Se questo blog da qualche mese è migliorato, se è migliorata da almeno un anno la mia scrittura, se l'Avvilente su Facebook ha 180 seguaci, lo devo in parte alla mia lettrice, admin, amica e a volte editor Kaoutar Dadi. A breve lei e Luca - il suo compagno - avranno una bambina: il mio regalo per il battesimo è questo piccolo racconto (nota: il nome della bimba è per ora fittizio; certe sorprese non si rivelano!)


«Il punto è che tu vuoi travestire tua figlia da teppista psicopatica», Luca si spazientì.
«Tu da posseduta.»
«Regan MacNeil non è mai stata considerata un modello da imitare: lei è solo iconica.»
Kaoutar non lo ascoltò. Trovò nel guardaroba il suo costume da Harley Quinn, conservato in formalina da ormai otto o dieci anni, prese la mazza dal portaombrelli e la porse alla bambina: Nausicaa le sorrise.
«Né le maestre né i genitori degli altri bimbi hanno visto l'esorcista: è una festa dell'asilo; è un film cult, ma ha cinquant'anni! Come pensi ci rimarrebbe se non capissero il personaggio?»
«Piccola», lui le chiese, «scegli tu: quale ti piace?»
«La faccia bianca con gli occhi gialli che hai detto te con il bastone del basbal; quella cuffia con i corni rossi e il crocinfisso con il sangue finto.»
Kaoutar, Luca, si guardarono rassegnati:
«... l'importante è che si diverta...»
La truccarono da indemoniata e la vestirono da giullare, le insozzarono il costume con la zuppa di piselli:
«... ché la usarono sul set per il fare vomito e l'ectoplasma!», lui si entusiasmò.
A Kaoutar inteneriva che la figlia, a quell'età, si divertisse a picchiare duro con la mazza e il tirapugni: le ricordava di lei ragazza nelle palestre di krav maga.
Il pc e il televisore, in cucina e nel salotto, insistevano a trasmettere le dirette satellitari di quella cosa spaventosa e enorme che aveva invaso la termosfera: il detrito o meteorite che incombeva sulla Terra.
«... è stazionario da nove mesi», ripeteva la cronista, «nessun tipo di attività...»
Il dottor Robert B. Kerr dell'Osservatorio Arecibo - Alberto Angela lo presentò - dovette ammettere che quell'oggetto non rispondeva a nessuno scanner; mandava in tilt la strumentazione di sonde e shuttle lanciati ad esplorarlo e sbarcarvi un equipaggio. E la video-conferenza coi luminari di Greenwich, Madras, Pulkovo, Zijinshan e della Specola Vaticana degenerò nell'ineluttabile allusione al veicolo spaziale di un'altra civiltà.
Uno stacco pubblicitario azzittì la dotta disputa. Bibite, menu McDonald's, case d'auto, biscotti, pay-tv, telefonia e i reality deficienti avevano a tal punto commercializzato l'avvenimento che la paura di apocalissi si era freddata in indifferenza: il grande pubblico non sopporta trecento giorni di attesa. Il cielo rosso e i vapori porpora che opprimevano il pianeta - Kaoutar inghiottì - le incutevano tuttavia un'angoscia di catastrofi.
Nausicaa era vestita, corse fuori spiritata, salì in auto sul sedile posteriore e strillò dal finestrino «dàiandiamodàiandiamo!»
Luca mise in moto, l'autoradio riferì ancora su quella cosa:
«Otto stazioni su ventiquattro che trasmettono di 'sta roba!»; inserì nell'USB la chiavetta con il black metal.

*

Il salone era gremito di Thor e Hermione, Batman, Harry Potter, Rocket, la Khaleesi, Ezio Auditore, Kylo Ren, gli Space Marine, Superman, Pikachu e il Quindicesimo Dottore. Harley Satana li tormentava gridando «bleah! sono il diavolo!», e colpendoli sulla testa con la mazza a stelle & strisce. Sui teloni alle pareti, in un loop di dieci ore, si alternavano sequenze fantasy e science-fiction dall'obsoleta collezione di blue-ray dell'istituto. I genitori annoiati e esausti, esaurito l'argomento figli, si rannicchiarono in solitudini digitali sulle scomode sedie in formica allineate alle pareti. All'improvviso, sul ponte di Khazad Dum, Gandalf ammonì il Balrog per sette volte consecutive: Luca alzò lo sguardo alla cabina di regia:
«Si è impallato il lettore!»
Il tecnico dell'asilo, in quello strepito di bambini, si strinse nelle spalle a fargli intendere che non capiva.
Kaoutar fu distratta da un bagliore alle finestre, che squarciò lo scarlatto immobile delle giornate di quei lunghi mesi: una reporter di RaiNews 24 gridò, terrorizzata, dentro l'i.pad di un'altra mamma collegata alla diretta:
«È un attacco! È un attacco! È un attacco! È un attacc...»
La luce bianca li accecò e bruciò, durò un battito di cuore, vuotò pensieri e spezzò le vite e rase al suolo tre continenti. Nausicaa si accasciò sotto i coriandoli e i pop-corn, sotto i corpi dei compagni investiti dall'irradiazione. I cadaveri e i festoni, i pvc lacerati, la protessero dal fuoco degli ordigni extraterrestri.

*

La pattuglia di rastrellamento si inoltrò fra le rovine, la voce calda di un macchinario restato integro echeggiava sulla coltre di quei piccoli carcami. Numero Dodici drizzò il tentacolo a quella cosa che si muoveva:
«Caposquadra!», gorgogliò, «Ce n'è uno vivo!»
La terrestre si scrollò dalla cenere e i rifiuti, barcollò contro di loro ammutolita con gli occhi gialli, vuoti; l'orrido ghigno sul volto pallido, piagato, e quei corni rossi e neri, quei paurosi campanelli. Brandiva un'arma...
«... tu non puoi passare!...», li sfidava il macchinario: era di certo il traduttore psichico delle intenzioni di quella belva.
«... nei... manuali di addestramento non c'era scritto che fossero... così!... è terribile, è orrenda!», tremò Numero Uno, «ritirata, ritirata!»

© Alessandro Forlani 2016

Malqvist guardò stupito dentro quel tubo con i due vetri, uno degli utili e strani aggeggi sugli spalti occidentali: l'antichissima tetra e sconfinata necropoli, soffocata dai gas venefici e infestata dagli avvoltoi, si estendeva in ogni dove lungo il pallido orizzonte, fino a nubi cenerognole a impossibili distanze.
«… è da non crederci!...»
«Lo vedi bene: è il Continente dei Morti.»
«Quelle tombe ricoprono un'intera provincia… no: una regione; tutto il regno di Handelbab … fino a dove si estendono?»
«Ti ripeto: è il Continente.»
Guardò ancora nella canna: si domandò perché ai cancelli di quei sepolcri non ci fossero le insegne di alcun ordine religioso, statue tedofore e sigilli magici di déi e demoni psicopompi. E gli accessi dei mausolei, delle cripte, degli avelli più grandi e ricchi gli sembrarono, al contrario, scardinati e divelti. I sentieri tortuosi di grigio càlice e cenere, che scendevano dalle mura alle propaggini delle tombe, erano pesti di molte impronte di stivali ed animali.
«È un luogo sacro: non c'è un custode?»
«Sono morti: si custodiscono da sé medesimi. Sono i vivi, casomai che non riposano tranquilli...»
Malqvist se ne rise con disprezzo e un po' di pena di quel povero soldato della Guardia Cittadina: gli amuleti, le medaglie, le immaginette che aveva al collo lo ingombravano probabilmente più delle armi e dell'armatura. Si fidava più di scongiuri che della picca che aveva in pugno.
«Voialtri che abitate nell'ombra dei santuari, o vicino ai cimiteri, siete tutti creduloni. L'incenso e i fuochi fatui vi danno le traveggole.»
«Non ti spaventa la magia nera?»
Malqvist carezzò il filo della paurosa bipenne, e piegò quel soldatino con una pacca alle spalle gracili:
«Temo i debiti, le tasche vuote: mi hanno detto che è laggiù che si guadagnano bei quattrini. Come ci arrivo a quel camposanto?»
Il soldato gli indicò quella dozzina di brutti grugni che si mettevano gli zaini in spalla e caricavano i pettrinali, affaticavano di some i muli e si allacciavano i cinturoni. Inguainavano le spade e si calzavano gli elmetti.
«Partono ora al calar del sole: potresti unirti alla spedizione. Un altro gruppo di temerari che si illude di arricchire con i tesori dei morti... La maggior parte non fa ritorno, vuoi davvero accompagnarli?»
« Vi spaventano i fantasmi, i gatti neri, le tenebre ma esplorate la necropoli solo dopo il tramonto! Io non vi capisco», rise, «voi gente di Thanatolia!»
«Certe oscure meraviglie si rivelano con il buio.»
Il gruppo dei razziatori, là alle porte del barbacane, parlottò concitato e fitto con un mercante ed un leguleio: si strinsero la mano, scarabocchiarono firme e croci su fitti rotoli di pergamene e sui pacchetti di cambiali.
«Sono al soldo di qualcuno?», Malqvist sospettò.
«Levias Aurotene, il grassone ingioiellato, è il principale finanziatore dei predatori di cripte.»
«Spero proprio che vorrà assumermi.»
«Un'ascia in più farà sempre comodo», il soldato lo salutò, «ti auguro la buona sorte, se hai deciso di provarci.»
«Ti prometto un souvenir.»
Lui corse le scale che dagli spalti che si imbrunivano scendevano alle porte e le garitte di sentinella. Un armigero annunciò, con una lugubre campana, che gli accessi alla città si serravano contro il buio. Gli altri militi si accingevano a manovrare le grandi macchine che chiudevano i battenti e abbassavano saracinesche. Sacerdoti di déi di morti, con i turiboli e gli aspersori, consacravano la grata contro gli assalti di cose buie, l'alito insalubre delle tombe che ammalava il continente.
I Predatori si incamminarono, Levias Aurotene li congedò: già fregandosi le mani e prospettando i dividendi.
«Una parola, messer mercante», Malqvist li trattenne, «vorrei unirmi alla spedizione.»
L'altro, e il suo legale, non domandarono perché o per come: non lo guardarono ammanco in faccia. Si accontentarono dei suoi bicipiti, del metro e ottanta di ferro e muscoli, lo sguardo truce, quell'ascia enorme e tante tacche sull'impugnatura. La dozzina dei tagliagole, sulle selle dei bardotti, strinse d'istinto balestre e spade e lo trafisse di sguardi ostili:
«... saremmo in tredici, che porta rogna...»
«Non mi interessa: ha i requisiti», Levias Aurotene li apostrofò, «Tratterrò solo tre quarti, la quarta parte va in fondo cassa: ciò che resta è il tuo compenso. Potrai tenerti eventuali spoglie degli eventuali nemici uccisi, ma avrò diritto di prelazione: se vorrò le acquisirò. Avrai diritto a metà del prezzo che io stesso stabilirò, con ritenuta della metà del valore attribuito: sono queste le condizioni. Firma qui, se ti sta bene.»
Gli porse un rotolo di comma e articoli, clausole, citazioni e "confronta" e il pomposo sigillo del suo quattrocchi da tribunale. Malqvist, interdetto, esitò per qualche istante: capiva poco di el'matemh'a'teh, l'astrusa scienza degli orientali che si occupava di cifre e calcoli... la metà meno metà, meno tre quarti più un altro quarto, gli sembrarono un po' poco... ma sempre meglio che avere niente come adesso nelle tasche.
«Siete pidocchio, messer mercante», siglò in calce al documento, «ma siete fortunato: mi trovate in ristrettezze.»


Il tramonto si incendiò sui due battenti di bronzo, li assordò il tuono metallico delle porte che serravano. Ascoltarono il rintocco di quell'ultima campana, che avvertiva chi fosse là, fuori, che non c'era più speranza di sfuggire agli orrori morti. Si allontanarono da Handelbab e galopparono fra le tombe, e la notte ghermì il mondo con inusuale rapidità. Le inferriate e le lapidi, le colonne e le statue, si azzurrarono gelate sotto i volti delle lune, che splendettero fra i vapori della coltre sepolcrale. Il terreno scricchiolò sotto gli zoccoli ed il ferro: a due giri di clessidra di cavalcata nei cimiteri, assecondando i sentieri grigi fra le rovine dei mausolei, dei cenotafi, le tristi edicole ed i segni sacri di religioni dimenticate, le stesse mura alle loro spalle gli apparirono solo pietre; un'altra fila di liti e morti su quel funebre orizzonte.
Malqvist seguì il gruppo per una strada non indicata che però - non c'era dubbio - precipitava a una fossa ricca:
«Ogni volta bisogna spingersi più in là», gli spiegarono, «per trovare alcunché di buono per il mercato degli antiquari: i dintorni di Handelbab sono tutti saccheggiati.»
Phàina, Kamila, Rick il Cinico, Delphodelius; Spidax, Paipas, Allitter, Myde, Eine, Doxe, Trige e Bocserige gli sembrarono specchi sporchi della sua scomoda stessa vita: spade al soldo ed equivoci trascorsi che - interrogati sui loro ieri - rispondevano a denti stretti che si facesse gli affari propri. Protesi, cicatrici, bende ed escoriazioni che suggerivano battaglie perse e torture e prigionie:
«... ma in Thanatolia arricchisci facile», Phàina ridacchio, «ché devi solo sgomberare cripte: tutt'al più qualche sciacallo, gli stregoni da strapazzo, gli scorpioni, i ratti, i ragni e le mute dei randagi...»
«C'è molto altro, da qualche tempo», Kamila si incupì, «ché la Dormiente si è risvegliata.»
«Sono stronzate che gli handelbabi fanno credere ai turisti.»
«Io», Delphodelius gli confessò, «predo i tumuli da molti anni, ma devo ammetterlo: ormai ho fifa. Si ha l'impressione, nei noviluni, che qualcuno sia tornato; voglia riprendersi ciò che gli spetta...»
«Certo: siamo noi, è il bottino che meritiamo!»
Malqvist spronò accanto alla lanciera dalla pelle grigia con il turbante, i tatuaggi bianchi, gli anelli e spille e il collare d'ossa del Deserto Incenerito a meridione del Continente:
«Di che parlavi?»
«Non vuoi saperlo.»
«Mi sembri l'unica, fra 'sti sbruffoni, cui non prudono le mani: cosa sai che loro ignorano?»
«So di Colei che Riabbraccia gli Orfani: che è ritornata nei suoi domini... Anche i morti hanno una madre...»
«Io non credo a queste cose.»
«Queste cose sono vere.»
«Sembrerebbe una buona zona, là», Spidax li interruppe.
Si fermarono alle soglie di un orrendo sepolcreto: più che tombe le avrebbe dette vasti trogoli di porci, vi giacevano i resti sparsi di migliaia di defunti, ingiuriati dalla fame delle iene e i roditori. Il perimetro era un fosso, luccicante di incenso e sale, il cui bordo incastonato di tavolette e di pentacoli malediva i pervertiti che si azzardarono all'IMPIVS EDERE...
«Chi sa leggere?», Allitter domandò: Delphodelius, per trascorsa familiarità con la lingua degli Antichi, tradusse rabbrividito che si trattava di antropofagia.
«Uhm. Sarebbe a dire?»
«È un anatema contro chi mangia la carne umana.»
«No», Paipas lo corresse: «è una formula di esorcismo contro demoni cannibali.»
I sepolcri convergevano a una statua disgustosa di un abominio metà uomo e mezzo verro o ippopotamo: le intemperie, probabilmente, ne avevano eroso il busto, ché mancava della testa... Una bocca enorme, orrenda, era scolpita a metà torace. Al chiarore delle lune, in quella gola di marmo eroso, scintillarono molti secoli di tesori e manufatti.
«... le ricchezze dei cadaveri disseminati per quelle fosse», Malqvist indovinò, «chi le ha scavate ha spogliato i morti, ma i loro beni... li hanno ammucchiati e lasciati là come fossero ciarpame...»
Lo folgorò quel pensiero orribile: perché l'oro non si mangia.
«Mi sta benissimo!», Myde lo spintonò: saltò il fosso di sale e incenso e arrancò verso la statua; Eine, Doxe, Trige e Bocserige gli si buttarono alle calcagna fra gli ossari scoperchiati. Nell'infido alone azzurro, al riverbero delle torce, non si accorsero del pozzo circostante il piedistallo: Myde ci cadde dentro, bestemmiò da un'insondabile e profonda oscurità. Gli altri, istupiditi, si chinarono sul ciglio.
«Cosa aspettate a tirarmi fuori?! È da vomito qui sott...»
Sangue e viscere dell'imbecille eruttarono dal pozzo, l'orrida cosa affiorò, grufolando, da quella fetida oscurità. Muscoli e orrore di tre metri e mezzo su due zampe da animale, ma camminava su piedi umani; aveva braccia ed un volto spento che pencolava da un collo torto, era lo spettro di un impiccato. E nel petto ischeletrito spalancò un'orrenda bocca: era il mostro della statua, mulinava una mannaia. Sventrò Doxe, Bocserige e spaccò il cranio di Trige ed Eine: ingollò le loro carni.
Malqvist impugnò l'ascia. L'abominio galoppò famelico giù dal tumulo verso il fosso: Phàina, Rick, Spidax e Delphodelius scaricarono le pistole e non riuscirono a ferirlo. I pallettoni gli rimbalzarono sul corpo molle.
Paipas, Kamila, Allitter atterriti gli puntarono le lance e serrarono gli scudi. Lui si buttò all'assalto, parò un calante della mannaia e crollò a faccia nel fango scazzottato da quella cosa: gli sembrò di essere stato colpito da un macigno di catapulta... Strisciò al riparo a riprender fiato dietro lapidi sbeccate, vide i compagni con le armi in asta sbaragliati e divorati. Gli altri, idioti!, esitarono sulle staffe: e frugarono nelle bisacce per altra polvere e pallottole.
«Via di qui! Filiamo, svelti!»
«Resta e battiti, codardo!»
«È invulnerabile, siamo morti!»
La Bocca-Demone sbranò i bardotti, sbatté a terra i tre compari e ne sparse le budella fra le immondizie del sepolcreto. Si ingobbì a quell'immondo pasto finché ne ebbe piluccate l'ossa. Un rutto disgustoso assordò l'oscurità, la creatura sedette sazia.
Malqvist, dal suo riparo, fu tentato di tornare all'ascia: il suo istinto lo trattenne; seppe per certo e inghiottì impotente che non avrebbe potuto nuocere... Restò immobile, nascosto, ad osservare il suo nemico. E lo vide che raccolse, e che depose nei suoi trogoli, i bianchi scheletri morsicati delle vittime e le bestie; ne setacciò le monete e gli ori e le ripose nella statua. E tanta macabra e perversa cura offuscò la sua prudenza: gattonò fin la bipenne, la impugnò, tornò all'assalto; ruggì di sfida all'immondo essere che recitasse le sue preghiere, se un inferno lo ascoltava! Ma il demonio, indifferente, tremò flaccido e singhiozzò, si tuffò nel pozzo buio e frustrò la sua vendetta.
«Ti verrò a prendere nella tua tana!», Malqvist lo maledì: prese torcia, corda, le attrezzature da tombarolo e si accinse alla discesa in quell'abisso puzzolente.
«Non puoi farcela, bestione», lo trattenne una risata, «ché non si tratta di una creatura di questo mondo!»
Lui alzò lo sguardo al bellimbusto impomatato che veniva da un sentiero con un lume fra le mani. Più da vicino di accorse che non era una lanterna: quella pura luce bianca gli irradiava dalle dita.
I nastri, gli abiti, il profumo e la parrucca di quei furfanti sedicenti maghi che pullulavano a Thanatolia.
Gli grugnì e gli puntò l'ascia per accoglierlo con disprezzo:
«Ne sei capace, tu?!»
«Sono Comedius, un negromante.»
«Come no. E io sono Re Kull.»
«I miei incantesimi ti serviranno, se vorrai prendermi come socio.»
«Come mai arrivi adesso? Devi aver visto cos'è successo: non potevi intervenire e sbarazzarci di quell'aborto?»
«Stavo studiando la situazione: uso la testa, non sono un bruto.»
«Gli incantesimi non funzionano, la magia non esiste: quindi, tante grazie, ma me la sbrigo ad acciaio e pugni.»
L'altro, drammatico, effettato e un po' ridicolo, avvampò di una fiamma candida che attecchì agli sterpi e lapidi; bruciò la terra di un alone nero che odorava di temporale: quella gag stanca e abusata da stregoni e incantatori...
«Puoi dubitare del mio potere?!»
«Anch'io so fare questo con un barile di roba nera, un acciarino, una candela e una miccia abbastanza corta: raccontala a qualcun altro.»
«Se tramutassi?! Se levitassi?!»
«Ogni teatrante conosce un trucco.»
«Ma devi ammettere che sono utili, quand'anche fosse che non vuoi crederci.»
«Siete soltanto impostori e stupidi: con voi stregoni succede sempre, se ci si trova alle peste, che vi prendono i rimorsi e l'anelito all'eroismo; dichiarate che lotterete senza usare la magia. "Devo fare ciò che è giusto!"; starnazzate sguainando quei vostri inutili temperini: e combattete», lo spernacchiò, «e vi uccidono da fessi. Gli incantesimi non vi salvano: le arti occulte son fanfaluche.»
«Senti bene, spaccacrani», si stizzì il negromante, «io non sono quel genere di imbecille: mangio e bevo per incantesimo, vado al cesso per incantesimo, vado a donne per incantesimo e alzo il culo per incantesimo. Sono un vigliacco, sono sleale: se posso fare qualsiasi cosa con la magia - e 'affanculo il coraggio, l'etica - canto una formula e me la cavo.»
«Sono pessime credenziali», Malqvist si insospettì, «perché metterci insieme?»
«Vuoi vendetta per i tuoi compagni, vuoi quell'oro nella statua.»
«... non necessariamente in quest'ordine, ma... sì, mi sta bene.»
«Quanto a me ho grandi progetti: sarò il padrone di questo posto.»
«Intendi dire del letamaio?!»; lui, schifato, accennò alle vasche e fosse che tracimavano di carcami, «hai altissime ambizioni...»
«Sarò il signore del Continente; il nuove Sire di tutti i morti.»
«Chi è morto è libero, non ha padroni.»
«Se sei letale quanto ignorante», Comedius sospirò, «quanto io sono potente, intelligente e lungimirante, il nostro patto ci darà la gloria.»
Gli sorrise e offrì la mano. Malqvist gettò piuttosto la torcia accesa nel pozzo buio e udì il tonfo di pece e stracci sulla poltiglia che era stata Myde:
«Vediamo cosa sai fare, mago», lo invitò.


Affondò fino al polpaccio nelle schifezze che cospargevano il pavimento, quelle cose che strisciavano gli facevano ribrezzo. Pestò scorpioni e mieté serpenti, spazzò i ratti, lacerò le ragnatele e soffrì il fetore insalubre delle muffe e dei liquami. Ma il fighetto impomatato che irradiava come un sole, rischiarando tutto l'orrore che suppurava nel labirinto, levitava sulle sozzure per non sporcarsi gli stivaletti.
«Non insistere a volermi impressionare», Malqvist lo sopportò, «ché a Gulfiberga ho visto navi levarsi in cielo con vesciche d'aria calda: questa cosa del volare sarà presto a buon mercato.»
«Ma la magia resterà gratuita.»
«Non ho ancora capito bene che cosa pensi di guadagnare; come credi che questa impresa ti varrà il regno dei morti.»
«Regno dei morti mi suona bene», Comedius si eccitò.
«Se io mi prendo l'oro, se i soldi non ti interessano: che ci ricavi dal boccaporco
«Converrai che è prodigiosa la sua presenza su questo mondo: non è cosa normale.»
«Non lo sembri nemmeno tu.»
«Non è un ordinario spettro, ghoul, vampiro o quel genere di creature che infestano i cimiteri.»
«È un maiale cresciuto male.»
«Quale popolo, in un'antica necropoli, avrebbe eretto una statua e un tumulo a uno scherzo di natura? Perché rendergli omaggio con banchetti di carne umana?»
Il corridoio sfociò a una cripta di nove lati e altrettante nicchie, in ciascuna delle quali c'era un enorme sontuoso avello. La pietra nera era scolpita di figure primitive che onoravano l'abominio divorandosi l'un l'altra. Un individuo solenne e magro, con attributi sacerdotali, presiedeva quell'empio pasto aspergendo i commensali. Malqvist rabbrividì quando la luce del negromante gli schiarì che l'aspersorio era un bimbo decapitato. Quegli stessi schifosi preti, sui coperchi delle tombe, erano in atto di ricevere ricompense da quel demone cannibale cui si inchinavano con devozione, e un cartiglio recitava MANDVCARE SEMEL SEMPER.
Un insistito e disgustoso rodere echeggiò nel sotterraneo.
«Fa' silenzio: mi spieghi dopo»; Malqvist impugnò l'ascia, pronto all'attacco di qualsiasi cosa fosse all'agguato fra quei sarcofagi. Restò spalle alla parete e si spostò lungo il perimetro, sbirciò negli angoli, dietro pilastri: non c'era niente, non vide nulla. Levò lo sguardo a interrogare il mago su quell'orrido rumore.
E Comedius chiuse gli occhi, ispirò, allargò le braccia come ad accogliere e sollevare un invisibile e enorme peso. Batté le mani: le nove tombe si rovesciarono, e quegli esseri disgustosi ruzzolarono sul pavimento. Nove pallidi, vivi, ischeletriti individui li fissarono affamati ma impotenti di azzannarli: coi moncherini di braccia e gambe divorati da sé medesimi.
«Nachzehrer, i vampiri più miserabili: l'appetito del proprio corpo li tormenta in eterno... Ecco il guiderdone del concedersi a quel demone.»
Malqvist li fece a pezzi, calò la lama, spappolò e spaccò fino a che di quelle cose restò solo una poltiglia.
«Quei bracciali e quelle tiare sono d'oro e di giaietto», Comedius si stupì, «vuoi lasciarli agli scarafaggi?»
«Staniamolo, ammazziamolo: facciamola finita.»


Una rampa dai gradini, larghi, piatti e consumati proseguiva a un colonnato di teschi ed ossa circostante una piscina. Il negromante smorzò la luce, tornò a terra, lo tirò a parte e si acquattarono nel buio fra quei macabri pilastri.
«Proprio adesso?! Ho l'impressione...»
«Sì, siamo arrivati: è la sua sala del trono.»
«Un maiale incoronato.»
«È un marchese dell'inferno», Comedius lo avvertì, «ma è solo una metafora che abbia un regno su questo piano.»
«Le metafore non mordono.»
«È la ragione per cui siamo qui: se si è insediato materialmente su questo tumulo è perché i varchi si sono aperti, la realtà s'è assottigliata; gli araldi demoni verranno primi, li seguiranno le regine e i re...»
«E poi che cosa? Il settebello e la briscola? Parla comprensibile, mago, ché mi incasini.»
«... dopo di loro un'imperatrice: la sfiderò; e una volta che l'avrò sconfitta potrò prendere il suo posto...»
«Sono ignorante: che cosa c'entra con...»
«Santi déi, guerriero! Non conosci la cavalleria?!»
«La si combatte chiusi in quadrato con le picche e le balestre», Marqvist si risentì, «che altro c'è da sapere?»
«Quel demonio mi serve vivo, ho da affidargli un messaggio.»
«Ma vedremo se sopravviverà al mio post scriptum bipenne. Dài, riaccendi il fuoco, ché ci servono gli incantesimi.»
«La creatura è vicina e forte, sarà meglio che mi risparmi.»
«E ti pareva? Fammi passare», lui lo scostò, «lo terrò a bada. Poi, però, tu ci darai dentro col repertorio di tuoni e fulmini.»
Attraversarono il colonnato e si fermarono alla piscina, nell'alone aranciato e tremulo di bracieri d'osso e ottone: trattennero i conati. Era un pozzo di putredine, sangue e umori umani che ribollivano fumanti quasi fossero testé sgorgati: ma i sedimenti, le incrostazioni, e il volume della vasca suggerivano un'immondizia e perversioni millenarie.
Malqvist si mise in guardia:
«... non lo vedo», bestemmiò, «dov'è nascosto?»
Comedius si chinò al bordo a certe lettere scolpite:
«... se le leggessi da sinistra a destra il suo nome sarebbe... no: non ha alcun senso; non ne ha neppure da destra...»
«Tu non mi chiederai di cercarlo in quei liquami.»
«... se alternassi le consonanti, se scambiassi le vocali...»
«Che cos'è quella sciarada?»
«Un demonio si sottomette solo al suono del suo vero nome.»
Dalle arcate tenebrose del soffitto della tomba calò un grufolo, un raschiare e l'eco liquida di cose molli. Malqvist alzò lo sguardo: l'abominio gli cadde addosso. Saltò a lato contro un braciere giusto in tempo ad evitarlo. L'orrida cosa si rialzò in piedi: le scagliò contro la brace ardente, il fuoco mistico di zolfo e resine la fece urlare di dolore.
«Mago! Tocca a te!»
Ma Comedius non lo ascoltò, troppo intento a quell'enigma lungo il bordo della vasca.
Il demonio calò la sua mostruosa mannaia, Malqvist parò il colpo, menò un rovescio e fendette invano: se ne fregava del crudo acciaio, ma se la fiamma poteva ucciderlo... Scattò a un altro braciere, lo calciò contro il nemico: ustionò l'orrida fauce spalancata a divorarlo. L'essere si scrollò dai carboni e dall'incenso, lo sbatté ad una parete sotto uno scroscio di schegge e polvere.
«... ci sono quasi... tienilo occupato, sì?», borbottò quel deficiente.
Malqvist sopportò la frattura di due costole, arrancò a un altro pilastro, sfuggì la lingua che guizzava bianca ad avvinghiarlo ed avvelenarlo. Il cannibale menò un altro colpo di mannaia: il suo riparo si sbriciolò.
«... non c'è un altro braciere... posso solo morire bene...»
Brandì l'ascia e tornò all'assalto: l'abominio lo schiacciò a terra, faccia nel lurido e tallone in gola e pregustando di macellarlo.
«Obbediscimi, Kharuma!», ordinò il negromante.
Il demonio si irrigidì e gemette sofferente, lo lasciò andare, gli voltò le spalle e arrancò verso Comedius. Grugnì di rabbia, mulinò la lama e gli protese le orrende grinfie:
«Fulminalo! Brucialo! Esorcizzalo!», lui ruggì. Quell'idiota vanesio, compiaciuto e conserto, restò là e non fece niente: Kharuma, la Fauce, il Cannibale Maiale gli si prostrò e scodinzolò e uggiolò alle sue carezze.
«È buona norma sfidare i re solo tramite i loro araldi: io ti impongo, per il tuo rango nei cerchi inferni, di riferire alla tua signora che un negromante la attende in lizza.»
L'abominio scrollò la testa che pencolava dal collo torto, morta e inespressiva, in un macabro e muto assenso di cartilagini scricchiolanti. Si trascinò fino alla piscina e si tuffò sollevando schifo, viscere, escrementi, liquami e sangue nero che inondarono la sala. La grande vasca si rasciugò con un'eco di cateratte, tornò secca, vuota, fredda e polverosa dell'abbandono dei molti secoli che trascorsero in quella cripta. Il terrore di un maiale sotto il coltello del suo norcino durò ancora per qualche istante e una folata di vento fetido.
Malqvist, nonostante quell'acquazzone, si sentì tutto ad un tratto liberato da un'angoscia; il sepolcreto ed il sotterraneo gli sembrarono luoghi innocui. Ritornarono in superficie e raccolse il suo bottino, già che c'era si intascò anche i gioielli di quei Nachzehrer... al chiarore dell'aurora, che illuminava il vasto oriente di cimiteri, anche l'oro dei mostri morti rispendette di un'altra luce. Dedicò un pensiero pio, cameratesco e interessato ai suoi dodici compagni nello stomaco di Khàruma. Lo indispettì che la vendetta fosse stata di quel fighetto: si consolò, tolta la parte dovuta a Levias, che il suo profitto sarebbe stato molto maggiore le aspettative...
«... ma tu davvero non vuoi un soldo?», chiese ancora al negromante, «mi hai salvato la pellaccia.»
«Non mi interessano pochi spiccioli: avrò presto un continente.»
«Io, per me, ho ucciso i mostri e salvato il culo. E domani è un altro giorno.»
«Sei uno stupido, guerriero. Siete tutti molto stupidi...»
Comedius si dissolse in una nube di vapore, e la diabolica risata ch'era il congedo di tutti i maghi. Ma lui aveva visto troppi Assassini di Naj-Ppon dileguarsi allo stesso modo con l'ausilio dei fumogeni: questa ennesima carnevalata non lo persuase dei suoi poteri.
Cavalcò verso Handelbab con le bisacce traboccanti. E lo sgradevole presentimento - accidenti al damerino! - di non avere concluso un buon affare...
«Dove sta la fregatura?»








Come promesso, ecco avviato il progetto narrativo sword & sorcery con Lorenzo Davia! I racconti di "Crypt Marauders Chronicles" (storie brevi di una decina o una ventina di cartelle) si svolgono nell'universo condiviso della tetra Thanatolia: un intero continente destinato a millenaria necropoli, "custodito" da due città mercantili (Handelbab e il porto di Tijaratur) che vivono del commercio di tesori e manufatti. Tombaroli spregiudicati, necromanti ed eccentrici avventurieri esplorano le tombe e riforniscono i mercati: ma scavare troppo a fondo può essere pericoloso, specie dove giace una terribile entità...

Il progetto C.M.C. guarda al mercato estero (con Chiara Campidelli e Mauro Ambri in qualità di traduttori): ma, in caso yankee e albionici rispondessero "no thanks!", valuteremo se pubblicare presso italici editori.

C.M.C. è un progetto aperto: se vi stuzzica il background, e volete inoltrarvi a scrivere nella necropoli di Thanatolia, equipaggiatevi di grimorio e spada e sarete i benvenuti! Resta inteso che in calce o introduzione del racconto riconosciate a Lorenzo e me la paternità dell'idea...

Non abbiamo un avvocato a difendere il nostro concept, non crediamo all'intuizione geniale unica & irripetibile: anzi, siamo convinti "contaminati" sostenitori del melting pot! Ma, in caso difettaste di letteraria cortesia, vi avverto che Lorenzo, per mestiere, smonta navi a mani nude; e in quanto a me sono davvero un praticante delle arti nere... 

Benvenuti in Thanatolia!
Il servizio per l'Imperatore non si ferma a Ferragosto! Oggi Barbara ed io vi proponiamo altri due elementi scenici per un tavolo "narrativo" di Warhammer 40.000.

Con "tavolo" ed "elementi narrativi" intendo significare che implicano storie. Non semplicemente un rettangolo texturizzato dove schierare e/o nascondere le vostre miniature, ma sezioni del tavolo che suggeriscano una backhistory e, di conseguenza, influenzino la partita.

Il cartone che mi è avanzato dal Deposito di Promezio (vedi il post di ieri) è servito a costruire le rovine di un capanno che celano un orribile segreto: fuori è apparentemente un innocuo ex-stabilimento ma... all'interno vi si trova un triangolo da evocazioni, che i cultisti dei Poteri Perniciosi hanno tracciato per richiamare su questo piano chissà quali demoniache mostruosità. L'Inquisizione ha deciso di sigillare il perimetro: ho aggiunto perciò all'apparato industriale pergamene bruciacchiate con diagrammi di esorcismo.


Un Cappellano degli Space Marine nei pressi del famigerato Deposito n.3: ciò che c'è all'interno non gli piacerà...
In termini di gioco potrebbe significare che il Capanno n.3 incute Paura; che garantisce un bonus al Tiro Invulnerabilità dei Demoni o - viceversa: post intervento dell'Ordo Malleus - che per loro è Terreno Intransitabile. Potrebbe essere un obiettivo da conquistare in uno scontro "alla Rogue Trader" fra due Seguiti di Inquisitori...

Barbara, memore del suo passato da scenografa, ha deciso di fare le cose in grande e dedicarsi a questa torre che chiameremo "dei Pezzenti". Un flacone di liquido per le lenti a contatto le è servito come base per un silo abbandonato, che - okkupato dai disperati, senzatetto e mendicanti che abbondano nell'Imperium - ora si presenta come accozzaglia di lamiere e tralicci di legname.

Qui di seguito vedete le fasi di assemblaggio e la stesura del colore di base: il cartone, le cannucce, gli stecchini e gli ex rotoli di carta igienica come strumenti fondamentali del modellista oldhammer style! 



La Torre dei Pezzenti è popolata da feccia: non è raro (come in un capitolo del mio romanzo Clara Horbiger e l'Invasione dei Seleniti) che chi passi nei paraggi si becchi una fucilata! O, se è fortunato, che sia scippato dei propri beni. Come ci rimarreste se il vostro Maestro Capitolare, a 6" da questo elemento scenico, si ritrovasse di colpo "alleggerito" da una delle sue preziosissime reliquie? Per tacere di quella volta che, all'improvviso, 3d6 di Cultisti del Caos sono saltati dalle terrazze addosso al vostro Veggente Eldar!...

Alla prossima puntata!


Il Promezio è il combustibile dell'Imperium in Warhammer 40.000. Realizzare elementi scenici "oldhammer" per giocare un nuovo esercito "oldhammer" (eventualmente Rogue Trader) è il prossimo progetto che ho deciso di realizzare.

Games Workshop produce straordinari elementi scenici: impossibile negarlo. Ma il fascino del fai da te, di veicoli ed edifici realizzati con bottiglie vuote, scatole di con flakes, alla maniera un po' improbabile e naif dei primi anni dell'hobby... beh, cosa c'è di meglio per un vecchio giocatore?

Con il primissimo materiale di scarto che mi sono procurato (qualche tappo di bottiglia, cannucce, una vaschetta di alimentari e - come sempre - tonnellate di cartone!) ecco assemblata una stazione di servizio. La pompa è ricavata da un multimelta capovolto da uno sprue dei veicoli di Warhammer 40.000.

Un modo come un altro di fare raccolta differenziata...
Il colore di base prevede naturalmente molto metallo (acciaio e ottone) e un misto di marrone e verde per il terreno e l'erbetta.


Completo la colorazione con un po' di effetto ruggine (sul comignolo, sulle porte e le giunture dei tubi). Aggiungo manifesti di propaganda imperiale come al solito bruciacchiati e appiccicati qua e là.

La Stazione di Servizio è pronta a distribuire Promezio ai carristi e motociclisti dell'Imperium che hanno fretta di correre e crivellare gli eretici!

" Fammi il pieno giovine! Devo turbare a 24"! " 

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sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.