I "Negromanti Senza-Tempo" (insomma potremmo chiamarli così!...) si aggiudicano anche il Premio Kipple 2012. Riporto di seguito il comunicato stampa dell'editore:


Alessandro Forlani si aggiudica il Premio Kipple edizione 2012 con il romanzo "I negromanti".

Per la seconda volta nel corso di tre anni, il vincitore del Premio Kipple va all'autore vincitore del premio Urania. Era successo con Alberto Cola nel 2009 che vinse il Kipple con Ultima Pelle e l'Urania con Lazarus, oggi succede con Alessandro Forlani.

Il romanzo vincitore del premio Kipple 2012, "I negromanti" uscirà comunque nella collana Urania con il titolo "I senza-tempo", vista l'impossibilità di uscita contemporanea per due case editrici. La caratteristica principale del premio Kipple, infatti, è quella di "premiare un inedito", soltanto secondariamente quella di pubblicarlo. "I negromanti" di Alessandro Forlani figurerà quindi nell'albo dei vincitori del Premio Kipple, sebbene pubblicato per Mondadori. La coincidenza peraltro non pregiudica la partecipazione al concorso Urania, in quanto trattasi di concorsi che non decorrono nello stesso anno (scadenza novembre 2011 per Urania, maggio 2012 per Kipple, scadenze ben lontane).

La doppia coincidenza, nel giro di tre anni, oltre a renderci felici, ci compiace in quanto denota innanzitutto un'armonia di scelte editoriali e letterarie tra le redazioni Kipple e Urania, ma soprattutto la competenza di una piccola casa editrice, che riesce a raccogliere e pubblicare la stessa (è proprio il caso di dirlo) qualità materiale.
Ho vinto il Premio Urania 2012 con il romanzo "I Senza-Tempo". Riporto qui di seguito il comunicato stampa Mondadori.

Cari lettori,
eccoci al consueto appuntamento con l’editoriale estivo. Quali novità ci aspettano? Cosa prevedono i prossimi mesi di letture? Per rispondere in modo esauriente, abbiamo diviso le notizie in tre settori, cominciando dalla più urgente. Passiamo quindi ad annunciare

Il vincitore del Premio Urania

Anche quest’anno, ricca partecipazione alla nostra competizione per il miglior romanzo italiano inedito. I partecipanti sono stati più di sessanta e la giuria composta da Federica Bottinelli, Silvia Castoldi, Mauro Gaffo, Marco Passarello e Sebastiana Vilia ne ha selezionati cinque da mandare in finale:

·         Stefano Agnoletto, Diario di un fuoriuscito
·         Italo Bonera, Demone
·         Alessandro Forlani, I senza-tempo
·         Samuel Marolla, Milano anno zero
·         Luigi Rinaldi, Hakkakei
·          
Dopo averli esaminati, l’editor dei Libri periodici Franco Forte e il curatore di “Urania”, Giuseppe Lippi, hanno assegnato il primo premio al romanzo I SENZA-TEMPO di Alessandro Forlani, che sarà pubblicato nel numero di novembre. Il libro di Forlani rompe con gli schemi della fantascienza di questi ultimi anni e comincia con un avvenimento del tutto inspiegabile nel 2012.
Di qui prosegue in due tappe distanti dodici anni l’una dall’altra, nel 2024 e 2036, sulle tacce di quattro strani vecchi con le facce segnate dalle verruche e particolarissime abitudini ereditate dalla notte dei tempi. I tre più innocui (si fa per dire) si chiamano Totali, Pantocrati e Maggioritariis: forse uomini d’affari, forse manipolatori della legge, visto che due sono anche legulei… e forse molto di più. Il quarto si fa chiamare Monostatos e ha in odio il mondo: “Io rattrappirò quest’aborto di epoca! Ho nostalgia di crinoline e carrozze, mi schifano gli edifici quadrati, mi annoia questo chiasso di cachinni, fragori e l’insipienza del tutto. M’irritano l’ovvio, il pratico, il razionale. Lo farò per appetito, cupidigia, capriccio, lo farò ‘perché sì’. Se l’universo ne sarà consumato io non me ne curo, sarò torpido, sazio. Il mio flato scoppierà nell’infinito…”. Il culmine del romanzo viene raggiunto in un crescendo di tensione che non deriva soltanto dalla sconcertante premessa, ma dalla discesa in una società italiana completamente malefica. Nell’attesa di scoprire insieme cosa c’è dietro, non possiamo che augurare buona pazienza a tutti!

Concludo con questo racconto l’ingenua serie dei “Warhammer Fantasy Tales”: anzi escludo la novella dall’elenco ché si tratta, in realtà, di un omaggio ai cento numeri della webzine “Orco Nero” ma, soprattutto, di un atto d’amore nei confronti del roleplay e wargame quali quelli di un paio di amici blogger… Da domani si torna alla narrativa di serie pretese. Buona lettura.
  
1.
All’alba le guglie di Altdorf s’incendiano di arancio e di oro. I cieli imperiali, di ferrigno nitore, rintoccano del bronzo di campane sigmarite, squillano chiarine dalle alte terrazze. Gli stendardi garriscono sui tetti, Jacob Von Handred, Maresciallo del Reich, trotta alla guerra sul suo nero destriero.
E’ un nerd, gli piacerebbe, se la inventa così.
Gli è che però, in periferia di X, già a quell’ora è tutt’un grigio spento, l’aurora la nascondono condomini e caligine e invece che le trombe c’è la tosse delle auto, lo spernacchio dei motorini. Dai terrazzi - macché vessilli - cola il bucato di canottiere.
Giacomo, più wargamer che studente d’ingegneria, inforca una bici così vecchia e scassata che il sellino, tutto molle, è un martirio per il sedere.
Ma a proposito di culo stamattina, che gran culo!, all’incrocio che attraversa sulla via della stazione trova cento euro stropicciati sull’asfalto.
Questi stasera, tornato di Facoltà, me li godrò tutti quanti in miniature! La giornata non inizia niente male!
Pressappoco come ad Altdorf.

2.
Treno, autobus, cappuccino, cornetto. Traversando le foreste del Reikwald, protestando agnello arrosto e una pinta di birra, se la cava con il truce cipiglio e contenta i tavernieri col terrifico balenio della spada. Qui gli tocca invece fare la fila per il biglietto, pagare, vidimare, fare la fila alla cassa, pagare, fare la fila al bancone, sorbire e masticare in fretta, fare la fila alla macchinetta, pagare. Già che c’è cambia i cent’euro. In tasca, alla fine, gliene tornano novanta.
Pur sempre una cornucopia di scatole di soldatini! Tre kit di Reggimenti, sei blister di Eroi, un intero battaglione più un blister! E’ la volta, per quel dono del Cielo, che smette i panni del condottiero imperiale e inizia la collezione delle Bestie del Caos. Von Handred è morto: chiamatemi Capobranco Jaggogoth, il Traditore.
Cazzo, tre euro cappuccino e cornetto?!

3.
A volte è piacevole l’atrio di Facoltà. E’ una tisana, l’idromassaggio, sono i fiori di Bach. Quando pensi che lo stressato sei tu, che tuoi sono gli oscuri, catastrofici pensieri sugli esami che non superi, sul fuoricorso, la laurea, basta incontrare gli Estremi Esauriti - con la maiuscola, come i mostri di D&D - e ti accorgi che dopotutto sei d’umore più che allegro.
Alle otto e trentacinque del mattino Giacomo, infatti, trova sia plausibile rimuginare in silenzio fra sé e sé su quante unità da venti Gor schierare. Se con lo scudo o con l’arma addizionale. Più tardi vuole acquistarne due scatole. E’ sano affliggersi alle otto e quaranta su come dipingerli; se imbasettarli con l’erbetta o la ghiaia o la sabbia. Ma è malata l’ossessione dell’Estremo Esaurito - gli pare si chiami Giulio, non lo conosce nemmeno - che lo artiglia nell’atrio pur affollato di figa e gli domanda se le dispense, lui, se l’è già procurate. Con quegli occhi bruciati da assetato nel Gobi.
Giacomo nello zaino ha: Pergamene di Dispersione, Pergamene di Cancellazione, Pergamene di Warpietra unsolouso, Libro dei Segreti, Libro di Nagash, Filatterio Necrotico. Ma queste no.
“Di chi?”
“Del professor Caldarelli: termomeccanica, idrodinamica e inerzia vettoriale nelle elettrovulcanizzazioni dissociate e complesse. Senza, dammi retta, a lezione non ci cavi le gambe.”
L’Esaurito trasuda un tale panico che infine ne è contagiato anche lui. Jacob Von Handred galoppa alla torre di Geltmeister, Signore dell’Alchimia, a conquistare a fendenti e archibugiate il Grimorio di Ogni Trasmutazione. Una cazzata d’impresa a paragone della loro: che adesso, a un quarto d’ora dall’inizio dei corsi, corrono angosciati alle oscure copisterie ad acquistare l’astruso incunabolo.
Giacomo già che c’è spiccia il resto del caffè. Quindici euro di fotocopie, un chilo in più nello zaino.
Ma più tardi, i settantacinque che avanzano, li butto tutti in Warhammer. Ah no?!

4.
A pranzo gli capita, al solito baretto, di trovare un unico posto a sedere accanto a una ragazza carina. Truppa Rara negli Army Book degli Istituti di Ingegneria. Lui chiede posso, lei dice sì. E non è solo carina: chiacchiera.
Jacob Von Handred quando e se vuole sa far sorridere, sa essere piacevole. Ha in baule quei quattro, cinque argomenti - cinema libri musica studio attualità - da usare in circostanze come queste con razze aliene che non sanno di wargame. Le donne, poi, le più aliene di tutte.
E viene fuori che non solo chiacchiera, ma che è simpatica.
Jacob Von Handred si toglie l’elmo e la Grande Armatura - poiché qui il quattropiù non gli serve - e lascia Giacomo a gestire la situazione.
E viene fuori che non solo chiacchiera ed è simpatica, ma che ci sta. Ci sta tutta; alla prima.
Giacomo a sua volta cede luogo a Jaggogoth, Il Grande Capro, la Bestia. Del Caos. Ciò che segue è troppo fantasy per contemplarlo nelle regole di Warhammer, di Ragnaroc, Confrontation o qualsiasi sistema; più fantasy del centone abbandonato per strada. E’ una corsa stordita e bagnata dal baretto a un distributore di profilattici; da lì a una toilette delle ragazze ché tanto a quest’ora non c’è nessuno; e poi che ti frega?!
Jaggogoth in due minuti arriva al Sesto Turno. L’avversaria riconosce la Vittoria Minore, ma vuole il numero di cellulare del Capobranco:
“Ti faccio uno squillino, così ho anch’io il tuo.”
“Ciao.”
“Ciao.”
Riponendo il telefono in saccoccia Giacomo si accorge che pranzo e preservativi gli hanno tolto venticinque euro. Che giornata però. Che scopata però. Chi ci crede?!
Stasera festeggerà con i cinquanta rimasti comprandosi almeno almeno una scatola e un blister.
Ah, lei si chiamava Sonia, mi sa.

5.
Triste, moscio - a una cert’ora è così – con la testa ancora stipata di precetti d’idraulica Giacomo ciondola al binario uno nell’attesa del treno che lo riporta al paese. A fianco al tabellone degli orari, che lo conforta che il convoglio non ha ritardi, neoneggia sudicia, smorta ma invitante l’insegna del tabacchi & bar della stazione. Che gli insinua che un caffè, o un gelato, gli ci vorrebbero.
Però anche no: ché una moneta sull’altra, quand’è la fine, sono soldi buttati.
Von Handred nella Desolazione del Nord ha subìto patimenti terribili. Ma si stringe nella pelliccia di lupo e spinge avanti con tenacia la carovana. Attorno gli ululano il vento polare, le Sirene di Slaanesh, gli altoparlanti che annunciano partenze e arrivi; lo insidiano le Furie, i Tafani di Nurgle, i sordomuti che vendono portachiavi e gli amicochaiuneurochemecomperolezzzigarette. Ma la meta è vicina, non cedere, non cedere! Per concentrarsi presta attenzione ai cigolii delle armi e armature dei compagni - questi piccoli rumori reali - il crepitio delle torce, la vibrazione del cellulare.
Un messaggino dell’Imperatore.
No. E’ quella lì, quella Sonia-mi-sa. Gli scrive quelle frasi toccanti di affettuosa pizzicagnola banalità: dal che bello al che due matti al ti va di rivedermi.
Von Handred ne ghigna con feroce disprezzo, lui non ha cuore che per Sigmar e l’Impero. O da oggi, quando Jaggogoth gli mugghia dentro, per i Quattro Perniciosi Poteri. Ma Giacomo, che non ha alcuna arcana protezione, subito digita sulla piccola tastiera altrettante sedotte e tenere sciocchezze. Ti voglio; t’è piaciuto, e insomma accondiscende. Poi preme invio.
Ma TIM glielo nega, ché il suo credito è esaurito.
Corre allora senza indugio all’insegna del tabacchi & bar:
“Mi faccia una ricarica.”
“Ho solo le schede.
“Va bene. Da cinque.”
“Ce l’ho solo da dieci.”
Giacomo ricorda - pure nel cloro della toilette - il caldo, delicato profumo del collo e del seno e le braccia di lei. Sullo scomodo della tazza i suoi soffici fianchi, sopra il rutto dello sciacquone i suoi gemiti e risate. E quegli occhi di sfumato nocciola più belli, nelle loro lumeggiature, delle facce dei Coscritti che ha dipinto lunedì.
Jaggogoth ruggisce che dieci euro costa il blister dello Sciamano del suo prossimo esercito. Vabbé. Magari la miniatura la convertirà con il greenstuff, ci farà una Sciamana; dipingerà il nome Sonia sul bordo del piedistallo.
“Me la dia da dieci.”
Ché tanto con quarant’euro ce ne scappano di soldatini.

6.
E ti pareva porca troia che quando torni in stazione la bicicletta la ritrovi come l’avevi lasciata?! No. La ritrovi bucata.
A due passi per fortuna c’è il vecchio Aurelio, che è tutto un tremito, gobba, gambe storte, quasi sordo e con due fondi di bottiglia ma è Forgiarune di biciclette e scooter.
Von Handred con ossequio e timore reca l’ordigno in bottega all’anziano. La squilla piange i vespri, e il giorno si abbuia. Ma Aurelio è troppo esperto, fa in un attimo.
Giacomo guarda il meccanico all’opera e si chiede avvilito - ogni volta che è qui - se costui, che sa solo di olio e dialetto e cacciavite, non sia più scaltro più sensato più saggio di tutta intera la Facoltà di Ingegneria; dall’altezza del Rettore Magnifico ai Chiarissimi fin le idiote matricole. Non l’ha ancora convinto l’obeso portafogli che tracima di banconote dal grembiule dell’uomo, l’allegria serenissima mentre ingrassa i pedali. Von Handred in genere cesti test li scazza.
“A posto, giovane!”
“Quant’è?”
“Dieci euro.”
E salda con il resto della tratta di ritorno. Più cinque più dieci.

7.
Non fa in tempo a scaricare lo zaino sul letto, cambiarsi d’abito e scarpe, che già dalla cucina che borbotta di bollito la mamma petula la solita cortesia:
“Giacomino, lo sai quante cose ho in testa. Stamattina che sono stata al supermarket mi son dimenticata di comprareee… - l’intero lato destro degli scaffali di latticini, sanitari, biscotti, bibite scatolame e dolciumi. A mezz’ora dalla chiusura del negozio d’alimentari e un’ora e mezza di quello di miniature.
“E Giacomino: me li anticipi tu? Stamattina che sono stata alla banca mi son dimenticata di far bancomat. Che testa! Poi te li ridò, domattina te li ridò.”
Che vuoi che sia far piacere alla mamma! E poi per lo Yomo e le fialette di Activia se ne andranno sì e no cinque euro. Gli è che però fra quell’Y e A c’è tutto un dizionario di Burro, Cottonfioc, Dadi da Brodo, Pile Elettriche, Spago, Galbanino, Lamette; Balsamo che non è sinonimo di Shampoo e Gallette che non è sinonimo di Cracker.
Alla cassa la commessa col Chewinggum - prendi anche i chewinggum, già che ci sei - gli srotola sotto il naso uno scontrino con scritto ventidue.
L’orologio scandisce le diciannove. Giacomo non calcola i quattrini che restano. Ma al fianco di Von Handred e Jaggogoth marcia risoluto sul negozio di miniature.

8.
Il posto è lo Slayer, in un vicolo del centro. Le diciannove e quarantacinque minuti.
Nicola, Nostro Pusher di Dadi e Roleplay, Iddio ce lo conservi, va inchiavando la serratura e abbassando la saracinesca.
“Un attimo Nicola!”
“Giac’cazzo vuoi?!”
Nicola è quell’incognita di trentenne, ex-metal ex-vampiri ex-magic ex-starwars, asceso alla gloria di commerciante di giochi attraverso un cazzeggiato ma indelebile passato. Tu lettore, che abiti in un’altra città, non lo conosci, non l’hai mai visto, né mai capiti da queste parti, te ne faresti un’idea preconcetta di un panzone dalla chioma riccioluta, sozza. Di t-shirt con i teschi, di labbra di ketchup. Di ore trascorse loggato su WoW e iniziato argomentare a proposito di uppare; bombare il tuo deck per farlo aggro da powerplayer come in figw fai la lista a performare con i demoni; e metti il pollo o il divorone con gli attacchi da fuoco ché così la metti in culo al banner dei civvù.
In realtà Nicola questo mese ha perso un chilo, oggi i ricci li ha annodati in coda ché dovrebbe lavarli, ma li lava domani. Sul giubbotto ha la croce e il pentacolo rovesciato e stasera preferisce il kebab; più che altro finirà Dawn of War ed ha appena spiegato ai tardivi clienti che il cuggì è meglio dargli due termici, ché è vero che la squadra ha abbì quattro ma col launcher scatteri lo stesso. E poi ha un cazzo di vuppì. E come li tiri giù i veicoli e i dreddi?
Tutt’un’altra persona.
Ora Jaggogoth, con furia lubrica, saccheggerà gli espositori di scatole e blister. Gli dèi all’alba gli hanno dato cento pezzi, oggi il sole non cadrà all’orizzonte prima che da quei cellophane, quelle mensole e rastrelliere non siano radunati Shaggoth e Cygor, Minotauri, Ecatombe, Carri di Zannagor. O alle brutte, gli mancassero quei pezzi, Von Handred ingrosserebbe le fila di Altdorf con un altro reggimento di Staffette e Grandispade; perché no nelle battaglie difficili due Carri a Vapore benché disonorevole. Capobranco e Maresciallo del Reik affondano l’artiglio e il pugno guantato nelle tasche del giubbotto di uno studente d’Ingegneria.
Giacomo racimola dal fondo, fra cartine appallottolate e biglietti vidimati, tre monete che sul recto hanno l’Uomo Vitruviano. Delle tube dell’Impero, dei corni del Caos, resta il timido tintinnio di tre dischetti di lega.
“Passavo, Nicola. Vieni: ché se mi bastano ti offro l’aperitivo.”   
   

A CIASCUNO IL SUO

All’ora settima del 7 Solkanzeit 2527 qualcuno avrebbe ricevuto la sua Ultima Ricompensa. Consuelo Dreistille, novizia di Shallya, spiava dal lucernario della sua cella, nel monastero-lazzaretto di Talabheim, il quadrante dell’orologio della torre campanaria. Ancora un rintocco.

*

A molte miglia di distanza da quella pace claustrale, sulle rive di un anonimo torrente che segnava il confine del Principato di Miragliano, il Campione di Nurgle Raffaele Rosolia si preparava alla carica decisiva contro gli armigeri del Podestà Costantino. E’ il giorno. Era giunto il momento.

*

Poiché la piccola, la mite Consuelo veniva da un villaggio nel nulla del Drakwald - sette case gettate su una strada, non un insegna, non una pietra miliare - la Madre Superiora aveva sempre tollerato che lei serbasse nel segreto della sua stanza quell’ingenuo, primitivo altarino di ossicine di pollo e campanelle di rame. Un ricordo dei suoi nonni; la devozione rurale per i propri antenati, le innocue superstizioni del volgo. Sette candele di grasso animale accese all’ora settima d’ogni settimo giorno. Pazienza, è una sciocchezza; sopportavano le Sorelle: per far sentire quella bimba spaventata non troppo e per sempre lontana da casa. Era in città da appena sette mesi, poverina. Crescendo, e progredendo nell’Ordine, Consuelo avrebbe dimenticato quell’infanzia analfabeta in campagna, le pulci, i genitori, le catapecchie, quei precetti d’ignoranza. Avrebbe smesso quelle sciocche pratiche.

*

Per elevarsi da questo mondo di miseria e di lagrime ed assurgere al rango di Principe Demone a Raffaele non restava che sbaragliare quegli uomini, scavalcare quel ponte fortificato e avanzare nella marca di Lomazzo. Per diffondere di lì la peste nera nei domini dei Miragliano. Da quel piccolo insospettabile feudo di mercati e di scambio, dove ogni giovedì si riuniva il contado per comprare e vendere pecore e vacche, olio, vino, formaggi, insaccati, per attingere alle fonti, il morbo si sarebbe diffuso per tutta la Tilea settentrionale. Portato dagli ignari valligiani nei bricchi del latte e nei prosciutti salati, nei panni delle donne al bucato e nelle trame degli involti di seta, nelle matasse di lana. Neppure la stirpe del Ratto Cornuto aveva mai ottenuto un simile risultato.
E quell’idiota del Podestà Costantino, governatore del borgo, aveva schierato ad ostacolare Raffaele solo un distaccamento di colubrine e fanteria. Avrà pensato ad una setta di fanatici. Avrà pensato ad una banda di predoni. Avrà pensato ad una bega di confine ’sto cretino. Oh, certo. Come avrebbe potuto immaginare di dovere affrontare il Prediletto di Nurgle. Sicuro in ogni caso, ove i Guerrieri del Caos fossero riusciti a sfondare, che forze più ingenti li avrebbero fermati in prossimità della prima città. Ed era vero senz’altro.
Raffaele sapeva benissimo che sarebbe andata esattamente così. Sperare in un buon esito di qualcosa non è dopotutto da seguaci di Nurgle. Appena superato quel ponte la sua banda di scombinati razziatori, poco più di una settantina di lame, sarebbe stata nel giro di pochi giorni annichilita dalle forze locali. I Principi di Miragliano non scherzavano in guerra, ed erano abbastanza ricchi da permettersi di assoldare un reggimento di balestrieri per ogni nudo berserker norsmanno che egli portava con sé. Oh, certo. Ma per ognuno che sarebbe stramazzato e marcito in quella fertile regione benedetta dagli dei un virus pervicace e mortifero si sarebbe diffuso nella terra e nell’acqua, sarebbe entrato nelle narici dei cosiddetti gloriosi soldati e, quand’essi avrebbero celebrato la vittoria nell’intimo dell’alcova, con le loro prostitute e spose, si sarebbe insediato in grembo a queste e generato figli guasti ancora per decenni. Questo era il piano del Babbo. Così profetizzavano gli sciamani. I suoi uomini dunque erano già condannati. Tutti. Compreso lui stesso. O almeno il suo corpo corruttibile e anzi già corrotto da un pezzo. Eh eh eh! Ma questo a Raffaele non importava: faceva parte della sua Ricompensa.
Il Campione radunò la sua guardia di Prescelti, i Cavalieri della Larva; li allineò per l’assalto alla lancia di fronte a quel muro di picche, quadrella e bocche di artiglieria che si ergeva fra loro e lo scavalco del torrente. Quei temibili, antichi guerrieri erano da lungi già alla fine di ogni cosa. Gran parte di quegli elmi e corazze arrugginite non contenevano più che un brodo di pus, un pasticcio di carni maleolenti e frollate nel quale brillavano occhi di folli. Un che di malvagio, di macabro, e non la vigoria o la ferocia o l’onore tenevano quelle armature in sella e salde in resta quelle lance nere e infette. Destrieri così magri e gialli non potevano, per legge di natura, sopportare al galoppo il peso di quelle armi. Ma Raffaele era ormai da molti anni affrancato dalle leggi di natura.
“Fratelli! – tossì – A sette giorni da oggi io mieterò il mio raccolto…”

*

Consuelo si allacciò il grembiule e usci dalla cella per il suo turno di visite. Quella era l’ora più pietosa del giorno, in cui le monache servivano agli ammalati la misera ciotola del pasto serale. Era un servizio affidato alle più giovani, perché imparassero imboccando i pazienti l’umiltà e la pazienza e carità. Agli infermi di lebbra, che non avevano più dita, andava portato il cucchiaio alle labbra, agli imbelli e agli anziani senza denti occorreva far poltiglia del pane, e asciugare i rivoli di minestra e di bava che colavano giù dal mento al camice. Attenzione a somministrare piccoli sorsi ai paralitici, ché correvano il pericolo di strozzarsi. Pulire le sporcizie degli afflitti nelle viscere, gli incontinenti, i colitici, che subito ciò che ingerivano lo espellevano in liquami. Se qualcuno mostrava di troppo soffrire, o occorreva riempirgli di nuovo la gavetta perché la rovesciava, la sputava tutta via, qualcuna fra le novizie più abili operava un elementare incantesimo di sollievo. Che, per un giro di clessidra, addormentava la vittima in un ebete sonno docile al volere di chi l’aveva stregata. Questo in realtà era proibito dalla Regola: solo le figlie consacrate di Shallya, che ormai per la vita non potevano più smettere il velo avevano il permesso di praticare la Magia Curatrice. Ma, poiché altrimenti il lazzaretto avrebbe risuonato senza sosta del pianto dei moribondi, di fatto era pratica comune. Tolleranza.
Consuelo, da parte sua, non aveva voluto apprendere nessun incantesimo. Perché io sono obbediente, usava giustificarsi. Perché tu non ne sei capace, la schernivano le compagne. Convinte della scarsa intelligenza di quella ragazza venuta dai campi.
Al capezzale dello scrivano Kugelkrank, consumato dalle febbri e dallo stomaco popolato dai vermi, e che si ostinava a vomitare il brodo che inghiottiva, Sorella Elise accennò ad una runa e prese a diffondersi un profumo di mughetto. In quella Consuelo le fermò la mano, e subito torno il puzzo d’ammalato:
“Lo sai che non è giusto.”
Lo scrivano rigettò del lardo masticato sulla tonaca immacolata delle novizie che lo accudivano. E prese furiosamente ad ingiuriarle, voi puttane non vi curate di me! Con gran baccano dei pazienti vicini.
Rispose dall’altro estremo del chiostro il comando perentorio della Madre Superiora: Suora Elise e Suor Consuelo in punizione.
 “Quanto, quanto sei stupida!”       

*

Lo slancio dei comuni norsmanni si interruppe sul greto sassoso, presto i gorghi inghiottirono molti corpi perforati da dardi di balestra. Le esplosioni scaraventarono in aria pari trote e membra mutile di barbaro. I predoni più fortunati e più prodi, con balzi atletici, con grida agghiaccianti, raggiunsero la massa dei fanti e ingaggiarono una mischia furibonda. Chi cadde male si impalò sulle picche, e non offese il nemico che di schizzi di sangue. Altri, avuti gli armigeri a portata di accetta, poterono scavarsi una trincea truculenta fra i ranghi dei tileani serrati. Raffaele perse un terzo dei suoi paladini al primo urto con la linea di battaglia, quelli il cui destriero fu capace di saltare si trovarono arpionati alla schiena e alla mercè di mazze e di pugnali. I Cavalieri della Larva mantenutisi in sella, tuttavia, trasformarono in breve le murate del ponte nel bancone di un’orrenda macelleria. Quando il corno da una parte e il tamburo dall’altra ordinarono di ricomporre le formazioni si contarono sette contro millesettecento. Ma il Prescelto aveva fede. Era certo del favore di Nurgle. Era forte di amuleti maledetti e di un’arma affatturata.
Mietere. Mietere. Passare dall’altra Parte. Per la gloria del Babbo. Per la mia Ricompensa.    

*

Ed eccola lì sola a meditare sui propri errori. In che cosa mancava alle Leggi di Shallya, perché non le riusciva di meritare dalla dea? Era entrata in monastero coi più ardenti propositi, con l’amore più sconfinato per il male e gli afflitti. Prima ancora che per la cura del male. Prima ancora che il sollevarli dall’afflizione. Come i suoi nonni le avevano insegnato. E ai suoi genitori che non sapevano che fare, di quella bambina così sensibile alle sofferenze di tutti, di quella bocca in più da sfamare, un prete errante che l’aveva ascoltata aveva detto che l’Ordine delle Sorelle, a Talabheim, nella grande città, era il posto più adatto per lei. Che era un dono del cielo quel suo animo così gentile. E ormai da sette mesi ascoltava, e ripeteva con fervore fra sé, i principi del culto della Signora Consolatrice.
Ma forse le sue compagne non avevano torto. Forse davvero era stupida e sciocca. Perché più li ripeteva e si sforzava di comprenderli più si accorgeva che qualcosa le stonava. Che non era questo che le avevano insegnato i suoi nonni nel buio della selva di Drakwald. I suoi nonni che danzavano di notte con quegli uomini buffi con la testa di montone. I suoi nonni che nascondevano sotto gli ampi pastrani quelle frotte di spiritelli dispettosi e verdi. Quegli esserini con lei sempre affettuosi. Quelle ninnananna che le facevano far sogni strani. Le avevano detto ama la malattia. Le avevano spiegato che i malanni e le piaghe erano il monito più sincero sul senso della vita. Lo specchio più vero della nostra condizione. Che dei ce n’è tanti, raccomandati a loro, ma infine ti mentiscono e ti ingannano tutti. Solo Babbo ti sta accanto da piccina alla fine, ti elargisce i suoi doni ogni stagione che passa. Solo Lui non ti illude, solo Lui ti consola: non sperarci, alla fine si marcisce e si torna alla terra. Solo Babbo ha la mano sulla tua fronte per sempre. Servi i sovrani, supplica i numi. Ma ricordati di Lui, soprattutto di Lui. Abbiti sempre un pensiero per Lui. Innalza un altare, con quel poco che hai, ovunque tu ti trovi. E il Babbo ti sarà grato.
Quell’altare a Babbo Nurgle di campanelle e ossicini nell’intimo della cella di una novizia di Shallya. Ma Shallya dov’è? Lontana e non ti ascolta. E il Babbo dov’è? Qui, coi tuoi affetti e con i miseri.
I suoi nonni non le avevano mai detto bugie.

*

La linea cedette. I fanti tileani, in risposta ad uno squillo di buccina, abbandonarono le posizioni  sul ponte e arretrarono sulle opposte rive. Gli artiglieri disertarono le macchine, e i tiratori, la balestra in spalla, corsero a rifugiarsi nei quadrati di picchieri. Il muro d’acciaio che si era opposto ai Guerrieri del Caos si disfaceva un uomo dopo l’altro. I difensori, benché non sbandati e forti ancora nel numero, ne avevano avuto abbastanza. Non accennavano a rifarsi sotto. E’ fatta! Si ritirano! Con ordine, ma si ritirano!
Oppure no.
Fra le colonne di soldati in ripiegamento, protetto da una falange di truppe fresche, si fece largo un vigoroso vegliardo di vesti nere di sfarzo straordinario. Portava al collo un vistoso medaglione sbalzato coi geroglifici dello zolfo e del mercurio, geroglifici ricamati su paramenti neri e un bastone d’oro chiaro inanellato d’argento. Sormontava la staffa un’effige di pellicano, che accudiva fra le ali il sole e la luna e un giovane re e una giovane regina. La fronte protetta da una preziosa calotta, la buffa acconciatura, la spigolosa fisionomia di un nativo del nord. Dell’Impero. E’ un mago costui. Un alchimista del Collegio di Chamon.
Il vecchio, crescendo in potere, vieppiù ammantato di luce dorata, avanzò ad affrontare Raffaele e la sua guardia. I Cavalieri della Larva superstiti, disingaggiandosi dai fantaccini che premevano d’attorno e li tenevano a bada a misura di picca, avvertiti della nuova minaccia corsero a raccogliersi attorno al Prescelto. Gettarono le lance, sfoderarono le brune lame, ansiosi ciascuno, in gara di prodezza, di spiccare per primo per il diletto di Raffaele il capo agghindato di quell’ometto supponente.
Neppure fecero in tempo a spronare. L’alchimista protese la sua staffa, pronunciò una parola con voce metallica. E una pioggia di dardi scintillanti, di purissimo liquidissimo oro, infuriò dallo scettro sui Guerrieri del Caos. Raffaele le oppose lo scudo, ma si accorse che quelle stille dorate gli attraversano usbergo e celata. E piuttosto che trafiggerlo lo cocevano dall’interno. Sentì le sue viscere sozze purificate dal fuoco dell’alchimia - purificate! Purificate no! - sentì la sua pelle, le interiora, le ossa letteralmente bollire dal di dentro. I suoi massicci e corazzati Cavalieri della Larva, i loro destrieri, evaporarono nelle corrotte armature che rovinarono a terra fra volute di fumo. Vuote. Disinfettate. Disinfettate no! Lui stesso, disarcionato dalla sua empia cavalcatura, che un attimo dopo era solo una ribollente e viscosa pozzanghera, giaceva ormai sull’erba già dissolto a metà.
 “Babbo, la mia Ricompensa! - gemeva il Prescelto torcendosi nell’arsura ridotto a poco più che un rivoltante tizzone; ghermendo inutilmente il cielo, la sua spada stregata e i nemici con artigli bruciati in informi moncherini - Babbo, non puoi non esaudirmi! Babbo, non puoi abbandonarmi! Ti ho servito con le armi, ti ho servito con le stragi, ovunque ho impresso il Tuo marchio, ho fatto prevalere la Tua forza. Ho schiacciato la vita. Ho compiuto la Tua volontà. Per Te!...”
E avvertì nel profondo del suo cuore decomposto, ed echeggiare nel suo cervello scavato dai parassiti, rispondergli una voce gorgogliante e beffarda: Raffaele, figliolo… ti dirò: non hai mai capito un cazzo di me. Eh eh eh!
Accalcati alle spalle dell’Alchimista gli stupefatti, timorosi armigeri tileani assistettero all’agonia da mollusco di colui che era stato un Campione dei Poteri Perniciosi. I restanti disperati predoni, con tutte le loro grida guerresche e quello spaventevole mulinare di asce, non sopravvissero un minuto di più alle picche e le balestre e le bordate e le torce.
“Il male è esorcizzato, la terra è sana Magister?”
“Sehr Gut, Podestà. Mi dovete settecento corone.”
   
*

Ora ho capito. E’ questa la verità. E perché la verità ti spaventa?
Consuelo allineò le candele di grasso. Ed ecco, acceso l’ultimo dei sette piccoli ceri, che la ragazza fu attraversata da un malsano calore e sopraffatta all’improvviso dalla nausea. Prese a tremare e sudare copiosamente, le girava la testa, non riuscì a mantenersi in equilibrio e cadde supina riversa sul pavimento. Si sentiva leggera. Leggera sempre più. La vertigine, per certo la vertigine, le faceva sembrare le poche cose attorno – lo sgabello, la branda, la ciotola, la brocca, il breviario e il bordone devozionale – assurdamente più grandi. Sempre più grandi. Addirittura enormi. Nello spazio di un battito cardiaco, e senza dolore, il suo corpo fu riplasmato in un’orrida mutazione. Le orbite oculari le si gonfiarono ed esplosero, rivelando all’interno globi verdi sfaccettati. Le belle labbra le si sciolsero in una rosea proboscide, le orecchie le si allungarono in irrequiete appendici. La pelle le si irrigidì, le si coprì di irsuti peli e, fra le costole, le spuntarono due lunghe zampe. Si ritrovò su sei arti a trascinarsi carponi. L’addome le si allungò in una sacca molliccia e dalle scapole si spiegarono, come petali dal bocciolo, ali ellittiche e ronzanti e trasparenti. Diminuì. Rimpicciolì. Finì per pesare appena un grammo e misurare poco più di un pollice.
E fu illuminata.
Consapevole di infinite consapevolezze. Di essere diventata immortale. Di essere eterna. Consuelo Dreistille, fu figlia di nessuno, fu monaca di Shallya, ora Principessa Demone di Nurgle in forma di tafano, volò un istante dopo, libera e gloriosa, attraverso l’inferriata verso eoni di pietosa malattia. Grazie Babbo. Finalmente. Te lo sei meritato mia dolcissima bambina.

*

L’orologio della torre batté l’ora settima. Il crepuscolo si spense, in Tilea, sulla sponda fangosa di un placido torrente. A Talabehim si tacque in un’assenza misteriosa, nella polvere di una camera vuota.



La redazione di "Orco Nero" in occasione dell'ottavo compleanno della defunta webzine (21 marzo 2009): da sinistra Alan D'Amico, Thomas D'Amico, Andrea Gamberini e il sottoscritto.




OTTO ANNI

1.
“Questo no! – dice Andreas scaraventando l’incunabolo fra le ciotole sporche e i barilotti svuotati. Le pagine di pergamena miniata si insozzano di unto, si bagnano di birra, e l’opera di un amanuense della colta Luccini in un istante è cancellata in una macchia d’alcool.
“Sei matto?! – gli dà addosso Alexander – E’ antico tileano!”
Alan recupera quel che può del codice manoscritto dall’aspetto sinistro; Thomas, alla fiamma di lanterna, rasciuga i fogli scancellati e inzuppati. Riesce per fortuna a salvarne la maggior parte.
“E’ un grimorio, è raro!”
“…è un checcazzo?...”
“E’ un manuale di stregoneria.”
“Superstizioni da preti.”
“Bei disegni però.”
“Si chiamano miniature.”
“Lo teniamo?”
“Chi l’ha portato?”
“L’ho trovato stamattina in bancarella a Magnus Platz. Otto corone, l’ho fatto fesso il librario.”
“Ci si stava da Madame Viola due notti! Otto corone! Sei tu il coglione!”
“Certo che lo teniamo! Dai qua!”
Si passano di mano in mano il volume finché non sta al sicuro sulla mensola con gli altri libri.
Alexander ritorna alla pagina di poesia, rimette in ordine le cartelle dei versi che il bisticcio ha sparpagliate sul tavolaccio scheggiato. Alan riattizza il fuoco, ché fa notte e che s’è fatto più freddo. Poi ritorna a tirare la tela e prepara le tinte colle polveri minerali. Thomas, ai caratteri di piombo, compone la pagina che riporta l’editoriale; stende il foglio, l’inchiostro e appronta il torchio. Andreas, ciondoloni sull’amaca, spulcia annoiato le lettere e le bozze e spara agli scarafaggi e ricarica la pistola.
“Bum!”
“Che casino, che puzza!”
E briciole e boccali e calzini e fogli ovunque.
La luce di un crepuscolo invernale filtra dentro da una bifora gotica, velata – l’hanno appeso a mò di tenda – da un acquarello proibito e naif della contessa Von Liebewitz nuda.
E’ un locale di otto metri quadrati, puzzolente di braghe, di vernici, di colla, di prese di tabacco e di polvere da sparo. Non è, com’è indicato dal cartello sull’uscio, solo la sede di un giornale studentesco: contro un muro quattro letti sono sepolti di panni sporchi. C’è un bacile, c’è un pitale, c’è una madia: ci vivono.
Alan e Thomas Freunde, Alexander Poppeldorf, Andreas Kleinekreben: studenti fuori corso all’Accademia di Nuln in Arte, Lettere e Meccanica Artiglieria. Soprattutto però – al diavolo gli esami: ormai sono famosi, offrono loro tutti quanti da bere! – fondatori e redattori da otto anni del gazzettino più popolare fra i giovani della città: lo Schwarzmerkur. E’ un bollettino di canzoni e di azzardi da taverna, di indirizzi di bordelli raccomandati e irriverenti caricature di maestà dell’Impero. Ma anche di opinioni e di liberi pensieri.

E’ un giornale che nacque per gioco: ché Alexander, spaccone e innamorato, dichiarò su pergamena stampata la sua passione per la figlia di un calzolaio. Lei non sapeva neppure leggere, ma lui le tessé un’elegia di ottanta versi. Tutta Nuln lo doveva sapere, e guai a chi a la giovane metteva gli occhi addosso! Ci voleva una gazzetta per gridarlo forte e chiaro. I Freunde la abbellirono di un’acquaforte – la ragazza ritratta come una dea silvana - Andreas si prodigò a diffonderlo per vicoli e ne appese qualche copia alle bacheche di Facoltà. Dal giorno dopo, in quel loro appartamento, piovvero sonetti e acquarelli e sfottò o indirizzati ad una bella ragazza oppure che spernacchiavano gli archibugieri di ronda, il Duellista Pancione, il Ministro Ladrone, le Tette Grandi della Bionda Helena. Però anche articoli di anonimi sapienti che osavano discutere di politica e religione. Saggi inconfessabili di docenti insospettabili, ché altrimenti a diffonderli rischiavano le carceri. Molti così ben scritti e lirici e esilaranti, e in tutti un entusiasmo tale, che i quattro amici si domandarono: che fare? Non si poteva che pubblicare. Anche perché l’appetita calzolaia ad Alexander non si era ancora concessa, e servivano altri numeri per convincerla a cedere… E allora tanto vale che facciamo un giornale!
Di lì, per scherzo o no, stampano il Merkur da quasi un decennio. Anche se il nome della figlia del ciabattino Poppeldorf, oggi, più neppure lo ricorda.

C’è silenzio, ma non è che un minuto. Il fuoco proietta sulla parete scrostata i profili orientali di Alan e Thomas: la prima volta che vennero in città la guardia alle porte li credette nehekariani. Alexander con lo stilo si punzecchia la pelata: c’è una rima che proprio non gli viene. Andreas, con la daga da duello, si aggiusta il pizzo e i baffi arricciati come portano al sud i bravacci di Vespero. Ma la pace li annoia, e riprendono a molestarsi:
“Ha una bella copertina rossa però…”
“Cosa?”
“Il coso lì, il grisostromo.”
“Grimorio.”
“Quello! Fa’ vedere.”
“Non sai leggere, è classico, sedicesimo secolo.”
“Qualcosa ho studiato.”
“Rovinalo e t’ammazzo.”
Alexander porge il codice con una smorfia, Andreas maneggia un po’ l’antico libro. Nota che è rilegato con anelli di bronzo. I caratteri in un nero e scarlatto che troppo gli ricordano il carbone ed il sangue. Le immagini, di una mano primitiva e sadica, rappresentano folle macellate da demoni. Ad Alan paiono i disegni di un bambino; Thomas dice no: sono semplici, ma strani.
“Di che cosa si tratta?”
“Non avevi studiato?”
“So leggere, ma non capisco il significato: prattiche a chiamare lli Diabboli del Sancue, et chome per essi devenire potenzissimi. Boh?!”
“E’ come un trattato di arti marziali. Ma con precetti demoniaci.”
“Cioè?”
“Evochi questo, che chiamano Maggior Diabbolo Chornuto, e lui ti rende invincibile in battaglia.”
Fissano più del dovuto, per un libro così sciocco, quella tempera scarlatta sul frontespizio che mostra un essere che è scheletro e cane, veste una lorica da antico guerriero e decapita e scarifica con un’ascia e una frusta. Sta in mezzo a schiere opposte e sono tutte nemiche.
“Ne scrivevano di puttanate a quell’epoca eh?”
“Si sa. Vale solo come pezzo d’antiquariato.”
“E in cambio cosa vuole?”
“In cambio?”
“Il demone, dico. In cambio dei suoi doni.”
“Questo non si capisce. A differenza delle leggende, che parlano di patti… di pagare le concessioni con l’anima… Non lo dice. Non dice nulla.”
“Comodo!”
“Facciamolo ‘sto accordo!”
Chornuto!, gridano. La parola fa ridere. Ed è ovvio che va a finire che in due lazzi è già il Chornuto-Del-Buco-Del-Cul.
Però quando smettono di ghignare avvertono nella stanza un odore di ferro.

2.
Ma ecco che il Merkur è pronto: sudano alle presse per tirarne ottanta copie. Poi, coi pacchi che odorano a che macchiano di inchiostro, corrono ai quartieri e le locande di Nuln e lo gettano lo affiggono lo cedono di mano in mano. Il giornale è gratuito, fa subito il giro. Al fruscio dei primi fogli, nella notte dei goliardi, allora si ride del sonetto ingiurioso o si sussurra dell’articolo sui progressi scientifici.
Certo a fare il conto di strumenti e di carta è un gioco che costa, non guadagnano un quattrino. Però, pur con le loro mantellacce da studenti, lise, rattoppate, e la topaia in cui vivono, Poppeldorf e i Freunde e Kleinekreben sono figli della piccola aristocrazia: i padri gentiluomini del Wisseland, possiedono piantagioni dove sgobbano schiavi Goblin. I ragazzi, per mantenere il giornale, fan la cresta alle corone per gli studi che le famiglie versano loro ogni mese.
“Muovetevi, lo aspettano! Otto copie a Giurisprudenza, otto copie alla Scuola di Artiglieria, otto copie al collegio degli Alchimisti e sedici ai biliardi in Eintrachtstrasse!”

3.
E’ già l’alba quando tornano a casa. E la luce di una lesta aurora ammicca loro, innanzi alla porta, dalle lame di una squadra d’alabarde, dal morione piumato di un sergente di polizia.
“Cosa vogliono gli sbirri?!”
La pattuglia si raccoglie attorno a un prete, la comanda un religioso ammantato di bianco che, sotto la tunica candida, ostenta una cotta ed un martello da guerra. Capelli grigi disordinati e radi, lo sguardo cinereo ed ottuso, il volto segnato da un’eterna indignazione. Prima che parole, spiegazioni e saluti porge loro l’anello cui inchinarsi e baciare. Il simbolo dice che è un Episcopo: sta ai vertici del culto sigmarita. Teologo intransigente e letale combattente.
Ai ragazzi non va salameccare la Chiesa: fosse altrove, nell’ombra di un viottolo o nel chiasso di una locanda, l’avrebbero omaggiato con le chiappe ed un peto. Però le sanno le maniere che convengono, e soprattutto questo prete è accompagnato da miliziani che adesso li circondano con le aste spianate. Con le mani nervose sulle daghe e i manganelli.
“Sono Padre Lucas Geltliebe”, annuncia il sacerdote con accento di autorità.
Ohcazzo!, pensano scambiandosi sguardi imbarazzati, è il candidato a diventare Arcilettore! Cosa vuole da noialtri?! Sono guai!
“Giovani -  li incalza - quanti anni avete?”
“Trenta, trentaquattro, trentuno e trentatre. In quattro ne facciamo centoventotto.”
“E ancora non avete terminati gli studi.”
“Voi siete padre, non siete nostro padre.”
“Peccato! Con i vostri talenti!”
“L’Episcopo è troppo buono. Come sapete di noi?”
“Siete noti. E’ noto il vostro… foglio.”
“L’Episcopo ci lusinga. Ci conoscete per nome?”
Li nomina ciascuno. Ne conosce i congiunti, ne scandisce i cognomi, sa i recapiti, gli amici e i familiari. Fa pesare sui loro petti la testa massiccia del martello da guerra. Quei gesti studiati, minacciosi e paterni che usano all’oratorio a intimidire i monelli. E complice però sussurra all’orecchio:
“Potreste farvi una posizione, per fama e natali.”
“Se Sigmar vorrà.”
“Per certo, giovani, Sigmar non vuole gli si manchi di rispetto.”
“Quando mai, Episcopo?”
“Né lui né la Sua Chiesa.”
Da una sacca alla cintola del prete compaiono vecchi numeri del loro Merkur. La raccolta di almeno tutto l’anno trascorso. Copertine e editoriali e pagine con ingiurie sul culto e i sacerdoti e il dio: per esempio la Contessa Emmanuelle raffigurata nei panni di prostituta, che adesca a un lupanare un Sigmar ubriaco. Che infoiato la ingroppa sull’altare cattedrale, allestito a baldacchino da un ruffiano Arcilettore. Per esempio articoli su roghi di maghi, ed encicliche che proibiscono agli scienziati di rivolgersi e lavorare col collegio degli alchimisti. Di combinare le loro scienze per scoprire di più.
“Vi tengo d’occhio da sempre. Indignato per il vostro gazzettino ma paziente per la vostra gioventù. Il maglio mi prude nella destra, ma finora v’ho usato clemenza. Avete tuttavia passato il segno, ragazzi. Questa storia ha da finire. Ciò che pubblicate è volgare e ridicolo. Per non dire che è empio. Chiudete il giornale.”
“Non possiamo, signore. Spiacerebbe a tutta Nuln.”
“Smettetela. Obbedite.”
“Forse no.”
“Avete ben presente chi ve lo chiede, con chi avete a che fare?”
“Sapete voi quanta gente ci legge?”
“Io vi avverto: Sigmar punisce.”
L’Episcopo si congeda col segno del martello, gli alabardieri salutano a sputi e scappellotti.

4.
“Ma vedi un po’ tu questa testa di cazzo?!”
“Facciamogliene peggio. Di cotte e di crude.”
Decidono che di lì in avanti il giornale sarà anche più irriverente. Decidono di accogliere e pubblicare articoli che fino ad ora per buonsenso scartavano. Pagine blasfeme. Pagine violente.

5.
E, per tutto il mese successivo, a intervalli inconsueti della notte e del giorno, c’è lì dall’altra parte della strada – immobile per troppe ore a masticare una paglia, sdraiato a ciondolare su una panca – un ceffo in cappuccio e coltello malcelato che puzza a un miglio di sicario o poliziotto. Sbircia spudorato dalle loro finestre, ruba scorci dalle imposte e dalle porte socchiuse. E invola, se non sono più svelti a ritirarle di lui, le lettere e le buste che il postino recapita.
Sta lì fino al giorno che un taccuino e i rumori lo avvertono che è pronto il nuovo numero del Merkur. Sta in guardia che i ragazzi torchino, che stendano ed asciughino e che cuciano i fogli. Aspetta che impacchettino le copie. Poi, quando escono coi fagotti, si mette loro alle strette calcagna.
“Ci segue, lo stronzo.”
“Che ci frega?”
Ma ecco superata Valtengasse, in un cortile coperto, che quello soffia in un fischietto di bronzo e appaiono da sotto i portici gli alabardieri di polizia. Sette soldati con l’Episcopo Geltliebe. Li circondano all’istante. Li afferrano i giornali, li sparpagliano a terra. Poi strattonano e spintonano loro.
Andreas reagisce, ma Thomas lo trattiene. Alan tenta qualche formula di cortesia, intanto fa cenno agli altri di lasciar perdere e filare. Alexander affronta il prete con un sorriso strafottente, il medesimo rivolge al sergente della ronda. Insinua, in un tono di sfida, che gli amici di suo padre a corte di questo episodio non sarebbero contenti…
 Geltliebe però, con una voce da estrema unzione, gli rammenta te lo dissi, moccioso, che Sigmar punisce.
E gli dà uno schiaffo in bocca con il guanto di ferro.
Per gli sbirri è come un ordine, e incominciano a pestarli.
Ai colpi e le grida, dalle case vicine, c’è gente che si affaccia per capire che succede. Rumori di quel genere, a quell’ora della notte, possono solo spaventare e preoccupare. E quando a quei balconi si presenta un Ingegnere - a quell’ora in pantofole e pigiama, però con al collo il collare del rango - che chiede spiegazioni imponendosi d’autorità, per un attimo gli agenti interrompono il pestaggio. E il Padre sigmarita è costretto a palesarsi: c’è uno scambio di diritto fra i due alti dignitari.
I soldati, in ogni caso, devono mettersi sull’attenti. Quanto basta ai ragazzi a trascinarsi via.
 
6.
Sono a casa, ce l’hanno fatta, sono salvi. Per ora. Si serrano la porta alle spalle, tirano il catenaccio, che non è che serva a tanto. Esausti, spezzati, sanguinanti e terrorizzati s’addossano all’uscio col fiato che manca.
“Siamo fottuti! Fottuti! Fottuti! Tra poco saranno qui!”
Non ricordano di piangere, d’aver paura così, da che erano bambini nei lettini con le sbarre.
“Calma.”
“Calma?!”
“Ci arresteranno. Ci sarà un processo. Potremo difenderci. Il pubblico è con noi. Alle brutte ci daranno una multa. O ci faranno pubblicare delle scuse. I nostri padri son qualcuno nell’Impero, e…”
“Tu non hai capito! Una multa?! Quelli vengono per ammazzarci! Fottuti!”
“Ho un pugnale, difendiamoci.”
“Ho una pistola, spariamo.”
“Contro un Episcopo e alabardieri?! Ci fanno a pezzi!”
“Ci fanno a pezzi!”
Li attanagliano minuti di panico. Minuti, che è quanto forse resta loro da vivere. Non sono più lucidi. Non hanno risorse.
“Usiamo il grimorio.”
“Cosa?!”
“Evochiamo il Chornuto. Lì c’è scritto che rende invincibili.”
“Cazzate. Siamo morti!”
“Dammi un’altra idea.”
“Fottuti! Fottuti! Siamo morti!”
“E poi, se ci credi, certe cose sono vere.”
Si sentono imbecilli, sanno bene che è disperazione. Ma proviamo ‘sta cazzata, fosse l’ultima che facciamo.

Il grimorio prescrive otto ceri di grasso:
“Quelli per fortuna ce li abbiamo – Thomas li trova in un cassetto in cucina – Ecco! Che altro?”
“Però sono candele. Però non sono nere – puntualizza Alexander – c’è scritto ceri neri.
“Vaffanculo, ce li abbiamo! – Alan le accende – Convinciamoci che siano ceri neri!”
Andreas ripete siamo quattro coglioni.
Il libro spiega di disporli in quadrato attorno ad un coltello ovvero arthamé. Il coltello va collocato su un graffito di teschio disegnato col sangue di chi evoca il demone. Il teschio va tracciato su un’ara di alabastro. Alan con due tratti ne disegna uno perfetto, ma sul tavolo di cucina di legname scadente. Se è tutto vero è lo stesso, se non è vero moriamo. Che differenza può fare? Siamo quattro coglioni.
Di sangue va sporcato anche il filo del coltello. Sangue gliene cola dalla bocca e dal naso, per le botte che hanno avute dagli sbirri. Quest’ingrediente è corretto e di certo non manca.
Quindi è prescritta una tetra litania, in cui sillabe senza alcun significato si succedono sulle labbra dei quattro evocatori. Il ritmo tuttavia è ipnotizzante, e il suono di quelle dure consonanti rassomiglia allo stridere di strumenti di acciaio, a una nota di tromba, a uno scoppio di bomba, al cozzare ed al percuotere di scudi. Cantano: con le mascelle che dolgono per i colpi ricevuti.
Ed ecco che il riflesso sulla lama d’un tratto da fioco si fa rosso, rubino: quasi che il metallo prima si arroventi, che fonda, quindi si raggrumi in un cristallo scarlatto. E in quello prende forma e vive un grugno che è insieme di teschio e di cane. E il teschio, o cane, ruggisce ed apostrofa:
“Che cosa chiedete?!”
“No… non è possibile…”
“Che cosa chiedete?!”
“Zitto! Noi…”
“Chi… che cosa sei?!... Non è vero! Non è…”
“Io sono Arbace, Leccasangue di Khorne. Ottantottesimo Vessillario, ottocentottantottesima Coorte, ottava Legione, ottantesimo Inferno degli Inferi di Bronzo. Che cosa chiedete?!”
“Noi… Queste cose non esistono, ragazzi!... E’ un delirio!”
Ma lo sguardo cupido di quel volto allucinante è come li trafiggesse, scorresse i loro cuori; intuisse ascoltasse preghiere non pensate non dette non pronunciate e nemmanco intenzionali; pulsioni generate dalla rabbia e le ferite e nutrite di ferocia e di cieca aggressività. E lo scheletro, o il cane, quando tremano sorride. Traduce le loro menti ed ogni fremito del loro corpo, il sudore sulla fronte ed i battiti cardiaci, in un semplice fondamentale e brutale precetto: uccidere per prevalere. Per non essere uccisi.
“Concesso!”
“Ma noi non abbiamo… Non abbiamo chiesto nulla!...”
E all’istante svanisce. Le candele si spengono ad una gelida folata, il coltello, tolto dal graffito da una forza invisibile, cade sul pavimento con la lama fredda e nera. Poi la stanza è tale e quale a prima, ordinaria in un mondo ordinario. Fatto salvo quell’odore di ferro.
“Ma che cazzo è successo?”
“Niente! Non è successo!”
“Siamo morti! Fottuti! Perché è finita, arrivano!”

7.
Non hanno il tempo di maledire la loro sciocca superstizione, né quello di tentare qualche altra scappatoia. Né alla disperata barricare la porta, provare l’inutile, e provarci però. Uno schianto li assorda.
Alabarde e spade e stivali e martelli divelgono i cardini e frantumano le vetrate. Torce guizzano subito dentro, cercando le carte e le cose più infiammabili. Bruciate! Guantacci sono loro stretti addosso, li afferrano di modo che - fermi! - le lame possano meglio sbudellarli. Fate un lavoro fatto in fretta e bene. Geltliebe dà gli ordini. I ragazzi sono avvinti di terrore.
Però solo un istante, la sorpresa dell’irruzione. Perché ora chissà com’è, quale strana sensazione!, in un balugino rossastro, una fitta, un’iniezione di adrenalina, ora l’Episcopo e gli sbirri paiono loro non più una minaccia, non più un alcunché da temere, non più nerboruti invincibili figuri esperti nel maneggio degli attrezzi mortiferi. Adesso li vedono come vermi miserabili, patetici, fastidi. Vigliacchi. Così meschini da riuscire irritanti. E tale è l’irritazione che li spinge a cacciarli, anzi a pestarli, anzi ad ammazzarli. L’appetito bruciante di ammazzarli tutti.
Addosso!
Di qui, di quanto accade, nessuno si capacita.
I ragazzi sono preda di un energico stordimento, quasi che ogni suono ogni voce della realtà sia coperto sia zittita da un rintocco di bronzo. Nella testa scoppia loro il nome Khorne, e un malato ma gioioso ma trionfale ritornello: sangue per il Dio del Sangue, teschi per il Trono! Teschi per il Trono! Teschi per il Trono!
Gli alabardieri si vedono, esterrefatti, respinti a mani nude da quei quattro mocciosi. Abbattuti a spallate, calciati sul pavimento.
Tornano all’attacco, mulinano le lame: e quelli, rapidi, e quasi impazzassero in un canneto marcio, afferrano e spezzano le aste delle armi. Si finisce a fare a pugni e alle daghe biscagline.
Ancora a mani nude, ma a cazzotti di ferro, i giovani ammaccano gli elmetti e le celate e strappano le cuffie e frantumano i crani. Due sbirri cadono spargendo le cervella, a un altro - con grinfie artigliate - Alexander buca il giaco, gli perfora lo stomaco, ritrae la mano rossa srotolandogli l’intestino. Teschi per il Trono, teschi per il Trono!
Andreas a un altro, che gli oppone la spada, spezza il polso e strappa il braccio all’altezza della spalla. Thomas squarta altri due miliziani, apre loro i petti in due strappandogli i polmoni. Alan svita all’ultimo la testa dal collo. E’ un massacro che si consuma in otto orrendi secondi. Sangue! Sangue! Sangue per il Dio!
“Sigmar Santissimo, cosa?!... ”
In ultimo c’è il prete combattente. Ora Geltliebe è schiacciato a una parete, tremante inebetito rantolante un salmo. Perché la fede, l’esperienza, l’accresciuta sensibilità, gli fanno scorgere nelle pupille di quei quattro studenti qualcosa che non dovrebbe manifestarsi in questo mondo. Qualcosa che tacita litanie e preghiere, che un martello non può percuotere né dominare la volontà.
“Abbi pietà di me… Abbi pietà di me…”
L’Episcopo si prepara a render l’anima. Come un branco di belve, di lupi, di cani, infine i ragazzi lo assalgono in quattro.
A morsi. Alla gola. Lo sbranano ululando. Ululando le lodi e la gloria di Khorne.

8.
Il grimorio non spiega la natura del patto. Il demone Arbace non ha chiesto contraccambi: solo, col suo tocco, ha insozzato loro l’anima. Ed ora, circondati di cadaveri, sangue caldo ed interiora bollenti che impiastricciano il pavimento, che chiazzano i muri, in quell’istante che è soltanto ripugnante, sborniati di violenza, ma appena indolenziti dal massacro, Alan, Thomas, Alexander e Andreas pensano che invece uccidere è… me-ra-vi-glio-sooo! Che dovrebbero rifarlo. Che certo, lo rifaremo! Anche domani! Dopodomani! Per altri otto anni!
Non gli importa di nient’altro. Neppure più del Merkur. Compiuti certi passi non si torna più indietro.
Negli abissi di quattro menti distrutte inneggiano demoni degli eserciti di Khorne.



     

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