Sono onorato di fare parte di un progetto editoriale di grandissimo prestigio, cui non posso anticipare alcunché fatta eccezione per il mio incipit qui di seguito. Dovrete attendere alcuni mesi per conoscere i dettagli: spero, nel frattempo di riuscire a incuriosirvi...

Le campane di Curtea Domnească rintoccarono l'orthros, l'alba livida di ottobre si insinuò dalle finestre, si insanguinò degli smalti rossi delle vetriate della biserica e splendette sui candelabri, le patene e i crocefissi e la seta dei veli candidi sugli altari di granito.
Un Knyaz e i cavalieri sgomberarono i mendicanti, i devoti, i vagabondi e le prostitute rifugiatisi sotto il portico a sopravvivere alla notte ingrata:
«Fate largo ai Principi!», batterono sugli scudi.
Vlad trascinò per mano Radu recalcitrante: il Metropolita li attendeva sotto lo sguardo del Pantocrator nell'immenso mosaico che indorava la volta. I sacerdoti accigliati e neri li accolsero con un inchino, accennarono a che sedessero sulle panche in prima fila: si voltarono all'altare e inginocchiarono alla mensa. Lui e suo fratello, sprofondati nei seggi d'ebano, si assopirono all'odore intenso di sudore e incenso e pece: il prete anziano li rimbrottò, intonarono l'Introitus, e cantarono il Kyrie eleison e ricevettero l'eucarestia.
Il freddo mordeva loro le carni pallide e delicate. Dalle trifore romaniche che ferivano le pareti li investì una luce gelida, spietata, polverosa: Radu, intirizzito, sporcò il sedile di calda orina.
Sopportarono il gelo e i brividi, si congedarono nella pace. I sacerdoti li accompagnarono fin la soglia della chiesa, li riaffidarono alla druzhina con l'araldica del serpente:
«Il principe Radu può tornarsene a dormire: guardatelo, come trema! Non vorremo che si ammalasse. Quanto a voi, principe Vlad, devo condurvi dal precettore.»
«Andrò da solo: sono un ragazzo, ma non temo un erudito.»
I cavalieri di suo padre il voivoda risero forte e lo lasciarono. Lui imboccò le scale che da un ampio peristilio si arrampicavano alle terrazze di una vasta cittadella; il giorno nuovo brillò stregato sui vetri strani e l'ottone e il bronzo di strumenti incomprensibili e gli affusti dei cannoni. Passò attraverso l'ampio scriptorium che tossiva di amanuensi e che friniva di penne d'oca che grattavano sui codici; vide un novizio che si affannava ad una Chronica Slavii Reges a miniare le quattro cifre 1 4 4 3.
Erotocrito non si accorse, non si curò della sua presenza: il suo didascalos era intristito dalla fatica, la pena, un'amarezza di età canuta, a un balcone appartato che si affacciava a sud-est. Il suo sguardo sorvolava l'arsa steppa e la Muntenia, le guglie, le croci e i bastioni di Budapest; scavalcava i monti Rodopi, i Balcani taglienti e bruni e scendeva fino in Tracia a illuminarsi nel mar di Marmara: una visione di seicento veste fino alla splendida Costantinopoli.
«... forse che in Egitto non c'erano sepolcri, che ci hai portati fin qui, lontano, a morire nel deserto?...»
«... e perché è meglio per noi servire qui in Egitto?», il vecchio greco gli fece eco.
«Me la immagino meravigliosa.»
«Sei un cucciolo transilvano: che vuoi saperne di civiltà?»; Erotocrito guardò la miserabile Târgoviste, e i Carpazi crudeli e neri che laceravano l'orizzonte, con una smorfia di dolorosa, schifata, quasi aborrita costernazione; «ma la vita mi ha spiaggiato in questa tetra solitudine: così ha voluto dio.»
E gli sorrise, gli arruffò i capelli e si avvolse nel mantello: il blu e la porpora dell'Oriente scoloriti di tristezza. Attraversarono le gallerie che si affacciavano ai cupi boschi: il didascalos, con il bordone, batteva trochili ed architravi; gli indicava una macchia d'alberi, il bestiame che pascolava e i mercanti, gli artigiani ed i sudditi che affollavano un mondo esterno di strepiti e di eccessi:
«Quercus, columni, bovis et pastoribus.»
«Boves, columnae: sbagli sempre con i plurali. E confondi i nominativi coi genitivi e con gli ablativi.»
«A cosa serve che io conosca il greco ed il latino?»
«Il latino è per regnare quale principe di Valacchia, e il greco è necessario per apprendere l'ebraico.»
«Perché dovrei parlare la lingua dei giudei?»
«Le cose del creato obbediscono ai loro nomi: quali Adamo assegnò loro e quali Cristo li pronunciò.»
«Ma il Vangelo è tradotto.»
«Lo sono anche le oscenità di Plauto e di Aristofane.»
«... è un segreto che devi apprendere, se vuoi essere il padrone...»
Madalin, l'astrologo, si inchinò al loro passaggio. Vlad volle fermarsi a ricambiare quell'omaggio, ma il vecchio greco lo tenne stretto alle spalle e la collottola e lo costrinse a tirare avanti e ad ignorare quel laido mago. Lui non resistette a sbirciare dall'uscio aperto sul segreto vaporoso del gabinetto di scienze occulte: gli ammiccò un maligno invito.

(... continua ...)

Aa. Vv. - SOLO UN DIO CI PUÒ SALVARE

11 racconti di fanta-religione a cura di Claudio Asciuti


Fanta-religione è un termine onnicomprensivo, che raccoglie le fantasie religiose quanto le forme cultuali, le strutture teologiche quanto i sistemi di credenze e affonda le radici nelle forme classiche della narrativa fantastica; dagli dèi innominabili di Lovecraft a quelli mitopoietici di Zelazny, dai labirinti teologici di Farmer alle speculazioni heinleniane, fino al ricco pantheon della fantasia eroica. Una lunga tradizione che ci porta a riflettere sul rapporto fra scrittura e religio, magari a seguito delle parole di Martin Heidegger: "ormai solo un Dio ci può salvare". Parole su cui muovono i racconti di questa antologia di fanta-religione, finalisti e vincitori del premio IF nell'edizione del 2014, che, partendo dalla narrativa fantastica e di fantascienza, riallacciano i rapporti con la religio, declinata attraverso i nuovi culti, le religioni del Libro, le antiche culture della paganitas.

Fiorella Borin, Davide Camparsi, Alessandro Forlani, Giuseppe Cozzolino, Aubrey Alexander Hill, Giuseppe Magnarapa, Manola Pieruccioni, Danilo Donati, Oskar Felix Drago, Enrico Gavarini, Dario Marcucci sono gli autori che con la loro personale poetica si sono cimentati nell'impresa di indagare in un genere che negli anni ha continuato a germinare, stretto fra scienza e secolarizzazione.

Copertina di Vincenzo Bosica


L'antologia sarà presentata sabato 15 ottobre p.v. nell'ambito di Stranimondi


"Si può fare!"
seminario di Necromanzia per dilettanti

dedicato all'emerito Dott. Necr. Gene Frankenstin (1933- 2016)

Oggi apprenderemo il R.I.P e l'ABC di una nobile arte nera: "necromanzia" è la magia operata sulla morte (μαντεία (divinazione, magia) sul νεκρός, (morto)); la più comune"negromanzia", invece, è un calco latino che sostituisce a νεκρός il lemma niger, da intendersi come "magia nera". I termini sono spesso erroneamente confusi.
L'Ateneo dell'Uomo Nobile di Agostino Paradisi (1704), una Treccani in due agili "tomi" del XVIII secolo, fa un ulteriore distinguo:

La necromanzia si esercita affinché, anche mediante alcuni sacrileghi versi, le ombre, o i demoni, animando i cadaveri, ripieni di sangue ancora caldo, predicano le cose future (…) Sciomanzia si dice quando, richiamandosi semplicemente le anime, si pretende sforzarle a dire le cose future.

Ma - dato il carisma intrinseco della figura nel necromante, e un fascino che dal mondo antico perdura in D & D; Diablo e Warhammer Fantasy - suppongo che nessuno voglia dirsi sciomante... c'è anche il caso che vi credano stregoni dello slalom!
Necronecronecro in modo assurdo!
La necromanzia è attestata da tempi antichi: la praticavano i babilonesi, gli egizi, gli ebrei, ne abbiamo testimonianze presso i greci ed i romani. Hollywood ha reso celebre con film quali La Mummia il suggestivo Libro dei Morti degli antichi egiziani (l'equivalente buddista, il tibetano Bardo Todol, alle major non interessa): che, contrariamente a quanto il titolo suggerisce, non contiene le istruzioni per rianimare i cadaveri; è una raccolta di formule rituali per guidare nell'aldilà gli spiriti dei defunti.
Se vi preme animare ushabti, le "statue che rispondono", troverete nell'Asclepio di Trismegisto gli incantesimi che vi servono: attenti, tuttavia, a non confonderli con la magia cabalistica che si usa per i golem.
La nostra è un'arte nera molto pratica e materica. Un esempio è nella Suda - enciclopedia bizantina del X secolo:

Riguardo le evocazioni: compiono determinati rituali che riguardano i morti, spesso per le persone che li pagano per scacciare via gli spiriti. Iniziano cercando la tomba dove colui da scacciare fu sepolto, ma non la trovano subito. Per arrivarci usano uno strano modo: portano con sé una pecora o caprone nero, generalmente tenendolo per le corna; questo da solo si posa sul punto ove il corpo della persona in questione è sepolto e il mago uccide in quell’istante l’animale, per poi bruciarne i resti. Dopo aver recitato alcuni incantesimi e dopo diversi sacrifici si mettono in contatto con i morti per capire il motivo della loro pena o della loro rabbia.

Che cosa vi serve per praticare necromanzia? Pochi ferri del mestiere e un attendibile manuale.
Gli strumenti tradizionali del mago (quei fighetti dei maghi buoni: la spada, la bacchetta, il calice e il pentacolo) sopravvivono a tutt'oggi su ogni tavolo di briscola: sono infatti i quattro "semi" delle comuni carte da gioco derivate dagli Arcani Minori dei nobilissimi Tarocchi: Coppe, Spade, Bastoni e Denari. Li trovate quali attributi dell'Arcano del Bagatto, altrimenti tradotto "giocoliere" o appunto "mago".

Sono strumenti di magia rituale che vanno accuratamente fabbricati e preparati, incisi di simboli misteriosissimi e magicissimi...

o no?
La tradizione vuole che il taglio del ramo d'albero con il quale fabbricherete la bacchetta avvenga a mezzanotte... si prescrivono il sambuco, il nocciolo ed il corniolo con un anticipo di molti secoli sui romanzi della Rowling. Com'è romantico e misterioso! Ma è lo stesso che ha sempre fatto e fa tuttora, per esempio, chi procura legname per i dipinti su tavola. La ragione è molto semplice, non ha nulla di esoterico: a mezzanotte negli alberi si interrompe il flusso della linfa, il che rende più agevole recidere tronchi e rami.
I simboli che trovate sugli athame (coltelli cerimoniali) e sulle vesti, sui pentacoli, l'attrezzatura del necromante non sono lettere "Aklo" dei Grandi Antichi lovecraftiani: non hanno in sé per sé poteri magici. Pur suggestivi non sono infatti che un'errata, maldestra trascrizione dei caratteri ebraici dei Salmi del libro omonimo.
L'occultista contemporaneo Gian Piero Bona, ma già prima i moderni maghi del XIX secolo, sostengono che è importante la volontà del necromante: gli strumenti sono focus. E gli orpelli un po' pacchiani medievali e cinquecenteschi valgono l'attrezzeria di uno spettacolo teatrale.
Aleister Crowley e la sobrietà del mago moderno
In osservanza del dettato magico "potere, osare, tacere" c'è da aggiungere che formule, istruzioni e diagrammi dei grimori sono spesso volutamente incompleti ed errati: fu un modo per nascondere informazioni pericolose...
Necessitato a esercitare nei cimiteri, all'aperto, gli strumenti del necromante sono pratici, essenziali rispetto a quelli del mago: se vi inseguono gli Sprenger-Kramer, i Torquemada ed i Matthew Hopkins si molla tutto e si scappa in fretta!
Spada e/o bacchetta sono il solve e coagula; una fiaccola farà luce e arderà come turibolo e simboli di morte (crani ed ossa trovate in loco) sono il focus degli incantesimi.
John Dee ed Edward Kelley: un circolo magico ed è fatta!
I manuali di magia si definiscono grimori: la parola deriva dal francese gramaire, "grammatica": tanto per intenderci che valgono da abecedari, e senza un buon grimorio nella non-vita non si combina granché. Ne trovate dal medioevo al XVIII secolo: gli archivi segreti delle maggiori biblioteche nazionali vi suggeriscono di adottare, in ordine cronologico:

Il Corpus Hermeticum (1050)
Il Picatrix (1256)
La Chiave di Salomone (XV secolo)
Il Grimorium Verum (1517)
Il Libro di Onorio (1670)

I bagarini delle arti nere tendono a vendervi il Necronomicon, ma spero bene che più nessuno abbocchi agli pseudobiblia!
Il Picatrix: o manoscritto originale miniato o niente, diffidate delle imitazioni!
Perché evocare morti e rianimare cadaveri, praticare necromanzia? Ottenere rivelazioni sulle cose nascoste (spesso e volentieri si tratta di quattrini), predire, sono solo alcuni aspetti della nostra disciplina. I grimori vi istruiscono su incantesimi necromantici che possono esser utili in molte altre occasioni. Qualche esempio:

Per rendersi invisibili: Raccogli sette fagioli neri. Inizia il rito di mercoledì. Prendi la testa di un uomo morto, e poni uno dei fagioli nella bocca, due negli occhi, nelle orecchie e le narici. Incidi sulla testa il sigillo di Morail. Fatto questo, sotterra la testa, con il volto sollevato, e per nove giorni, prima dell'alba, innaffiala ogni mattino con la migliore acquavite (…) Quando troverai spuntati i germogli dei fagioli provane l'efficacia mettendoteli in bocca (…) stai attento a non ingoiarli, poiché l'unico modo per ridiventare visibile è toglierteli dalla bocca.

Per inchiodare un nemico: Va' in un cimitero, togli i chiodi da una vecchia bara dicendo: chiodi, io vi prendo perché possiate servirmi a sconvolgere la vita e causare male a tutte le persone che voglio. Quando vorrai usarli, cerca un'impronta del tuo nemico e, disegnate le tre figure di Guland, Surgat e Morail pianta un chiodo nel mezzo e colpiscilo con una pietra.

La Mano della Gloria si ricava dalla mano di un impiccato disseccata e conservata in salamoia. Costruendo una candela con il grasso di un condannato alla forca o con il dito di un bambino nato morto, e accendendo la candela e infilandola nella Mano, essa paralizza tutti coloro a cui venga mostrata.
"Heil, Nekro!"
La Cena con i Morti - molto più intrigante di certe "cene con delitto" - è un solenne, complicatissimo rituale necromantico della durata di settimane: atto ad avere a desco e conversare dal non-vivo con congiunti scomparsi o con illustri defunti.
La Cena con i Morti dev'essere stata piuttosto praticata se ne resta la testimonianza anche in letteratura. Un esempio fra i più celebri è il Don Giovanni di Tirso da Molina; Moliere e Lorenzo Da Ponte (per citarne solo alcune versioni); la ritroviamo con Pascal Quignard in Tutte le mattine del Mondo.

Un'altra testimonianza dei rischiosi tentativi da parte di dilettanti (è cosa nota che nelle corti rinascimentali si giocasse ai necromanti...) è forse suggerita nel XVII secolo da alcuni versi dell'Euridice di Ottavio Rinuccini:

(...) Sì trionfaro in guerra
d'Orfeo la cetra e i canti
oh figli della Terra
l'ardir frenate e i vanti:
tutti non siete prole
di Lui che Regge il Sole.

Scender al centro oscuro
forse fia facil opra
ma oh quanto, quanto è duro
il pié posar poi sopra!
Sol lice alle grand'alme
tentar sì dubbie palme.

Lasciatelo fare a Sauron di J.R.R. Tolkien che è un vero negromante evocatore di (naz)gȗl: ci rimandano ai ghul arabi che infestano i cimiteri e che si nutrono di cadaveri nei dipinti di Richard Pickman; creature che appartengono ai domini della Morte... A differenza del negromante di messer Ludovico Ariosto imbroglione protagonista dell'omonima commedia (1529).
Se siete necromanti di grandissime ambizioni, e anche questa sera come ogni sera tenterete di conquistare il mondo, ciò che fa per voi è un'armata delle tenebre!
Pieter Bruegel: "Walking Dead I Stagione"; 1562 ca.
Dai "Trionfi della Morte" dei pittori fiamminghi al film di Sam Raimi eserciti di cadaveri rianimati ingaggiano battaglia con i vivi impotenti. È uno scontro che non si può vincere, come cantava De André:

(...) Guerriero che in punta di lancia
dal suolo d'oriente alla Francia
di stragi menasti gran vanto
e fra i nemici e il lutto e il pianto
di contro all'estrema nemica
non vale coraggio o fatica
non serve colpirla nel cuore
perché la morte mai non muore.

Il grimorio Dragone Rosso (1522) riporta le istruzione per la Grande Evocazione:

Fruga la terra delle tombe con le unghie. Assisterai a mezzanotte alla messa di Natale con due ossa incrociate sul petto: al momento dell'elevazione ti alzerai e griderai: "escano i morti dai loro sepolcri". Correrai al cimitero, raccoglierai un pugno di terra, la più vicina a una bara, e tornato di corsa in chiesa vi deporrai le ossa in croce, gridando un'altra volta "escano i morti dai loro sepolcri". Percorrerai 4500 passi in linea retta, senza mai guardarti indietro, spargerai in forma di croce la terra e giacerai come morto, e ancora griderai "escano i morti dai loro sepolcri"

Comprenderete che è difficile praticare questo incantesimo e sfuggire agli inquisitori e i villici inferociti che subito vi inseguiranno con fiaccole e forconi.
Per trasportare legioni morte in battaglia potrebbe esservi utile l'infernale Naglfar: una nave costruita con le unghie di cadaveri cui si accenna nei miti nordici. Naglfar, pilotata dal gigante Hrymir, condurrà le creature oscure sui campi del Ragnarök, l'apocalisse norrena: potrebbe essere meglio che non venga mai completata...
Naglfar: le Arti Nere applicate al commercio marittimo.
La possibilità di animare corpi sul piano materiale piuttosto che evocare spiriti su un orizzonte di ombre ha interessato la letteratura quasi più dell'arte nera. In secoli illuminati, più scientifici del medioevo gli strumenti del necromante diventano tecnologici:
La talentuosa Mary Shelley diciannovenne, in Frankenstein, o il moderno Prometeo (1817), intuì che la soluzione potesse essere nella medicina, la chirurgia e una bella scossa elettrica.
... ad ogni modo, anche Herr Doktor Frankenstein di questo, ehm, libero adattamento teatrale si è munito della buona vecchia spada...
H.P. Lovecraft ha fatto più tentativi: nell'Alchimista (1908) un occultista pluricentenario ammonisce il lettore che "non sai che lo scopo dell'alchimia è stato raggiunto?!"; in Herbert West, rianimatore (1922) si affida alla combinazione fra un "preparato preservante" e un non meglio descritto "farmaco"; nel 1926, nel racconto Aria Fredda, si procrastina la morte con un sistema di refrigerazione ad ammoniaca. Nel più maturo racconto lungo Il caso di Charles Dexter Ward (1927) lo stregone Joseph Curwen riporta in vita persone morte dai "sali essenziali dei loro cadaveri"... e evocando Yogh-Sothoth che in certi casi fa sempre comodo.
E' interessante come Lovecraft/Joseph Curwen non faccia che seguire il timido suggerimento dell'alchimista Vincenzo Soro nel Gran Libro della Natura (XVIII secolo):

La palingenesi dei vegetali non sarebbe che un oggetto di divertimento, se questa operazione non ne facesse intravvedere delle altre più grandi e più utili. Si fa sugli animali ciò che si fa sulle piante (…) quale incanto godere del piacere di perpetrare l'ombra di un amico, quando egli non è più?

Incantesimi praticati da necromanti professionisti: non fatelo a casa, esercitatevi nei cimiteri!





"Si può fare!"
Seminario di Necromanzia per Dilettanti

Evocare orde di zombie per un party da Apocalisse? Radunare una band di banshee per una Notte sul Monte Calvo? Farsi selfie con amici scheletri a un Trionfo della Morte?

Il nostro SEMINARIO DI NECROMANZIA PER DILETTANTI è quello che fa per te!

In occasione di GRADARA ZOMBIE WALK 2016, sabato 24 settembre p.v. Herr Professor, necromante e autore horror Alessandro Forlani vi intratterrà presso il Teatro Comunale di Gradara sul r.i.p. e l'abc di questa nobile Arte Nera!


Un percorso letterario, storico ed esoterico in compagnia dei tetri eccentrici individui che nel corso dei millenni hanno perseverato nel diabolico hobby di rianimare cadaveri!

Gli strumenti che vi occorrono per praticare necromanzia, i trucchi del mestiere e alcune precauzioni per non finire sui roghi dell'Inquisizione.

Un paio di (veri!) incantesimi per tutte le occasioni e il way of un-life del necromante nei secoli più recenti.

Consigli per le letture da tenere sempre sul tombin... sul comodino!

dedicato a Gene Frankenstin (1933 - 2016)


Il docente: Alessandro Forlani, necromante, diffonde perniciose istruzioni su come evocare spiriti maligni spacciandole per racconti di fantascienza, fantasy e dell'orrore pubblicati per Delos Digital. Insegna Arti Nere nei sotterranei dell'Accademia di Belle Arti di Macerata e presso altri Istituti infestati, in quelle buie aule ove agli ingenui studenti è sconsigliato ficcare il naso.  

Levias sbatté il foglio sotto il naso di quel bestione, contò sull'abaco d'ossa umane dipinte a cercare di persuaderlo per ormai la terza volta:
«È la tua croce, la riconosci?! Fummo d'accordo, quando partisti: devi sommare, devi sottrarre... sei fortunato che dallo zero che non ti devo non ti trattenga equipaggiamenti, muli, la ferratura, biada, munizioni e le spese per i funerali dei tuoi dodici compagni!»
«... ché ne avreste tutto il diritto», Ser Moretto puntualizzò.
L'animale lo guardò sbigottito e omicida, gli prudettero le mani attorno al manico dell'ascia. Lui ammiccò ai gorilla sulla soglia dell'ufficio che accompagnassero quel grosso idiota a sbollire l'ira da un'altra parte. I quattro uomini sfoderarono pistole e spade, lo circondarono: il campagnolo li assecondò:
«... ma questa me la paghi, pidocchio d'un mercante!»
«È un verbo che in vita mia non ho mai coniugato», rise. Levias si dispiacque di aver perso l'occasione di concludere altri affari con quel giovane talentuoso: una bipenne fa sempre comodo. Un'occhiata alla lunga fila di aspiranti predatori, al banchetto dell'arruolatore per la prossima spedizione, lo consolò che la manodopera non gli sarebbe mai mancata.
«'Sti ragazzi son permalosi, se la prendono per un nonnulla», il leguleio si lamentò; riarrotolò pergamene e codici fra i risvolti della toga; «se studiassero le leggi, se imparassero a stare al mondo...»
«... non avrei di che stipendiarvi.»
Ser Moretto si azzittì e inghiottì.
Due servitori vennero madidi e trafelati dalla rampa che dal cortile saliva al piano di rappresentanza, gli consegnarono le grosse chiavi della camera del tesoro.
«Scaffale sedici, vossignoria: troverete la merce lì: ci è sembrato che fossero...»
«Sono tutti gioielli?!»
«Ci è parso sì, vossignoria.»
«Signorina Rebek Mont'Oro!», Levias chiamò impaziente: una ragazza dagli occhi bianchi e l'incarnato malato e pallido, con le labbra, le gote e le palpebre macchiate di rossetto, di polvere ed henné, venne a tentoni, scarmigliata e vestita a lutto, da un ufficio adiacente dell'operosa segreteria. Le offrì la mano e abbracciò le spalle: lei si lasciò condurre nel viavai del personale che salutava con sguardi assenti, le fremevano le narici, le rispondevano con pena e un'effettata gentilezza; «ho bisogno delle tue doti.»
Attraversarono il peristilio che guardava alla Necropoli. Le tombe e i mausolei, le recinzioni dei sepolcreti, si incendiarono della canicola di un torrido mezzogiorno, un olezzo di putredine esalò dall'orizzonte. Stormi necrofagi e sciami neri raccapriccianti sorvolavano una terra di venefici vapori, branchi magri si rincorrevano sulle spianate grigie e aride cosparse d'ossa e ciottoli e scavate dalle fosse. Tesori ed infezioni suppuravano nelle cripte: la lugubre e lucrosa vastità di Thanatolia. Un avvoltoio tornò al nido sulle porte cittadine sopra la lapide di marmo bianco QVAM DIV MORTEM PECVNIAM, che esprimeva la morale dei cittadini di Handelbab; spartì il piede di un cadavere fra i pulcini che strillavano.
Levias aprì ansioso le due grosse serrature, portò dentro Rebek, serrò l'uscio alle loro spalle e la guidò fra i forzieri, le anfore, le statue e i fasci d'armi stipati alla rinfusa nella stanza del tesoro. Sullo scaffale etichettato XVI scintillarono - un po' sozze di umori - le ricchezze che il grosso idiota con l'ascia enorme gli aveva riportato dalla recente spedizione: un cimitero per i cannibali, gli sembrava che avesse detto...
«I servitori non si sbagliavano», lui si emozionò, «sono solo gioielli!»
Affondò le mani avide in quel mucchio di monili, e godé per lunghi istanti gli scivolassero fra le dita le perle candide dei collari e gli intrecci d'oro di bracciali e torque; i diamanti dei diademi e l'ambra verde delle spille.
«Gli amuleti, i grimori, le armi antiche e le mappe interessano soprattutto gli stregoni e gli avventurieri, gli antiquari, i rigattieri e collezionisti del continente: ma quella roba al mercato estero si vende al quadruplo del valore, ché se ne adornano le ricche dame delle nazioni al di là del mare che disprezzano la viva, banale volgarità dei loro mondi solari e diurni che aborriscono la morte... Credo di avere toccato tutto», disse a Rebek, «vuoi valutarli?»
La ragazza sfiorò il tesoro:
«Sì», rise malevola, «non c'è più traccia d'altre emozioni, solo la brama di vossignoria: che è più intensa dell'omicidio, la paura e sofferenza di millenni.»
«... poiché l'uomo dimentica prima la morte dei genitori che la perdita del patrimonio... ma insomma: quanto valgono?»
«... questo ha tremila anni: duecentomila astragali; questo ne ha settecento, la fattura è squisita: novemila astragali; questo bracciale milletrecento...»
Rebek fissò il prezzo di quello splendido ben d'Iddio che le scorse fra le dita e sui sensibili polpastrelli; l'iridi bianche, fredde e fisse al vuoto le tremarono di oscure storie di quegli ori e quelle pietre. Levias sfogliò il taccuino, prese nota e calcolò: grugnì d'accise, gabelle e assicurazioni ma gongolò per i molti zeri che risultarono dall'addizione...
«Questo, però», lei gli mostrò un anello, «è un fondo di bottiglia, è ciarpame, non vale nulla. Dovreste sbarazzarvene.»
«Uh? Sei ammattita? So riconoscere lo zaffiro e la purezza dell'oro bianco, so apprezzare le antichità: posso venderlo a ottantamila.»
«Fareste meglio a buttarlo via.»
«Non mi importa se il precedente proprietario è morto della più orribile delle morti», lui sfregò il gioiello sul panciotto di velluto, che tratteneva a bottoni d'oro il disfacimento del grasso ventre, «'spetta un po': te lo scarico, mi dirai se non ho ragione!»
«Non ha negatività, non percepisco emozioni: quell'oggetto è del tutto vuoto, è perciò che mi spaventa.»
Levias, con un sospiro, le cinse i fianchi e intascò l'anello. Inciamparono nei bauli, nei barili di monete e le mobilia funerarie di chissà che civiltà. Chiuse la porta, serrò i lucchetti e ritornarono al peristilio .
«Non metto in dubbio le tue doti, Rebek, ma... c'è un sacco di paccottiglia qui, puoi esserne confusa. Quel tesoro, mi hanno detto, era sepolto in un brutto posto, ed è costato parecchie vite. Ti sei stancata, probabilmente: hai valutato un bel po' di roba.»
«Novemilionitrecentomilaseicentoquindici astragali: dovrebbero bastarvi, sbarazzatevi di quell'orrore.»
«Io non posso, per principio!, rinunciare a ottantamila cocuzze!»
«Datemelo dunque, se ho diritto a una ricompensa.»
«Non vali così tanto. Puoi tornare al tuo lavoro.»
Venne una domestica a riportarla in segreteria. Levias, restato solo, si sedette ad una trifora:
«... non ho mai visto Rebek in quello stato: neppure la volta che esaminò i manufatti su quei cadaveri non-umani del tumulo di Dunwikka...»
E in effetti, quell'anello, era proprio un brutto oggetto: il cerchio d'oro era cesellato a somigliare a una catena, attorcigliata da un viticcio o verme irto di spine ed aculei e chiodi. Lo zaffiro incastonato fra le punte acuminate era un cubo dai riflessi blu di sgradevoli proporzioni, sembrava spegnere i raggi diurni in insondabili profondità:
«Santi déi! C'è... qualcosa lì dentro!...»
Un'ombra inquieta si dibatteva dentro la pietra quadrangolare, Levias guardò meglio: all'improvviso rabbrividì, e un olezzo di putrido gli mescolò le budella. Lo circondarono le quattro mura di una sala senza uscite, una triste e fioca luce gocciolava da una grata. Si trovò rannicchiato, nudo, in un angolo di quel carcere, stordito dal terrore e la vertigine del luogo.
Dalla penombra malata azzurra di fronte a sé gli strisciò contro un'orripilante e patetica creatura: era lo spettro di un uomo anziano mummificato che bestemmiava il dolore eterno di una feroce mutilazione, la mano destra stillava icore dall'anulare mozzato; era avvolto nei logori, sozzi stracci di lino che furono una tunica di mago o sacerdote. Uno stregato fuoco celeste gli scoppiettava negli occhi morti.
«Hai la chiave! La chiave!»
Levias, terrorizzato, scansò l'abbracciò di quell'orrore, fuggì carponi a un altro angolo della cella e urtò lo zoccolo e il treppiede d'ebano di un pesantissimo leggio; un tomo enorme lo stese a terra sotto pagine di oro puro, centinaia di ampli fogli di metallo cesellato.
L'orrido vecchio gli serrò il collo con grinfie gelide e ischeletrite:
«Sei qui per questo! Ti manda lei!»
«Si sente bene, vossignoria?»
Si sentì scuotere, pizzicare: riconobbe una cameriera con l'espressione un po' istupidita; lo scaldò la luce torrida, maleodorante del mezzogiorno e una folata del Sepulchrale che soffiava da sud-est.
Riascoltò i rumori alacri che venivano dagli uffici: dei cassetti, le bilance, i campanelli e grattare i fogli. Ritrovò gli archi e le trifore del piano nobile e la galleria:
«... che cosa mi è?...»
«È da un bel pezzo che è imbambolato qua al davanzale, vossignoria: mi ha fatto preoccupare. Mando a chiamare il messer cerusico, abbisognate dello speziale?»
Lui frugò un centesimo nelle tasche del mantello: la ragazzina gli baciò la mano, le arruffò i ricci, la allontanò; mandò a dire che Ser Moretto si incaricasse dei vari affari:
«Nel pomeriggio riposerò.»
Salì le scale per le sue stanze con lo zaffiro nel pugno madido, gli tremavano le gambe e non riusciva a placare il cuore: e non sapeva se per la fifa, rise, o al pensiero del libro d'oro...


Ordinò che lo disturbassero fra tre giri di clessidra, e che gli inviassero il meno furbo fra gli scimmioni testé arruolati. Fece tutto come i preti - da bambino - gli insegnarono al catenécrosi: la preghiera "noli me tangere" e un olocausto di sale e sangue, l'orazione "nox perpetua", un posto a tavola e la sedia vuota, e il triangolo di gesso disegnato sul pavimento. I turiboli fumarono.
L'energumeno aprì l'uscio con un cazzotto ferrato, si piantò là sulla soglia con la spingarda infiammata in spalla:
«Ti saluto, Levias Aurotene! Sono Girolo da Byrintia: l'Uccisore di Mostri, il Razziatore di Madri, L'Alto Eroe del Mio Paese, l'Emulatore dei Grandi Automi, il Lottatore contro Makistes e il Campione di Plautonia, che giammai si sottomise alle Casate dei Grandi Heyditor!»
«Trovati uno sgabello, fissa questo», lo azzittì: ché ormai riconosceva quel genere di sbruffoni dalle armi e l'equipaggiamento che amavano ostentare.
Un enorme teschio bianco su una lorica musculata, santi déi del cattivo gusto!
Si concentrarono sull'anello e sprofondarono nella cella. Nudi.
«... Santa Sharàpova!...», gemette Girolo.
Lo spettro li aggredì, Levias spinse avanti il suo tributo sacrificale: privato dell'armatura, dello schioppo e del coltello il mercenario del nebbioso nord cadde inerme al suo appetito; la creatura lo rasciugò, lasciò cadere sul pavimento un fantoccio macabro di carne e sangue; l'anima - divorata - gli bruciava fra le fauci. Non sembrò fosse placata:
«Restituiscimi la mia chiave!»
Le dita secche ed i denti fetidi lo ghermirono inconsistenti, lo nausearono, lo raggelarono: innocui, tuttavia.
«Sono protetto dai riti e le scritture che spartiscono ciò che è vivo da ciò che è morto e non osi nuocere. Hai avuto il tuo tributo: credo che tu sia stato un prete, conosci bene codeste cose.»
Il vecchio si accasciò alle impossibili pareti; trovò il senno, la memoria e le parole in remote, dolorose e inconoscibili profondità:
«Sono... stato un bibliomante; mi chiamai... non ricordo il mio nome: sono l'autore...», stornò lo sguardo dal libro d'oro su quel leggio quasi che il suo splendore gli ferisse le pupille: quei bulbi secchi di carne putrida, resina e di larve incendiati dalle fiamme di un castigo oltretombale; «ho edificato questa prigione perché nessuno potesse impossessarsene: l'unico accesso, la sola chiave...»
«Ti riferisci a quel brutto anello.»
«Mi inumarono da vivo, mi amputarono l'anulare, mi costrinsero a guardare fisso lo zaffiro e imprigionarono per l'eternità a custodire la Foris Vera: non ne avrei prodotto copie...»
«Quand'è successo?»
Levias trasecolò, la domanda gli morì in gola: riconobbe, nei cenci sudici del fantasma, le geometriche decorative di certe anfore nei suoi forzieri. Quei bracciali e quella tiara, la collana di avorio e argento, appartenevano all'artigianato del cosiddetto Remoto Impero.
«Regna ancora Carlocamòn II? Fu lui che mi incaricò di redigere il grimorio.»
«Sono trascorsi seimila anni di un altro calendario, vecchio: mi dispiace.»
Ridotto a un'ombra pallida di pena e d'abbandono, il bibliomante fluttuò al volume baluginante di azzurro e giallo, sfiorò la grandi pagine che gli arsero le falangi. Pianse lacrime di ectoplasma di tristezza e di supplizio:
«... avrò ottenuto che l'Infeconda non abbia aperto le Porte Buie: ormai non credo lo farà più...»
«A proposito», lo interruppe: tolse il tomo dal treppiede e si piegò a quei chili d'oro, emozionato dalla vertigine del valore di ogni foglio; «come hai detto che si intitola?»
«Vera Porta della Notte, nella lingua dei tuoi pensieri.»
Non stavano aprendo bocca, Levias si stupì: l'ombra azzurra fra i quattro muri echeggiava di un raschio debole, fiacco, disgustoso; assomigliava alla grammatica spigolosa degli antichi manoscritti. Intuì fosse la voce dello spettro mummificato, e comprese che dialogavano per altre orride facoltà.
«Splendido, superbo, sublime, superlativo! Ma... », le pagine tracimavano di pentacoli e diagrammi; fitti paragrafi in alfabeti dimenticati e incomprensibili trafiletti in sgradevoli geroglifici; incisioni di botanica e sinistra zoologia; «è un libro di magia: non mi rendono tanto bene. Sanno tutti che le Arti Nere non si apprendono sui manuali.»
«Ma questo è un grimorio vero.»
«Vuoi darmi a intendere che funziona, eccome no? Come quei pacchi di fanfaluche del Bionomicon e il De Larvae Secretis
«Era già l'unico allorché lo scrissi. Senza il Foris non si aprono i cancelli degli oltremondi: non lo potrebbe nemmeno lei; sono sicuro lo stia cercando da... sessanta secoli», lo spettro si infiochì, «ed è perciò che ci seppellirono.»
«Di preciso: dov'è, qui?»
Bussarono alla porta:
«Sono trascorse le tre clessidre, vossignoria! La cena è pronta!»
Il fumo pallido dei ceri umani gli punse le narici: l'odore intenso di sangue e sale, dell'incenso e di cenere, soffocava la camera e impregnava le sete. Levias si sfregò gli occhi, si scrollò dallo stordimento, cercò a tentoni sul materasso - vuoto e freddo vicino a sé - quel magnifico volume che lo incendiava di desiderio:
«Era autentico», si convinse, «ma dalla tomba non esce niente... È un luogo fisico, c'è muffa e polvere, l'hanno murato, l'ha costruito; veste con gli abiti da Antico Impero, lo stesso stile dei miei reperti...»
Spalancò le finestre alla frescura dell'imbrunire, una folata smorzò le luci. Lui, per un istante, restò a guardare gli stoppini neri, che si accorciavano e polverizzavano in una pozza di grasso fuso:
«Se è un libro magico non ne avrà danni...»
Corse ai magazzini fulminato da un'idea.


Sperò che il cortile fosse amplio abbastanza: non gli andava di spender soldi per acquistare un palazzo nuovo. Accese la miccia e ci infilò lo zaffiro, fece in modo che i barili si specchiassero nella pietra; corse a acquattarsi dietro le tavole e i sacchi e casse che aveva accumulato al lato opposto del perimetro. Ser Moretto piagnucolava appiattito a terra: un alone di orina gli sporcava la toga; il responsabile dei trenta uomini che aveva scelto per quell'impresa - un evaso psicopatico sfigurato di cicatrici, con il vizietto autolesionista di un rasoio nella brache... - lo guardò livido, con i labbri bianchi e gli chiese sottovoce:
«Siete pazzo, vossignoria.»
No: non era una domanda...
«State giù, chiudete gli occhi.»
Levias contò dieci, venti: il cortile restò in silenzio; tolse i batuffoli dalle orecchie né avvertì lo sfrigolio. Si azzardò dalla barricata, gridò di giubilo:
«Ha funzionato!»
Il mercenario ed il leguleio si sollevarono, sbigottirono:
«L'esplosivo è scomparso... dov'è andato a finire?!»
«Era una miccia da settanta pollici, ci darà tempo: lo scopriremo. Radunate i vostri sgherri.»
Si calzò l'elmetto a punta con il crine di cavallo, trattenne il fiato a indossare un giaco e infoderò le balestrine. Prese bussola, mappe e il cannocchiale, montò in arcione ed uscì in strada ad arringare quei prezzolati. Lo psicopatico con la lametta fra i testicoli, che sprizzarono sangue nero sulla sella, ebbe l'onore di presentargli uno squadrone di cavalleria dei peggiori criminali che gli fossero capitati. Più di tutti lo colpì quella ragazza macilenta, con tatuaggi di neonati come tacche su una spada:
«Sono gli aborti dopo ogni stupro, vossignoria», lo prevenne la tagliagole.
Fece un cenno al capobanda e gli soffiò all'orecchio mozzo:
«Non mi sta bene di avere sul libro paga una cagna che in così tanti si son presi con la forza: vi avevo chiesto dei tipi tosti.»
«È lei che li stupra e uccide», si arrossì lo psicopatico.
Si assicurò dei contratti in regola e le firme sui cartigli. Li guidò per le piazze e strade fino alle porte della città: quella masnada di farabutti - un arsenale alla cintola - non passò inosservata ai suoi rivali del Fondaco. Nétan Meje si affacciò a una moresca del suo palazzo, gli augurò buona fortuna con un untuoso salamelecco:
«Grandi affari messere Aurotene!»
Sparì subito dal davanzale, pispigliò disposizioni: echeggiò dalla finestra un concitato calpestio. Da due vicoli laterali, a un vago cenno di quel serpente, si accodarono ai suoi bravi altri uomini e cammelli. Prudette a tutti di sfoderare.
L'antiquario Moshi Turman comandò di seguirlo a altrettanti predoni ben forniti di attrezzi:
«Se tu ti muovi, messere Aurotene, c'è da tendere le orecchie.»
Si fermarono alle porte in almeno un centinaio. Levias, con qualche pingue difficoltà, ritto in piedi sulle staffe puntò le lenti sull'orizzonte: il boato di un'esplosione lo ribaltò dalla sella, e la colonna di fiamme e polvere si alzò visibile ad occhio nudo, nel cielo insalubre e porporino che opprimeva la Necropoli.
«Fra le macerie c'è un libro d'oro!», ruggì alle sue canaglie; indicò loro la nube nera con un'enfasi da condottiero, «prendiamolo, ragazzi! Vi raddoppio lo stipendio!»
«Doppio di zero è davvero... tanto!», spronarono gli imbecilli. Le squadracce dei concorrenti si buttarono all'inseguimento.
La milizia del barbacane, con megafoni di bronzo, intimò che entro le mura «c'è il divieto di battersi!»: ma cadaveri trafitti già cospargevano il levatoio. L'erta pietrosa che dal fossato scendeva ai tumuli fu insozzata di visceri e ingombrata dai bardotti, che ragliarono sventrati e azzoppati o crivellati.
Le fruste lacerarono le groppe dei destrieri e le carni dei cavalieri che si inseguivano nelle ceneri; le sciabole, le mazze, gli stocchi ed i machete sibilarono e cozzarono e stridettero rabbiosi.
Come sempre in quelle mischie, per il capriccio del Dio dei Ricchi, Levias corse incolume in quello scoscio di palle e dardi; Meje e Turman, affannati, gli galopparono fianco a fianco:
«Un litro d'oro!», strillava il nero, «Questo casino per così poco!»
«Dimmi perché ti ci impegni tanto», l'antiquario lo incalzò, «se è solo un bucintoro
Levias fu molto grato che ci fosse confusione.
I cavalli ed i cammelli si imbizzarrirono fra le lapidi, disarcionarono e calpestarono i predoni meno svegli. Lo psicopatico godette, stridulo e effeminato, di sbattere i testicoli su una celtica di marmo; la ragazza dei feti morti, ritta in piedi su un avello, scavò un cerchio di budella con la rapida alabarda. Asce e spade e pugnali e daghe scintillarono di furia, ne morirono inchiodati dalle frecce e i verrettoni. Combatterono arrancando, nell'imbrunire vermiglio e cupo, trascinandosi alle rovine della cella nell'anello.
Lui, Meje e Turman sgomitarono fra i mercenari, camminarono sugli sgozzati e incespicarono fra gli infilzati. Si lasciarono alle spalle un'immensa rissa di dissennati, che cadevano avvinghiati morsicandosi e graffiandosi.
«Non gli interessa la ricompensa: hanno già l'estasi dell'omicidio.»
I sepolcreti di Thanatolia si spalancarono ai loro corpi.
Meje - la buon'ora - dovette arrendersi ai sessant'anni; restò supino con il fiato corto su una lastra di granito:
«Fottiti, messer Aurotene!», ansimò tutto sudato, «i tuoi spiccioli non mi interessano! Che avete da ghignare?!»
Gli mostrarono, divertiti, che la lapide sulla quale si era steso era incisa di una volpe e del filare di una vite.
«... se è prezioso e molto antico», Turman snudò il suo kriss, «il tuo tesoro può farmi comodo...»
Levias tirò a una coscia, l'antiquario crollo in ginocchio, menò un fendente con il pugnale: gli calciò l'arma di mano. Trapassò il polso con un quadrello e centrò nella clavicola. Incoccò il caricatore del balestrino a ripetizione divertendosi dei guaiti di quel coglione di robivecchi:
«Usi ancora quel coltello! Posso venderti un archibugio?»
L'altro, sofferente, gli mostrò il medio e zoppicò al cavallo.
A due-trecento metri di salita davanti a sé, in un campo di bare aliene dissotterrate e violate, trovò i ruderi fumanti di quel carcere stregato.
La cella cubica si sviluppava per molti metri in profondità, scoperchiata dall'esplosione che aveva infranto la pietra blu seppellita da sei secoli di gramigna e di terriccio. Il rossore del tramonto, e una lanterna che calò accesa, non rischiararono fino in fondo quel vasto abisso di solitudine: ma la fiamma della lampada riverberò sul tomo d'oro, le due lune di Thanatolia lessero i versi del Foris Vera.
«Sei libero, stregone», Levias si imbaldanzì, «ma mi prendo il tuo tesoro!»

spetta a me, maschio mortale

Quella voce lo raggelò. Percepì dietro di sé una presenza mostruosa e immane: non era certo che fosse fisica e calcasse il mondo, camminasse nei cimiteri, o fosse un alito più tremendo, mortifero e glaciale del respiro tenebroso delle cose dell'Aldilà... Era il sentore di carni e umori che decompongono per millenni.
Fu consapevole che fosse femmina. E che sarebbe impazzito e morto, se avesse osato voltarsi...
Il bibliomante, di fronte a lui, affiorò dalla prigione: fluttuò solenne in un fuoco azzurro col grimorio fra le braccia, spalancato a una figura che bruciava di potere. Il libro magico consumava spoglie e spirito del vecchio: lui si martirizzava in quel supplizio definitivo intonando gli incantesimi per un'ultima battaglia:
«... tu non lo avrai mai, Primeva Prostituta... Vattene, imbecille! Non guardare, non guardare!»
Levias vacillò, lo ghermì un terrore puro; ruzzolò dal sepolcreto delirante e ottenebrato. Sentì l'abbracciò dello psicopatico e un olezzo di diarrea; il capobanda tremò, e piangeva, con la voce di un bambino:
«... è molto brutta, vossignoria! Voglio la mamma, dobbiamo andarcene!...»
E le grida degli altri uomini cui esplosero le tempie.
Batté la fronte contro quei feretri. Svenne.


Aprì gli occhi fra le macerie su uno strato di cenere: indolenzito alla nuca e i reni, fra le scapole e all'osso sacro, da qualcosa di grande e scomodo sotto la coltre di schifo grigio. Spazzò la polvere ed il pietrisco dallo splendido Foris Vera: l'oro scintillò del sole pallido, spietato, del tardissimo mattino di un altro giorno sul Continente.
Qualche mulo, indifferente dei molti morti, masticava le carrube e i tarassaco e le ortiche.
Un vento freddo gli portò un'eco nella lingua degli antichi:
Non questa volta: entrambi deboli; l'ho ricacciata, ma è ritornata, rinvigorisce. La tua folle avidità è il migliore nascondiglio. Nessuno deve averlo.
Lui gettò ossequioso una ginestra nella tomba, legò il libro sulla sella di un bardotto recalcitrante. Spese un «amen» per il fantasma e tornò in arcione e spronò le bestie:
«Ma chi vuoi che si danni l'anima, per un libro di magia?»
Nonostante che lo affliggesse un tenebroso presentimento.
Edited by K.D.. Powered by Blogger.