"I Senza-Tempo" sul Paradiso degli Orchi

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Recensione di Lorenzo Pompeo:


I senza-tempo, vincitore del premio Urania 2011, è un romanzo che ha fatto un certo rumore in rete. Ambientato in una Italia immaginaria, che si immagina dominata dai negromanti cannibali, esseri immortali, con una particolare predilezione per i bambini, dall'aspetto di persone anziane in ruoli di potere quali avvocati, commercialisti, notai. La storia prende l'avvio dal risveglio di uno di loro, Monostatos, messosi in una sorta di ibernazione per sfuggire alla cattura nel sedicesimo secolo, nei sotterranei di un edificio poi convertito in scuola elementare. Il conseguente massacro dei bambini, di cui si nutre l'affamato negromante per recuperare le energie, è ciò che scatena i successivi eventi.

Il sotto-meta-testo politico, in questo romanzo, è del tutto evidente e dichiarato dallo stesso autore in una intervista in appendice al romanzo (nella quale dichiara, a p. 196: “I senza-tempo appaiono in molti miei racconti: incarnano la gerontocrazia come forse il peggior male del paese”). Clara, la valente reporter che documenta e indaga le nefandezze di questi esseri, li definisce in questo modo:
Non so cosa siano: senza-tempo, hanno detto; se lo erano, non sono più umani. Hanno il potere di farci crede ciò che vogliono. Ci sprofondano nel passato, ci derubano del presente, ci hanno tolto il futuro. Ci impongono il loro delirio disturbato, senile. Non so come riescano. Lo fanno. Ci hanno tolto la realtà. Per loro siamo cibo” (p. 94). 
Altra caratteristica di questo romanzo è il linguaggio. L'autore si diletta inserendo parole desuete, espressioni arcaizzanti e manierismi linguistici nelle descrizione delle frequenti scene sanguinolente. Più che la fantascienza, sembra essere il genere horror-splatter il suo punto di riferimento. Cosa che ha fatto storcere il naso a molti fan della sci-fi. E non a torto. Perché le incongruenze, dal punto di vista della costruzione della trama, sono fin troppo evidenti. La più evidente: l'ambientazione della terza parte, che dovrebbe svolgersi nel 2036, appare fin troppo simile alla nostra contemporaneità, cioé al punto di partenza del romanzo, che si apre proprio con una data (29.02.2012).
L'autore, in sostanza, sembra non curarsi affatto dello scheletro narrativo, che pure nella fantascienza è elemento imprescindibile, probabilmente proprio perché tiene l'accelleratore sempre premuto sullo splatter. Forse è per questo che non se ne accorge quando oltrepassa i confini del gusto, per franare in un involontario umorismo, come quando, a p. 56, scrive: “Monostatos barcollò dietro una tenda, al di là della quale si vedeva una toilette. Il vecchio si piegò sullo scarico di una turca, mentre uno scheletro piantonava la soglia. Clara si sentì libera dalla stretta, dolorante di uno sforzo fisico estremo e offuscata dalle vertigini. Dalla latrina si spandevano peti, mentre gli automi attendevano i loro orrendi mestieri”.
Per quanto riguarda le premesse meta-politiche, non posso che concordare con l'autore. Il quale tuttavia, a mio parere, avrebbe dovuto dedicare maggiore cura alle fondamenta del romanzo, invece di insistere sulle scene di sangue, che inevitabilmente diventano noiose e ripetitive, o su un manierismo linguistico, che diventa uno sterile esercizio linguistico se non supportato da una solida struttura narrativa.
Probabilmente l'intenzione dell'editore era promuovere un genere di fantascienza “autoctona”, che avesse come punto di riferimento un contesto socio-culturale italiano (attingendo magari alle infinite risorse della lingua letteraria italiana) e non si limitasse ad applicare gli schemi della sci-fi statunitense. Ma se questo è il risultato, preferisco mille volte quest'ultima. In verità il romanzo di Forlani mi sembra rispecchi bene i vizi autoctoni: poca cura per la struttura, molta per gli orpelli e per gli “effetti speciali”. 
Se l'umorismo involontario fosse stato coltivato in modo consapevole e ben calibrato, ne sarebbe potuto uscire un buon romanzo. Evidentemente ciò che i nostri autori, di fantascienza e non, dovrebbero tenere sempre a mente è che la realtà Italia, proiettata su scala mondiale, è ben poca cosa. Ma quello di prendersi un po' troppo sul serio è un vizio al quale sfuggono ben pochi.


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