La Prigione di Zaffiro (racconto completo) - Crypt Marauders Chronicles

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Levias sbatté il foglio sotto il naso di quel bestione, contò sull'abaco d'ossa umane dipinte a cercare di persuaderlo per ormai la terza volta:
«È la tua croce, la riconosci?! Fummo d'accordo, quando partisti: devi sommare, devi sottrarre... sei fortunato che dallo zero che non ti devo non ti trattenga equipaggiamenti, muli, la ferratura, biada, munizioni e le spese per i funerali dei tuoi dodici compagni!»
«... ché ne avreste tutto il diritto», Ser Moretto puntualizzò.
L'animale lo guardò sbigottito e omicida, gli prudettero le mani attorno al manico dell'ascia. Lui ammiccò ai gorilla sulla soglia dell'ufficio che accompagnassero quel grosso idiota a sbollire l'ira da un'altra parte. I quattro uomini sfoderarono pistole e spade, lo circondarono: il campagnolo li assecondò:
«... ma questa me la paghi, pidocchio d'un mercante!»
«È un verbo che in vita mia non ho mai coniugato», rise. Levias si dispiacque di aver perso l'occasione di concludere altri affari con quel giovane talentuoso: una bipenne fa sempre comodo. Un'occhiata alla lunga fila di aspiranti predatori, al banchetto dell'arruolatore per la prossima spedizione, lo consolò che la manodopera non gli sarebbe mai mancata.
«'Sti ragazzi son permalosi, se la prendono per un nonnulla», il leguleio si lamentò; riarrotolò pergamene e codici fra i risvolti della toga; «se studiassero le leggi, se imparassero a stare al mondo...»
«... non avrei di che stipendiarvi.»
Ser Moretto si azzittì e inghiottì.
Due servitori vennero madidi e trafelati dalla rampa che dal cortile saliva al piano di rappresentanza, gli consegnarono le grosse chiavi della camera del tesoro.
«Scaffale sedici, vossignoria: troverete la merce lì: ci è sembrato che fossero...»
«Sono tutti gioielli?!»
«Ci è parso sì, vossignoria.»
«Signorina Rebek Mont'Oro!», Levias chiamò impaziente: una ragazza dagli occhi bianchi e l'incarnato malato e pallido, con le labbra, le gote e le palpebre macchiate di rossetto, di polvere ed henné, venne a tentoni, scarmigliata e vestita a lutto, da un ufficio adiacente dell'operosa segreteria. Le offrì la mano e abbracciò le spalle: lei si lasciò condurre nel viavai del personale che salutava con sguardi assenti, le fremevano le narici, le rispondevano con pena e un'effettata gentilezza; «ho bisogno delle tue doti.»
Attraversarono il peristilio che guardava alla Necropoli. Le tombe e i mausolei, le recinzioni dei sepolcreti, si incendiarono della canicola di un torrido mezzogiorno, un olezzo di putredine esalò dall'orizzonte. Stormi necrofagi e sciami neri raccapriccianti sorvolavano una terra di venefici vapori, branchi magri si rincorrevano sulle spianate grigie e aride cosparse d'ossa e ciottoli e scavate dalle fosse. Tesori ed infezioni suppuravano nelle cripte: la lugubre e lucrosa vastità di Thanatolia. Un avvoltoio tornò al nido sulle porte cittadine sopra la lapide di marmo bianco QVAM DIV MORTEM PECVNIAM, che esprimeva la morale dei cittadini di Handelbab; spartì il piede di un cadavere fra i pulcini che strillavano.
Levias aprì ansioso le due grosse serrature, portò dentro Rebek, serrò l'uscio alle loro spalle e la guidò fra i forzieri, le anfore, le statue e i fasci d'armi stipati alla rinfusa nella stanza del tesoro. Sullo scaffale etichettato XVI scintillarono - un po' sozze di umori - le ricchezze che il grosso idiota con l'ascia enorme gli aveva riportato dalla recente spedizione: un cimitero per i cannibali, gli sembrava che avesse detto...
«I servitori non si sbagliavano», lui si emozionò, «sono solo gioielli!»
Affondò le mani avide in quel mucchio di monili, e godé per lunghi istanti gli scivolassero fra le dita le perle candide dei collari e gli intrecci d'oro di bracciali e torque; i diamanti dei diademi e l'ambra verde delle spille.
«Gli amuleti, i grimori, le armi antiche e le mappe interessano soprattutto gli stregoni e gli avventurieri, gli antiquari, i rigattieri e collezionisti del continente: ma quella roba al mercato estero si vende al quadruplo del valore, ché se ne adornano le ricche dame delle nazioni al di là del mare che disprezzano la viva, banale volgarità dei loro mondi solari e diurni che aborriscono la morte... Credo di avere toccato tutto», disse a Rebek, «vuoi valutarli?»
La ragazza sfiorò il tesoro:
«Sì», rise malevola, «non c'è più traccia d'altre emozioni, solo la brama di vossignoria: che è più intensa dell'omicidio, la paura e sofferenza di millenni.»
«... poiché l'uomo dimentica prima la morte dei genitori che la perdita del patrimonio... ma insomma: quanto valgono?»
«... questo ha tremila anni: duecentomila astragali; questo ne ha settecento, la fattura è squisita: novemila astragali; questo bracciale milletrecento...»
Rebek fissò il prezzo di quello splendido ben d'Iddio che le scorse fra le dita e sui sensibili polpastrelli; l'iridi bianche, fredde e fisse al vuoto le tremarono di oscure storie di quegli ori e quelle pietre. Levias sfogliò il taccuino, prese nota e calcolò: grugnì d'accise, gabelle e assicurazioni ma gongolò per i molti zeri che risultarono dall'addizione...
«Questo, però», lei gli mostrò un anello, «è un fondo di bottiglia, è ciarpame, non vale nulla. Dovreste sbarazzarvene.»
«Uh? Sei ammattita? So riconoscere lo zaffiro e la purezza dell'oro bianco, so apprezzare le antichità: posso venderlo a ottantamila.»
«Fareste meglio a buttarlo via.»
«Non mi importa se il precedente proprietario è morto della più orribile delle morti», lui sfregò il gioiello sul panciotto di velluto, che tratteneva a bottoni d'oro il disfacimento del grasso ventre, «'spetta un po': te lo scarico, mi dirai se non ho ragione!»
«Non ha negatività, non percepisco emozioni: quell'oggetto è del tutto vuoto, è perciò che mi spaventa.»
Levias, con un sospiro, le cinse i fianchi e intascò l'anello. Inciamparono nei bauli, nei barili di monete e le mobilia funerarie di chissà che civiltà. Chiuse la porta, serrò i lucchetti e ritornarono al peristilio .
«Non metto in dubbio le tue doti, Rebek, ma... c'è un sacco di paccottiglia qui, puoi esserne confusa. Quel tesoro, mi hanno detto, era sepolto in un brutto posto, ed è costato parecchie vite. Ti sei stancata, probabilmente: hai valutato un bel po' di roba.»
«Novemilionitrecentomilaseicentoquindici astragali: dovrebbero bastarvi, sbarazzatevi di quell'orrore.»
«Io non posso, per principio!, rinunciare a ottantamila cocuzze!»
«Datemelo dunque, se ho diritto a una ricompensa.»
«Non vali così tanto. Puoi tornare al tuo lavoro.»
Venne una domestica a riportarla in segreteria. Levias, restato solo, si sedette ad una trifora:
«... non ho mai visto Rebek in quello stato: neppure la volta che esaminò i manufatti su quei cadaveri non-umani del tumulo di Dunwikka...»
E in effetti, quell'anello, era proprio un brutto oggetto: il cerchio d'oro era cesellato a somigliare a una catena, attorcigliata da un viticcio o verme irto di spine ed aculei e chiodi. Lo zaffiro incastonato fra le punte acuminate era un cubo dai riflessi blu di sgradevoli proporzioni, sembrava spegnere i raggi diurni in insondabili profondità:
«Santi déi! C'è... qualcosa lì dentro!...»
Un'ombra inquieta si dibatteva dentro la pietra quadrangolare, Levias guardò meglio: all'improvviso rabbrividì, e un olezzo di putrido gli mescolò le budella. Lo circondarono le quattro mura di una sala senza uscite, una triste e fioca luce gocciolava da una grata. Si trovò rannicchiato, nudo, in un angolo di quel carcere, stordito dal terrore e la vertigine del luogo.
Dalla penombra malata azzurra di fronte a sé gli strisciò contro un'orripilante e patetica creatura: era lo spettro di un uomo anziano mummificato che bestemmiava il dolore eterno di una feroce mutilazione, la mano destra stillava icore dall'anulare mozzato; era avvolto nei logori, sozzi stracci di lino che furono una tunica di mago o sacerdote. Uno stregato fuoco celeste gli scoppiettava negli occhi morti.
«Hai la chiave! La chiave!»
Levias, terrorizzato, scansò l'abbracciò di quell'orrore, fuggì carponi a un altro angolo della cella e urtò lo zoccolo e il treppiede d'ebano di un pesantissimo leggio; un tomo enorme lo stese a terra sotto pagine di oro puro, centinaia di ampli fogli di metallo cesellato.
L'orrido vecchio gli serrò il collo con grinfie gelide e ischeletrite:
«Sei qui per questo! Ti manda lei!»
«Si sente bene, vossignoria?»
Si sentì scuotere, pizzicare: riconobbe una cameriera con l'espressione un po' istupidita; lo scaldò la luce torrida, maleodorante del mezzogiorno e una folata del Sepulchrale che soffiava da sud-est.
Riascoltò i rumori alacri che venivano dagli uffici: dei cassetti, le bilance, i campanelli e grattare i fogli. Ritrovò gli archi e le trifore del piano nobile e la galleria:
«... che cosa mi è?...»
«È da un bel pezzo che è imbambolato qua al davanzale, vossignoria: mi ha fatto preoccupare. Mando a chiamare il messer cerusico, abbisognate dello speziale?»
Lui frugò un centesimo nelle tasche del mantello: la ragazzina gli baciò la mano, le arruffò i ricci, la allontanò; mandò a dire che Ser Moretto si incaricasse dei vari affari:
«Nel pomeriggio riposerò.»
Salì le scale per le sue stanze con lo zaffiro nel pugno madido, gli tremavano le gambe e non riusciva a placare il cuore: e non sapeva se per la fifa, rise, o al pensiero del libro d'oro...


Ordinò che lo disturbassero fra tre giri di clessidra, e che gli inviassero il meno furbo fra gli scimmioni testé arruolati. Fece tutto come i preti - da bambino - gli insegnarono al catenécrosi: la preghiera "noli me tangere" e un olocausto di sale e sangue, l'orazione "nox perpetua", un posto a tavola e la sedia vuota, e il triangolo di gesso disegnato sul pavimento. I turiboli fumarono.
L'energumeno aprì l'uscio con un cazzotto ferrato, si piantò là sulla soglia con la spingarda infiammata in spalla:
«Ti saluto, Levias Aurotene! Sono Girolo da Byrintia: l'Uccisore di Mostri, il Razziatore di Madri, L'Alto Eroe del Mio Paese, l'Emulatore dei Grandi Automi, il Lottatore contro Makistes e il Campione di Plautonia, che giammai si sottomise alle Casate dei Grandi Heyditor!»
«Trovati uno sgabello, fissa questo», lo azzittì: ché ormai riconosceva quel genere di sbruffoni dalle armi e l'equipaggiamento che amavano ostentare.
Un enorme teschio bianco su una lorica musculata, santi déi del cattivo gusto!
Si concentrarono sull'anello e sprofondarono nella cella. Nudi.
«... Santa Sharàpova!...», gemette Girolo.
Lo spettro li aggredì, Levias spinse avanti il suo tributo sacrificale: privato dell'armatura, dello schioppo e del coltello il mercenario del nebbioso nord cadde inerme al suo appetito; la creatura lo rasciugò, lasciò cadere sul pavimento un fantoccio macabro di carne e sangue; l'anima - divorata - gli bruciava fra le fauci. Non sembrò fosse placata:
«Restituiscimi la mia chiave!»
Le dita secche ed i denti fetidi lo ghermirono inconsistenti, lo nausearono, lo raggelarono: innocui, tuttavia.
«Sono protetto dai riti e le scritture che spartiscono ciò che è vivo da ciò che è morto e non osi nuocere. Hai avuto il tuo tributo: credo che tu sia stato un prete, conosci bene codeste cose.»
Il vecchio si accasciò alle impossibili pareti; trovò il senno, la memoria e le parole in remote, dolorose e inconoscibili profondità:
«Sono... stato un bibliomante; mi chiamai... non ricordo il mio nome: sono l'autore...», stornò lo sguardo dal libro d'oro su quel leggio quasi che il suo splendore gli ferisse le pupille: quei bulbi secchi di carne putrida, resina e di larve incendiati dalle fiamme di un castigo oltretombale; «ho edificato questa prigione perché nessuno potesse impossessarsene: l'unico accesso, la sola chiave...»
«Ti riferisci a quel brutto anello.»
«Mi inumarono da vivo, mi amputarono l'anulare, mi costrinsero a guardare fisso lo zaffiro e imprigionarono per l'eternità a custodire la Foris Vera: non ne avrei prodotto copie...»
«Quand'è successo?»
Levias trasecolò, la domanda gli morì in gola: riconobbe, nei cenci sudici del fantasma, le geometriche decorative di certe anfore nei suoi forzieri. Quei bracciali e quella tiara, la collana di avorio e argento, appartenevano all'artigianato del cosiddetto Remoto Impero.
«Regna ancora Carlocamòn II? Fu lui che mi incaricò di redigere il grimorio.»
«Sono trascorsi seimila anni di un altro calendario, vecchio: mi dispiace.»
Ridotto a un'ombra pallida di pena e d'abbandono, il bibliomante fluttuò al volume baluginante di azzurro e giallo, sfiorò la grandi pagine che gli arsero le falangi. Pianse lacrime di ectoplasma di tristezza e di supplizio:
«... avrò ottenuto che l'Infeconda non abbia aperto le Porte Buie: ormai non credo lo farà più...»
«A proposito», lo interruppe: tolse il tomo dal treppiede e si piegò a quei chili d'oro, emozionato dalla vertigine del valore di ogni foglio; «come hai detto che si intitola?»
«Vera Porta della Notte, nella lingua dei tuoi pensieri.»
Non stavano aprendo bocca, Levias si stupì: l'ombra azzurra fra i quattro muri echeggiava di un raschio debole, fiacco, disgustoso; assomigliava alla grammatica spigolosa degli antichi manoscritti. Intuì fosse la voce dello spettro mummificato, e comprese che dialogavano per altre orride facoltà.
«Splendido, superbo, sublime, superlativo! Ma... », le pagine tracimavano di pentacoli e diagrammi; fitti paragrafi in alfabeti dimenticati e incomprensibili trafiletti in sgradevoli geroglifici; incisioni di botanica e sinistra zoologia; «è un libro di magia: non mi rendono tanto bene. Sanno tutti che le Arti Nere non si apprendono sui manuali.»
«Ma questo è un grimorio vero.»
«Vuoi darmi a intendere che funziona, eccome no? Come quei pacchi di fanfaluche del Bionomicon e il De Larvae Secretis
«Era già l'unico allorché lo scrissi. Senza il Foris non si aprono i cancelli degli oltremondi: non lo potrebbe nemmeno lei; sono sicuro lo stia cercando da... sessanta secoli», lo spettro si infiochì, «ed è perciò che ci seppellirono.»
«Di preciso: dov'è, qui?»
Bussarono alla porta:
«Sono trascorse le tre clessidre, vossignoria! La cena è pronta!»
Il fumo pallido dei ceri umani gli punse le narici: l'odore intenso di sangue e sale, dell'incenso e di cenere, soffocava la camera e impregnava le sete. Levias si sfregò gli occhi, si scrollò dallo stordimento, cercò a tentoni sul materasso - vuoto e freddo vicino a sé - quel magnifico volume che lo incendiava di desiderio:
«Era autentico», si convinse, «ma dalla tomba non esce niente... È un luogo fisico, c'è muffa e polvere, l'hanno murato, l'ha costruito; veste con gli abiti da Antico Impero, lo stesso stile dei miei reperti...»
Spalancò le finestre alla frescura dell'imbrunire, una folata smorzò le luci. Lui, per un istante, restò a guardare gli stoppini neri, che si accorciavano e polverizzavano in una pozza di grasso fuso:
«Se è un libro magico non ne avrà danni...»
Corse ai magazzini fulminato da un'idea.


Sperò che il cortile fosse amplio abbastanza: non gli andava di spender soldi per acquistare un palazzo nuovo. Accese la miccia e ci infilò lo zaffiro, fece in modo che i barili si specchiassero nella pietra; corse a acquattarsi dietro le tavole e i sacchi e casse che aveva accumulato al lato opposto del perimetro. Ser Moretto piagnucolava appiattito a terra: un alone di orina gli sporcava la toga; il responsabile dei trenta uomini che aveva scelto per quell'impresa - un evaso psicopatico sfigurato di cicatrici, con il vizietto autolesionista di un rasoio nella brache... - lo guardò livido, con i labbri bianchi e gli chiese sottovoce:
«Siete pazzo, vossignoria.»
No: non era una domanda...
«State giù, chiudete gli occhi.»
Levias contò dieci, venti: il cortile restò in silenzio; tolse i batuffoli dalle orecchie né avvertì lo sfrigolio. Si azzardò dalla barricata, gridò di giubilo:
«Ha funzionato!»
Il mercenario ed il leguleio si sollevarono, sbigottirono:
«L'esplosivo è scomparso... dov'è andato a finire?!»
«Era una miccia da settanta pollici, ci darà tempo: lo scopriremo. Radunate i vostri sgherri.»
Si calzò l'elmetto a punta con il crine di cavallo, trattenne il fiato a indossare un giaco e infoderò le balestrine. Prese bussola, mappe e il cannocchiale, montò in arcione ed uscì in strada ad arringare quei prezzolati. Lo psicopatico con la lametta fra i testicoli, che sprizzarono sangue nero sulla sella, ebbe l'onore di presentargli uno squadrone di cavalleria dei peggiori criminali che gli fossero capitati. Più di tutti lo colpì quella ragazza macilenta, con tatuaggi di neonati come tacche su una spada:
«Sono gli aborti dopo ogni stupro, vossignoria», lo prevenne la tagliagole.
Fece un cenno al capobanda e gli soffiò all'orecchio mozzo:
«Non mi sta bene di avere sul libro paga una cagna che in così tanti si son presi con la forza: vi avevo chiesto dei tipi tosti.»
«È lei che li stupra e uccide», si arrossì lo psicopatico.
Si assicurò dei contratti in regola e le firme sui cartigli. Li guidò per le piazze e strade fino alle porte della città: quella masnada di farabutti - un arsenale alla cintola - non passò inosservata ai suoi rivali del Fondaco. Nétan Meje si affacciò a una moresca del suo palazzo, gli augurò buona fortuna con un untuoso salamelecco:
«Grandi affari messere Aurotene!»
Sparì subito dal davanzale, pispigliò disposizioni: echeggiò dalla finestra un concitato calpestio. Da due vicoli laterali, a un vago cenno di quel serpente, si accodarono ai suoi bravi altri uomini e cammelli. Prudette a tutti di sfoderare.
L'antiquario Moshi Turman comandò di seguirlo a altrettanti predoni ben forniti di attrezzi:
«Se tu ti muovi, messere Aurotene, c'è da tendere le orecchie.»
Si fermarono alle porte in almeno un centinaio. Levias, con qualche pingue difficoltà, ritto in piedi sulle staffe puntò le lenti sull'orizzonte: il boato di un'esplosione lo ribaltò dalla sella, e la colonna di fiamme e polvere si alzò visibile ad occhio nudo, nel cielo insalubre e porporino che opprimeva la Necropoli.
«Fra le macerie c'è un libro d'oro!», ruggì alle sue canaglie; indicò loro la nube nera con un'enfasi da condottiero, «prendiamolo, ragazzi! Vi raddoppio lo stipendio!»
«Doppio di zero è davvero... tanto!», spronarono gli imbecilli. Le squadracce dei concorrenti si buttarono all'inseguimento.
La milizia del barbacane, con megafoni di bronzo, intimò che entro le mura «c'è il divieto di battersi!»: ma cadaveri trafitti già cospargevano il levatoio. L'erta pietrosa che dal fossato scendeva ai tumuli fu insozzata di visceri e ingombrata dai bardotti, che ragliarono sventrati e azzoppati o crivellati.
Le fruste lacerarono le groppe dei destrieri e le carni dei cavalieri che si inseguivano nelle ceneri; le sciabole, le mazze, gli stocchi ed i machete sibilarono e cozzarono e stridettero rabbiosi.
Come sempre in quelle mischie, per il capriccio del Dio dei Ricchi, Levias corse incolume in quello scoscio di palle e dardi; Meje e Turman, affannati, gli galopparono fianco a fianco:
«Un litro d'oro!», strillava il nero, «Questo casino per così poco!»
«Dimmi perché ti ci impegni tanto», l'antiquario lo incalzò, «se è solo un bucintoro
Levias fu molto grato che ci fosse confusione.
I cavalli ed i cammelli si imbizzarrirono fra le lapidi, disarcionarono e calpestarono i predoni meno svegli. Lo psicopatico godette, stridulo e effeminato, di sbattere i testicoli su una celtica di marmo; la ragazza dei feti morti, ritta in piedi su un avello, scavò un cerchio di budella con la rapida alabarda. Asce e spade e pugnali e daghe scintillarono di furia, ne morirono inchiodati dalle frecce e i verrettoni. Combatterono arrancando, nell'imbrunire vermiglio e cupo, trascinandosi alle rovine della cella nell'anello.
Lui, Meje e Turman sgomitarono fra i mercenari, camminarono sugli sgozzati e incespicarono fra gli infilzati. Si lasciarono alle spalle un'immensa rissa di dissennati, che cadevano avvinghiati morsicandosi e graffiandosi.
«Non gli interessa la ricompensa: hanno già l'estasi dell'omicidio.»
I sepolcreti di Thanatolia si spalancarono ai loro corpi.
Meje - la buon'ora - dovette arrendersi ai sessant'anni; restò supino con il fiato corto su una lastra di granito:
«Fottiti, messer Aurotene!», ansimò tutto sudato, «i tuoi spiccioli non mi interessano! Che avete da ghignare?!»
Gli mostrarono, divertiti, che la lapide sulla quale si era steso era incisa di una volpe e del filare di una vite.
«... se è prezioso e molto antico», Turman snudò il suo kriss, «il tuo tesoro può farmi comodo...»
Levias tirò a una coscia, l'antiquario crollo in ginocchio, menò un fendente con il pugnale: gli calciò l'arma di mano. Trapassò il polso con un quadrello e centrò nella clavicola. Incoccò il caricatore del balestrino a ripetizione divertendosi dei guaiti di quel coglione di robivecchi:
«Usi ancora quel coltello! Posso venderti un archibugio?»
L'altro, sofferente, gli mostrò il medio e zoppicò al cavallo.
A due-trecento metri di salita davanti a sé, in un campo di bare aliene dissotterrate e violate, trovò i ruderi fumanti di quel carcere stregato.
La cella cubica si sviluppava per molti metri in profondità, scoperchiata dall'esplosione che aveva infranto la pietra blu seppellita da sei secoli di gramigna e di terriccio. Il rossore del tramonto, e una lanterna che calò accesa, non rischiararono fino in fondo quel vasto abisso di solitudine: ma la fiamma della lampada riverberò sul tomo d'oro, le due lune di Thanatolia lessero i versi del Foris Vera.
«Sei libero, stregone», Levias si imbaldanzì, «ma mi prendo il tuo tesoro!»

spetta a me, maschio mortale

Quella voce lo raggelò. Percepì dietro di sé una presenza mostruosa e immane: non era certo che fosse fisica e calcasse il mondo, camminasse nei cimiteri, o fosse un alito più tremendo, mortifero e glaciale del respiro tenebroso delle cose dell'Aldilà... Era il sentore di carni e umori che decompongono per millenni.
Fu consapevole che fosse femmina. E che sarebbe impazzito e morto, se avesse osato voltarsi...
Il bibliomante, di fronte a lui, affiorò dalla prigione: fluttuò solenne in un fuoco azzurro col grimorio fra le braccia, spalancato a una figura che bruciava di potere. Il libro magico consumava spoglie e spirito del vecchio: lui si martirizzava in quel supplizio definitivo intonando gli incantesimi per un'ultima battaglia:
«... tu non lo avrai mai, Primeva Prostituta... Vattene, imbecille! Non guardare, non guardare!»
Levias vacillò, lo ghermì un terrore puro; ruzzolò dal sepolcreto delirante e ottenebrato. Sentì l'abbracciò dello psicopatico e un olezzo di diarrea; il capobanda tremò, e piangeva, con la voce di un bambino:
«... è molto brutta, vossignoria! Voglio la mamma, dobbiamo andarcene!...»
E le grida degli altri uomini cui esplosero le tempie.
Batté la fronte contro quei feretri. Svenne.


Aprì gli occhi fra le macerie su uno strato di cenere: indolenzito alla nuca e i reni, fra le scapole e all'osso sacro, da qualcosa di grande e scomodo sotto la coltre di schifo grigio. Spazzò la polvere ed il pietrisco dallo splendido Foris Vera: l'oro scintillò del sole pallido, spietato, del tardissimo mattino di un altro giorno sul Continente.
Qualche mulo, indifferente dei molti morti, masticava le carrube e i tarassaco e le ortiche.
Un vento freddo gli portò un'eco nella lingua degli antichi:
Non questa volta: entrambi deboli; l'ho ricacciata, ma è ritornata, rinvigorisce. La tua folle avidità è il migliore nascondiglio. Nessuno deve averlo.
Lui gettò ossequioso una ginestra nella tomba, legò il libro sulla sella di un bardotto recalcitrante. Spese un «amen» per il fantasma e tornò in arcione e spronò le bestie:
«Ma chi vuoi che si danni l'anima, per un libro di magia?»
Nonostante che lo affliggesse un tenebroso presentimento.


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2 commenti:

  1. Davvero niente male,
    specialmente per l'uso del linguaggio e delle espressioni consone all'atmosfera, per i nomi molto appropriati e per la rivisitazione dei cliché del genere.
    Bel lavoro!

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    Risposte
    1. Grazie Ilario, e benvenuto in questo avvilente blog :-)

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