Piennegì

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Li avevo persi tutti (mi furono rubati): poi, all'improvviso, oggi un amico mi ha regalato questo piccolo tesoro; mi ha soprattutto restituito una parte fondamentale della mia splendida, nerd ed eroica adolescenza (quale adolescenza, in effetti, non è tale?). Per l'occasione ho deciso di pubblicare su queste pagine un vecchissimo trattamento (un tentativo del remoto 2001: leggetelo con clemenza!), in cui cercai di esprimere che cosa fu per me, per noi ragazzi degli anni '80, avventurarci con dadi e penna nelle tenebre dei dungeon. 

PIENNEGI’
(Personaggi Non Giocanti)

1
“Mi si chiede di consegnare la spada, altrimenti sarei stato tratto in arresto. Dal barbacane vedo affacciarsi sei balestrieri…” Enrico, eccitato, racconta la sua ultima avventura. Mima fendenti, parate, assalti d’Orchi.
“Abbassa la voce! ci prenderanno per scemi!” Stefano gli corre accanto imbarazzato. Domanda scusa a mezza voce e con gli occhi bassi agli studenti che l’amico va urtando: lui, neppure se ne rende conto.
“Medioevo da telefilm, figuriamoci! – scherza Tommaso – Figurati se all’epoca, ad ogni cavaliere che entrava in una città, intimavano l’arresto o la consegna delle armi. La spada era un’insegna, uno status symbol. Sei balestrieri, poi! Macché! Il balestriere era un soldato specializzato, un uomo d’elite! Lasciamo perdere!” Cultore della materia, lui, presta sempre la maggior attenzione al particolare. Con Enrico è il più appassionato del gruppo.
“Che ci sarà da entusiasmarsi tanto!… Non vi capisco!” Marco li segue, li ascolta discutere di cose fantastiche senza comprendere quasi, scuote la testa, ma si diverte: soprattutto sono i suoi amici più cari.
Una ragazza, appoggiata alle colonne del cortile della Facoltà, li vede passare e salire le scale e sorride: “Quei quattro matti dei giochi di ruolo – dice a un’amica – ragazzi strani, stranissimi!…”

2
E quella sera pure, come ogni sera, si ritrovano a casa di Enrico attorno al tavolo a giocare, fino a tardi. Rotolano i dadi preferiti e strani – ad otto, dieci, dodici e venti facce – custoditi gelosamente come reliquie in sacchetti di velluto ricamati di rune. Ognuno con la propria Scheda del Personaggio: un taccuino che registra nome, notizie, elenchi di armature e talismani ed armi; tabelle e diagrammi che esprimono in cifre l’identità dei loro alter ego nel mondo fantastico. Enrico è un Paladino, un guerriero prediletto dagli dei, Stefano è un saltimbanco e furfante di razza elfica. Tommaso questa notte è il Master, il Narratore. Attorno al tavolo, sotto la luce ocra e calda della lampada, fra le bottiglie di Coca Cola e birra, le volute del fumo azzurro delle sigarette, nel silenzio come incantato del cucinino, le sue parole innalzano torri e montagne, evocano tenebre, nemici, segreti. Enrico lo incalza, lo provoca, lo sfida, aggiunge particolari al racconto; lancia i dadi trattenendo il fiato, esulta, maledice. Cancella dalla sua scheda cifre e di seguito prende nota di nuovi dati. Stefano più volentieri ascolta – pensa a sé stesso come a un eroe di poche parole – raramente lancia i dadi, teme il rischio, segue Enrico. Immaginano di combattere, di viaggiare, di soffrire e di trionfare. L’orologio segna l’una di notte.
Basta così. Continuiamo la prossima volta” – dice Tommaso raccogliendo matite e manuali. Stefano sbadiglia.
Perché la prossima volta? – protesta Enrico – Dài, mezz’ora ancora!”
Vedono, dalle finestre, un’auto ferma con lo sportello aperto innanzi casa. Il guidatore si affaccia, fa un cenno di saluto.
Marco è arrivato – avverte Stefano – scendiamo.”

3
Al solito pub, a quell’ora, non c’è più nessuno; le cameriere hanno meno da fare e, più cordiali, capita a volte che si trattengano a chiacchierare. Carine. Marco, Stefano, Tommaso ed Enrico se la concedono ogni volta che possono quest’ora insieme a fumare e bere. E’ un’ora pirata, filibustiera, rubata allo studio che non è mai abbastanza rubata al sonno alle lamentele dei genitori: “Non sarebbe meglio tornassi a casa un po’ prima?”. Insomma è un’ora intensamente loro.
Ragazzi, dopodomani c’è l’assemblea, ve lo ricordate, si?” – Marco li guarda negli occhi, severamente.
Ah, certo, si… L’assemblea…” – è evidente che lo avevano dimenticato. Non gli interessa, e Marco lo sa. Ma ci prova.
Per le modifiche al piano di studi. Riguarda tutti. E più si è, più è probabile che la spuntiamo. Al comitato ci diamo da fare per raccogliere gente. Io voi tre vi voglio in prima fila.”
Non cambia nulla, assemblea o non assemblea. Il Rettore fa poi quello che gli pare. Si sa.” – dice Enrico.
Non mi piacciono le mobilitazioni.” – dice Tommaso.
Purché non si resti in piedi per ore… “ – dice Stefano.
Ci tengo ragazzi. E’ un favore… personale, capito? Vi prego.” – Marco non se ne accorge, ma sta quasi gridando. La sua voce sta fra l’ira e la disperata fiducia.
D’accordo – promettono gli altri assonnati – Se vuoi…”
Andiamo a dormire – dice Enrico – mi si chiudono gli occhi.”
Si salutano facendo a botte per finta. Ridono, fischiano, fanno baccano. Le ragazze del pub li guardano uscire con tenerezza: “Quei quattro ragazzi che ogni sera sono qui. Sono un po’ strani – sussurrano – Carini…”

4
In Facoltà due giorni dopo una piccola folla riempie i portici, il cortile, le scale e i corridoi. Alcuni, di passaggio soltanto, annusano l’aria; qua e là domandano che succede, danno un’occhiata alle bacheche, ascoltano, se ne vanno. Li riconosci invece, quelli del Comitato Studentesco, dalle cartelle i quaderni le circolari che portano. Organizzati, informati, documentati. I primi davanti alle porte o già dentro alle aule. Spiegano, invitano, ordinano i colleghi, intrattengono i docenti, indirizzano le matricole. Marco è in testa al gruppo, indaffaratissimo. Sperava ci fosse gente e ce n’è tanta. Però non vede Tommaso, non vede Enrico, non vede Stefano. Ci contava. Ci credeva. Gli dispiace.

5
Stefano in realtà è già là da un’ora. Fra quelli che camminano rasente il muro e sollevano di tanto in tanto lo sguardo oltre le teste ammassate. A farsi un’idea, a vedere chi c’è o chi non c’è, a indovinare se è un mattino inutile o una giornata che al contrario promette bene. Interessante. C’è confusione, e a Stefano la confusione non piace. Accanto a lui, da almeno mezz’ora, una ragazza che avanza di un passo e ritorna indietro. Troppo bassa per scrutare oltre le teste. Troppo esile per farsi largo a spallate. Vorrebbe e non vorrebbe, smarrita, indecisa. Una matricola lontano un miglio, c’è da scommetterci.
Scusa – gli chiede – ma non c’è lezione?”
No – spiega Stefano – Assemblea questa mattina. Per decidere sui piani di studio. Un casino.”
Capito. Durerà?”
Tutto il giorno immagino. Sicuro. Magari anche domani. Chissà.”
Accidenti! Mattinata sprecata. Che faccio?”
Fatti un giro. Hai già preso il caffè?”
No.”
Offro io. Matricola, vero?”
Clara. Si vede?”
Stefano, terzo anno, Economia. Un po’ si vede, si. Ma solo un po’…” – simpatica soprattutto, pensa. Veste un po’ strano, ha i capelli blu. Però simpatica.
Nell’atrio c’è sempre più gente, un baccano del diavolo. A Stefano la confusione non piace. Neppure a Clara? ma guarda un po’! Esami, esami, anni in corso e fuori corso. Loro due se ne vanno chiacchierando di tutt’altro.

6
Tutti quanti che chiamano Marco, cercano Marco, vogliono Marco. Marco è lì, al microfono, sul podio dell’oratore. Apriamo i lavori dell’assemblea. L’aula magna è gremita, di più: studenti seduti per terra, seduti sui tavoli, in piedi. Marco scruta i volti e non vede Stefano, Enrico e Tommaso. Sapevano che ci teneva. Lo hanno ferito.

7
Stefano e Enrico arrivano tardi, già tardi, e certo non camminano in fretta. Di lontano scorgono le porte della Facoltà e gli studenti che fanno la ressa per entrare. Il palazzo ha le finestre aperte, dall’aula magna echeggiano giù nel cortile e la strada, la piazza, le voci dei relatori amplificate dai microfoni. Le parole quasi indistinguibili: brusii monotoni, interventi lunghi e probabilmente noiosi.
Che casino, che palle! – sbuffa Enrico – detto fra noi: tu hai proprio voglia di entrare?”
Le solite parole d’ordine e di circostanza. Le solite risoluzioni a metà. Le solite facce, i soliti esagitati.”
Se tu vieni me ne vado.”
Tanto non riusciremmo neppure a entrare… Credo.”
Hai preparato la mappa del Tempio dei Troll per la missione di giovedì sera?”
No. Ho studiato.”
E adesso che fai? Torni a casa a studiare?”
Questa mattina? Figurati! Ormai…”
Ti aiuto a scrivere la missione per giovedì. Disegniamo le mappe e decidiamo i particolari. Masterizziamo a due. Ti va? Ho il manuale e il Libro dei Mostri qui nello zaino.”
Si. Figo. Andiamo.”
Mi dispiace per Marco, ma…”
E Stefano?”
Bhò?!”
Girano i tacchi e se ne vanno in fretta. Come colpevoli.

8
Perché non c’eravate?!”
C’era gente, hai visto… Praticamente non siamo riusciti ad entrare. Ma è andata bene, no?”
Si, è andata bene… C’erano tutti tranne voi, direi!”
Ma ti ho spiegato. E poi…”
Cosa?!”
Io, per me, sono sincero. Ero entrato. Fra i primi.”
E allora?”
Ho conosciuto una ragazza. Sai com’è: “chi sei”, “chi non sei”, “che fai”, “che non fai”, “Qui c’è casino: andiamo a prendere un caffè?” “Volentieri!” E ho disertato.”
Bravo! Fregatene! Complimenti! E voi due?”
Marco, ascolta: non ci andava. Non ne avevamo proprio voglia. Per niente. Io, avrei voluto anche studiare quel mattino…”
Non avremmo combinato nulla. E all’assemblea non avremmo detto nulla.”
Che avete fatto per tutto il giorno, allora?!”
Abbiamo scritto la missione per giovedì sera.”
I giochi di ruolo?!”
Si.”
Siete stati tutto il giorno come due cretini a perder tempo con i giochi di ruolo?!
Saranno pure fatti nostri, ti pare?”
Se non altro, perché lo avevate promesso a me!”
Uff!… Adesso non farne un dramma, su!”
Andate a fare in culo. Ci si vede.”
Marco se ne va, rovesciando la sedia, il bicchiere vuoto, sbattendo la porta. Stefano, Enrico e Tommaso restano lì a lungo in silenzio. Non hanno il coraggio di guardarsi negli occhi.

9
Uno squillo, due squilli, tre squilli. Stefano corre al telefono sperando – chissà? – che a chiamare sia lei. Gli farebbe molto piacere che fosse lei.
Pronto? C’è Stefano?”
Sono io.”
Ciao Stefano. Clara. Che fai questa sera?”
Sono a casa di amici – poi esita. Un po’ si vergogna a dirle del suo hobby. O meglio: si vergognerebbe a spiegarle, in realtà. Così difficile, con chi non gioca e non sa! Imbarazzante. Quindi ma si, chi se ne frega, decide. Perché nasconderlo? – Sono a casa di amici a giocare di ruolo.”
Curioso – dice Clara. La voce le sorride. Neppure un attimo di esitazione. E Stefano si sente pervadere da una sorta di infantile gaiezza – Potresti invitare anche me? Mi piacerebbe…”

10
Più tardi sono a casa di Enrico. Stefano presenta Clara agli amici: “Vorrebbe provare… a giocare con noi.” Tommaso là per là non sa che dire, è stupito. Una ragazza? A giocare di ruolo? Macché! Un nuovo membro del gruppo. Soprattutto l’idea lo diverte però. E’ contento: “D’accordo!” La invita a sedere le mette in mano scheda, dadi, matite, manuali. Enrico è meno cordiale, anzi, scorbutico: “Vedremo…”; accoglie Clara con un ghigno sfottente.
Attorno al tavolo inventano affronti, incantesimi, battaglie; di dietro la maschera dello Stregone e del Cavaliere si confessano sentimenti e timori che altrimenti non avrebbero senso. Comprendono l’odio, la lealtà, la nobiltà d’animo, il coraggio. L’ore trascorrono, le foreste si fanno più fitte; le catacombe più profonde ed oscure e i mostri più terribili e verosimili. Giocano, e non cessano di stupirsi delle loro verità.
Clara però non comprende, non si immedesima, non coglie nulla nelle voci dei ragazzi. Le paiono ore che trascorrono senza scopo, non indovina la meccanica, la logica; non coglie in tutto questo né un utile né un divertente. Lancia i dadi quando Stefano le dice di farlo, svogliatamente. Sbadiglia. E’ mortalmente annoiata. Tommaso seguita a guardarla e nei suoi occhi puoi leggere delusione, disinteresse. E pazienza tuttavia. Enrico è infastidito, scostante. Stefano è mortificato: nei confronti di chi? Degli amici o di Clara?
Neppure è suonata ancora la mezzanotte e lei chiede: “Per favore, mi riaccompagni a casa? Domani mi sveglio presto, ho lezione…” Ed è evidente che è soltanto una scusa. Stefano infila il cappotto e va via. Tommaso ed Enrico lo salutano con un cenno, imbronciati. A mezza voce, mentre scendono le scale: “Dio, che palle! – gli domanda Clara – Spiegami, ora: che ci trovate di tanto divertente?”

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Soli, gli altri due rassettano la stanza: raccolgono dadi, matite, quaderni; buttano nella pattumiera bottiglie vuote e bicchieri di carta e cenere e cicche.
Serata sprecata. Serata andata male! – dice Enrico – ed io che a questa missione ci tenevo! Vaffanculo cazzo, sarei passato di livello.”
Eh via, non prendertela – dice Tommaso – Ci ha provato. Non è detto che riescano tutti ad entrar nello spirito…”
Stefano faceva meglio a lasciarla a casa quella lì. Ma chi è?”
Probabilmente gli interessa. Gli interessa molto.”
Se ha intenzione di portarsela dietro anche alla prossima…”
Credo di no. Piuttosto, di qui in avanti, sarà a noi che darà qualche bidone.”
Non vorrei ci rovinasse le partite, ecco. Tutto qui. Senti: molliamo Stefano e mettiamo su qualche altro gruppo, che ne dici? Giocatori se ne trovano, in giro e in Facoltà. Ne conosco.”
Perché, per te è una questione di gioco soltanto?”
Enrico, poi, torna a parlare di draghi e di livelli e di armi magiche. Tommaso, all’una, decide di tornarsene a casa. Cammina per le strade deserte e ripensa alla serata, a Stefano, a quella ragazza, ad Enrico e a sé stesso. Trova a terra una lattina vuota e la calcia con rabbia.

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Stefano e Clara si frequentano ancora. La serata “sbagliata” a giocare di ruolo è dimenticata. Lui si sentiva in colpa per averla invitata, lei si sentiva in colpa per esserci stata. Ora sono a passeggio, o sono al cinema, o prendono il tè. Sono insieme in biblioteca a studiare. Hanno in comune un sacco di cose, si divertono. E’ una splendida amicizia.

Tommaso studia, la sua Storia Medioevale, e la materia lo appassiona. Trova il tempo fra un esame e l’altro di approfondire argomenti minori ma interessanti. Si esercita a scrivere brevi articoli critici e li propone e i professori apprezzano. Lo invitano a partecipare a qualche convegno.

Enrico trascorre pomeriggi e nottate a giocare di ruolo con vari gruppi di appassionati. Persone che conosce appena di nome. Non appena ha qualche soldo in più compra un manuale, fanzines, materiali di gioco. Quando può si siede in poltrona e ripassa le regole; la sua scrivania è ingombra di fogli a quadretti su cui disegna mappe, labirinti, stemmi araldici e creature mostruose. Più spesso ha nello zaino dadi e schede che non libri. Trascura lo studio, gli esami.

13
Un mattino, per caso, sotto i portici della Facoltà, Enrico incontra Tommaso. “Accidenti! – considera – saranno mesi che non ci vediamo… Mesi…” Vuol salutarlo. Chiedergli come va, che si fa. Tommaso sta parlando con un docente. Piuttosto intento. Non lo ha veduto. Enrico attende. Il docente alla fine se ne va. Saluta Tommaso come fosse un collega. Lui è raggiante, soddisfatto. Magari un po’ stanco, questo si, sembra un po’ stanco. Ma il suo sorriso la dice lunga, eccome! Enrico a questo punto si fa avanti:
Tom!”
Enrico! Chi ti ha più visto?”
E’ un secolo in effetti… Tutto bene?”
Mi hanno appena offerto un dottorato… Direi di si!”
Ah. Complimenti. Io, invece, sono ancora in alto mare…”
Ma non avevi quasi finito gli esami, scusa?”
Gli esami? – sorride – E chi ha più studiato?”
Come mai?” – Tommaso è confuso. L’amico non è di quelli che ha mai fatto particolare fatica a tirare avanti all’università.
Dimmi – chiede Enrico – tu faresti ancora il Dungeon Master? Ho un nuovo gruppo…”

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Stefano ha riaccompagnato Clara. Ormai come ogni sera da un mese si salutano qui, sulla soglia del portone di casa di lei. Oggi è stata la volta del cineforum: “Storia di fantasmi cinesi”. Ha subito pensato di invitare lei e non altri, quando ha vedute le locandine. E non si è chiesto se potesse o meno piacerle, sapeva di si.
Bella serata mi auguro. Magari il film…”
Serata splendida, grazie. Come ogni volta che esco con te.”
A parte i giochi di ruolo, naturalmente…”
A parte quelli.”
Certo, si veste strano, ha i capelli blu. E neppure ha mai contato quanti orecchini. Però è simpatica, intelligente. Carina. Le giornate sono sempre più grigie quando non c’è: banale, banalissimo e melenso, però è esattamente così.
Certo, è un imbranato, è timido da non crederci. Ha una fissa per quei giochi assurdi. Sperare gli passi crescendo? Macché! Se poi davvero mai crescerà. Però è sensibile, è dolce, è intelligente. Non è banale. E carino. E in effetti si diverte è serena solo con lui: sciocco, vero, però è esattamente così.
Si stringono. Si baciano.

15
Da giorni intendono parlargli a quattr’occhi, di più: da settimane. Da mesi. Enrico se n’è accorto da un pezzo, ma ha sempre evitato di essere lui, a parlare per primo. Questa sera è la resa dei conti però, senz’altro. Sono a cena tutti e tre insieme – e non capita spesso – ed è l’ora del tiggì, sicuro, ma guarda caso la televisione è spenta. Questa sera non può evitare di affrontarli. Suo padre è già seduto a braccia conserte. Sua madre sta colmando i piatti col mestolo, distrattamente. Lo stanno fissando – sicuro! – con una strana espressione; è un sorriso affettuoso e spaventato.
Enrico – chiede mamma – sbaglio o è un po’ di tempo che non ti sento dire che hai esami?”
Eppure – nota papà – questo è il periodo… O no?”
Mancano ancora due settimane agli appelli.”
Quanti ne hai in programma?” – incalza mamma.
Di che?”
Di esami: di che stiamo parlando?”
Già. Enrico trae un profondo respiro. “Nessuno – ammette – non ne ho in programma nessuno.”
Forse con quel tuo gioco ti distrai troppo – dice papà. E’ irritato – Hai preso… un po’ una fissa, mi pare, per quelle cose. Ti vedo sempre con quei manuali in mano.”
L’università costa Enrico. Se non ti va, se non ti piace, se pensi di non essere capace considera di ritirati e punto e basta. Non c’è da vergognarsene, non c’è nulla di male. Ti cerchi un lavoretto e…”
Io sto studiando mamma – è una menzogna, e lo sa – Non darò esami in questa sessione, e va bene, ma sto studiando.”
Allora stai studiando poco Enrico – dice papà – Perché gli esami quando è ora bisogna darli. E tu, invece, stai in giro tutto il giorno a giocare a quei giochi di ruolo.”
Che ne sapete, voi, di come studio e quanto studio io?! Chi ci va all’università?!” – Enrico, senza neppure accorgersene, alza la voce, o meglio grida. Un grido isterico quasi in falsetto. E’ in piedi con i pugni sul tavolo. Sta tremando. Mamma e papà rimangono esterrefatti dalla sua reazione. Violenta e improvvisa. Papà vorrebbe replicare. Mamma subito lo azzittisce. “Farà un po’ lui – sussurra - Ha ragione. Sono fatti suoi. Basta così.”
E’ una tregua. Enrico ne approfitta. Sgattaiola in camera e chiude a chiave la porta. Trema ancora. E’ confuso. “Tranquillo – va ripetendosi – Tranquillo. Ma che succede?” Vede sul letto il Manuale dei Mostri e dei Tesori, il Manuale del Personaggio, i fogli bianchi esagonati per meglio disegnare le piantine dei labirinti. E all’improvviso si sente più quieto. Lo pervade quasi un’ottusa calma. Si siede e legge. Papà e mamma, in cucina, discutono ancora. Belle le regole relative ai Necromanti. Discutono. Non gliene importa. Si siede e legge. Discutono. Non gliene importa.

16
Ciao Marco.”
Ciao Tommaso… Come va?”
Da mesi non si vedono più non si cercano più non si parlano più, neppure al telefono. “Dalla sera della mia scenata per l’assemblea”, pensa Marco. “Dal mattino che me ne sono fregato dell’assemblea”, pensa Tommaso. Gli altri studenti sciamano loro tutt’attorno, vanno di fretta, corrono, discutono, scherzano, si arrabbiano ad alta voce. Marco e Tommaso restano immobili sotto i portici, imbarazzati; sospesi fra un incerto rancore e la contentezza per l’essersi ritrovati. Persino i convenevoli si scambiano a fatica. Poi è Marco a dimostrare più coraggio:
Certo che te dove potevo trovarti, se non qui? La solita secchia: ormai, scommetto, ci dormi pure in Facoltà.” Ride quindi. E tutto quanto all’improvviso è più semplice.
Insieme passeggiano per un lungo tratto. Fianco a fianco attraversano il cortile; scendono, chiacchierando, con calma, le rampe di scale degli edifici universitari. Tornano insieme a quel bar ch’era di sempre, vanno a sedersi, di nuovo, allo stesso tavolo. Tommaso chiede un succo di albicocca, come al solito; Marco una birra piccola chiara, come al solito.
Novità in questi ultimi mesi? Belle notizie?”
Per me si. Mi hanno offerto un dottorato.”
Complimenti! Ma da te non mi aspettavo di meno. Hai accettato?”
E come no? Non appena discussa la tesi.”
Si capisce. E dopo?”
La lunga, tortuosa strada della carriera universitaria. Terra incognita. Terribile. Ma ho tutte le intenzioni di provarci. E tu?”
Nulla di così definitivo. Per ora. Soltanto… Sto collaborando ad alcune attività di Amnesty International. Mi impegnano molto. Poi si vedrà.”
Tre ragazze si siedono al tavolo accanto al loro. Matricole. Le tasche e gli zaini pieni di opuscoli, brochures, cartelle. Tutte intitolate più o meno “Guida a…”. Disordinate, vivaci. Si guardano attorno con gli occhi che folgorano di entusiasmo, curiosità. Mirano il bar, gli altri tavoli e gli altri studenti come fossero un affresco della Sistina.”
Carine! Quella mora con i capelli a caschetto in particolare, non trovi?” – dice Marco.
A me sembrano molto… ragazzine. Appena uscite dal Liceo. Si vede.” – dice Tommaso.
Hai ragione – sospira Marco – Proprio piccine, si… Piccoline.”
Per un istante i due amici riescono a vedersi, ad intuirsi anzi, ben oltre i minuti che trascorrono insieme a quel tavolo, ben oltre gli studi. L’uno di fronte all’altro come adulti.
E gli altri?”
Stefano, credo, da qualche tempo esce con una ragazza.”
Buon per lui! Enrico, invece?”
Molto dedito ai giochi di ruolo. Molto. Troppo forse.”
Nel senso che?”
Lasciamo perdere. E’ meglio…”

17
Stefano è a passeggio con Clara. Una donna di mezza età, dall’aria assorta, preoccupata, esce da un negozio di abbigliamento si accorge di lui e lo saluta in silenzio. Un cenno appena del capo, della mano: però, poi, resta immobile sul ciglio della strada. E seguita a fissarlo indifferente alla porta del negozio, che ha lasciata aperta, indifferente alle auto che passano. Uno sguardo severo e supplice allo stesso tempo.
Un attimo, solo un attimo – dice Stefano a Clara – c’è laggiù la madre di un mio amico. Vado a salutarla.”
La madre di chi?”
Di Enrico. Ricordi? Quella sera a giocare di ruolo a casa sua, quando…”
Ah, si.” – lo interrompe Clara. E quel ricordo è come se la infastidisse.
La madre di Enrico è sempre lì ferma a fissarli. Davanti alla vetrina del negozio. Clara e Stefano attraversano la strada. La raggiungono: “Buonasera Signora: come sta?”
Neppure il tempo di presentarle Clara. Subito la donna si confida, racconta. “Vedi ancora Enrico, Stefano? No? Da quanto tempo?” Suo figlio ultimamente è chiuso, scontroso, nervoso. Esce poco, e soltanto per giocare di ruolo. Il resto del tempo sta chiuso in casa, in camera sua, a leggere e rileggere fanzines, manuali; a disegnare mostriciattoli, labirinti, mappe fantastiche. A scrivere storie. Non studia più. Non ha più dato un esame. “Se puoi, per favore, fagli una telefonata, si? Dillo a Marco, dillo a Tommaso pure. Invitatelo. Uscite a mangiare una pizza. Al cinema, perché no? Così, per distrarlo un po’! Ciao! Mi raccomando, eh?” E neppure le ascolta, le ragioni di Stefano. Se ne va con gli occhi bassi senza voltarsi.

18
Poi non dirmi che non ho ragione – dice Clara quando la donna è lontana – a pensare che il vostro sia un passatempo per sciroccati.”
Ma che ne sai, tu? – dice Stefano. E forse per la prima volta da che lo conosce Clara avverte fastidio nella sua voce, rabbia, sdegno. Lui, dal canto suo, ha ancora addosso le parole confuse della madre di Enrico, quello sguardo spaventato ed angoscioso.
E’ un gioco, Stefano. E voi vi ci dedicate in modo… morboso: scusa il termine ma è proprio così. E’ inquietante come vi appassioni.”
Ora esageri.”
E il tuo amico? Hai sentito che cosa ha detto sua madre?”
Clara non può, non potrà mai comprendere – pensa Stefano – che significhi stare attorno a quel tavolo raccolti sotto la luce di una lampada; in quattro, in cinque, in sei e non di più, come iniziati ad un sottile segreto. Tutta la notte ad ammaliarsi di parole, a vicenda, parole sole e lanci di dado e immaginazione. Un linguaggio, un incanto potente ma prima ancora caro forse, affettuoso, familiare. Clara che ne può sapere di lui, di loro e di quelli come loro? Tenuti a balia dai primi barocchi cartoni animati giapponesi, da giocatoli - mostro, dalle serie fantascientifiche in televisione da “Guerre Stellari” e “Indiana Jones” al cinema, dai fumetti della Bonelli Editore da Tolkien letto e riletto come un Vangelo. Poca mamma, poco papà e tanta tivù. Ecco ciò che ha nutrita l’anima loro: non la politica, non l’utopia, non la musica; non la guerra, la povertà, non il lavoro. Fragili, disillusi, disimpegnati. E quegli Orchi quei Basilischi quei Beholder sono i terrori che non hanno affrontato, le battaglie che non hanno combattute gli oppositori che non hanno avuti. Quei Paladini quegli Arcimaghi quegli Eroi i grandi uomini che non sarà loro dato di essere mai.
Clara – vorrebbe spiegarle – E’ una questione di identità…”

19
Ora è tesa l’atmosfera in casa, ormai da settimane è così. Con papà come possono si ignorano, ché papà non è affatto paziente e vede bene che trattiene l’ira a fatica: vorrebbe affrontarlo, fermarlo in un angolo, alle strette, e gridare, gridare, gridare; dirgli tutto e più ancora di tutto. Mamma invece non gli risponde che a mezza voce; è nervosa, timorosa, distratta.

Tommaso va concordando la tesi. Spesso è in biblioteca in Facoltà. Il professore suo mentore, quello che gli ha offerto il dottorato, lo manda a chiamare e gli chiede se, per caso, nel pomeriggio non gli dispiacerebbe interrogare lui qualche studente in esame: “Via, una domanda sulla parte generale. Sono tanti, così chiudiamo prima, Le pare?”

Enrico, poi, questa sera ha da batter cassa purtroppo. Accidenti. Eppure a giorni è il pagamento delle tasse. Seconda rata. Deve. Se potesse eviterebbe di chiedere, certo: ma al momento non ha in tasca un centesimo. Speso tutto: materiali di gioco.
Dovreste darmi cinquecento Euro.”
Per che ti servono?” – grugnisce papà. Con tanta rabbia che a mamma vengono i brividi.
Ho da pagare le tasse universitarie.” – scandisce Enrico.
Enrico, non ci prendere per il culo! Non hai più voglia, tu, di studiare! Non ti sei fatto più vedere, tu, all’università! Sempre con quel cazzo di giochi! Ma credi che non ci accorgiamo, tua madre ed io, di come ti sei ridotto con quelle stronzate?! Non fai più un cazzo dalla mattina alla sera! Ti sei rincoglionito! Rincoglionito! Rincoglionitooo!”
Urla papa, urla sempre più forte. Mamma si è rannicchiata in un angolo. Piange. Le manca quasi il respiro.

Saranno soli. Per l’intero fine settimana. A casa di lei. Stefano e Clara siedono al buio sul letto, in silenzio. Si sfiorano appena le dita.

Ma saranno affari miei!” – dice Enrico a denti stretti. Ed ecco: vorrebbe tacere ed andarsene. Chiudere lì. Ma non può. Ora all’improvviso gli duole la testa. Sente qualcosa avvampargli dentro. Terribile. Ora vede tutto sfocato. Grida. Ha paura. Davanti a lui vede suo padre, atterrito, coprirsi il volto con le braccia, arretrare. Cosa succede? Non capisce perché. Sente i singhiozzi e gli strilli più acuti di mamma echeggiare tutto attorno, ma non riesce a vederla.

Tommaso si siede in cattedra, apre il libro. Di fronte a lui c’è un piccolo gruppo di studenti. Poco meno che suoi coetanei, immagina. Lo fissano. Aspettano che rivolga loro domande. E hanno il terrore di non conoscere le risposte, si vede. “Che strano – continua a pensare – che strano.” Volge lo sguardo al suo professore, a destra, e il professore gli strizza l’occhio e sorride.
“Mi parli del mundio…” – principia.

Mamma strilla, piange ancora. Dov’è? Ecco: sta parlando al telefono. La vede appena con la coda dell’occhio. Con chi, sta parlando al telefono? Quando è squillato, il telefono? Suo padre gli gira attorno gesticolando, grida. Grida? Grida, si, ma non lo sente gridare. Suo padre sta cercando di stringerlo, di trattenerlo. Perché?

Ha i capelli blu. E li ha contati: quattordici orecchini. E guarda là che camicia strana ha indossato stasera. Però in quella penombra la trova splendida.
Sai perché mi sono decisa solo stasera? – sussurra Clara – Non ridere… E’ la prima volta.”
Non ridere, – sussurra Stefano – anche per me.”

Enrico è stordito, ha le vertigini, sta urlando e non capisce perché. Ha sempre addosso suo padre. Stringe i pugni quindi, e gli sembra di aver urtato qualcosa. Sua madre si è gettata immobile su una poltrona, gli occhi sbarrati la bocca aperta in un rantolo. Ha le gote tutte rigate di lagrime. Papà gli sta davanti, schiena la muro, col naso rotto e la bocca piena di sangue. Gli sembra di udire gemere, fuori, la sirena di un’autoambulanza. Sviene.

20
Tommaso torna a casa felice, emozionato. Percorre il vialetto e sale le scale di corsa, entra, spalancando il portone, chiama sua madre per raccontarle. Non vede l’ora. La sua prima interrogazione in Facoltà. E neppure da laureato. Fantastico.
C’è un ospite in soggiorno. La madre di Enrico. E’ più che seduta. E’ distesa. Sta sul divano come a riprendersi da uno sforzo. Stringe in mano una tazza fumante. Camomilla. Ha gli occhi arrossati e i capelli arruffati.
Ciao Tom.” – dice la mamma.
Ciao mamma. Buonasera signora. – e teme di aver già intuito. Anzi: ora vorrebbe non glielo dicessero, ora vorrebbe non sapere con certezza, ma… - Cos’è successo?”
Enrico, Tommy: – spiega l’ospite con la voce roca, a fatica – ha avuto… ha avuto una specie di crisi isterica. E’ in ospedale. Ha aggredito suo padre…”
Poi, poveretta, non riesce a continuare. Piange. Singhiozzi acuti, terrificanti. La tazza bollente le cade di mano e si spezza in terra. Tommaso si sente trafiggere. Lo stomaco, in particolare, la gola.
Voglio avvertire Stefano e Marco. Devo avvertire Stefano e Marco.”
Telefona.

21
Che si fa?” – chiede Tommaso
E’ esaurito – dice Marco – E’ fuso. E’ depresso.”
Che si fa?”
Si va a trovarlo – decide Stefano – in ospedale.” E mentre lo dice affonda in tasca la mano e sente qualcosa. Che tintinna.

22
Lo trovano in uno stato pietoso. Enrico è solo in una camera vuota sotto la luce di un neon freddo ed azzurro. Accanto al letto un armadietto e una bottiglia d’acqua. Un bicchiere. Ha chiesto che abbassassero le tapparelle. Fuori piove. Può stare in piedi. Potrebbe alzarsi e infilare le pantofole e fare un giro, ma non vuole. Si gira da un lato. Respira profondamente. Si rannicchia sotto le coperte e nasconde la faccia profondamente nel cuscino. Gli amici salutano. Sottovoce. Lui non risponde.
Dorme forse. – l’infermiera dice – Gli abbiamo dato qualche tranquillante.”
Loro invece sanno che è sveglio. Ma ha paura. Ne ha come loro ne hanno. E ha vergogna. Tommaso resta in piedi a un metro dal letto. Immobile e zitto con le braccia conserte. Se parlasse, la voce gli uscirebbe di gola spezzata. Ed ora proprio non vuole che Enrico lo senta così.
Marco cammina avanti e indietro sbuffando. Seccato, batte piano colpi contro la porta, la parete, i mobili. Vorrebbe essere il più lontano possibile da quella stanza: è un luogo perduto, per lui.
Stefano avvicina al letto una sedia. Si sistema dal lato del comodino. Enrico, fra le coperte, gli volge le spalle. Lui, piano, fruga in fondo alle tasche. Qualcosa tintinna. Tira fuori un sacchetto di velluto e ne rovescia il contenuto sul comodino. Un dado a venti facce, uno a dodici, uno a dieci, uno a otto, uno a sei ed uno a quattro. Enrico, con il viso affondato nel cuscino, per un istante trattiene il respiro.
Vittima di una vile e misteriosa maledizione – sussurra Stefano – il tuo Paladino giace nella sua torre e i Maghi di Corte discutono sul da farsi. Li ascolti, e ti sembrano degli stupidi. Che dici?”
Enrico si rigira fra le coperte. Alza la testa dal cuscino e lo guarda.
Il mio Chierico entra nella stanza – dice Tommaso con la voce che gli trema – Provo un test di Autorità per vedere se riesco ad allontanare dal suo capezzale questi stolti!” Prende i dadi e li fa rotolare sul piano di formica.
Enrico ride, ride forte di tutto cuore. Così anche Stefano, Tommaso, Marco. Con gli occhi lucidi. Giocano. Tutta la notte.


FINE 




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