è sentito anche il rumore.»
La atterrarono con un calcio. Si accanirono a pestarla. Noi, basiti, ci buttammo per soccorrerla: la raccogliemmo e la allontanammo che aveva un occhio e le labbra gonfie.
«Siete matti?! La ammazzate!»
Non ci ascoltarono, non ci sentirono, continuarono a azzuffarsi:
«Non volevate che li vedessimo? Non volevate che ci prendessero? Sono arrivati! Ci avranno tutti! L'ESPERIMENTO PROSEGUIRA'!»
Ai raggi bianchi di torce elettriche sparse accese sulle coperte ci spaventammo dell'ESPRESSIONE che irrigidiva i loro volti. Nei loro occhi si accese cupa una fatale disperazione, un terrore inconcepibile che non poterono gridare e esprimere. Ci accorgemmo che lottavano, nonostante non lo volessero, con le membra quasi torte e come fossero costretti.
Corsero al ciglio di una scarpata.
Non riuscimmo a trattenerli.
Precipitarono per trenta metri.
DYA'WRA! YUGGOTH!
Continuarono a strillare, maledire ed invocarli. Lo schianto d'ossa sui sassi in basso azzittì le loro grida.
Fummo accecati da fari gialli e spaventati da un motore: un fuoristrada dei Carabinieri si arrampicò lungo il sentiero.


L'incidente impressionò la nostra piccola città: la chiesetta di quartiere ai funerali fu gremita. Non ci sono altre parole per questo genere di dolore: mi mancarono a vent'anni e non ne trovo neppure adesso. Punto, un rigo bianco, un tratto nero del mio passato. Tuttavia resta la rabbia, che con il tempo si fa più limpida: ché il giorno dopo le radio libere, i quotidiani, gli opinionisti si appropriarono lutto nelle peggiori declinazioni; dal "disimpegno che illude e uccide" dei giornalisti politicizzati allo "scandalo" e "mistero" dei rotocalchi degli ignoranti. Una colonna su "l'Unità"; un'intera pagina su "Gente" ed "Oggi."
«È uno schifo», sputò Eleonora. La pensavamo allo stesso modo. E smettemmo di rispondere alle chiamate dei redattori.
Ma agli sguardi e nelle chiacchiere e i sussurri della gente, degli adulti, dei coetanei - non lo avremmo mai creduto - diventammo, da un giorno all'altro, gli allucinati ed i troppo strani; «gli usciti scemi per gli extraterrestri e questo genere di stupidaggini».
Gente che in strada, sui treni, in piazza, faceva a botte e innescava bombe, e si ammazzava per un partito e immaginava rivoluzioni.
E una colpa tetra, assurda - che soprattutto non avevamo - un incidente che non causammo e un assassinio mai commesso ci incupì ed avvelenò e ci ridusse a un silenzio immobile.
Ci allontanammo, restammo soli, ci rinchiudemmo nei nostri buchi; o sprofondammo in letture e dischi che fino a prima ascoltammo insieme. Ci segregammo al bagliore idiota dei palinsesti televisivi, che incominciavano ad insinuarsi nei pomeriggi degli italiani.
E favorivano un'INVASIONE senza rendersene conto.
Così per caso rividi Mauro da un meccanico di moto: mi serviva un copertone, lui cercava un cuscinetto. Ci fu difficile guardarci in faccia.
«Hai ancora i telescopi?»: domanda scema, che mi pesò.
«Li ho lasciati dai caramba. Non mi va di andare a prenderli.»
«Sono passato qualche volta al circolo: non ti ho trovato.»
«Lavoro, adesso.»
«Uhm, non ce lo hai detto.»
«Giovanna ed Erica?»
«Lo sai com'è: non c'è mai stata 'sta confidenza; stavano con...»
«Che ci vuoi fare? Finisce lì. Ed Eleonora?»
«Si incazza sempre. E ci ha ragione, ma...»
«... ma io non sono di quell'umore. Ciao, va là. Ci si rivede, se mai ricapita.»
Mise in moto, se ne andò.
Manco più ci salutiamo.


E una sera finalmente, nel più profondo del mio silenzio - la solitudine, il malumore, l'abbrutimento che mi affliggeva - sentii il bisogno di tornar fuori a rivedere le stelle e il cielo.
Non avevo ancora l'animo, il coraggio, la volontà di riandare alle colline e il nostro posto di osservazione. Solo, in bicicletta, non sarei manco riuscito: la panoramica era troppo ripida. Non avevo gli strumenti. Desideravo tornare a ME con la speranza nell'universo.
Quello, almeno.
In città c'era uno stabile inaugurato da pochi mesi: un condominio di trenta piani di appartamenti ed uffici vuoti. Fra i quartieri di case U.R.R.A. e palazzine del dopoguerra, fra i villini e complessi residence del boom recente dell'edilizia, quel colosso era un'autentica provinciale meraviglia. Ci si saliva fin in terrazza a sbalordire del panorama, mille lire e sigarette corrompevano il portiere. Il signor Gaetano Marra era un invalido di sessant'anni.
Non fece caso a che fossi solo, silenzioso e trasandato: spesso ci raccontava di aver aperto quell'ascensore a una tale umanità che non avremmo immaginato.
«Ai suicidi? Alle coppiette?», gli domandavo per malignare.
«Chi vuol provare com'è nel vuoto.»
«Seicento metri son sufficienti?»
«La gente è misera: lo sono, sì.»
Preferii salir le scale, volli andare con fatica, tirare il fiato e sgranchire i muscoli da uno sforzo solo astratto. La mia lunga maratona di sei mesi di dolore. Uno specchio, nell'androne, mi accusò di quell'ignavia: da troppi giorni non mi radevo, avevo preso un po' di peso, e il gilet di lana a rombi era macchiato di caffelatte. Uscii alla notte e una brezza fredda e mi sporsi a una ringhiera. Davanti a me, sotto di me, c'era il mio mondo:
«C'è tutto il mondo: non ho mai viaggiato tanto.»
Quattro cinema, un teatro, un centinaio di palazzine, bar e circoli e tabaccherie e un lungomare di discopub; piccole fabbriche e capannoni che deturpavano i campi e i colli. Persone piccole ai tavolini che si infoiavano di politica, di calcio, di spettacolo e lavoro; che pretendevano che il nostro nulla potesse essere interessante. Le nostre inutili biblioteche di un milione di volumi: già da lassù non udivo niente, solo un'eco di motori. La nostra tenebra bruciava appena delle insegne luminose che costringevano le nostre vite verso giorni non umani: commessi-automi nei supermarket ventiquattr'ore su ventiquattro, e le insonni automatizzate solitudini dei self-service. Si andava in fretta da nessuna parte per arrivare puntuali a niente.
Chissà mai se era lo stesso anche su Proxima Centauri?
Guardai la Luna, le stelle, Venere; volli vedere pianeti ed astri che non brillavano in nessun cielo.


E all'improvviso quel raggio nero, quella colonna di luce e fumo.
Non emanava da un faro a terra, non si accese fra le nubi: s'erse dal nulla di fronte a me, sembrò uno squarcio nella realtà, mi assordò di quell'orribile e continuato rumore bianco. Mi sovrastava di due-tre metri di urlante elettrica OSCURITA'.
DYA'WRA. YUGGOTH.
Caddi supino, paralizzato, il raggio nero mi strisciò contro. Crepitò di fiamme e folgori che mi investirono ma non bruciarono. Quei lampi freddi si tramutarono in mani umane minute e grasse che mi ghermirono innumerevoli, mi premettero alle tempie: fui devastato di convulsioni. I miei occhi, i miei pensieri, i miei sensi e la memoria traboccarono di mostruosi e impossibili RICORDI.
DYA'WRA. YUGGOTH. PER PROSEGUIRE L'ESPERIMENTO.
«Lo hanno detto anche Simone, anche Roberto... sono morti!»
Carneficine fra orrendi GRANCHI e quegli alieni di oscura luce. Elettroscariche intelligenti. Nei deserti raggelati e negli abissi di Plutone.
PERCHE' SO CHE E' PLUTONE?
Mi-Go in fuga da una sconfitta su un pianeta lussureggiante. Che cosa sono? Che cos'è un Mi-Go? Dya'Wra spietati all'inseguimento attraverso il gelo ed il vuoto cosmico. Guerre segrete nelle caverne per il dominio dei branchi ominidi, e sofferenti australopitechi sui menhir-operatori. Quei crostacei li sezionano. E ne asportano i cervelli.
Le colline del Vermont e una maschera di cera.
Cilindri vitrei ridotti in pezzi da una scarica di fucile, Mi-Go sbranati ed un memoriale firmato in calce da un certo Wilmarth.
I raggi neri in un antro buio - E' UNA SALA OPERATORIA - devastata da un esplosivo e un Tommy Gun degli anni '30.
L'ESPERIMENTO PROSEGUIRA'.
Dya'Wra è la parola che le scimmie appena deste balbettarono accecate dalle colonne di fuoco nero.
PERCHE' SO QUESTE COSE?!
Vomitai e persi i sensi.


Riaprii gli occhi al vento freddo che sferzava la terrazza, e le lancette del mio orologio declinavano all'una e un quarto. Mi svegliai con l'emicrania, intirizzito e quasi immemore.
Solo POI ricordai tutto: quando la COSA mi lasciò LIBERO.
Ero angosciato da uno strano incubo che però non rammentavo, e che avevo l'impressione fosse il sogno di qualcun altro.
Mi rialzai, sfregai lo sporco e barcollai verso le scale. Trovai Marra sulla porta contrariato e preoccupato.
«'Cazzo hai fatto?! Non sei più sceso. Ho avuto fifa, ho pensato male. Se fai casino per me è un disastro, ché mi licenziano, c'è la galera!»
Tirai fuori dalle tasche una banconota da mille lire.
«Di', stronzetto, mi vuoi prendere per il culo?! Porcodio, sei messo male, puzzi di vomito: cos'è successo?!»
Non gli risposi, ci spintonammo, senza pensare lo colpii al muso.
Restò basito col sangue al naso ed insistetti a picchiarlo ancora.
Mi accanii a cazzotti e schiaffi né cessai quando fu a terra. Lo inseguii giù per la rampa a calci in culo e pugni in testa.
Contro un vecchio. Solo. Invalido.
Non lo volevo, MA LO FACEVO, ed era come se fossi altrove: incapace e silenzioso in un recesso di me stesso. Lasciai Marra su un pianerottolo rannicchiato a singhiozzare, sputò sangue e un dente rotto e mi chiamava delinquente. Il suo pianto era straziante, ci penso adesso e fa ancora male; torna a bollirmi qui nello stomaco la colpa squallida per quell'infamia. Ma quella volta – ricordo bene – riabbottonai camicia e giacca, mi asciugai il sudore in fronte e mi lisciai i capelli lunghi. Mi guardai, giù nell'androne, in quello specchio con occhi stolti: che balenavano di nero né provavano rimorso.
Poco dopo, a piedi, in strada, non pensavo già più niente.
O a quel cazzo di banconota che avrei dovuto riprendermi.


Fui intrattabile e distratto per tutto il mese di lì in avanti: non riuscivo a concentrarmi, né a pensare e non avevo memoria breve. Restavo inerte per lunghe, stupide, e chissà quante giornate a formulare pensieri insulsi che non avevano nessun seguito; mi esaltavo, emozionavo, mi infuriavo per un istante per ogni rigo riuscissi a leggere ogni programma che trasmettessero. Potevo piangere, mi arrabbiavo, tiravo calci e ridevo scemo. Poi, l'attimo dopo, mi eccitavo per tutt'altro.
Tutto uguale, indifferente e straordinario allo stesso modo.
E mi assillava un'idea sgradevole di totale estraneità: non li sentivo miei stati d'animo, me li imponevano dall'esterno.
Ero elettrico, sempre in ansia, teso, stanco e logorato. Potrei dirlo con un termine che è di moda di recente: era come se qualcuno facesse ZAPPING con la mia mente.
Vedevo schermi, apparecchi radio, teli al cinema e semafori attraversati da un'ombra tremula che svaniva in un istante, riflessi neri sui volti lividi delle persone più stanche e tristi. C'era un lampo nei loro occhi: guardavo il prossimo e trovavo me.
«Sai cos'hai? L'esaurimento!», mia madre si preoccupò. Me lo diceva con occhi spenti, appesantita dai cinquant'anni, con troppe rughe che le solcavano il volto grigio e una Marlboro dietro l'altra che incenerivano fra le dita; «non dai esami, non studi più, ti addormenti sul divano, quei tuoi amici li senti poco e soltanto per telefono. E non esci mai di casa. Sei depresso, dài: reagisci! C'è una vita fuori, senti?»
Era un febbraio piuttosto caldo, e restavamo a finestre aperte. Sottocasa strisciò il bruco di un corteo universitario con i tamburi che si infiacchivano e i cartelli pencolanti. Gli striscioni si afflosciarono al fastidio e l'insofferenza di tanta gente con l'auto nuova che pretendeva le strade sgombre. Corna e fiche dai finestrini che rispondevano ai pugni tesi.
Il mugghio di lavatrice che veniva da in cucina, il ronzio del frigorifero, il laugh-sound del "Muppet Show" soffocarono gli slogan farfugliati dalla folla. I raggi fiochi del pomeriggio declinavano in salotto. Mi stravaccavo sul sofà nuovo e mi ingrassavo di Buondì.
«Anche babbo non ha studiato. Ci dice sempre che s'è infurbito. E anche tu, che hai preso lingue, abbandonasti a metà del corso.»
«Che cosa c'entra? Sei nato TE.»
«L'accusativo sta per le cose. E non mi sembra sia colpa mia.»
«L'accusativo. Ma tu sbarelli!»
«Ecco, appunto: lasciamo perdere.»
«Devi smuoverti, capito?!»
Risi. Smuoversi. Scrollarsi per FRANARE. La mia famiglia e le nostre vite precipitavano per una china. Sperare stelle e guardare in alto diventava più improbabile, frugavamo nella polvere per raccogliere frammenti: di un matrimonio, l'educazione e di un'idea di mondi nuovi.
«Uff», sbuffai. Mi chinai alla manopola dell'apparecchio televisivo.
Per alzare un po' il volume e ignorare le cazzate.
Crepitio, un'interferenza. Righe nere sullo schermo.
«Ma mi ascolti?!»
«No, non sento: L'audio adesso è troppo alto.»
Lei schiacciò la sigaretta. Inghiottì. Presi un ceffone.
Mi alzai di scatto dalla poltrona. Frenai l'impulso di darle anch'io. Ma la rabbia mi arse i nervi, sentì una scarica nelle vertebre. Credo caddi, torsi gli occhi, sbavai convulso sul pavimento. Come quando...
Come cosa?
Dita grasse, nel mio cervello, lo pizzicarono e titillarono. C'era QUALCUNO chinato IN ME e prendeva nota di quel dolore. Dello strazio, delle grida e lo spavento di mia madre.
L'ESPERIMENTO VENTICINQUE CINQUE DEL MESE DUE SETTANTANOVE.
Non avevo mai avuto un attacco di epilessia.


Ero sveglio già in ambulanza, mio papà ci seguì in auto. Mi trasportarono in neurologia e mi sdraiarono su un letto. Inghiottii da un contagocce un'acqua amara, pizzicava; tentai di muovermi, volli parlare e un male intenso mi prese ovunque. Gli infermieri interpretarono le mie smorfie sofferenti:
«Acido lattico, stai tranquillo: è come dopo che fai ginnastica. Questo è depakin, manda giù.»
Le luci alogene, gli apparecchi, zinco e vetro attorno a me scintillarono più accecanti e tintinnarono più rumorosi, voci e rumori parole e suoni erano TRACCE che REGISTRAVO.
Interrotte dai ronzii. Mi offuscava un alone scuro.
C'era un medico con un taccuino.
«No, non gli era mai successo», rispondeva mio papà.
«'Cazzo sai? Non ci sei mai.»
«Quante volte gli è capitato?»
«Mai.»
«Sei proprio stronza.»
«Buono te. Ma vaffanculo, va'!»
Il dottore li prese a parte. Mi lasciarono alle macchine. A un infermiere inespressivo e zitto che mi fissava con occhi neri.
Tornò il neurologo con i miei, mi si sedettero accanto al letto:
«Stai bene, dicono. Per questa notte te ne stai qui. Poi, domattina, torniamo a prenderti e portarti a casa. Non è stato un bel periodo. E alla lunga sei crollato. Ma è comprensibile, ma è normale. D'ora in poi rallenteremo. Starai più calmo, sarai sereno. Le cose piccole, problemi semplici. La smetterai di guardare in alto. C'è troppo buio, c'è troppo vuoto: dove corrono i pensieri? Chiudi gli occhi adesso, buono...»
Mi accarezzarono, mi baciarono, l'infermiere li allontanò. E attivò un sinistro ORDIGNO che tracciava righe nere su una risma prestampata che annotava a pennarello.
«Dobbiamo fargli l'E.E.G.»
Mi infilò un casco di gomma con elettrodi e morsetti.
«... e può anche darsi che di qui in avanti senta odori che non esistono: è un sintomo, sapete?»
Lui, per esempio: che puzzava di granchio morto; le ciglia folte e la fronte bassa e braccia lunghe da orangutan.
Mentre la macchina mi sondava sorbì uno YUGGORTH all'albicocca.
Che cosa diavolo sto scrivendo?


L'orario visite si concluse, mi lasciarono da solo. Si smorzarono le luci e caddi subito addormentato. Non potei dormire bene, avevo i muscoli irrigiditi. Ma a notte fonda sentii il bisogno di andare in bagno, DOVEVO andare: fu difficile anche alzarsi e camminare per quei due metri. Strinsi i denti, inghiottii il dolore e arrancai alla toilette.
Mi sedetti. Chiusi gli occhi.
Sono SICURO che restai sveglio.
I neon azzurri dell'ospedale all'improvviso sfrigolarono, scoppiettarono, si spensero e fu buio e silenzioso. Udii la voce di un'infermiera che si stupiva di quel blackout.
Odore intenso di ozono e ferro e la fronte madida appiccicosa.
Poi, dall'anta a vetri, quel bagliore improvviso nero. Quell'assordante rumore bianco. Lo strillo e il gemito della ragazza. Tinnio di zoccoli, un campanello e un tonfo sordo sul pavimento.
Uscii dal bagno. Dalla mia camera. Mi trascinai nel corridoio.
Ammutolii. Ricordai TUTTO. Gridai rauco di paura.
Le luci aliene sonore e tremule penetrarono il soffitto, le finestre, i lucernari e balenarono sui letti. Crepitarono di MANI che ghermirono i pazienti, paralizzati dai raggi neri in un inerme e profondo sonno.
PENETRARONO NEI CORPI.
Chiamai aiuto, tentai la fuga, ma caddi rigido sul pavimento. Prono ai lampi e quelle mani rapaci e gelide sulla mia pelle. Provai dolore ed orrore e nausea del mio cervello che si ESSICCAVA; mi sentii polvere dentro il cranio e uno sgradevole dolciastro in bocca. Colai un muco grigiastro e freddo dalle orecchie e le narici, un disgustoso ectoplasma denso.
Dal mio torace avvampò un Dya'Wra.
IL PARASSITA MI USCI' DA DENTRO.
Vidi l'alieno gridare e sbattere sulle lettighe i catini e i vetri, sfolgorò sulle pareti, si intrecciò con le altre luci. DISSE LORO LA MIA MENTE. Arse e si spense dentro il CERVELLO di un ammalato su un altro letto. La corsia si ottenebrò delle mostruose colonne nere che bruciarono nei corpi, terrei, nudi: li devastarono di convulsioni. Pozzi bui nelle pupille spalancate a un profondo vuoto. Un tuono lugubre bussò sui vetri.
DYA'WRA. YUGGOTH. L'ESPERIMENTO PROSEGUIRA'.
Impazzii. Crollai nel buio.


Mi ritrovarono steso a terra sulla soglia della stanza, con le mutande bagnate e sporche ed il pigiama alle caviglie. Quindi sì: mi ero svegliato, ero stato alla toilette. Ma avevo subito perso i sensi per lo sforzo e per il sonno.
«Capita, è normale», ripeterono i neurologi. Qualsiasi cosa mi azzardassi a dire, che cosa SO, che cosa ho visto, cosa credo di sapere, da lì in avanti suscitò pena e il sorriso della gente. Dei miei stessi genitori.
Capita, è normale.
«Dovresti crescere, da quella notte», Eleonora mi disse un giorno. Per qualche tempo mi fece visita, «ma non parliamo di extraterrestri.»
Io cercai di raccontarle l'episodio il più vivido, puntuale e oggettivo che mi riuscisse; nei dettagli che PROVAVANO che non era stato un incubo:
«Se l'infermiera ha negato tutto è che non vuole passare guai. Ché ha paura, come tutti.»
«Non sto parlando dell'ospedale», finalmente si spazientì. Mi salutò con un groppo in gola. Da quella sera non l'ho più vista.


Credo che il mondo sia andato avanti, che ne hanno preso il controllo loro. Le cose elettriche sono ovunque, nel nuovo secolo saremo servi: sono entrate negli OGGETTI. Hanno scopi imperscrutabili. Sono alieni, menti aliene. Ma finirà che ci arrostiranno. Non li interessano i nostri corpi. Da dove vengono NON C'E' MATERIA: c'è una nera inconsistenza che disgrega la realtà. Ma annienteranno le nostre menti, saremo un gregge di gusci vuoti, dementi idioti decerebrati e obbediremo ogni loro impulso.

E' UN'ANTILUCE. DYA'WRA, YUGGOTH. PH' NGLUI MGLW'NAFH CTHULHU R'LYEH WGAH'NAGL FHTAGN.


Recensione di Lorenzo Davia dal blog Rivangare il Futuro

Alessandro Forlani ha preso una figura storica come Cristoforo Colombo, ci ha aggiunto un po' di Miti di Lovecraft e suoi miti personali, e ha tirato fuori un romanzo breve dalla lettura piacevole, interessante e con una serie di personaggi ai quali ci si affeziona. Parliamo di Xpo Ferens (Acheron Books).

Il giovane Cristoforo Colombo e suo fratello Bartolomeo, mercanti e navigatori, a seguito di un attacco di pirati saraceni raggiungono una strana isola dove rinvengono la mappa di un continente sconosciuto, situato al di là dell'Oceano Atlantico. I due fratelli decidono quindi di partire alla scoperta del misterioso continente. Braccato dall'Inquisizione, e alla guida di un bizzarro manipolo di marinai provenienti da mezzo mondo, Cristoforo Colombo troverà il sostegno del più pericoloso armatore che si possa immaginare, e che sembra molto interessato alla meta finale: Abdul Alhazred, l'Arabo Pazzo... Orrende negromanzie, equipaggi zombeschi, relitti di navi impossibili popolati da creature antidiluviane... il genio weird di Alessandro Forlani, premio Urania 2012, ci trasborda in una navigazione da incubo, che mescola e reinventa le suggestioni del fantasy avventuroso, del romanzo storico e dell'horror lovecraftiano!

Non scrivo questo post per convincervi a comprarlo, anzi farò finta che lo abbiate già letto e condividerò con voi qualche impressione. Se non lo avete letto, continuate a vostro rischio e pericolo!

Intanto già mi piace che l'autore abbia preso Abdul Alhazred come personaggio principale: perché limitarsi a imitare i Miti di Cthulhu quando puoi avere l'originale? Perché fare una brutta copia del Necronomicon quando puoi avere l’autore, addirittura disponibile a firmare autografi? E poco importa che l'Arabo Pazzo sia ufficialmente morto nel 738 divorato da una creature invisibile: l'Alhazred di Forlani si mantiene "vivo" e vegeto grazie alla magia nera e: "sono pazzo di conoscenze che mi guidano ad altri mondi". Ed è proprio in un altro mondo che vuole farsi portare, usando le mappe che Bartolomeo porta nella sua testa. Mappe di un continente al di là dell'Oceano, ma non nel nostro mondo. L'America dove finisce Colombo e la sua ciurma è altrove, popolata da altre creature che in passato costruirono simulacri per aiutarli nei lavori, fino a delegare ad essi la loro stessa esistenza:

(…) molte scene si spopolavano di creature del tempo antico e stipavano, invece, di accumuli di oggetti. Molte erano macchine, alleviavano gli sforzi; ma gli amenicoli moltiplicavano in ogni parte di quel
mondo. Cose inutili cui quelle genti si dedicavano con cure insane: e la espressione sui loro volti, di intelligenza benché mostruosa, era adesso di ottusa e entusiasta acquiscenza.

Beh, forse non sono finiti proprio in un altro mondo... D'altra parte, come dice Abdul Alhazred: "Tutti i popoli evoluti sono stupidi e vanesi."

Mi diverte anche come l'autore lanci delle stilettate contro certe manie e fobie contemporanee, ma intessendole talmente bene nella scrittura che più di qualche volta rileggevo il paragrafo chiedendomi: ma lo ha fatto veramente?

Abdul Alhazred gli confessò, indispettito, un errore di calcolo relativo alle pile elettriche:
«Che cosa sono le pile elettriche?!»
«Quelle anforette di terracotta: hanno esaurito l'autonomia; credevo che bastassero, fino al prossimo scalo...»

Io quando viaggio, uguale.

In tutto il romanzo si respira forte l'atmosfera dei film di Alien. Lo strano veliero trovato in mezzo alla giungla ricorda l'astronave degli Ingegneri nel primo Alien. Anzi, sembra che Alien: Covenant abbia copiato più di qualche scena da Xpo Ferens, come l'astronave in mezzo ai boschi o le creature morte nella città abbandonata.




Non sono del tutto sicuro che Forlani e Ridley Scott si siano messi d'accordo, ma non si può mai essere sicuri al 100%. Magari è quel classico caso in cui certe idee sono nell'aria e più di una persona le raccoglie.

Sia negli ultimi Alien (ok, l'ultimo Alien e il primo e unico Prometheus) che in Xpo Ferens si parla di Creatori, Creature Create e le conseguenze della Creazione.
In Alien, Peter Weyland crea David. L'uomo crea la macchina, poi la macchina David (ri)crea lo Xenomorfo perfetto, che uccide l'uomo. È la creazione andata a male, la nascita di un cancro che uccide il creatore.

Somiglia (almeno ai miei occhi) a questo brano:

Il peggio era che i demoni servivano quelle genti, in simbiosi disgustosa con le abitudini più nascoste... si ingobbivano sotto i pesi, trascinavano, li issavano; accontentavano i commensali ai banchetti fino a ingurgitare i loro cibi e i loro sidro; li rigettavano nelle gole degli inetti e crapuloni. Quadri osceni di ripugnanti fornicazioni fra quegli esseri famelici e maschi e femmine degli antichi: lo scultore aveva reso l'ossessione, la rassegnata e colpevole accettazione, che quei diavoli dal cranio cavo pervertissero ogni aspetto della vita.

E, più avanti:

«Indovinate cos'è accaduto? (...) li ossessionarono; non riuscirono a farne a meno, demandarono a questi esseri tutto ciò che era un anelito, sostituirono le loro vite. Finché entrarono loro dentro e li privarono dell'anima: se foste un uomo di un altro secolo direste invece l'identità. Quando furono completamente svuotati, e la loro civiltà è collassata su sé stessa, provarono a liberarsene imbarcandone su quelle navi: ne fecero commercio... Trasportandone negli altri mondi naufragarono nel vostro.»

Non per niente è uno come Abdul Alhazred che vuole (spoiler spoiler!) costruire altri mostri,:

"Ma a Cristoforo insospettì che guardasse alle sculture con il disprezzo, con il fastidio, che aveva sempre per ciò ch'è pratico e ch'è concreto; la insofferenza per le manovre durante il viaggio e l'impazienza finché montarono l'accampamento." 

Uno come Alhazred, insomma, che disprezza il lavoro pratico fatto dall'uomo, che vuole automi al suo servizio e che, nonostante la sua antichità, somiglia troppo a certi datori di lavoro moderni.

Questo rispecchia quello che diceva Frank Herbert riguardo le macchine, ovvero che "i costruttori di macchine corrono sempre il rischio di diventare loro stessi macchine". E questo perché lavorando con le macchine si finisce per trattare anche gli altri esseri umani come macchine, e a pretendere che si comportino come tali.

Da ricordare, al giorno d'oggi, tra automazione e crisi del lavoro...
Edited by K.D.. Powered by Blogger.