Xpo Ferens - recensione di Zeno Saracino

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Recensione di Zeno Saracino dal blog "Cronache Bizantine"

XV secolo, al largo dei mari di sua maestà di Spagna. Cristoforo Colombo e suo fratello, Bartolomeo, sono di ritorno da una navigazione tanto difficile quanto infruttuosa. La notte non porta consiglio, ma l'attacco di pirati saraceni: la nave affonda, i marinai vengono trucidati e la coppia prigioniera è presentata al capitano, un arabo rinsecchito e tatuato, lo sguardo folle: è Abdul Alhazred, autore del lovecraftiano Necronomicon. Cristoforo e Bartolomeo sfuggono – a stento – naufragando sulle spiagge di un'isola sconosciuta, non segnata sulle carte. Qui le distanze si contorcono e mutano, il tempo non segue le leggi naturali: l'isola nasconde infatti un vascello alieno, una caravella che oggi definiremmo astronave. A bordo, un attonito Cristoforo vi scopre i portolani ingialliti per navigare al di là dell'oceano, verso una Tierra all'intersezione tra i mondi, un non-luogo di cosmica intensità. Pasticciando con i comandi, i due vengono teletrasportati in Spagna e per poco non vengono accoppati dall'Inquisizione: è solo l'intervento provvidenziale di Abdul a salvarli, offrendo loro come condizione di fuga proprio la navigazione verso quei lidi maledetti al di là dell'Atlantico che i due hanno appena scoperto. E' l'inizio di un allucinante viaggio per mare...

Le ambientazioni tra '400 e '500 sono ancora poco sfruttate. Le imprese marittime dei portoghesi nel '400 meritano una storia a sé, tanto sono avventurose e sanguinose: non a caso nel XV secolo la “letteratura di naufragi” diventava un vero e proprio genere a sé stante, a significare l'estrema pericolosità dei viaggi dell'epoca. La scoperta dell'America, le avventure dei conquistadores, i perigli del mare aperto, le fantasticherie mostruose di dotti e profani dell'epoca: è ancora, gioco di parole inevitabile, terra inesplorata. Hic sunt dracones

Il romanzo breve di Forlani s'innesta su questa solida base, intessendo nella lingua e nell'ambientazione motivi e modi di parlare dell'epoca. Difficilmente si potrebbe scambiare il Cristoforo di Forlani per un eroe hollywoodiano, o per una qualche maldestra reinterpretazione moderna. Certo, non mancano alleanze tra personaggi improbabili, riflessioni morali inevitabilmente troppo “contemporanee”, azioni eroiche, specie nel finale, degne dei Pirati dei Caraibi. 

Pur con queste concessioni a una narrativa da pulp che mira a ingraziarsi il lettore, i protagonisti agiscono e si comportano conformi agli albori dell'età moderna: lo stesso Cristoforo è un degno rappresentante della sua razza, un cocktail micidiale di brama di guadagno, missione religiosa, ansia di esplorazione e commercio. Quando nell'antefatto Cristoforo e Bartolomeo visitano la nave aliena, intuiscono immediatamente la sua funzione, la correlano con semplici metafore all'utilizzo di una caravella. Un mezzo per navigare come un altro, solamente destinato a destinazioni e acque più oscure e terribili, degne dell'Ulisse dantesco.

La ciurma selezionata da Cristoforo per questo viaggio all'inferno è decisamente meno sfumata psicologicamente, una posse formidabile di guerrieri, l'uno più bizzarro dell'altro, una collezione di veterani con cicatrici e armi improbabili. Siamo qui, con tutte le accezioni positive possibili e immaginabili, nel campo della narrativa pulp di puro intrattenimento, essenziale goduria di strafottenza marziale e battute a fil di spada. La positiva impressione è di un fumettaccio volutamente esagerato, pompato oltre ogni limite. Possiamo così leggere di una “zingara tatuata” muta ed esperta di magia bianca, contrapposta ai torbidi delle necromanzie di Abdul. La gitana va a letto con un personaggio altrettanto pittoresco, Deodato da Chiavari:

«Se accettate una donna a bordo ci avrete entrambi, compatriota: sei di Genova, ho ragione? È un accento che scalda l'anima!», sorrise l'energumeno. Ovvero stirò il taglio che lo segnava da guancia a guancia in un'orrida cordialità. Quella protesi-balestra che gli armava il braccio destro, mutilato sotto il gomito e avvoltolato di bende sozze, era lucida ed oliata di efficienza micidiale. L'armatura fino all'inguine, quelle strisce di ottone e cuoio, gli sembrarono trattenere un'inaudita violenza. Il tatuaggio su una spalla, BALISTARIVS SEMEL SEMPER, dava a intendere una fede e una ragione di vita.

Leggendo di un balestra a ripetizione sul moncherino e di un “energumeno” il pensiero corre subito a Berserk, non a caso ambientato in un fantastico '500 e al cannone portatile di Gatsu. Sullo stesso filone, incontriamo Aykan e Menas, rispettivamente un turco e un bizantino: i due nemici si sono giurati reciproca vendetta e navigano i mari intenzionati l'uno a vedere per primo la morte dell'altro. Sono infatti questi i termini del contratto che siglano con Cristoforo, che può certo rassicurarli delle forti probabilità di morte del viaggio! 

«Voi due, messeri: avete udita la mia proposta?»
«Creta, i Dardanelli, non conobbero miglior pilota...», il turco sbadigliò.
«... sa i segreti del Mare Indiano come fosse il suo ombelico.»
«Siete gente valorosa: non vorrete marcire qui.»
«Ci stavamo riflettendo: e un'impresa allettante.»
«Torna ricco, chi torna vivo.»
«Il bottino non ci interessa. Dite: c'è pericolo?»
«I molti rischi di un viaggio incerto.»
«Siate franco,» insistette il bizantino, «è probabile si muoia tutti.»
«Se Dio vuole la scamperemo. Vi confesso, però, che si tratta di un'avventura che non è granchè cristiana.»
«In questo caso saremo entrambi dei vostri.»
«Mi fa piacere trovare gente di cuore e fede! Non appena mio fratello trovera una caravella vi...»
«Vorro esserci», il turco lo interruppe, «quando lui morirà: vorro esserne sicuro.»
«Non potro avere pace», giuro il bizantino, «se non sapro che e sepolto; è necessario si parta insieme!»
Cristoforo, sbigottito, strinse a entrambi la mano... 

Il frammento qui presentato è una buona prova dell'abilità dialogica di Forlani: il background e il carattere del bizantino e del turco vengono trasmessi senza muri di testo, niente più che in un botta e risposta agile e sconnesso, dove alle domande di Cristoforo seguono le pigre risposte dei due marinai, persi nei reciproci pensieri di vendetta. Una risposta viene completata in una domanda, una riflessione troncata da un'imprecazione, una richiesta da un obbligo. Un dialogo realisticamente sfilacciato, con quel senso musicale caratteristico dei vecchi linguaggi dell'oralità.

Lo stile di scrittura di Forlani è ormai noto, ne avevo già scritto nelle precedenti recensioni.  Xpo Ferens ammorbidisce e smussa alcune asperità dello stile, senza tuttavia abbandonare la sperimentazione di vocaboli e verbi all'attivo che aveva caratterizzato le opere precedenti. La scrittura eccelle nelle descrizioni, nelle scene d'azione, negli disvelamenti dell'orrido e del weird: tentenna però quando si tratta di descrivere situazioni quotidiane, o semplici informazioni ambientali. I mostri biomeccanici presenti ad esempio in Eleanor Cole fanno qui una comparsata, come la ciurma zombi di Abdul: il linguaggio caratteristico di Forlani è inevitabilmente mischiato con l'elemento lovecraftiano, l'uno non si potrebbe realizzare senza l'altro. In altri casi, tuttavia, quando si tratta ad esempio di abbreviare un passaggio per passare direttamente alla scena voluta, o si tratta di scrivere qualcosa di banale, l'abuso di verbi in rapida successione o di aggettivi elaborati risulta terribilmente artificioso.  Ugualmente ambiguo l'uso del corsivo, a volte azzeccato per evidenziare l'inquietudine della situazione, altre volte davvero troppo presente, troppo enfatico. Senza dubbio già Lovecraft compiva miracoli con un corsivo azzeccato al posto giusto, ma il suo uso andrebbe subordinato a una corretta alimentazione di tanto in tanto, senza esagerare. Il mio dilemma con l'uso del corsivo, così come con i dibattiti sui caratteri e altri elementi formali di “aspetto della pagina” derivano dalla mia convinzione che chi scrive debba anche saper parlare: si può sottolineare il corsivo sfumando la voce in una lettura pubblica, ma troppo corsivo risulta impossibile da rendere in una lettura che non sia “silenziosa”. 

Impossibile discutere l'elemento “lovecraftiano” senza commettere il peccato di Spoiler: basti sottolineare la vicinanza con M'rara, con il ritorno di quell'atmosfera appiccicosa e surreale che avevamo già incontrato nella campagna marchigiana.  Abdul Alhazred conduce la ciurma in una giungla infernale, popolata da creature mostruose, dove nel verde sonnecchiano le rovine aliene di una civiltà decadente. Le creature senza volto – o meglio, dal volto scavato, cancellato – fanno qui il loro ritorno e anzi, se ne scoprono le orribili origini. Ho apprezzato come venga spiegato il fato e la distruzione della civiltà aliena che le ha generate. I M'rara sono alla fine creature prodotte in serie, prodotti tossici che si cerca di sbolognare ad altre civiltà della galassia. La lezione morale che si può trarre da queste creature è interessante, ma preferisco conservarla per chi leggerà la storia. Si cerca di usare i M'rara per sostituire qualità e affetti che non si dovrebbero sostituire; ci si ingozza e strafoga di tecnologie che ci divorano a loro volta.

Magistrale per l'incontro tra linguaggio rinascimentale, spiegazione scientifica e weird lovecraftiano la descrizione di Abdul del piano “intermedio”, del non-luogo che è l'isola: 

«Userò parole semplici, ché altrimenti non capireste.»
Lui, suo fratello, lo strangolarono con lo sguardo.
«Immaginate che il vostro mondo sia dipinto su una lastra di vetro, che chiediate ad un artista di ridipingerlo su un'altra lastra; a memoria.»
«Mancherebbero dei dettagli, ne aggiungerebbe diversi.»
«E se voi sovrapponeste le due copie, o molte altre copie, realizzate allo stesso modo, notereste le differenze in quei soli dettagli.»
«Sì, ho capito», Cristoforo mentì.
«Ma immaginate che in queste lastre ci siano fori, che si siano crepate: un insetto che si arrampichi sull'una, per esempio, potrebbe, per queste crepe, insinuarsi su un'altra lastra. Dalla sua così minuscola prospettiva, col suo poco intelletto, quando ammesso che ne abbia, non noterebbe le differenze.»
Cristoforo tremò: ché i discorsi dell'arabo, le folli insinuazioni, gli aprirono ferite nel mondo solido sotto i piedi. La parete e l'aria asfittica e il soffitto del capanno, quel rettangolo di cerulo, le pinete che si infittivano, gli apparirono un abbaglio nelle tenebre perenni.
«... quegli insetti saremmo noi...»


Ovviamente, come c'è da aspettarsi, si gioca molto con le unità di tempo e luogo: continui straniamenti, continue distorsioni temporali, continui scherzi di distanze e chilometri. Le lancette dell'orologio, sia sull'isola che in altre località “lovecraftiane” sono materia plasmabile a volontà, niente più che unità di misura umane, troppo umane per le ambientazioni dove agiscono i personaggi. Se tempo e luogo fossero un elastico, qui siamo nel campo del bungee jumping, a tal punto tempo e spazio si allungano e tendono!

E quanto ad Abdul stesso? Non ho letto i (tanti) spin off pubblicati negli ultimi anni con protagonista “l'arabo pazzo”, ma certamente dalle sinossi e dalle recensioni si tratta di un umano, al più di un mago, dove bene evidente è l'origine da Mille e una notte dell'uomo. Al contrario, Xpo Ferens non si perde in queste ragazzate pseudo storiche, preferendo proporre lo scrittore del Necronomicon come un mago che ha conservato dell'umano solo l'involucro esteriore, niente più che una pellaccia lurida e tatuata, un simulacro che cela un'anima assolutamente aliena.  Mentre leggevo, per le abilità e la (rivoltante) immortalità, lo paragonavo mentalmente a un insetto. E non è cosa da poco, che un simile figuro sembri “umano”, al confronto con quanto troveranno i nostri eroi sull'isola che “esiste in trasparenza”... 



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