Disponibile su Amazon l'antologia Penny Steampunk: una silloge di vapore, ingranaggi e segreti a cura di Roberto Cera in occasione di VaporosaMente 2016.

Il volume comprende racconti di Aaron Mattews, Alessio Brugnoli, Andrea Frasconi, Andrea Wise, Anna Pullia, Augusto Chiarle, Cristina Barone, Daniele Cutali, Dario Tonani, Duilio Chiarle, Davide Del Popolo Riolo, Emanuela Valentini, Federica Soprani, Vittoria Corella, Filippo Abrami, Marta Mautino, Jonathan Davies, Maurizio Matassi, Barbara Martini, Paola Pozzo, Paula Capilla Mirales, Valerio Amadei e il sottoscritto.

Passatista chi non legge!



I Decurioni ci riportarono in piazza d'armi, gli alabardieri riserrarono le cinque porte dell'edificio con un tuono dei battenti che suonò definitivo. Ci raggrupparono al lato destro del quadrilatero e indicarono la parete a due chilometri antistante:
«Sgranchitevi le gambe.»
Njazi guardò al titano, restò perplesso su quali fossero le intenzioni: lo stesso dubbio tremò sui labbri, negli sguardi, di tutti gli altri in seconda fila che si acquattarono alla sua ombra. Il Decurione sguainò la spada, sfiorò il controllo sul pomolo di ottone e la lama si arroventò. Bruciò le chiappe al mio compagno di branda che corse, e bestemmiò, all'altro lato del cortile. Noi, terrorizzati, ci buttammo all'inseguimento; mi nauseai del puzzo dolce di carni cotte e fuggii con il voltastomaco il ronzio del termo-gladio. Duemila metri in un batter d'occhi, mi si infiammarono i polmoni e il cuore. Sull'attenti e furibondo allo stesso modo, di là, trovammo un istruttore con la lama arroventata: quando il primo andò bocconi sul maledetto cemento armato - era un toro di Ekaterina con i bicipiti impressionanti - lo sferzò ad una natica perché subito tornasse indietro:
«Correre, correre, correre perdio!»
«Quante volte?!», singhiozzai.
«Non ho detto quante volte.»
Stramazzai a metà percorso già alla terza: vomitai. Mi ricordai dei miei insegnanti ed allenatori che - nella pratica degli sport - mi ripeterono per tanti anni che ero bravo; eccezionale! Sarei stato un atleta! Li annegai di vaffanculo in una bava catarrosa. Mi consolai di non essere una mezzasega vedendo Tirso, Epona e Mohamad stesi a boccheggiare e tossire accanto a me. Aureen, poveretta, era caduta già al primo giro. Al quinto era una gara di resistenza e aristocrazia fra i ragazzi e le ragazze della Cerchia degli Spettri; due minuti più tardi, su uno spiazzo cosparso di falliti, si sfidarono solo Kaoutar, Francoise e un pelorosso di Hillary-Condoleeza. E il nostro angelo biondo non era ammanco sudata...
Ci tornarono il colore, il fiato e riuscimmo a risollevarci; e ci sedemmo e sdraiammo a terra a invidiare quei campioni.
«... alla negra, alla fantasmina coi tacchi alti, non si può rompere il cazzo...»: Guy cercò il consenso  degli sconfitti suoi pari; noi - prostrati tutt'attorno – gli annuimmo ammutoliti. All'improvviso una fitta atroce mi colpì il collo: vidi addosso un Decurione molto arrabbiato, e schifato, che scrostò la sua termo-lama da un trancio cotto della mia pelle:
«Chiacchierate. Potete alzarvi. Dovete correre, coglioni!»
È incredibile ricordare che durò per tutto il giorno; anche Kaoutar e Francoise si fermarono a respirare. I termo-gladii non rispettarono le loro pelli delicate: le sfregiarono di disprezzo, insufficienza e disciplina non appena si stancarono e crollarono supine.
E ancora più impossibile è che corremmo per cinque anni.
Quel crudele esercizio ci toccò ogni mattino, e lasciai su quell'asfalto gli umori più schifosi: finché i chilometri mi sembrarono pochi passi e restai accaldato appena, la piazza d'armi divenne piccola. Ma ho memoria di un giorno torrido d'estate in cui sui sassi grigi restò un corpo senza vita; era strozzato dal sangue nero del cuore esploso che fiottava dalla bocca in una pozza appiccicosa. I martiri, gli eroi, i santi porpora dei fregi dell'Accademia ci si specchiarono pietosi, orgogliosi e indifferenti finché non ce ne accorgemmo e decidemmo di rimuoverlo; troppo presi e soddisfatti della nostra stessa forza.
Epona strillò che eravamo tutti stronzi, e si chinò su quel volto esanime e terrorizzato di una ragazza di diciotto anni dalle propaggini di Spice-Moss.
Aveva un nome che non ricordo da quel lontano 2680.


Già l'anno prima ci esercitammo con le armi vere, o le sole che da allora adoperammo come tali. Negli olo e la realtà, nei V-game e alla cintola dei poliziotti, avevo visto e imparato a usare i miserabili ferrivecchi che nasconde nei pantaloni ogni bulletto di subcittà: la Plasmafucker Smith & Krupp che aveva Aureen o il Kalashuzi KA 67 dei violenti sogni erotici di Njazi e di Bajaga. Non si potevano trattare i voti coi professori, a scuola, se non premevi alle loro tempie la bocca fredda di una calibro quarantotto; pur sempre più maneggevole degli M-80 d'assalto istallati sulle cattedre delle aule di Superiores. Finì - nel mio quartiere - in un circolo vizioso: papà e mamma  mi compravano i proiettili se avevo buoni voti, ma le pagelle erano l'esito di sparatorie che costavano raffiche da quattrocento al secondo...
Questioni, oramai, che appartenevano al passato: capii che erano giochi quando vidi la prima volta una neurolancia, e brandii la termospada che divenne mia per sempre.
Fu uno strano, silenzioso e irreale antetramonto. I Decurioni non abbaiarono come il solito: ci chiamarono ad un gazebo issato al centro del quadrilatero che sorvegliavano, devoti e timorosi, con gli occhi bassi e le braccia al petto in un rispetto religioso.
Lo scoprii solo più tardi: non sarebbero mai stati degni di quegli oggetti divini; spettavano a noi soli. Li sapevano adoperare, fabbricare e riparare; ce ne avrebbero insegnate la potenza e disciplina, ma... Spada e lancia erano solo per gli eletti Protagonistes.
Allorché toccò a noialtri, Settantesima Decuria, ci stupimmo che l'esercizio non si svolgeva come il solito tutti insieme: il quadrato era deserto; gli altri gruppi erano chiusi negli alloggi rispettivi.
«Avvicinatevi alle panoplie degli strumenti, reclute», ordinò un istruttore: fu la prima e unica volta che non dissero coglioni. Il Decurione che ci parlò - era maestoso, rispetto agli altri - eguagliava in prestanza fisica il Direttore dell'Accademia: le ferite dell'età, la pelle ruvida e piagata, lo arricchivano di autentica e dolorosa esperienza. E pensai che la mia vita non sarebbe mai bastata a esperire ed apprendere così tanto di realtà: se quei segni li aveva avuti in combattimento, sulla Terra, le vallate di quell'inferno e porcile mi apparvero desiderabili.
Ci scoprì la rastrelliera da un lenzuolo di seta rossa.
«I detestabili Grandi Aridi che governano quel pianeta - l'hanno tutto divorato riducendolo un deserto - hanno eserciti di miliardi di effettivi: non basterebbero tutti i proiettili e le testate dell'universo. Se sparate si rintanano nei loro covi, se bombardate vanno a nascondersi sottoterra... riaffiorano innumerevoli per combattere ad oltranza. Ma, soprattutto, è una questione morale: contenderemo le nostre anime. Bisogna uccidere i Grandi Aridi con armi nobili e simboliche; fare capire a quelle bestie dai bassi istinti che cos'è la civiltà. Voi vi batterete come eroi dei tempi antichi.»
La spada era un'arma termica come quelle dei Decurioni, ma la lama era lunga il doppio; l'elsa era completa di una gabbia cesellata che - oltreché a servire di protezione - incorporava un meccanismo incandescente più potente dei loro gladi di un centinaio di fahrenheit.
«Alla massima potenza ha autonomia limitata», ci spiegò l'istruttore: la spada gli avvampò nei pugni ignifughi inguantati e gridò di distruzione, ci accecò di luce bianca: era lo strale di un nume olimpico e la mannaia dei serafini; «ma può fondere, evaporare e incenerire qualunque cosa.»
Calò un colpo su un campionario di pietre e leghe che all'istante ribollirono, fumarono, sfrigolarono liquefatte:
«Alla minima potenza e batteria quasi scarica può amputare un arto umano con un singolo fendente.»
Guardai le pozze scure e maleolenti sull'asfalto: marmo, granito e  un amalgama di metallo. Pensai che era un effetto che non volevo verificare. Ma il Decurione freddò la lama fino a una tenue fosforescenza, tranciò di netto il braccio destro di un suo collega che crollò fiottando rosso senza emettere un lamento. Cadde in convulsioni e restò muto e inespressivo. Noi ci impietrimmo lì, insozzati di umori neri e lattiginosi che sgorgavano con il sangue dalle arterie carbonizzate. La carne viva puzzò di plastica. Altri due Decurioni trascinarono il cadavere.
«... ày cazzo cazzocazzocazzo!...», Tirso rabbrividì.
«Come credete di dovere usare questi aggeggi, coglioni?! Servono ad uccidere!»
Le neurolance luccicavano su un'altra teca, coi puntali di diamante contro il cielo rosazzurro. Aste d'osso di un metro e ottanta che si strombavano in prossimità dell'impugnatura, che proseguiva in un cuneo esile, e altrettanto prezioso, per due metri e cinquanta di lunghezza complessiva. La bugnatura pulsante e tumida dove stringerla e brandirla, quella viscida coltura di vesciche e di ventose, si appiccicò all'avambraccio e il polso e il pugno chiuso dell'Istruttore.
«Non c'è un caricatore, non occorrono munizioni: gli organismi psicoreattivi coltivati nell'asta incanalano le onde elettriche del vostro odio per i terrestri, lo esplodono in un raggio di un chilotone di intensità.»
Puntò l'arma contro il petto di Kaoutar: noi, tutti vigliacchi, le facemmo il vuoto attorno; Francoise le restò vicino con un sorriso di sufficienza. Lei, niente affatto turbata, non si mosse di un passo: io, tutti gli altri, ci preparammo a vederla ardere, e sgretolarsi nel vento freddo in una polvere radioattiva.
«... naturalmente non è possibile, qui, dimostrarvene il funzionamento: ci sarà un'altra occasione.»
Il Decurione stornò il puntale e abbassò la lancia, si strappò le appendici vive dall'avambraccio e ripose in rastrelliera quell'oggetto perturbante.
«Odierete i Grandi Avidi per ragioni personalissime: le lance, a loro modo intelligenti, le apprenderanno e diventeranno viepiù potenti. Le prime volte sarà questione di rabbia, ferocia e istintiva sopravvivenza; poi, però, diventeranno pulsioni lecite, benedette. È un intimo, lungo e doloroso processo: a ognuno verrà assegnata la propria arma, da oggi vi apparterrà, viceversa le apparterrete; se imbracciata da un estraneo cesserà di funzionare. Ripetete perciò con me, reclute Protagonistes: queste sono la mia lancia e la mia spada; ce ne sono tante come loro, ma queste sono mie. La mia lancia e la mia spada sono i miei migliori amici. Sono la mia vita: devo dominarle come domino la mia vita. Le mie armi, senza di me, sono inutili; senza le mie armi, io sono inutile. Le mie armi sono umane come me...»


Oltre che ammazzarci di corse e corse a ostacoli, sollevamento di enormi pesi, prove sadiche di resistenza e sopportazione, ci dedicammo a tre materie in particolare la cui utilità ho compreso molto tardi: Storia, Estetica ed Epica della Guerra. Quegli studi si protrassero lungo l'arco dei cinque anni, e produssero un effetto che è ridicolo, al ricordo. Con le intense settimane di sforzi fisici, flessioni e combattimenti, nel '78 finii per essere un orangutan proletario umiliato su una sedia sotto scrosci di cultura. Nonostante i miei diplomi delle scuole obbligatorie, nonostante i buoni voti, le neurochat, i synapsis-network e il perpetuo chiacchiericcio del socialmondo, la prima volta in quell'aula studio col professore mi scoprii un analfabeta. Seppi di leggere senza intelligere e che scrivevo incoerentemente; sapevo far di conto:
«... ma lo fanno anche le macchine...», mi umiliò l'insegnante.
Io, Mohamad, Tirso, Guy, Aureen e Bajaga fummo complici disperati in quel supplizio di lettere. Faticavamo a restare fermi seduti ai banchi. La didattica subliminale negli intervalli di sonno, che in compenso ci bruciò qualche migliaio di neuroni, produsse i suoi effetti che notai nell'81. Mi guardai nello specchio intero dentro a un'anta dell'armadietto: lo scanner medico di illuminò di luce verde e positiva salvo un avvertimento circa l'abuso di integratori. Il ranocchio imbecille ch'era venuto da Sofia Loren - magro, troppo ignaro di tutto - stava affondando negli occhi cupi e consapevoli del macigno beneducato e acculturato allo specchio. Io non c'ero più: se c'ero stato ero un altro; e avevo più parole e più pensieri per pensarlo.
«Ne hai fatta di strada, oui», mi sorprese Francoise, «ma c'è molto da migliorare.»
Lei e Kaoutar coi neurolibri si trovavano a loro agio, si rivolgevano all'insegnante in lingue antiche ed altisonanti. L'inquietante fu che Kaoutar discorreva, anche più spesso, in quel dialetto rotondo; lo trascriveva coi pittogrammi sugli olo-desktop sospesi in aria. Persino i Decurioni la ascoltavano stupefatti: ci fu una volta che sottovoce commentarono «è il suo specifico» ma, fino all'82, si rifiutarono di spiegare cosa intendessero con quel termine. Njazi invece, non lo avreste mai detto, ne sapeva abbastanza da tener testa agli Spettri.
Per Epona fu difficile quanto noi subcittadini, ma le materie la interessavano, ne divenne ossessionata. Ci leggevano i testi antichi: Per un uomo valoroso che combatte in prima fila, di Archiloco; o Il duello di Mazinga e Inferno di Kiyoshi Go Nagai. Le discipline che ci educarono a certa idea di noi stessi quali Orlando, Achille, Ayrton Senna, Diego Armando Maradona degli spazi siderali, la facevano sorridere di un sorriso allucinato:
«... è la Storia che mi inquieta...», confessò l'ultimo anno, «è incoerente, è inesatta: è mai possibile che voi secchioni non vi accorgete di come i testi si contraddicano?»
Njazi, Kaoutar e Francoise le smorfiarono indispettiti:
«Bisogna credere a quello che ci insegnano. Bisogna avere fede.»
La invitammo a tirare d'up e scolarsi un'altra Asahi Stars.


Gli esercizi di scherma termica diventarono letali. Solo Guy riuscì, la prima volta, a impugnare, sollevare e adoperare quelle spade: nonostante la lama fine, l'elsa artistica e cesellata e placcata in oro, mi indolenzirono i polsi e i tendini per lunghi mesi di allenamento; quattro chili di ceramica, acciaio e i meccanismi nel pomolo. Ci accanimmo sui manichini che non avevano del tutto forma umana:
«Ma i Grandi Aridi sono peggio!», ci avvertirono gli Istruttori.
E ci mostrarono le olofoto e le riprese di quelle cose; certe immagini sfocate intraducibili di chiazze: microsecondi di olodirette in combattimento dall'ottica degli elmi dei morti e fatti a pezzi; di sguardi extraorbitali dai telescopi delle helionavi.
«Vedete bene che cosa sono, come si muovono e come agiscono. Imparate a conoscerli, imparate a difendervi.»
Io, Aureen, Mohamad e Tirso ci scambiammo una muta occhiata di ribrezzo e codardia:
«Io non so», pensai, «se vorrò averci a che fare mai.»
Quando credemmo di essere abbastanza forti, veloci e in gamba con quegli aggeggi ci dedicammo ai combattimenti dieci-uno contro i Decurioni responsabili di ogni gruppo. Il nostro referente, il signor Caramouche, ci atterrò in otto secondi e ventotto decimi con ferite superficiali: ebbi un'ustione di terzo grado alla spalla destra che guarì in mezza giornata di terapia nutritiva. Ero immerso a medicarmi in un sarcofago di biobrodo, avevo accanto Bajaga e Njazi con il costato arrostito. E assistemmo al lavoro macabro dei necrofori robot che infornarono sette corpi nelle camere crematorie. Riconoscemmo quattro ragazze della Decuria LXIX: la termolama le aveva arse dal torace fino all'inguine; gli altre tre, irriconoscibili, sfrigolavano decapitati.
«Ce lo ripetono tutti i giorni: qui si muore, se non sei svelto», Njazi si incupì.
«Noi, però, siamo vivi. Siamo fighi.»
Allo scontro successivo, con De La Vega della Decuria XLIV, fui l'unico a restare in piedi con appena una scottatura. Guardai Francoise e Kaoutar con la baldanza dell'imbecille: loro, atterrate coi fianchi arsi, mi risposero che no:
«Non hai imparato niente.»
«Vi ho battute, Fantasmi stronze!»
«... e perché, se hai vinto tu, io sono vivo?...», mi apostrofò il Decurione. 
E mi ci vollero due settimane di chirurgia per riprendermi da un affondo nelle viscere.


Quel mattino antetramonto del gennaio dell'82 gli Istruttori ci aspettarono disarmati: tememmo tutti un'altra prova di lotta libera con quei figli di puttana, ch'era mordere l'asfalto con fratture e emorragie. Ma ci ordinarono di sfoderare e ci allinearono ai quattro lati:
«Oggi si fa per scherzo: con avversari del vostro calibro», ghignarono feroci, «preparatevi coglioni: deve restarne soltanto uno.»
Io, Tirso, Aureen ed Epona ci guardammo istupiditi:
«Sarebbe a dire?», Bajaga esitò.
Per un istante calò un silenzio assassino, teso. E all'improvviso la piazza d'armi gridò massacro febbricitante, e ci gettammo l'un contro gli altri con le lame incandescenti: corremmo, in centinaia, a quell'ardente carneficina. Assaltammo gli otto superstiti della Decuria XLIII, li lasciammo, bruciacchiati, a lamentarsi sull'asfalto. Ci impegnammo con i XXXI: Guy colpito al petto, crollò a terra fra le fiamme, ne portò quattro con sé sotto il peso del proprio corpo:
«Io sto bene!», bestemmiò, «Picchiate duro!»
La mia battaglia finì azzoppato contro un merdoso del XLVIII da un fendete alle cosce. Njazi, Bajaga e Mohamad si buttarono a testa bassa contro i ragazzi del XII: li costrinsero, spalle al muro, con le lame puntate al cuore; ne accettarono la resa. Tirso ed Epona si occuparono di qualche smilzo della VII; Aureen, accerchiata all'improvviso da tre rabbiose della LXXXI, sfoderò la plasmafucker e le colpì nello stomaco, Tirso corse subito a bruciare le ferite:
«Spera che sembri l'abbia colpite una termolama, imbecille! Mettiti quel ferro in culo: gli istruttori ti ammazzano!»
La aiutò ad alzarsi in piedi e ritornarono ad azzuffarsi, finché lui fu abbattuto da un roverso alla spalla destra che lo lasciò in una pozza scura fra singhiozzi di dolore. Aureen lo trascinò fino al perimetro del cortile:
«È fuori combattimento!», lo protesse, «Guai a voi se lo toccate!» 
Kaoutar e Francoise combattevano da sole, circondate da avversari che bruciavano come sterpi. In mezz'ora di entusiasta, spaventoso macello, la piazza d'armi era un tappeto di feriti, moribondi con braccia e gambe amputate che imploravano il soccorso degli automi portantini. Nei locali dell'infermeria, già affollati dei più gravi, ribollirono le bio-vasche rigeneranti i tessuti organici.
Noi, esausti, ci accasciammo fra i caduti.
Loro due, però, terrificanti di sangue e cenere, restarono spalla a spalla con gli stivali sui gargarozzi di due nemici: stesi a terra, disarmati e sconfitti, che chiedevano misericordia sotto il fuoco delle spade.
I Decurioni le esaminarono con malcelata soddisfazione.
«Basta, voi due zoccole», Epona tirò il fiato, «siete le migliori, d'accordo: si è capito.»
«Non siete le migliori», le sfidò un Istruttore.
Francoise affondò la lama in mezzo agli occhi del prigioniero, gli incenerì le cervella in una vampa grigiastra. Guardò Kaoutar in perfido trionfo. Lei, livida di colera, alzò l'arma a decapitare il suo avversario: si trattenne, spense, rinfoderò, e lo scacciò con un calcio all'inguine a rantolare fra gli sconfitti. Agguantò Francoise al bavero e le soffiò sulla faccia:
«Sei una gelida puttana. Sarò sempre al tuo fianco.»


Per il fatto che le lance si alimentavano del nostro odio, e un'ardente xenofobia nei confronti dei terrestri, ci fu possibile esercitarci solo tramite il simulatore: il che non era granché diverso dai virtualgame. Anzi: constatai un po' sorpreso e un po' deluso che la grafica, il ritmo, il grado di realismo  dei macchinari dell'Accademia era scadente rispetto i box, le oloconsolle e gli ambiental che giocavamo fino a prima di arruolarci. Ma trattandosi di dotazioni istituzionali, pensai, non avevano interesse ad adeguarsi ad ogni nuovo giocattolino: era importante che funzionassero e servissero allo scopo. Simulazioni di cacce eroiche in solitario contro eserciti nemici: quei selvaggi imbarbariti, spaventosi e disumani, che ci avevano usurpato e divorato il Pianeta Azzurro:
«... che dovrebbe essere nostro!», ci arringavano i Decurioni.
«Sai spiegarmi com'è 'sta storia?», mi confidai con Epona. Poté parlare delle ossessioni che la rodevano da troppi mesi.
«Da quando siamo in guerra con i terrestri?»
«Non lo siamo stati mai: prima o poi ci attaccheranno.»
«Da chi ci hanno difeso i grandi martiri dell'Età Antica?», mi indicò i fregi marmorei ai piani alti del quadrilatero, «che battaglie commemoriamo?»
«Le battaglie del passato.»
«L'hai detto tu: non ce ne furono. Solo minacce: saremo i primi.»
«Li abbiamo sempre addosso!»
«Quant'è distante la Terra?»
«Zero-quattro unità astronomiche.»
«I terrestri sono selvaggi antropofagi. Ci combattono con pietre e clave, ci danno addosso con zanne e artigli.»
«Mio dio, ti rendi conto che belve?!»
«Non hanno helionavi: come arrivano fino qui?»
«Dobbiamo andare a stanarli noi.»
«Ci terrorizzano che arriveranno fin da quando siamo piccoli. Dove ha origine la razza umana?»
«Sulla Terra.»
«E perché noi siamo umani?»
«Ci scacciarono dopo che terraformammo.»
«Terraformammo il pianeta Terra?», rise.
«Terraformarono la nostra Venere.»
«Loro? E che ne pensi?»
«Che mi incasini!»
La lasciai ch'ero stordito e che tremavo dalla rabbia.


Lo spiacevole della lancia - non potrò mai abituarmici - è il connettersi agli organismi aggrovigliati all'impugnatura. È il suggere istantaneo di lamprede e sanguisughe, che ti rasciugano la carne viva con un brivido venefico. Peggio ancora è quando senti il tuo stesso braccio diventare quelle viscide e orripilanti appendici; o il senso orribile di necrotica fissità che ti si insinua nel radio e l'ulna, le cartilagini e le falangi; l'osso morto della lancia che è diventato il tuo proprio osso.
Ci ipnoindussero nel sonno le esperienze dei nostri martiri, e sognammo di morire; ci macellarono e cucinarono per un banchetto di carni umane. Notti intere tormentate dai grugni scuri e tam-tam ossessionanti e storditi da suffumigi, e sequenze ininterrotte di sevizie e sgozzamenti. La violenza insopportabile delle loro religioni. Ci svegliammo con le lenzuola e i materassi bagnati. Se in quei momenti le avessi avute davanti a me, scimmie abominevoli, ero sicuro che la mia lancia le avrebbe arse di chilotoni.
Epona incrementò i suoi studi subliminali. Un pretramonto mancò all'appello per la corsa nel cortile, e il Decurione mi incaricò di andarla a prendere:
«... ma a calci in culo, perdio!»
La trovai stesa in brandina con gli occhi rossi, sbarrati; schiumava, tremava di convulsioni ed era pallida, fredda: ciò nonostante mi guardò lucida. E le bruciavano le pupille di inesorabile disperazione. La coperta, lo scendiletto, erano sparsi di neurodischi.
«... è tutto una cazzata!...», rantolò.
Chiamai all'interfono i portantini-robot; gridai all'Istruttore: in un istante il signor Caramouche, Aureen, Tirso e Bajaga si accalcarono sulla soglia:
«Cosa cazzo le è successo?!»
Epona si sforzò, strisciò fuori dal letto, gridò un dolore atroce e afferrò la propria lancia. Si ficcò in gola il puntale candido scintillante e schiumò sull'asta bianca con un ghigno spaventoso:
«Imbecille!»
«È impazzita», Kaoutar ridacchiò.
«Cosa crede di fare?! Non funziona se non...»
Il raggio azzurro schiarì la stanza, le esplose il cranio in una nube di fuoco e sangue: sfondò una parete. L'onda d'urto ci stese a terra in uno scroscio di macerie, schegge di legname e rottami di alluminio; frattaglie, schizzi neri e il puzzo acre di carni in fiamme.



2.
Il nostro treno cambiò rotaia: dalla linea che attraversava le cinque cerchie di megalopoli, e infine girava attorno le torri immense dei Fondamenti, scese diritto in un canale di cemento quasi riconquistato dai licheni e i rampicanti. Sembrava un intenzionale e ordinato abbandono, per rinverdire di una foresta il decadente e postindustriale. Nell'ombra e nel profondo di quel parco inselvatichito, il cui cielo era tutto grigio dei monoliti governativi, ci infilammo in un lungo tunnel che sfociò a una luce rossa: le lanterne e i grandi fari che rischiaravano l'Accademia.
L'Istituto era un massiccio di pietra porpora rettangolare martoriato di feritoie e piccolissime finestre, tutt'irsuto di antenne e d'ottiche e strumenti incomprensibili. Più vicini osservai gli scheletri di parabole e di radar, trasmettitori che arrugginivano da molti secoli e infittivano un terrazzo con gli aggeggi in efficienza; cavi in gomma, decomposti, e attorcigliati all'acciaio lucido. Le mura invincibili, basse, ricoperte d'altorilievi, raffiguravano seicento anni di eroismi e di martirii; eroi nudi dai corpi splendidi e gli sguardi spaventosi che - all'abbordaggio delle astronavi, sui destrieri biomeccanici - combattevano a termospada e neurolancia i Grandi Aridi di quel mondo... Potei tradurre i fregi facili e famosi della Guerra di Virgin-Amazon e la battaglia di Cape Canaveral; Kourou, Bajkonus e gli scontri di Tiangong. La maggior parte, mi vergognai, non riuscii ad interpretarli.
L'Accademia comprendeva una sua propria fermata: era un hangar multilivello che accoglieva intere flotte. Arrivammo in contemporanea con altri quattro convogli rossi; lessi i codici, e i nomi, di rispettive città-stato. Mano a mano che scendemmo i Decurioni ci contarono, ci spartirono in decine e cominciarono daccapo:
«Fermi lì, e restate coi camerati.»
«Perché a gruppi di dieci?», qualcuno si intestardì, «Voglio restare con il mio amico, là: non fa la differenza.»
«Si chiamano decurie
Spintonarono nei ranghi i lamentosi e disobbedienti, ci ordinarono che li seguissimo fino a un complesso di dormitori. Si trattava di edifici perimetrali a una piazza d'armi: antistante una galleria fortificata da un barbacane, con obici a rotaia già obsoleti da decenni, un pròtiro a cinque volte accedeva all'istituto, e altrettante gradinate si arrampicavano nei suoi meandri. Le camerate da dieci letti con i portoni quadrangolari, di ottone, contrassegnati in cifre antiche da uno a cento, sostenevano - schiacciate al pianterreno - le metrope e i capitelli di altri nove livelli, istoriate di gesta eroiche di martirii e combattimenti. Era un'arte ininterrotta di pietre rosse e striature d'ambra, di inferriate in metalli neri e cesellate di leghe e d'oro. La piazza d'armi sarebbe bastata all'atterraggio di un'helionave, coi pannelli spiegati sotto gli aliti solari.
I Decurioni ci intimarono di fermarci sull'attenti, attivarono gli olo-pad, ci indicarono le stanze lungo i lati del quadrato:
«Ci si augura sappiate leggere dall'I alla C, coglioni: ora vi chiameremo per decuria a decuria: voi, nell'ordine, filerete ai vostri alloggi.»
In laconico contrasto con le opulenze dei Cerchi Alti, lo splendore di sangue ed oro di tutto il resto dell'Accademia, nei dormitori trovammo solo quelle essenziali scomodità: c'era un letto di lattice, il necessario all'igiene, l'uniforme da fatica in una teca disinfettante; l'armadio a muro non troppo capiente, per gli effetti personali, che contenesse non troppe cose e meglio ancora nessuna affatto. Farmaci, cibo, integratori e pastiglie d'up - ciò che ovvero ci abituarono a considerare manutenzione - erano a cura dell'Istituto e ce ne avrebbero somministrati. Non più nostri bisogni: ci promossero ad ordigni.
Le armi, casomai, se ce le fossimo meritate.
«Non siamo qui per questo?!»
Il ragazzo che mi assegnarono per compagno di brandina, Njazi, di Montalcini -Fallaci est, si dispiacque di non trovare il suo fucile fusore.
Io e Mohamad, malgrado tutto, ci trovammo a nostro agio. Quelle camere non erano poi così diverse dalle cellule che abitammo nei rispettivi alveari. Ci rassegnammo a non avere la V-Box, i computer ambientali per gli oloporno a parete, gli erogatori di Demos Cola, gli inoculanti di LightDrug, e le reti neurosocial per condividere emozioni d'altri:
«Sono inutili cazzate», ci stringemmo nella spalle, «la smetteremo di farci seghe.»
Epona ci mise un po' ad abituarsi a quei rigori; dava a intendere di nottate trascorse fuori e stagioni on the grav di okkupazioni e anfetamine. Le sue spalle, il costato e la nuca erano annali di bolle turgide e cicatrici da elettro-manganello dei reparti Soppressorii... O forse, nei suoi quartieri di benestanti, era una moda anche l'infliggersi certi segni... In certe sere ci raccontò dei disordini a sud di Akna quando i porci poliziotti rastrellarono Areta Franklin:
«... c'ero, ne ho prese tante...»
E c'era stata anche nei riots di Sailor Candy, ad Himika: fra il miliardo di persone attossicate con Zyklon B.
«Hai solo quindici anni», le ricordava Mohamad.
«Bisogna vivere tutto e subito.»
Poi però, per le prime settimane, finì ogni sera con l'occhio pesto, o arrossata di schiaffi, per il lagnarsi coi Decurioni che il materasso non era morbido, il sapone profumato; le avevano dato dei pantaloni troppo larghi, strappati, e pretendeva un menù diverso rispetto il farro e le larve.
«Devo evadere», pianse spesso, «questo posto è uno schifo.»
Ci sfidavamo in scommesse perfide sul crollo di Francoise: la sua smorfia di ribrezzo, quando entrò la prima volta negli alloggi, ci fece credere che il giorno dopo non l'avremmo trovata lì:
«Un raggio rosa teletrasporto brillerà dalla finestra», scherzai, «svanirà in una nube di Chanel numero dodici.»
«Dovrebbe essere Yves Saint Laurent, pusque Chanel è per le vecchie e sciatte.»
E, se ci avessimo puntato crediti, quelle scommesse ci avrebbero rovinato.
Lo squallore militare delle abitudini che ci imposero, e il degrado essenziale e punitivo di quelle carceri, non riuscirono a offuscarla: Francoise era una lucida, incorruttibile, fredda perfezione con un difetto di umanità ch'era limpido ed angelico. Ci avrebbero addestrato a diventare déi-carnefici: mi spaventavo ad immaginare come l'avrebbero trasformata.
Riguardo agli altri sei che ci toccarono per camerati solo Tirso apparteneva ad Afrodite: salito a La Marianne qualche vagone più addietro il nostro.
«Ay, peccato! Avremmo fatto il tragitto insieme!»
Me lo ricordo abbronzato sempre con i capelli neon-impastati; a un erotico, comico compromesso fra l'impeccabile e elegante e il cafone e trascurato. Portò sempre l'uniforme da far pensare a una posa da calendario: il soldato toy-boy, lava a-gravmobile a petto nudo, per ninfomani attempate di quei neurobook bestseller.
Aureen, subcittadina di Norma Jeane, si sistemò nella stessa branda di Hypas da Tueret. Condividevano i geni etiopi dell'esecrata e perduta Terra: ma distavano, socialmente e culturalmente, le medesime ed evidenti e incolmabili unità astronomiche. L'orizzonte, il vocabolario, i pensieri di Aureen si spiaggiavano alle olo-serie e i contest musicali; digifirmava con una tag. Aveva addosso il peggio o meglio dei cataloghi Space Adidas e le lucevano al collo pingue catene d'oro e di sim-brillanti. E guardava alla realtà con un autentico disinteresse. La sua unica risposta, quando Mohamad le domandò «e che cosa ne pensi, tu, dell'essere Protagonistes?...», fu masticare un'altra M&M'S da un sacchetto di mezzo chilo.
«'cazzo hai nella cintura!», sbigottimmo, «è una pistola?!»
«Plasmafucker Smith & Krupp quarantadue-cinquantuno», lei sfoderò, «E i Decurioni non se ne sono neppure accorti.»
«Non te l'hanno requisita: che è diverso», disse Njazi, «perché è un'arma che vale un cazzo.»
Aureen la puntò al mio compagno di brandina: lui la disarmò, gliela rese allo stesso istante:
«... però mi piace, sai, come ragioni...»
Hypas, come Francoise, era erede di Spettri. Scriveva in geroglifici; si esprimeva fra sé e sé in un dialetto vellutato: che evocava incenso, mirra e incendi d'oro su un fiume placido. Certe leggende d'altri pianeti e civiltà quadrimillenarie, stupidaggini di mummie, déi-sciacallo e stargate, per lei erano aneddoti, ricordi di famiglia. Ci convincemmo inventasse frottole, come Epona: solo che...
«... le sue sono inquietanti...», cercai di comprendere.
Poi, però, c'erano volte che sotto il casco di chiome nere mi impietrivano quegli occhi caudati di mascara; quei simboli di henné che le vivevano sulle mani. E provavo un impulso atavico di prostrami alle sue tenebre.
Guy, di Budicca e della Cerchia di Merkel-Thatcher, mi stette subito sui coglioni. Faceva il paio con quella faccia da coltello che condivise il suo giaciglio malvolentieri con il buon Tirso: si chiamava Bajaga; recalcitrante le proprie origini e il ceto di provenienza.
«Cosa cazzo ve ne frega? Siamo uguali, tutti uguali qui. Anzi: conta solo chi ci ha le palle, e voialtri nove mi sa che no.»
Francoise arricciò il naso a un improvviso e morale puzzo:
«Non siamo tutti uguali, non.»
Ai Decurioni che ci avevano reclutato, e ci avevano accompagnato durante il viaggio, se ne aggiunsero altri otto che avresti detto clonati:
«Muovetevi, in divisa!», irruppero nei dormitori, «A rapporto dal Direttore!»
Ci arrampicammo a una vasta rampa per otto piani dell'edificio: guardie-robot dall'esoscheletro di pellicano sorvegliavano gli usci chiusi di altre sale e corridoi. Le alabarde degli automi crepitavano arroventate: gli affreschi, gli stucchi, i cassettoni in ciliegio ed ebano ci apparirono distorti nella aureole di calore. I gradini e i corrimano di pietre ruvide, crudeli e grigio-cenere, ci ammonirono ad ogni passo che ACCEDERE LABOR ATQVE LABOR DEMITTERE. Le scale erano ripide: già al secondo piano ci arrampicammo col fiato corto. I Decurioni che ci abbaiavano di andare su, non fermatevi, avanti!; correndo avanti e indietro le nostre esauste e sudate fila, ci fermarono e ci inquadrarono sull'attenti in un'ampia, areata e luminosa anticamera. Raggi ceruli del tramonto penetravano i lucernai, e alleggerivano le forme grevi scarlatte e d'ebano scolpite e attorcigliate nei soffitti e le pareti. I robot-alabardieri spalancarono un portone, e uscimmo a una terrazza alitata da un vento freddo.
«È la prima e ultima volta, la maggior parte di voi, che vedete queste sale e siete ammessi fino qui», ci minacciarono i Decurioni, «Casomai sopravviverete ai cinque anni di addestramento, ritornerete a questa stessa terrazza per essere chiamati con il nome Protagonistes. Non tutti riusciranno: gli altri, ovvero la maggior parte, moriranno in piazza d'armi, vi lasceremo sepolti lì. Non c'è un'alternativa: vi uccideremo o sarete eroi.»
Epona, a fianco a me, espettorò sui solenni marmi del pavimento; Aureen, di fronte, si grattò il culo con insistenza.
Mi sentii il più coglione.
«Le camerate e il cortile interno e i nove morti vostri compagni di dormitorio saranno il vostro mondo per il prossimo quinquennio.»
«Non sono bei discorsi», mugugnai con Mohamad.
«'ste stronzate da militare, dài», rise Tirso.
Hypas e Francoise li ascoltarono rapite.
Uno sperone della terrazza proteso al cielo, l'ennesima gargoyle del pellicano coi suoi pulcini, distese l'ali nell'aria azzurra, rarefatta, e aprì il becco-megafono a assordarci di un Magnificat. Fra gli artigli gli si aprì una botola d'ottone, ne volò fuori uno stormo d'oro di uccelli-robot e affiorò il pulpito a-grav del Princeps Direttore. Si spogliò del mantello rosso e lo stese alla balaustra, una folata glielo involò: glielo strappò sulle nostre teste - un temporale scarlatto e nero - e ricadde a pencoloni da un'ala del pellicano.
«Qual è il vostro destino; qual è la ricompensa?»
Noi ammutolimmo di quell'uomo di alabastro: incarnava un'idea di eroe, grandezza d'animo sovrumana, prestanza eccezionale e benevola saggezza. La sua voce era calma, profonda, canagliesca e solenne; ci sembrò che il vento e il cielo accontentassero i suoi gesti.
«Sono Tàmarlan Makedòsh, il responsabile di questa scuola: come i miei fratelli, come voi privilegiati, ho combattuto su quell'orrendo pianeta per la nostra civiltà. Non ho avuto l'onore di cadere in combattimento, ma ho compiuto il mio dovere: servirò i Fondamenti. È mio compito di educarvi come i campioni di questo mondo.»
«... è un vero Protagonistes!...»
La feci sotto dall'emozione: Guy, Bajaga, mi spintonarono disgustati, mi piegarono di dolore con un cazzotto allo stomaco. Gli istruttori, grazie al cielo, non si accorsero di nulla; solo un'ombra di tafferuglio fra le fila dei sull'attenti.
«I sette miliardi di abitanti di Venere - cittadini di Afrodite, di Budicca e di Tueret; Ekaterina, Akna e Himika oltre i mari di ammoniaca - vivono nel terrore di un attacco dai terrestri. Lo so: lo avete sentito dire; ve lo ripetono fin dall'infanzia, lo ascoltate ogni giorno dai notiziari e sul V-Web. Vi hanno anche detto che è propaganda. Quello che non sapete, e non vi posso tacere oltre, è che l'attacco avverrà davvero: è imminente, e sarà definitivo; la battaglia per la loro o per la nostra sopravvivenza.»
La terrazza echeggiò tutta di stupore e eccitazione, perché eravamo integrali idioti senza scrupoli e timori. Vidi Hypas, e Francoise, che piangevano emozionate. Aureen, Tirso, Bajaga e Mohamad si scambiarono una smorfia di irriverente perplessità; Guy e Njazi scalpitarono a menar le mani. Epona sembrava immersa in un delirio di vaffanculo!; la sua risposta coi denti stretti agli argomenti del Direttore. Io, ricordo bene, ne restai solo stordito.
«Ordine! Silenzio!», ci intimarono gli uccelli-robot.
«I Fondamenti vi hanno protetto, vi hanno cresciuti nell'innocenza; vi hanno nascosto, finché è stato possibile, gli orrori, l'empietà, di una guerra che ci è congenita. Ma siamo giunti all'irreparabile: siete voi la generazione cui toccherà la battaglia estrema; la grande, più feroce e spaventosa carneficina. Siete Isacco, ragazzi: e i vostri Abramo vi immoleranno sui sassi sacri; noi déi-padri non scenderemo dai cieli limpidi a dire no: poiché con i terrestri non c'è dialogo possibile. Voi soli potrete opporvi, voi soli dovrete farlo. E io non ho alcun dubbio che vinceremo e morirete: è il più nobile sacrificio e la più nobile conquista. Perché vi abbiamo eletto, fra miliardi di individui? I Fondamenti vi hanno osservato: non lo sapete, vi accorgerete... avete tutto, sarete tutto, darete tutto e otterrete tutto. Ciò che ho da dire finisce qui: non voglio confrontarmi con gli uomini comuni, vi affido ai Decurioni: ci rivedremo da pari a pari quando sarete Protagonistes.»
Il pellicano piegò le ali, si rannicchiò con il becco al petto, e racchiuse il Direttore in una gabbia di piume e d'oro: riaffondò nella botola, e il Magnificat tacque, si spense all'imbrunire in una lenta dissolvenza.



1.
Trascorsero le settimane e ci si vide meno spesso, i neurophone, i p.i.1) cessarono di cinguettare. Si restò negli alveari sotto gli scrosci di piogge acide, che lavarono i cristalli dei complessi residenziali e fumarono sui binari e i tettucci di grav-mobile. Era il pianto inequivocabile dell'autunno sul continente.
Fu il primo lunedì di quel mese cenerognolo, attendevo alla piattaforma presso i monitor degli arrivi. Era un'ora troppo ingrata per gli stessi pendolari: i serpenti assordanti neri dei treni merci, gli Intermondo luccicanti di ceramica e d'acciaio, scivolavano sulla rotaia pressoché impercettibili, e attossicavano la stazione d'aria elettrica e ferrosa. Stavo a un passo dai proiettori di sicurezza che impedivano di ammazzarsi trascinati dai treni in corsa, ribaltati in un tunnel buio alle folate ai tremila orari. Il boato dei locomotori che infrangevano Mach 3.
Mi aggrappavo alle valigie, pesantissime di cose, nel rollio delle predelle che oscillavano sotto i piedi; sentì il plexiglas delle pareti rimbombare per l'onda d'urto, mi dolevano le orecchie del medesimo tremolio. Gli oloschermi non riferivano del convoglio per l'Accademia: il biocomputer informazioni lo segnalava come un trasporto speciale; prestare attenzione agli annunci audiovisivi.
Quando il traffico supersonico cessò, per un lungo quarto d'ora, fui l'unica persona fra i congegni di proteine. Tubi tortili, gelatinosi, a loro modo senzienti, incastonati nei contrafforti e le pareti del sotterrano: mi sopportarono per i minuti che mancavano ad andarmene. Sentii addosso il freddo viscido e bagnato della loro anaffettiva e artificiale indifferenza; questa stazione è un altro luogo della mia vita che ha smesso di conoscermi. Mi sentii emarginato. Un nugolo di netturbini sciamò fuori dai pavimenti: inondarono il linoleum, l'alluminio, il carrara di detersivi e strisciarono a lavare e spazzolare le superfici.
Premevo il polso ossessivamente sull'orologio sottocuraneo, e insopportabile brillava sempre la stessa ora, o pressapoco la stessa ora... lo scoccare dei secondi in un mondo disabitato.
Restavo ancora solo. I microrobot delle pulizie si accanivano al loro compito, avevano un loro compito: io mi sentii vuoto di una panica incertezza, mi strozzò la sensazione di non trovarmi nel posto giusto. Scesi il baratro dell'imbarazzo, la sfiducia poi l'angoscia fino ad arrovellarmi che fosse tutto un equivoco. Forse hanno sbagliato, ad arruolarmi Protagonistes. Fui tentato di andarmene, benché fosse un reato: ma un reato a quell'età non ti sembra irreparabile; forse, invece, avrei dovuto delinquere.
Non è possibile che un Fondamento commetta errori.
Insistetti nei pensieri più incrollabili che possedevo: li pensai fino a svuotarli di contenuto e persino a dubitare che li avessi mai pensati.
L'altoparlante chiamò il convoglio dall'Accademia, inspirai profondamente e scacciai quelle paure.
I due fari abbacinanti scintillarono nel tunnel, la rotaia luccicò; inghiottii una folata d'acciaio gomma ed ozono, echeggiarono i versi eroici di una cantata di Purcell. La magnifica locomotiva decelerò alla luce cerula del cielo aperto, e il pretramonto grondò rugiada su una polena di pellicano che nutriva una nidiata coi fiotti rossi del proprio sangue. Tutto il treno era istoriato di scarlatto, ottone ed oro: altorilievi di imperturbabili paladini che uccidevano aracnidi e grotteschi orangutan, e i finestrini con vetri d'onice a tutto sesto a impedire le indiscrezioni ed ottundere i rumori.
Tacque fermo sul binario e spalancò uno sportello.
Due titani in divisa rossa con l'araldica dell'Accademia, quel volatile suicida per saziare i propri figli, scesero una scaletta e mi scoccarono con sufficienza, si guardarono tutt'attorno a m'abbaiarono di disprezzo:
«Non puoi essere tu.»
Lo stomaco mi si strinse di fifa e meraviglia. Tamburellarono sui cinturoni e i lunghi foderi dei termo-gladi, calpestarono il pavimento con gli stivali ingrassati lucidi. Si arruffarono le frange di sospiri spazientiti. E insistettero ad ignorarmi e si aggirarono nell'atrio vuoto. Mancò poco che scivolassero sui detersivi dei netturbini.
«Ehi, non c'è nessuno.»
«Il coglione è in ritardo.»
«Dài, che si riparte.»
«È un infame e renitente.»
Sentii il calore dei documenti che mi brillarono nel palmo destro, quasi illeggibili di sudore e per lo stringere le valigie; mi sfrigolarono sottopelle: mi sforzai di convincerli. I titani si accertarono di quella fioca fosforescenza, mi premettero – increduli - la mano destra su un olo-pad. Quelle lettere, la luce verde, illuminarono i loro grugni: PROTAGONISTES PREDESTINATO. E mi buttarono coi miei bagagli in un vagone e serrarono i portelli. Il treno accelerò.
La stazione miserabile sotto i blocchi residenziali svanì subito alle nostre spalle nelle tenebre dei tunnel. Restai impalato là sugli oblò delle portiere: superata la galleria, riaffiorati alla luce diurna, dalla rotaia che si impennava ai quartieri alti potei scorgere l'intero mondo della mia vita da adolescente; rimpiccioliva nella distanza che via via percorrevamo. A un quarto d'ora di arrampicata su quella rampa - rallentammo ai millecento, per la pendenza vertiginosa - gli alveari, le strade, il verde pubblico e i mari pubblici ch'erano stati una vita intera si ridussero a un settore dell'immenso disegno urbano. Quando il treno salì ancora, e corse ad attorcigliarsi a un altro anello di megalopoli, la realtà che conoscevo si appiattì sull'orizzonte, si dissolse all'azzurro cupo di quel vespero perpetuo. La mia esperienza non era nulla, non avevo mai vissuto.
Uno dei titani mi afferrò per una spalla:
«Trovati un posto, scricciolo coglione»; mi trascinò allo scompartimento riservato ai passeggeri.
«Subito, Protagonistes.»
Quello, con la difficile sopportazione che si dedica agli imbecilli, batté la mano inguantata nera ed enorme sull'umbone metallico delle due fasce incrociate al petto:
«Decurione Istruttore. Protagonistes ci sarai tu... forse. Ma sembreresti un raccomandato del Fondamento della Speranza e Carità.»
«Ho il massimo dei voti! Non sono raccomandato!»
«Stai calmo: è una battuta», ghignò al commilitone: «Perdio, se non è un imbecille!»
Trascinai le mie valigie dalle porte al corridoio: e sbirciai in quelle cuccette - da otto posti, deserte - con il timore di essere solo fino a raggiunta destinazione.
Non è possibile, mi impallidii, che abbiano scelto soltanto me.
Una voce annoiata e rauca, da una poltrona a qualche fila di fronte, spernacchiò il mio trasparente e presuntuoso sbigottimento:
«Ti sei creduto davvero un figo, eh? Ci sono subito cascato anch'io.»
Si alzò dalla poltrona, mi invitò ad accomodarmi. Avevo circa la stessa età: ma era magro, coi ricci neri e gli occhi piccoli ed arrossati e quell'accento cantilenante di Afrodite Meridionale. E con quegli abiti leggeri e chiari dei paralleli senza stagioni, salopette affaticate delle Cerchie proletarie.
«Siedi qui», mi offrì la mano, «sono Mohamad Al Almahmoud. Puoi chiamarmi Mad Mad.»
Mi sistemai, ci presentammo, e subito lo tormentai con la mia ansiosa curiosità:
«Perché noi due qui soli?»
«I Decurioni mi hanno spiegato che i Treni Rossi incominciano il loro giro dai quartieri più...»
«... più che cosa?»
«Non offenderti: i più sfigati.»
«Sofia Loren è un gran bel posto.»
«Certo, sì: ne sei convinto.»
«Sei salito prima tu...»
«Mi hanno raccolto a Teresa Vergine»; schioccò le labbra e incrinò la voce come inghiottisse un amaro farmaco.
«... hai detto i Treni Rossi...»
«Ci selezionano in tutto il globo, gliene servono parecchi.»
«... e i primi che vanno a prendere, però...»
«Ti basta dare un'occhiata fuori.»
La rotaia si arrampicò fino alle Cerchie dei ceti medi, e al confine con i quartieri riservati alla borghesia. Le architetture quadrate e grigie del mondo subcittadino, sempre meno distinguibili due chilometri più in basso, si scambiarono coi volti austeri di edifici più raffinati, di antraciti scolpite in archi e contrafforti scanalate. Gli accessi agli alveare, incorniciate di florilegi, scricchiolavano di assi lucide di legnami rossi e neri. Mi spaventarono le immense piazze fra gli abitati di quella Cerchia, ettari bianchi di acciottolato e boschi interi di fari elettrici, i batiscafo e le barche a vela navigavano i giochi d'acqua, percorrevano fontane... Stornai lo sguardo dal finestrino ch'ero madido e stordito.
Lì era tutto grande; non è alla mia portata.
«Giù da noi ci è stata data l'istruzione che si è potuto», Mohamad si consolò, «è già un miracolo che siamo due.»
«... credevo che...»
«Credevi male. Vedrai, quando saremo nei Cerchi Alti: saliranno più numerosi; molto migliori di me e di te.»
Mi stizzii:
«Come mai sai queste cose?»
«Ho una nonna Protagonistes.»
«Cazzo, e non te ne vanti?!»
«Come credi, altrimenti, che sarei dove sono?»
«Ho un milione di domande.»
«Non ho alcuna risposta.»
Se Mohamad mi aveva detto la verità - restai amareggiato: capii per certo che non mentiva - il mondo immenso e immaginifico dai finestrini mi apparve, tutto a un tratto, moribondo nel crepuscolo. Mi stupii di come lui, più rassegnato alle cose, guardasse invece con gratitudine e un'animosa voracità.
Il treno si fermò a Montalcini e Fallaci, una triplice cattedrale di navate e di rotaie. Fermammo anonimi fra i migliaia di vagoni e diverse e centinaia locomotive anti-grav; sotto nubi di ologrammi, proiezioni pubblicitarie, che si accendevano e si spegnevano fra le volte di acciaio a tutto sesto, costellate dai rivetti e trasvolate da robot. Capii che i miei pensieri non potevano raggiungere lo sguardo: restai, rannicchiato, nella tana dei sedili. Fra i milioni di viaggiatori che affollavano le piattaforme - era un'ora di punta; di tailleur color carbone, di nembi interi di nanodroni-ventiquattrore che sorvolavano le file in blazer degli impiegati dei Fondamenti – due ragazze, e tre fustacci spalmati d'olio, furono riconosciuti ed accolti dai Decurioni.
Io e Mohamad ci azzittimo, ci appiattimo sui sedili: ci incuriosimmo di chi di loro ci avesse scelti per compagni. La biondina e i nerboruti ci sorpassarono disgustati:
«Qui no: ci sono i poveri dai Cerchi Bassi.»
Non me ne ero mai reso conto: mi sentii disintegrato.
Ma la anoressica, allucinata col ciuffo blu buttò dentro le sue borse e si stese fra noialtri:
«Mi annoio meno con la gente che non conosco. Io mi chiamo Epona, l'accento va sull'o.»
Dio, se era uno schifo e se puzzava di sudore! Si coltivava su tutto il corpo quagli orribili bio-piercing; cose vive, filiformi e color argento si attorcigliavano e dimenavano nei suoi lobi e l'ombelico, suppuravano sui labbri neri, le narici e i sopraccigli.
«Avete fatto parecchia strada.»
«Dai Proletari; dai Popolari.»
«La prossima è la fermata dell'altissimissima borghesia», e insistette su quell'esse con la lingua tagliata a mezzo da un bisturi, «c'è la Cerchia degli Spettri, poi... siamo arrivati. A Twiggy Coco raccatteranno una barcata di fighetti. Quanto all'Accademia... non v'aspettate granché.»
«Sua nonna!...», protestai: ma Mohamad mi azzittì.
«Ah, ci sei già stata?»
«Ci è stato un mio cugino.»
C'era tutto un universo, popolato di mio cugino...
«E adesso è Protagonistes.»
«È un cadavere sulla Terra, e noi tutti andiamo a fare la stessa fine. Voi, piuttosto: avete vinto un concorso a premi? C'è da scommettere che vi han promesso le scarpe nuove, ho ragione, poveracci?»
Io e Mohamad non rispondemmo, guardammo fuori dalla cabina:
«... casomai che trovassimo un altro paio di posti vuoti...»
Ma vedemmo i Decurioni indaffarati a smistare gente, e spazientiti in quella mandria di adolescenti che pretendevano, piagnucolavano, domandavano e insistevano, fosse possibile sedersi qua o sedersi là con i miei amici, con mio fratello minore, la mia ragazza ed il mio ragazzo e con gli amici del mio ragazzo... Li accontentarono a calci in culo e li tirarono per le orecchie, ne piegarono a cazzotti.
Decidemmo non fosse il caso, e sopportammo la situazione.
«Lo so: sono una stronza», Epona si scusò, «ma dovrete abituarvici, casomai si finisse insieme.»
«Come, insieme?»
«Nella stessa camerata. Spero no», ci rispose col dito medio.
Epona, a farla breve, era un tappeto di cocci e chiodi: ammazzò la conversazione. Ma ci aveva indovinato sull'infornata di damerini che riempirono i vagoni alla fermata dei benestanti. Era un'ampia galleria di cornucopie e di statue arcadiche, illuminata di grandi alogene incastonate in enormi candelabri; prospettive di propilei su uno sfondo color pastello, e il Clavicembalo Ben Temperato che stillava da altoparlanti. Passeggeri e nessuna fretta, selve azzurre di parasole, e i gazebo automatizzati per il tè e le cioccolate. A cinquemila metri di quota rispetto il poco, il piccolo e insignificante che mi ero illuso di possedere, c'era gente le cui giornate trascorrevano a quel modo; il liquefarsi di una zolletta in quei piaceri dell'imbrunire.
Non servì a prepararmi alla grandezza stupefacente degli Anelli più elevati sotto l'ombra dei Fondamenti. Mi educarono a pensare che il pianeta si appoggiasse a quei pilastri: mi convinsi che era vero; cinque stele incoronate di cristalli incorruttibili, di antenne, ripetitori, complessi d'ottiche e sferzate elettriche che trafiggevano le nubi cerule fino a un cielo rarefatto. L'accelerata verso i quartieri di aristocratici e d'oligarchi, l'urbanistica ciclopica, le prospettive che si smarrivano in reti d'oro, gli stucchi e le maioliche sulle facciate dei grattacieli, ci offrirono la vista di un solo monolite: PRINCIPIA HVMANITATIS ATQVE CONIVCTIONIS; incastonato dei cori bronzei di madri e figli e di popoli sprezzanti alla risacca delle tenebre. Il tramonto li incendiava di un fuoco vivido, religioso, e irradiava sugli edifici uno splendore di santità.
Appannammo il finestrino di devozione e sbigottimento, appiccicati coi palmi e i nasi ad ingozzarci di meraviglie: non avevo una parola che bastasse a tutto ciò che contemplavo. Epona stava raccolta a ginocchia al petto, e ostentava una rabbiosa indifferenza contraddetta dagli occhi avidi, il silenzio e il volto teso. I suoi piercing-parassiti si drizzarono a là fuori.
Ci stupimmo di accogliere in cabina un robot-servitore coll'esoscheletro color confetto: si informò se quel sedile fosse stato già occupato, sistemò un borsone rosa sui nostri sacchi sdruciti e luridi. Pattinò nel corridoio, si fermò sulla porta e annunciò la sua padrona la signorina Francoise Vartan.
Che i più nobili su Afrodite si spogliassero dei corpi, eternandosi nell'impalpabile di ologrammi senzienti, era noto e considerato una meraviglia da noi tutti subcittadini. La malinconica, irrinunciabile condizione che si potesse elevarsi a spettri solo dopo i quarant'anni: per trasferire alla biomemoria delle immagini viventi un carattere maturo e un'esperienza il più possibile completa. I dolori, gli appetiti, le gagliardie della carne che quei fantasmi di neuropixel non avrebbero soddisfatte.
Storie orrende di persone fatte immagini anzitempo; con tutto ciò che di tenebroso e di ossessivo ne derivava...
Ma Francoise ruppe il respiro di Epona, Mohamad e il mio, di una fulgida bellezza che abitava in questo mondo.
Ne restammo istupiditi probabilmente per lunghi istanti: tutto il tempo che le servì per ripiegare un impermeabile, e per distendersi in un posto libero con le gambe accavallate. Era fasciata di nero semplice dal girocollo ai fuseaux; il suo viso, la sua pelle, era una lampada di luce bianca. E le scendevano giù sulle spalle quei lunghi rivoli colati in oro, guardava al niente con gli occhi grigi e i tratti tenui però affilati.
Ce la trovammo seduta lì.
«Sei vera?», Epona inghiottì.
«Voglio restarlo per molto tempo», le sorrise Francoise «sono salita sul treno giusto, non
I Decurioni scaraventarono il servitore dal finestrino:
«Le lattine non sono ammesse»; e il robot toccò il suolo con uno schianto di porcellane, con il guaiolo di latta di una molla dagli ingranaggi.
Lei guardò i titani con la pena, la tolleranza umiliante, che si riserva agli scimpanzé ad un tavolo di gala; constatò che il suo giocattolo si era rotto, «poverino...»
Una stagnola di caramella abbandonata su un marciapiede.
E il treno ripartì.


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