Finalista e segnalato al Premio Robot 2013: leggerete i due racconti nei prossimi numeri delle riviste Delos Book.

Premio Robot: ecco i finalisti della sesta edizione

Nomi eccellenti nella short list del premio bandito dalla nostra rivista. Il vincitore sarà pubblicato sul numero 68 di Robot, in uscita a marzo.
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Ottantuno i racconti pervenuti alla sesta edizione del Premio Robot, chiusasi alla fine di novembre, in buona parte di buona qualità, quasi una trentina pubblicabili. Sessantuno autori, dei quali solo quattro donne. Parecchi gli autori conosciuti, un buon numero di abituali del premio e anche diversi nomi nuovi.

Una cosa interessante è che comincia a delinearsi una generazione di autori che si distinguono per la professionalità e la qualità abbastanza costante dei loro lavori. Ci sembra di poter indicare questo fattore come causa del fatto che quasi tutti gli autori giunti in finale sono nomi già abbastanza noti della fantascienza italiana: il vincitore della scorsa edizione Valentino Peyrano, il vincitore del premio Urania Alessandro Forlani, il vincitore del premio Stella Doppia Marco Migliori, l'autore forse più apprezzato del momento, Dario Tonani.
Completano la sestina Enrico Lotti, giornalista informatico prestato alla fantascienza, e Valeria Barbera, finalmente una donna, che ha già collaborato ad antologie e iniziative della Writers Magazine.
Ecco l'elenco:

Finalisti

Valeria Barbera, Il labirinto delle realtà
Alessandro Forlani, Advanced Dungeons & Rome
Enrico Lotti, 780 giorni
Marco Migliori, Travaso di felicità
Valentino Peyrano, Il Castello e il Viandante
Dario Tonani, Schiuma rossa

Segnalati

Roberto Bommarito, Campi
Mirko Dadich, Una storia d'amore
Alessandro Forlani, Mentre che il vento come fa ci tace
Marco Frattini, La cittadella
Lorenzo Massacesi, Colossi
Francesco Verso, Il livello dell’assassino

Tutti i finalisti usciranno nel corso dell'anno su Robot. Gli autori dei racconti segnalati verranno contattati nel corso dell'anno per la pubblicazione su Roboto altre riviste Delos Books.
Una nuova recensione firmata Il Moro sul blog  Storie da Birreria:

Salve a tutti, è Il Moro che vi parla!

Andiamo a parlare di questo I senza-tempo, romanzo vincitore del premio Urania e del premio Kipple. Non che ce ne sia bisogno, viste le numerosissime recensioni spuntate sul web, e più o meno tutte raccolte dall'autore Alessandro forlani nel suo blog (anche quelle negative, quindi onore e gloria a lui). Ma visto che l'ho letto anch'io e che ho deciso di parlare sul blog di tutto (o quasi) quello che leggo, vi beccate pure la mia.

La trama a grandi linee:

Inizia nel presente, con il risveglio di un negromante cannibale in letargo da secoli, che attacca una scuola cibandosi di tutti i bambini presenti. Solo tre sopravvivono, e li ritroveremo anni più tardi, in un'Italia distopica dove i costumi morali sono sempre più scaduti e la tecnologia di cui tutti sono schiavi sta funzionando sempre meno. Qui le loro strade incroceranno nuovamente quella di Monostatos il negromante, svelando nel contempo altre verità che si nascondono tra le pieghe della storia...
L'edizione di Urania è in realtà una raccolta di racconti. Quello che dà il titolo è un racconto lungo (o un romanzo breve) di un centinaio di pagine. E non è di fantascienza.
Approfondiamo un momento la questione. 
Io non sono un talebano della divisione in generi, diciamo pure che non me ne frega niente, purché la storia sia bella. Se vogliamo inquadrare questo racconto, metterlo nel new weird mi sembra la scelta più azzeccata. Bisogna solo sottolineare che non si tratta di fantascienza, per il semplice motivo che è pubblicato all'interno della principale collana di fantascienza italiana, e ha vinto un premio per la fantascienza, nel cui bando al punto 3 sta scritto: Il contenuto dovrà essere strettamente fantascientifico. Non saranno ammesse opere di fantasy o di horror.
Non che non ci siano precedenti illustri, mi viene in mente che in passato Urania ha pubblicato un libro che ho amato moltissimo, Tre millimetri al giorno di Matheson, che di fantascienza ha meno ancora di questo. Ma mi sembra giusto farlo comunque presente.
Ci sarebbe anche un'altra precisazione da fare: il racconto, facendo i calcoli a spanne, arriva all'incirca intorno alle 350.000 battute. Per la partecipazione ne era richiesto un minimo di 450.000. Posso capire che i giudici abbiano deciso comunque di premiare l'opera migliore che è pervenuta loro. Però il fatto che sia stato premiato un romanzo che non soddisfa le richieste specifiche del bando, e che pertanto non avrebbe dovuto superare nemmeno la prima selezione, solleva qualche dubbio sulla serietà del concorso stesso. Io non ho partecipato (anche se penso di farlo l'anno prossimo), ma penso che qualche autore potrebbe essersi dannato per "allungare il brodo" del suo racconto per farlo arrivare ai 450.000 caratteri, peggiorandone di conseguenza la qualità, per poi scoprire che non serviva.
C'è anche un  mistero legato ad una dichiarazione dello stesso Forlani, che in un'intervista (finita in appendice a questa stessa raccolta) dichiara quanto segue:

"la stesura in principio è andata a rilento, ma l'essermi trovato in finale al premio urania 2011 mi ha stimolato a completare il progetto. Mi sono convinto che il mio lavoro potesse interessare alla collana, e da luglio a ottobre dello stesso anno sono tornato sul manoscritto".

Detto così, sembra che lui abbia completato il romanzo solo dopo aver saputo che era in finale, il che suona parecchio strano. Immagino quindi che ci sia un errore di battitura, visto che Forlani era arrivato in finale nel 2010 con Qui o si va a vapore o si muore!.
Ora possiamo quindi lasciare da parte le polemiche (che non sono solo mie, ci sono varie discussioni in rete sull'argomento, dove troverete anche i link per diverse altre) e tornare a parlare dell'opera in sé. Alla fine, fantascienza o meno, questo racconto un premio comunque lo meritava.
Il racconto di Forlani spinge molto sull'acceleratore della metafora con l'Italia. Penso che questa frase tratta dal libro possa riassumere il pensiero di Forlani (oltre che il mio e quello di molti altri):

Non so cosa siano, senza-tempo, hanno detto; se lo erano, non sono più umani. Hanno il potere di farci credere ciò che vogliono. Ci sprofondano nel passato, ci derubano del presente, ci hanno tolto il futuro. Ci impongono il loro delirio disturbato, senile. Non so come riescano. Lo fanno. Ci hanno tolto la realtà. Per loro siamo cibo.

Se vi ricorda qualcosa vuol dire che vivete nello stesso paese in cui vivo io.
Forlani ha saputo creare una storia interessante, con uno stile di scrittura ricercato e volutamente barocco, peccato per un'approfondimento troppo scarso dell'ambientazione dell'Italia futura e dei personaggi.
Ci sono belle scene d'azione con sangue che scorre a fiumi, e immagini interessanti e d'effetto (anche se trattate in modo un po' troppo sbrigativo) con gli automi semiorganici e gli incantesimi dei negromanti.
Insomma, è bello e merita senz'altro la lettura (visto anche il basso prezzo dell'edizione Urania) ma secondo me avrebbe potuto essere migliore se l'autore vi avesse dedicato qualche pagina in più (il che tra l'altro l'avrebbe aiutato a rientrare nei canoni richiesti dal bando... va bene, va bene, la smetto!).
A fare da appendice ci sono altri quattro racconti, presentati come "cronache dei senza-tempo", facendo intendere che dovrebbero essere altre storie con questi personaggi.
In realtà dei senza-tempo come vengono descritti nel racconto a loro dedicato non c'è traccia, si tratta probabilmente di vecchi racconti di Forlani che comunque trattano temi e atmosfere molto simili, con esseri di aspetto umano ma di natura diabolica, che vivono tra noi e, spesso, si nutrono di noi. Non mi sembra corretto etichettarli come "cronache dei senza-tempo", ma sono comunque letture molto piacevoli. Nell'ultimo l'autore fa anche un simpatico omaggio ai suoi amici blogger, chi segue la blogsfera del fantastico (si potrà dire così?) riconoscerà sicuramente i nomi dei personaggi, oltre all'apparizione del Cavour-cacciatore di vampiri che molti di voi conoscono bene.
Completano il volume la già citata intervista a Forlani, due racconti di Marco Migliori e Dario Tonani e un paio di editoriali. 
Ce ne hanno fatta stare di roba, in poco più di 200 pagine!
Recensione di Andrea Viscusi:

I senza-tempo di Alessandro Forlani è il primo Premio Urania che compro da diversi anni a questa parte. La vittoria del premio di questo autore e di questa storia mi aveva rincuorato, e così, anche incoraggiato dalle numerose recensioni che sono sbocciate per la blogsfera, mi sono deciso anch'io a leggerlo. Allora, c'è prima di tutto un punto importante da chiarire: I senza-tempo, in effetti, non è fantascienza. Non che io abbia un pregiudizio particolare contro ciò che non è sf (ho invece un pregiudizio a favore di ciò che lo è), ma è importante sottolinearlo se si considera che ha vinto un premio dedicato a opere di fantascienza in una collana che pubblica da sessant'anni fantascienza. Questo (breve) romanzo è piuttosto un horror, con qualche elemento gore, e anche se ci sono elementi che si rifanno alla "tradizione" sf, come il disgregamento temporale e la citazione di fenomeni quantistici (che vabbè, è un po' il jolly per dire "qualunque cosa non sia altrimenti spiegabile"), è chiaro che i temi sono ben diversi fin da quando il villain si proclama come negromante e ragione di sortilegi e pozioni. Tuttavia, problemi di definizione a parte, I senza-tempo è certamente una lettura valida. La storia si svolge in una cittadina di provincia italiana, in tre capitoli distanziati tra loro di vent'anni, e vede le storie di alcune "persone comuni" (fino a un certo punto) confrontarsi con il risvegliarsi di un negromante intenzionato a sopprimere l'epoca moderna e far tornare i suoi bei tempi andati (nutrendosi di viscere dei bambini nel frattempo). Si scopre poi che quella dei "senza-tempo" è una casta molto più numerosa e ben radicata nel territorio, che manovra praticamente ogni centro di potere per mantenere la sua posizione privilegiata. La metafora per la gerontocrazia è fin troppo facile, ma l'autore non indugia sulla satira, e pensa piuttosto a portare avanti la sua storia di cruda azione, forse anche troppo frettolosamente, visto che in novanta pagine scarse il tutto si conclude. Seguono alcuni racconti, indipendenti ma collegati per la presenza di questi personaggi abietti dediti alle arti oscure, già in epoche passate della storia italiana. A completare il volume ci sono un racconto di Marco Migliori e uno di Dario Tonani, entrambi di buon livello anche se non impressionanti. Nel complesso quindi un buon libro, anche se qualcuno potrebbe digerire male (anzi, lo ha già fatto) proprio la questione che non sia classificabile come sf. Voto: 7.5/10
Recensione di Lorenzo Pompeo:


I senza-tempo, vincitore del premio Urania 2011, è un romanzo che ha fatto un certo rumore in rete. Ambientato in una Italia immaginaria, che si immagina dominata dai negromanti cannibali, esseri immortali, con una particolare predilezione per i bambini, dall'aspetto di persone anziane in ruoli di potere quali avvocati, commercialisti, notai. La storia prende l'avvio dal risveglio di uno di loro, Monostatos, messosi in una sorta di ibernazione per sfuggire alla cattura nel sedicesimo secolo, nei sotterranei di un edificio poi convertito in scuola elementare. Il conseguente massacro dei bambini, di cui si nutre l'affamato negromante per recuperare le energie, è ciò che scatena i successivi eventi.

Il sotto-meta-testo politico, in questo romanzo, è del tutto evidente e dichiarato dallo stesso autore in una intervista in appendice al romanzo (nella quale dichiara, a p. 196: “I senza-tempo appaiono in molti miei racconti: incarnano la gerontocrazia come forse il peggior male del paese”). Clara, la valente reporter che documenta e indaga le nefandezze di questi esseri, li definisce in questo modo:
Non so cosa siano: senza-tempo, hanno detto; se lo erano, non sono più umani. Hanno il potere di farci crede ciò che vogliono. Ci sprofondano nel passato, ci derubano del presente, ci hanno tolto il futuro. Ci impongono il loro delirio disturbato, senile. Non so come riescano. Lo fanno. Ci hanno tolto la realtà. Per loro siamo cibo” (p. 94). 
Altra caratteristica di questo romanzo è il linguaggio. L'autore si diletta inserendo parole desuete, espressioni arcaizzanti e manierismi linguistici nelle descrizione delle frequenti scene sanguinolente. Più che la fantascienza, sembra essere il genere horror-splatter il suo punto di riferimento. Cosa che ha fatto storcere il naso a molti fan della sci-fi. E non a torto. Perché le incongruenze, dal punto di vista della costruzione della trama, sono fin troppo evidenti. La più evidente: l'ambientazione della terza parte, che dovrebbe svolgersi nel 2036, appare fin troppo simile alla nostra contemporaneità, cioé al punto di partenza del romanzo, che si apre proprio con una data (29.02.2012).
L'autore, in sostanza, sembra non curarsi affatto dello scheletro narrativo, che pure nella fantascienza è elemento imprescindibile, probabilmente proprio perché tiene l'accelleratore sempre premuto sullo splatter. Forse è per questo che non se ne accorge quando oltrepassa i confini del gusto, per franare in un involontario umorismo, come quando, a p. 56, scrive: “Monostatos barcollò dietro una tenda, al di là della quale si vedeva una toilette. Il vecchio si piegò sullo scarico di una turca, mentre uno scheletro piantonava la soglia. Clara si sentì libera dalla stretta, dolorante di uno sforzo fisico estremo e offuscata dalle vertigini. Dalla latrina si spandevano peti, mentre gli automi attendevano i loro orrendi mestieri”.
Per quanto riguarda le premesse meta-politiche, non posso che concordare con l'autore. Il quale tuttavia, a mio parere, avrebbe dovuto dedicare maggiore cura alle fondamenta del romanzo, invece di insistere sulle scene di sangue, che inevitabilmente diventano noiose e ripetitive, o su un manierismo linguistico, che diventa uno sterile esercizio linguistico se non supportato da una solida struttura narrativa.
Probabilmente l'intenzione dell'editore era promuovere un genere di fantascienza “autoctona”, che avesse come punto di riferimento un contesto socio-culturale italiano (attingendo magari alle infinite risorse della lingua letteraria italiana) e non si limitasse ad applicare gli schemi della sci-fi statunitense. Ma se questo è il risultato, preferisco mille volte quest'ultima. In verità il romanzo di Forlani mi sembra rispecchi bene i vizi autoctoni: poca cura per la struttura, molta per gli orpelli e per gli “effetti speciali”. 
Se l'umorismo involontario fosse stato coltivato in modo consapevole e ben calibrato, ne sarebbe potuto uscire un buon romanzo. Evidentemente ciò che i nostri autori, di fantascienza e non, dovrebbero tenere sempre a mente è che la realtà Italia, proiettata su scala mondiale, è ben poca cosa. Ma quello di prendersi un po' troppo sul serio è un vizio al quale sfuggono ben pochi.
In colpevole ritardo (l'ho saputo solo oggi)... Il Il 27 dicembre scorso I Senza-Tempo è stato il "libro del giorno" presentato nel corso della trasmissione "Twilight" su Radio Rai 2 
Esce oggi sul "Corriere di Como" questa intervista di Lorenzo Morandotti:

Tra fantahorror e satira - Alessandro Forlani: «Ho citato Lomazzo perché vi abita un’amica»

«Si susseguivano sulle pareti dell’appartamento istantanee mostruose di mutilati nei lager iraniani; un tappeto di cadaveri in un college nell’Illinois; un groviglio di lamiere e viscere su un’autostrada tedesca; corpi gonfi vomitati dal mare sulle spiagge di Agrigento; un appartamento a Lomazzo tutto chiazzato di sangue». 

Eccolo lì, a pagina 29, il riferimento lariano che ci fa parlare di un romanzo di successo, I senza-tempo (pp. 215, 4,90 euro in edicola e su Amazon in formato ebook a 2,99 euro), con cui Alessandro Forlani, classe 1972, docente di sceneggiatura all’Accademia di Belle Arti di Macerata, ha vinto il prestigioso premio “Urania” indetto dall’omonimo mensile di fantascienza Mondadori diretto da Giuseppe Lippi. Forlani sta ora lavorando ad altri racconti steampunk (filone che introduce una tecnologia anacronistica in un’ambientazione storica), che usciranno in primavera.

Perché Lomazzo? Anzitutto inquadriamo I senza-tempo: un romanzo di fantascienza a suo modo innovativo nel panorama italiano. Che avvince, inorridisce e fa pensare, il che per un libro che esce in una collana storica per l’intrattenimento (dove sono comparsi nomi come Ballard, Dick e Gibson) non è affatto poco. È una satira fatta di alchimie barocche e abitata da antichi negromanti e raccapriccianti terminator-cyborg, gli Archiburoboti, che uccidono e raccolgono vittime sacrificali per un “signore oscuro”, tipo il Voldemort della saga di Harry Potter ma molto più trucido, tanto che si ciba di corpi umani, con particolare predilezione per i bambini. È una specie di Hellraiser che risorge dal XVII secolo, e ha molti altri simili “dormienti” lungo la Penisola, celati sotto mentite spoglie di professioni rispettabili come il notaio e il commercialista. È anche l’occasione per mettere alla berlina vizi e marciumi del nostro Paese, immaginando un’Italia del 2036 che ha estremizzato i propri difetti ed è governata da un segreto abominevole. 
«Ho citato Lomazzo perché vi abita un’amica attrice dialettale, Domitilla Colombo, presso cui fui ospite qualche anno fa. Nel mio romanzo, la redazione di un quotidiano chiede alla fotoreporter Clara, implicata nella vicenda degli Archiburoboti, foto di una di quelle insospettabili, orrende stragi di cui si legge di tanto in tanto in cronaca nera, che si consumano in piccole, insospettabili e altrimenti tranquille località. E Lomazzo mi sembrava adatta».
«Penso alla strage di Erba, al delitto di Cogne, all’oscura e profonda provincia dei delitti di Jara e di Sara - prosegue Forlani - quei luoghi tranquilli fino al giorno dell’orrore in cui, poi, si scopre che alligna una perversa malvagità. Non abbiamo tutti paura di vivere in luoghi del genere, che il nostro vicino di casa sia un mostro? Parlando con molte persone ho scoperto che è una fobia diffusa (complici i media, credo); io stesso ammetto di guardare con sospetto certi miei bizzarri dirimpettai e condomini».
Del libro si farà un film? «Ogni autore si augura che venga tratto un (buon) film da un suo romanzo: al momento, non c'è nessuna prospettiva in questo senso. Mi fa piacere però che molti lettori si siano accorti della struttura e scrittura filmica del romanzo; l’intenzione era questa».
Accusato da qualche recensore di «eresia», Forlani crede molto nella «contaminazione fra generi» e infatti il libro è tutto un pullulare di riferimenti al cinema e al fumetto. Ma per quanto riguarda la matrice letteraria? «Mi sento debitore agli autori italiani per la formazione culturale, la lingua e lo stile; e ad autori stranieri per l'immaginario e il metodo». Il protagonista “nero” della vicenda, il cattivissimo “senza-tempo” Monostatos, parla un italiano arcaico che farebbe la gioia di un prosatore come Michele Mari, non per nulla cultore di “Urania” fin da bambino. E nel romanzo si trovano riferimenti aulici in alcune scene “splatter” come «minugia» per designare le interiora (da Dante) e «carcame» per designare la carcassa di un animale morto (parola che si trova ad esempio in Rosso Malpelo di Verga). «Lo stile è fondamentale - chiosa Forlani - La scelta delle parole, il ritmo del periodo, può aggiungere alla parola scritta la forza di sensazioni visive, uditive... persino, mi azzardo a dire, tattili e olfattive».
Edited by K.D.. Powered by Blogger.