Il Grande Avvilente - recensione di Marco Stabile

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Recensione di Marco Stabile dal blog "Argonauta Xeno"

Non è facile parlare di un libro di Alessandro Forlani, tanto meno due in uno stesso post! E lo è ancora meno se dalla lettura del libro è passato troppo tempo, sufficiente a cancellare le impressioni a caldo che di solito alimentano le mie prime stesure. Cionondimeno, mi cimenterò nell'impresa, sperando di non perdermi troppo per strada... e di non perdere nessun lettore.



I due romanzi di cui voglio parlare oggi sono Tristano e Agnes. Il primo, se non erro, è anche il primo romanzo pubblicato dall'autore, edito inizialmente da Joker Edizioni e ripubblicato prima da Edizioni Imperium, poi da Delos Books nella sua collana digitale. Agnes, invece, che ne è il seguito diretto, è stato pubblicato direttamente in digitale, prima per Edizioni Imperium e poi per Delos.

Agnes è anche uno degli ultimi romanzi pubblicati da Forlani, nonostante sia stato scritto poco dopo il primo. Ci troviamo quindi davanti alla peculiarità di un libro che come maturità autoriale, se si può dire, precede di alcuni anni i titoli più recentemente introdotti sul mercato, come Eleanor Cole delle Galassie Orientali, per esempio, o il nuovissimo Xpo Ferens, uscito per Acheron Books.

Per capire di cosa parlino questi due libri, vorrei adottare l'approccio diretto. Prendete un tipico romanzo fantasy classico, di quelli in cui vi è un Paese assoggettato a un Regno forte e oppressivo, un totalitarismo, se vogliamo, o se preferite un governo di quelle belle distopie del secolo scorso, che controlla la vita dei cittadini per mantenere un sopportabile status quo. Nella fattispecie, in questo mondo la felicità è bandita, e per una ragione ben peculiare: come forma di prevenzione dalle delusioni, dalle disillusioni e da quanto di brutto può capitare nel corso di una vita ordinaria. Questo Regno è situato geograficamente in un'isola lacustre, difesa da terribili mostri acquatici, e da lì si dipartono gli Avvilenti, i funzionari governativi che hanno il compito di mantenere la sua stretta sul popolo, avvalendosi della forza di bruti orcheschi, gli Uominineri. Come si può facilmente ipotizzare, in qualche punto del Paese la forza del Regno viene messa in discussione e spuntano dal nulla alcuni Eroi, decisi a sollevare gli oppressi e soverchiare il Regno. E questi eroi, i buoni della storia, non potranno che vincere, giusto?

Ecco, questo è più o meno il contesto in cui si muovono Tristano, Grande Avvilente del Regno, Otre, il suo Uomonero, e Agnes, una cittadina che per qualche ragione ha più a cuore la mesta tristezza che offre il Regno che la speranza di felicità. I tre protagonisti sono, secondo il nostro metro di giudizio, i cattivi della situazione. E questo è un rovesciamento molto interessante della prospettiva. Questa infatti non è la storia di come gli Eroi sovvertono il sistema e liberano le genti, così come non è la (contro-)storia degli Antieroi atipici che alla fine combattono anch'essi una qualche forma di male, bensì quella dei cattivi, i villain secondo il nostro metro di giudizio, che devono affrontare questa rivolta. E non si tratta di macchiette. Tutti e tre hanno una storia e delle motivazioni per cui si trovano invischiati nella tela di un Regno, di cui peraltro ciascuno ha una differente visione, dovuta ai suoi trascorsi non proprio rosei.


Il vero protagonista è forse proprio questo Regno, presenza oscura che domina entrambi i libri, sia come entità politico-geografica, sia perché insita nel cuore e nel modo di pensare e agire dei personaggi. La cosa più vicina alla sensazione che mi hanno lasciato questi due libri è forse il Gormenghast di Mervin Peake, se mi è concesso l'accostamento. Certo, tolti il lirismo e la momentanea leggerezza di cui qui non c'è traccia. Il Grande Avvilente è una lettura greve e ostica, anzi, che incarna alla perfezione lo spirito oppressivo e la centralità assolutistica del Regno. Su queste pagine volteggia una generale disillusione e pian piano ci si convince che il premio, comunque vada, sarà latore di poca gioia. Spesso narrazione è ostinata, quasi a ricreare mediante le parole l'assurdo burocratismo degli Avvilenti. Assurdo, però, solo nella misura in cui viene portato all'estremo, perché a me sembra che qualche emanazione del Regno sia possibile subirla anche nella nostra realtà quotidiana, purtroppo, dove basta una pratica o piccola sfortuna a suscitare inquietudine e sconforto, piuttosto che immaginare un occhio infuocato sulla cima di una montagna dimenticata. Questo, ecco, è il fulcro dei due romanzi, che spero di avere spiegato in maniera adeguata, e attorno a esso si muovono Eroi, Uominineri, Avvilenti e tutto il resto della masnada.


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