Klaus e Elizabeta (racconto completo)




Il buon amico Matteo Scrima ed io tenteremo la sorte in un contest della Black Library: 500 parole per pubblicare con Mamma GW! Oggi ho scritto il racconto (che in prima stesura contava 680 parole: l'Imperatore SA se ho faticato a ridurlo! Ma qui di seguito vi propongo la versione originale), ed entro il 10 di questo mese Matteo lo tradurrà e proporrà al concorso. Augurateci in bocca al lupo e... suggeriteci un titolo!
Klaus Van Saar tirò una raffica nel tunnel buio di fronte a loro, sua sorella Elizabeta buttò dentro una granata: le grida, i rantoli di Pelleratto in quella fetida oscurità. Un ferito strisciò fuori spargendo il suolo di sangue nero: un ragazzino sbarbato e sciocco coi tatuaggi del neofita. Levò lo sguardo, implorò pietà: voleva solo giocare al gangster...
Lui gli spaccò il cranio con il calcio del fucile, Elizabeta pestò il cadavere con i tacchi di cobalto.
"Siamo ricchi, finalmente!"
Klaus puntò l'alogena e il freddo fascio di luce azzurra su quei glifi disgustosi dell'architrave di argilla e ruggine, quei piloni di metallo nella parete di laterizi. Lettere e simboli incomprensibili che gocciolavano icore bruno. L'accesso immenso al passaggio oscuro sparso e sozzo di rifiuti, di corpi spenti dei loro uomini ma soprattutto quei Topi infami.
"Sei sicuro che sia qui? Mi è sembrato troppo facile", gli rispose Elizabeta.
Lui le accennò stizzito a Tulp e Jacopa freddati a terra, Haans sgozzato e Jona e Werner crivellati di pallottole. Fra decine di nemici arsi a plasma e multitermico, quei selvaggi delle fogne coi machete e le automatiche.
"Siamo gli unici rimasti. Per il rotto della cuffia."
"Divideremo in due parti sole: meglio, no? Ma io non credo che il tuo tesoro sia nascosto in questo cesso."
"È il loro covo."
"Lo pensi tu."
"Questo pozzo è il più profondo in questa zona dell'Underhive. E quei disegni..".
"Che cosa dicono?"
"Dèi, prodigi."
"E li dipingono con escrementi?"
"Pelleratto: sai com'è."
Indossarono le maschere, si iniettarono una dose. I liquami velenosi e i succhi acidi nel tunnel buio, gli arti amputati dall'esplosione che galleggiavano in un brodo verde, le frattaglie, le immondizia, non intaccavano il nero goretex delle tute dei Van Saar; gli antibatterici e repellenti che ne impregnavano le fitte fibre. Li stordì il muggito cupo di una ventola o una pompa, o un meccanismo di qualche genere che pulsava in quelle tenebre. Elizabeta osservava i muri sempre più fitti di segni o lettere, e imbracciava il combi-requiem più nervosa e circospetta.
"Cosa pensi troveremo?"
"Gira voce che i Topastri abbiano fatto il colpaccio grosso: lo sa tutta Necromunda, una rapina all'Apotecarion. C'è da aspettarsi qualche container di forniture del Militarum: stimolanti, Lho, ed Obscura per gli Ufficiali..."
"Non li ho mai visti spacciare droga. Sono strani, primitivi. Questo posto sembra un tempio."
"Ai Pelleratto interessa il gruzzolo: come a tutti, no? Ci siamo."
Klaus vide brillare due distanti luci rosse: come i lumi di un magazzino o di una porta di sicurezza. La sua torcia non rischiarava il corridoio fino a là. Gli sembrò di udire un raschio sotto il gemito della ventola, e quel rumore – più procedeva – più somigliava a un respiro o un fischio. Un insistito tintinnio metallico e uno sbattere e strusciare. Puntò il fucile, avanzò deciso, fece cenno a sua sorella.
Elizabeta esitò schifata da un cadavere sbranato che i liquami rovesciarono sulla sponda del canale: le sembrò il corpo di un uomo anziano, un Pelleratto dai crini grigi; dai monili e paramenti di uno psionico o sacerdote.
E poi quell'usta. Quel puzzo orrendo. L'affanno, un ansito e lo scalpiccio.
Un mostruoso e enorme ratto plagato e gonfio di mutazioni, con fiale verdi di sieri chimici che gli infilzavano il ventre e il dorso, affiorò dal fondo buio e arrancò contro di loro. Le pupille gli bruciavano di una folle fame rossa, i denti aguzzi di almeno un metro gocciolavano veleno. Spargeva al suolo una bava nera che fumava sul cemento, liquefaceva tombini e grate e condutture di metallo.
Klaus scaricò impazzito il fucile requiem su quella cosa, Elizabeta la centrò in pieno con la granata: ma i proiettili e le schegge gli si smorzarono sulla pelle, la carne rosa malata e molle che all'istante cicatrizzò.
Un'altra raffica, rabbiosa, stupida, spezzò gli anelli di una catena che tratteneva quell'abominio.
Sembrò loro di ascoltare un ebbro osanna dei Pelleratto, che inneggiava ad un miracolo e un tesoro dell'abisso.

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

5 commenti:

  1. Sarà una dura competizione!
    Necromunda come setting è una scelta interessante. Ho apprezzato l'effetto delle luci rosse che diventano gli occhi del topo mutante e l'accenno al ragazzo che voleva "giocare al gangster".

    Per il titolo... qualcosa in latino? Magari grammaticalmente corretto, rispetto a quanto solitamente propone la Games Workshop... :-D

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  2. No, non sarei in grado di scrivere con la qualità necessaria in inglese. L'ho visto molto discusso sui forum inglesi, più che altro.

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  3. Non so se ti possono essere utili, ma questi sono i titoli che mi sono venuti in mente, leggendo il racconto:
    "I Van Saar nel covo dei Pelleratto (The Van Saar in the den of Pelleratto )";

    "Nel pozzo di Underhive";

    "Nella fogna di Underhive";

    "Sangue nero";

    "Nero goretex".

    PS: forse sono un po' banali! Ma a me sono venuti in mente questi.

    Buon Lavoro!

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    1. Grazie e benvenuta/o su questo blog :-) Tutti titoli in ogni caso più originali del mio! Dopotutto per questo tipo di narrativa e di racconti i titoli banali sono i migliori.

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