La Cugnot 799 filava a gran vapore dal Merton a Christ Church, svoltava bruscamente davanti a Saint Ebbes, sbuffava diritta a Saint Aldates, Saint Martin; caracollava fra i banchi di Corn Market, traversava i peristili della Magdalene. Al fracasso del clacson nella quiete notturna ausiliari con cuffietta e lanterna si affacciavano a imprecare dalle bifore gotiche, maledivano la macchina sfrecciata già via.
Nell’azzurro silenzio del plenilunio quel chiasso risuonava moltiplicato, la fuga sconquassava l’immobilità delle vie, delle piazze semideserte; più forte del motore e della tromba echeggiava nella notte la risata di Wayne, un ruggito di basso; il raglio sguaiato del gracile Dodgson con lui nell’abitacolo.
I due studenti - dietro a loro sul sedile posteriore bottiglie di brandy e di whisky d’oltreoceano - festeggiavano con quella corsa notturna il buon esito degli esami dell’ultima sessione. Per Wayne l’annualità di diritto, per Dodgson di analisi. Ora nei loro libretti c’era apposta una magnifica A, e codici e manuali li lasciavano alle spalle. Scaricavano la tensione in quel raid di vapormobile col conforto di liquori dalle cantine paterne.
Robert Bruce Wayne si era portata la Cugnot direttamente dagli Stati Uniti: scaricata dal dirigibile transatlantico con i libri, il guardaroba e gli effetti personali e ora alloggiata nelle stalle del college. Ora Wayne apparteneva al Christ Church: cui suo padre, magnate dell’industria siderurgica, lo aveva destinato per i prossimi cinque anni. L’aristocrazia capitalista americana pretendeva un’istruzione europea e blasonata.
Quella magnifica macchina, dal telaio d’ebano laccato e la caldaia di ghisa nera brunita, i sedili di camoscio, l’alto getto di vapore, era la perfetta espressione del carattere istrionico e volitivo del ragazzo: un fascio di assi, di cavi e di tubi che proseguivano i suoi bicipiti poderosi, il petto imponente e i lineamenti decisi. Wayne la pilotava come s’imbraccia un winchester; ad ogni balzo, sterzata e accelerata magnificava le qualità di quel bolide.
“Parli come un fabbroferraio.” - sbadigliò Dodgson.
“Schede tecniche, vecchio mio.”
“Perché non ti sei iscritto a ingegneria?”
“Conto di farlo un giorno. A casa, negli Stati Uniti, in un’università moderna. Dopo che avrò accontentato il mio vecchio con una laurea in economia in questo illustre istituto britannico.”
Pronunciò con sarcasmo le tre ultime parole. L’amico glissò. Quel ragazzo mingherlino che gli sedeva a fianco - l’espressione poco sveglia, i riccioli neri vezzosamente negletti - per quanto dissimile dal giovane americano era la sola persona con cui Robert avesse simpatizzato dal suo arrivo a Oxford nell’ottobre di quell’anno. Charles Lutwidge Dodgson di Daresbury, inglese nel midollo, di famiglia timorata di Dio di religiosi della Chiesa d’Inghilterra: eccentrico, sognatore, divertito dagli spropositi e l’eloquio di Wayne ma non così snob da apostrofarlo continuamente, come invece facevano gli altri, per il fatto che lui era solo uno yankee delle colonie.
Percorsero la curva delle mura settentrionali, salirono a scorrazzare al Castello. Sfrecciarono davanti ai cancelli delle opulente ville della gentry.
“Fermati.” - supplicò Dodgson come colto all’improvviso da un’intima sofferenza.
Wayne tirò il freno, regolò la pressione: la Cugnot si arrestò in un borbottio sotto i balconi di quelle ricche dimore.
“Che c’è che non va?”
Charles accennò a una terrazza abbellita da un pergolato e una cascata di glicini. Fra quei fiori dal profumo stordente, al chiarore di una lanterna schermata di rosa, due bambine di sì e no dodici anni, vestite di un’effimera vestaglia, si pettinavano i lunghi riccioli biondi. Lo studente le spiava con gli occhi lucidi.
“Charlie, non sono un po’ troppo giovani?”
“Ti prego Robert, non m’interessano! Non nel senso che intendi tu. Un incantesimo di fanciullezza… Se riuscissi a trattenerlo! Potrei tornare a fotografarle. Vorrei. Domattina. I genitori acconsentirebbero, credi?”
“Perché non t’iscrivi a lettere, o apri uno studio fotografico? Sono gli unici argomenti di cui parli senza balbettare.”
“Conto di farlo un giorno. Quando avrò accontentato mio padre con una laura in matematica. E forse preso i voti.”
“O la tonaca o le bimbe Charlie: entrambe non si può.”
“Tu dici?”
“E’ uno schifo - sputò l’altro riaccendendo la caldaia - Andiamo a farci un giro in campagna.”
Tagliarono per il bosco dei Greyfriars, corsero paralleli le mura meridionali. Scavalcato il ponte sul Cherwell, usciti da South Gate si arrampicarono sui pendii del Christ Meadow.
Il prato del college, in notti come quella, era il luogo più bello di Oxford. Un filare di cipressi e il nastro argenteo del fiume abbracciavano quel maggese curato che alternava colture e tappeti di green. Le guglie, i collegi, le chiese, le fattorie - da dove fioche lampade facevano capolino, promettendo di lontano il calore degli abitati - a tratti svanivano sotto le onde irrequiete di iugeri di grano carezzato dalle brezze. I grilli frinivano celati fra le spighe.
“Direi che è il posto giusto per vuotare le bottiglie - Wayne arrestò il vapormobile sul ciglio dei campi, agguantò brandy e whisky dal sedile posteriore. L’aroma deciso degli ottimi liquori si diffuse nel mite plenilunio - Alla nostra!”
“Che luoghi! Non fosse per i lupi e i cinghiali…”
“Quando mai ne hai veduti da queste parti? Bevi.”
“Devastano i raccolti. All’alba le colture sono ridotte uno scempio.”
“Se c’è qualcosa a questo mondo di cui proprio non capisco nulla, Charlie, è l’agricoltura. Tu e la tua passione inglese per la campagna!”
“E’ la fertile grandezza di Dio - salmodiava Dodgson accennando all’orizzonte - Sto approntando un dagherrotipo per fotografarla di notte.”
“Il brevetto ti frutterebbe un sacco di quattrini.”
“Sei davvero americano, Robert…”
Si scambiarono le bottiglie tre volte, sorbendo al collo a generosi sorsi. A mano a mano che si abituavano all’oscurità, attenti ai rumori notturni, scoprivano che il meadow all’apparenza immoto brulicava di vita concitata: si consumavano nell’intrico delle spighe, nei fossi, nei canali d’irrigazione le cacce cruente di ratti e rapaci, gli agguati dei predatori, l’agonia di minute bestiole. Di tanto in tanto dalle siepi più folte veniva un fischio, un gagnolo, un grugnito. Soprattutto fra le colture d’ortaggi era tutto un agitare di arbusti e di frasche.
Un richiamo più selvaggio degli altri spaventò Dodgson, gli smorzò l’euforia provocatagli dall’alcool.
“Ora dovremmo andarcene. Alla lunga non è un bel posto, qui. Potrebbe assalirci qualche bestia feroce.”
Wayne scolò l’ultimo sorso e replicò con un rutto sonoro. Da un campo di carote si levò, come in risposta, un coro di risate.
“Questa non è una bestia feroce.”
Le risate si distorsero, moltiplicarono, mutarono in voci. Diventarono il malvagio delirio di una folla eccitata e chiassosa, invisibile da dov’erano gli studenti.
“Andiamo a vedere.”
“Filiamocela Robert.”
Ma già Wayne spingeva sull’acceleratore, il vapore sibilava dalle canne della Cugnot e le ruote di quercia cerchiate di ferro affondavano nell’erba e nelle zolle del meadow.
“Tranquillo Charlie. Siamo a bordo di un vapormobile, non può nuocerci nulla.”
Al passaggio della macchina, sgattaiolando da tane e siepi, fuggivano terrorizzate le bestiole di campagna. Il diabolico coro nel campo di carote saliva però più divertito e più folle. Il vapormobile sfondò. I giovani sbigottirono di ciò che illuminarono i fari.
Fra i filari e su piantine calpestate, fra radici strappate e bulbi rosicchiati, impazzava in una danza oscena una corte di grottesche creature. Figure antropomorfe e femminee di dieci, dodici pollici di statura: volti smunti, lunari, affilati; gli occhi erano pozzi di oscurità, le labbra marcate di carminio. Membra umane, feline, caprine, corpi nudi viscidi di squame, ali di coleottero ripiegate fra le scapole. A seconda che la luna le illuminava apparivano o seducenti o disgustose. Le creature si abbandonavano a licenziose gavotte alle note di uno stridulo flauto: suonato con agili, impossibili dita da un rospo accovacciato poco in là. Il cachinno terrificante delle creature rispondeva alla cacofonia di sibili, di fischi. Grinfie e appendici deformi si accanivano ad ogni passo sulle piante e gli ortaggi, falciavano gli steli con i rostri di mantide oppure le rodevano con incisivi di ratto. Ebbre di quello scempio e quell’orgia non si accorgevano dei nuovi venuti. Dodgson gridò di meraviglia:
“Fate!”
La danza cessò.
Il rospo flautista, ingoiato il suo strumento, scomparve gracidando nell’intrico del fogliame. Le fate si volsero. Fissarono con occhi di tenebra gli studenti impietriti nell’abitacolo della macchina.
“Charlie, abbiamo bevuto troppo.”
“Siamo sobri Robert! Sono vere!”
Gli umani e le creature si scrutarono a lungo, immobili, in silenzio. Se nei giovani cresceva lo stupore e i loro volti s’illuminavano di contento, le sembianze degli esseri incantati si facevano a ogni sguardo più feroci e ferine; le dita esili s’inarcavano in artigli, le ali d’insetto, vibrando tutte assieme, suscitavano quel cupo, spaventoso ronzio che annuncia le incursioni degli sciami di calabroni. Anzi i corpicini di fanciulla si gonfiavano, crescevano: in figura di certi demoni laidi che ghignano negli affreschi medioevali. In quelle buie pupille balenava malvagità.
A casa, sulle Rocky Mountains, a Wayne era accaduto di cacciare i puma in battute organizzate con amici di suo padre: in quell’istante indovinò nella tensione delle fate lo stesso slancio assassino dei leoni di montagna.
“Via di qui, Charlie. Subito!”
“Fate, Robert! Fate!”
Dodgson si protendeva in estasi all’appetito di quegli esseri orrendi; Wayne imprecando diede vapore. La Cugnot scattò in avanti, travolgendo la legione sovrannaturale. Le fate la avvolsero in una nube. I giovani all’improvviso si sentirono morsi, punti, pizzicati, graffiati, sfiorati da cose viscide e fredde e appiccicose d’icori disgustosi: come aggrediti da ogni specie abominevole che cammini o strisci sulla terra. In un istante furono pieni di lividi. Dodgson piagnucolava terrorizzato. L’amico strinse i denti, portò al massimo la pressione, sterzò; investite le fate con uno sbuffo rovente abbandonò il meadow a tutta velocità.
“Altro che cinghiali e lupi!”
Con lo sguardo offuscato dal dolore, trattenendo il compagno sotto choc che ora provava a uscire dall’abitacolo, si aggrappava al manubrio, gli impediva di guidare mettendo a rischio la vita di entrambi, Wayne tendeva tuttavia l’orecchio soprattutto allo schiamazzo dei loro inseguitori, al ronzio di quell’assalto volante. Il vapormobile - maledizione! - non era così veloce: pochi istanti e li avrebbero raggiunti. Ma anziché rinnovare la carica le fate tornarono nei campi: a danzare e gridare e rovinare carote.
L’avevano scampata.
Al rientro a South Gate, alla vista familiare e rassicurante degli edifici universitari, Dodgson tornò in sé e si accasciò sul sedile, sfinito. Ora doleva loro ogni muscolo, prudeva ogni centimetro di pelle.
“Salvaci signore Iddio… Fate!... Erano fate!... Salvaci Signore Iddio!...”
“Assurdo! - ruggiva Wayne - Non finisce così!”

Consumarono la colazione appartati, perché nessuno notasse i loro lividi o annusasse il malo odore degli impiastri che avevano applicato su ematomi e escoriazioni. Una notte infernale a rigirarsi fra le coperte, senza quasi dormire per il fastidio di bruciature, graffi, i trascorsi spaventi. E fortuna che in infermeria non erano stati troppo inquisitori. Raccontarono di aver cozzato contro un’arnia di api.
Mangiavano a testa bassa. Tetri. Masticavano la pancetta e le uova con i pensieri rivolti all’avventura notturna.
“Cosa diavolo ci facevano là?! - continuava a domandarsi Wayne.
“E’ british ci siano fate nei campi, Robert. Com’è british ci siano spettri nei castelli.”
“Non dovrebbero esistere, Charlie. Non è nell’ordine delle cose.”
“Non può sfuggirti l’ordine di alcune cose? Facevano dispetti al lavoro degli agricoltori: è la loro natura.”
“Andiamo a far rapporto al rettore.”
“Dovremmo?”
“Prima o poi ci chiederanno ragione di bolle e occhi pesti.”
In effetti ogni sguardo alla mensa era puntato su di loro, già li circondavano bisbigli sospettosi. Abbandonarono il refettorio e salirono al rettorato.
Sulle scale incrociarono Rowling, l’aguzzino degli studenti del primo anno.
“Che brutto aspetto Dodgson. Che brutta cera Wayne. Posso sapere come avete trascorso la notte?”
“In effetti, signore, ci siamo fatti una bottiglia, signore. E un giro in vapormobile, signore. Per festeggiare gli esami, signore. E’ imperdonabile. Ripareremo, signore.”
“Fermo restando che superare gli esami non è che l’obbligo del vostro dovere… Avete per caso avuto un incidente, con quel veicolo infernale? Vi trovo malconci.”
“Siamo caduti in un fosso, signore.”
“Stamane ho trovato come al solito nelle stalle quella vostra ridicola macchina, Wayne. In perfetto stato. Mentre voi…”
Lo slavato e brufoloso Rowling era quel genere di gran figlio di puttana - così gli studenti erano soliti definirlo - che in altre circostanze, nel mondo là fuori e nella vita normale, Robert avrebbe picchiato senza ammanco accaldarsi, e il cui sarcasmo non lo avrebbe sfiorato. Qui però si trovavano a Oxford, indossavano un’uniforme abbottonata e stavano sotto la volta di un edificio del dodicesimo secolo. E lui era tutor.
“E’ una macchina molto robusta, signore.”
“Neppure un graffio. Neppure un’ammaccatura.”
“Ci è andata bene, signore.”
“Neppure una macchia.”
“Era secco, signore.”
“Wayne, non prendetemi per i fondelli.”
“Siamo stati aggrediti da fate, signore - Dodgson sbottò - Ci rechiamo dal rettore a far rapporto sull’accaduto.”
“Cosa?!”
Charles, stentoreo, non aveva balbettato. Anzi affrontava il tutor con insolita fermezza, lucido, determinato. Rowling si appellò al compagno:
“Pazzesco ma vero, signore. Fate.”
E c’era, anche nella sua confessione, il suono cupo della verità.
La fronte di Rowling s’imperlò di sudore. Nel grigio ottuso delle sue pupille balenò lo sgomento di una situazione che non sapeva affrontare. Altro era una tirata d’orecchie a due matricole insubordinate, altro era discutere con due svitati. Lo atterriva quel genere di follia.
Si fece paterno, abbracciò i sottoposti:
“E’ evidente, siete impazziti. O avete preso una sbronza davvero brutta e ne avrete ancora per qualche giorno. Dio vi aiuti, passerà. Dovrete giustificare il vostro orribile stato: ma non parlatene con altri, la cosa finisce qui. Mi avete fatto rapporto, ci inventeremo qualcosa: che avete fatto a botte, che avete alzato il gomito… Qualsiasi altra cosa, ma basta così. Vi ammoniranno, vi puniranno: ma almeno non rischierete di farvi espellere per insania come di certo accadrebbe se, con lo stesso convincimento, riferiste al rettore di un’aggressione di fate! Fate, Cristo! Bocca chiusa e tornate ai vostri affari!”

Convennero fosse meglio dimenticare quell’episodio. Non ne parlarono più. Ma nell’intimo sia Dodgson che Wayne rimuginavano sull’incontro con le fate.
Per l’uno, per quanto terribile, quell’esperienza era stata l’apice di un’esistenza trascorsa a fantasticare: di palazzi sotterranei e roseti governati da regine scarlatte, di gatti spettrali, insetti inturbantati che fumavano narghilè… Charles doveva ammettere, per quanto spaventoso, che soprattutto desiderava accadesse di nuovo. Desiderava rivederle, di più: fotografarle. L’istantanea di una fata avrebbe dato significato alla sua vita.
Wayne non tollerava che quelle schegge di caos lacerassero il tessuto della realtà che conosceva; che l’ordine positivo delle leggi e dei numeri, di tutto ciò che si tocca con mano, comprende con lo sguardo e si ottiene col sudore della fronte fosse sconvolto da qualcosa che non doveva esistere. Soprattutto quelle cose lo avevano pestato, e lui a questo non passava sopra.
Ogni favola e leggenda che Dodgson aveva letto affermava che le fate danzavano nel plenilunio: la notte trascorsa provava che era vero. Si sforzò di dominarsi e resistere alla tentazione, ma infine decise che di lì ad un mese, alla prossima luna piena, sarebbe ritornato a quel campo di carote. Con la macchina fotografica però.
Robert si ripeteva che era folle e idiota: ma in ultimo si persuase, nel tempo che gli sarebbe occorso per essere pronto, a tornare laggiù. Armato ed equipaggiato stavolta.
Charles comprese che era giunto il momento di approntare l’attrezzatura per le foto notturne. In segreto, in ogni momento che la vita universitaria non lo obbligava al canotaggio, ai corsi estivi, al cricket e al rugby, passava dal gabinetto di scienze agli ottici del Corn Market.
Wayne intuì che per sconfiggere un nemico che non era di questo mondo gli occorrevano armi non convenzionali. Con discrezione setacciò i fabbri, i chimici, gli orologiai di Oxford per mettere insieme quanto gli abbisognava.
Per entrambi il denaro non era un problema: bastava telegrafassero alle famiglie mentendo su cene di gala, riunioni presso club esclusivi, collette di congedo per un anziano docente. E ottenevano le sterline e i dollari.
In venti giorni di esperimenti e lavoro Dodgson approntò un congegno che, grazie a una potente iniezione galvanica, produceva un fascio luminoso d’intensità superiore al lampo del salnitro. Sincronizzò la manovella che caricava la batteria col meccanismo otturatore dell’obiettivo: così che, per quanto fitta l’oscurità, nell’istante in cui l’immagine dell’oggetto fotografato si fosse impressionata sulla lastra d’argento essa sarebbe stata investita da una luce più violenta di quella diurna. Il lampo era a tal punto accecante che gli occorsero degli occhiali con le lenti annerite.
In due settimane di acquisti sottobanco Robert organizzò un arsenale di granate e coltelli da combattimento. Migliorò gli esplosivi con sostanze chimiche che li resero ancora più letali: se le fate erano fatte “della materia dei sogni”, come scriveva Shakespeare, erano d’etere o d’aria, lui adesso possedeva delle armi in grado di bruciare l’aria.
Spesso accadeva che i due s’incontrassero o sorprendessero al market, a sgusciare dalla porta di servizio di questa o l’altra equivoca bottega, ingombrati di pacchi contrassegnati da sigle straniere: Zeiss, Beretta, Krupp. Preferivano far finta di nulla, per non dovere reciprocamente render conto di cosa stessero architettando. Del resto non era una novità, né per loro né gli altri studenti né il personale universitario, che quel suonato di Dodgson e quel cowboy di Wayne perdessero tanto tempo con bizzarri hobbies.
Robert e Charles continuavano a frequentarsi - più di rado, in realtà - mantenendo sui loro progetti l’assoluto riserbo. E tacendo ostinatamente delle fate. Entrambi temevano che l’altro non avrebbe approvato né ragioni né accanimento.
Dodgson perfezionò la sua invenzione fissando l’apparecchio galvanico all’apparecchio fotografico. Restava il problema delle pile alimentatrici: si arrangiò trasportandole in uno zaino.
Wayne elaborò un ingegnoso cinturone cui agganciare bombe e lame riducendone l’ingombro. Ma gli occorreva ancora qualcosa. Voleva incutere nelle fate lo stesso orrore che gli avevano procurato, ripagarle con la loro moneta. A lungo si arrovellò per molte notti indugiando a riflettere alla finestra della sua stanza:
“Cosa potrebbe atterrire creature pagane che fanno scempio di carote, apparire loro come uno spirito vendicatore?”
In quell’istante in cortile balzò una lepre.
“Ecco! Ci sono! Che presagio! Diverrò un Coniglio Pasquale!”
Il suo ultimo acquisto fu una maschera da lepore che rinforzò con strati di cuoio; ne scavò i vani degli occhi a renderla più feroce e la tinse di minaccioso nero. Quindi montò sul cofano del vapormobile - che decise sarebbe stato il suo carro da battaglia; e in quei giorni trasferì in un granaio fuori mano con la scusa d’effettuare riparazioni - un ariete di frassino scolpito a coniglio. Impresse sulle armi lo stesso genere di icone: ribattezzò rabbitbombe le granate e rabbitrampini gli uncini da lancio.
Decise gli abbisognasse un epiteto eroico: su quegli esseri di superstizione e follia sarebbe calata l’ira di Rabbitman.
Charles nei giorni seguenti riprese bambine che giocavano nei parchi, si appostò alle finestre delle loro camerette in condizioni di luce sempre meno favorevoli. Operava in segretezza, il più possibile distante dai soggetti che fotografava, ben attento a che nessuno lo scorgesse. Il bagliore prodotto dal nuovo dagherrotipo rischiava di tradirlo ogni volta: ma la fece sempre franca, e alle vittime stordite da quelle sue incursioni non restava che l’enigma di un lampo in quelle terse serate di primavera, di un’ombra goffa e carica di strani aggeggi che si allontanava subito dopo il fatto.
I risultati lo soddisfecero: “Se funziona con le fanciulle - pensò - funzionerà con le fate”. Era convinto che bambine e creature incantate condividessero il medesimo stato di grazia, quindi quelle istantanee rubate rappresentavano un ottimo test.
Robert era sicuro del proprio lavoro, come lo era di ogni cosa che intraprendeva. Le lame e le granate riposavano nei suoi bauli, ed era ansioso di adoperarle per fare a pezzi quelle oscenità ultraterrene.
Occorreva un collaudo definitivo.

Fu la notte del trentuno maggio.
L’orologio suonò le undici, il coprifuoco per gli studenti. Quell’intervallo di pochi minuti che occorreva agli ausiliari per prepararsi a uscire per le ronde notturne era il momento di tentare la sortita. Lo facevano tutti, e in genere andava bene: una specie di tacita tregua fra i guardiani e i ragazzi che filavano a spassarsela.
Le sale del Christ Church erano già silenziose. Dodgson uscì furtivo dalla propria stanza, sgusciò dai dormitori al salone e qui per ciò che vide gemette di spavento: lo sorprese una creatura dagli occhi neri e rotondi, vuoti, che imbracciava una sorta di colubrina treppiede e ingobbita sotto il peso di due cilindri tortili. Quando intuì d’essere di fronte a uno specchio e che quel mostro era lui, con le lenti oscurate, gravo del suo apparecchio sperimentale, delle lastre, delle pile galvaniche che occorrevano ad alimentarlo, fu grato che fin lì nessuno lo avesse visto. Scese nel chiostro, si acquattò sotto i portici, percorse la navata, uscì nel cortile. Il piano era tornare alle ville del Castello, a immortalare al buio pesto le bambine che si attardavano ai balconi o nei giardini. Oppure arrampicarsi alle finestre e sorprenderle addormentate nei loro lettini.
Wayne appese alla maniglia esterna il cartoncino non disturbare, finse l’apparenza e i rumori di chi si stia preparando per mettersi a dormire: smorzò i lumi, tirò le tende, spostò qualche gruccia nell’armadio. Di qui però dall’ultimo cassetto prese la maschera e la rabbitcintura, le allacciò sul gilet d’ordinanza. Portò con sé per cronometrarsi l’orologio da tasca. Uscì dalla finestra a arrampicarsi sul tetto. Doveva provare l’arsenale e il costume in condizioni di estrema difficoltà, essere sicuro non lo impacciassero nei movimenti. Doveva agire rapido e invisibile. Saltò da cornicione a cornicione, tegola a tegola, spiovente a spiovente.
Charles fu insospettito dall’eco di passi che pareva lo seguissero dall’alto. Un ausiliare sul tetto? Si fermò, levò lo sguardo a sincerarsene: lassù, fra abbaini e lucernari, c’era un grosso coniglio che correva a due zampe con cipollone e panciotto oxoniense.
“Questa - pensò - la sognerò per un pezzo!” Era forse un’altra fata? In caso le bambine perdevano d’interesse: ora aveva un nuovo, incredibile soggetto da immortalare nelle tenebre del parco. Gli si mise alle calcagna.
Robert proseguiva la sua corsa sui tetti, e via via che avanzava e balzava acquisiva più equilibrio e sicurezza. Fin qui tutto bene. Non era il caso di testare le granate, ma decise di provare qualche rabbitrampino. Si calò nel giardino a arpionare qualche albero.
Dodsgon più inseguiva quell’essere più gli sembrava che nel suo portamento, nel suo modo di muoversi, nelle membra per la parte umana ci fosse qualcosa di familiare. Infine si convinse senz’ombra di dubbio che quei salti, gli atterraggi e gli slanci, tante volte già veduti e ammirati nelle partite di football fra i college, erano quelli del suo amico americano:
“Robert! Che diavolo?!...”
Wayne, colto di sorpresa, mise il piede in fallo su una tegola, saltò per evitare la caduta. Tutt’altro che furtivo come avrebbe voluto.
L’orologio suonò le undici e un quarto. Un agitare di lanterne e un tintinnio di martinelle annunciarono che i guardiani uscivano per la ronda.
Dodgson, impacciato nella fuga dal dagherrotipo e le batterie, si tuffò ad acquattarsi fra le siepi; Wayne atterrò dalle grondaie nel prato del tutto allo scoperto alla pattuglia di ausiliari. Il salto e le ferraglie che gli cingevano la vita produssero un infernale baccano: subito fu rischiarato dai lumi dei vigilanti. Quei pover’uomini si ritrovarono ad affrontare chi appariva un mariuolo mascherato, che brandiva per giunta coltelli ricurvi. Si lanciarono all’assalto coi nodosi manganelli.
“Volevo una prova di combattimento? - ghignò Wayne - Eccola!”
Rabbitman sfilò dalla cintura una rabbitbomba fumogena: poco più che un petardo. Produsse un gran botto, soprattutto fumo. Due ausiliari si fermarono storditi dallo scoppio con gli occhi offuscati dai vapori. Altri due, già balzati in avanti, calarono con un ruggito sul giovane.
Wayne schivò. Ruzzolò a distanziarli quanto gli occorreva per lanciare un rabbitboomerang: colpì un avversario al ginocchio e quello cadde imprecando.
L’ultimo che restava, però, era davvero robusto. Robert avrebbe potuto spacciarlo con una rabbitbomba incendiaria, ma - Cristo! - non poteva uccidere un uomo; quella ridicola, goliardica scazzottata non poteva finire in tragedia!
Decise di tentare qualche presa di lotta, ma l’altro lo travolse con la propria mole. Il ragazzo era a terra. L’ausiliare levò il bastone.
Dodgson allora si alzò dalle siepi, puntò il dagherrotipo, scattò: la luce bianca rischiarò il parco, stordì i lottatori. Wayne, protetto dalla maschera da coniglio, ebbe solo qualche secondo di offuscamento; i guardiani caddero accecati. Charles aiutò l’amico ad alzarsi e scomparvero insieme nei recessi del college.

Attesero nell’oscurità di un ripostiglio di scope che fuori cessasse il concitato vocio, tacessero i fischietti di zinco, si spegnessero sotto l’uscio le sciabolate di luce delle torce e lanterne che li inseguivano.
Trascorsero tre ore.
Neppure si erano tolti la maschera e lo zaino: nel buio di quella fetida catapecchia, a tratti squarciato dalle scariche azzurre delle pile che ronzavano sulle spalle di Dodgson, si affrontarono spaventati e rabbiosi un uomoconiglio e un palombaro elettrico.
“Charlie, grandissimo bastardo! Che cosa ci fai fuori stanotte?! Mi hai fatto scivolare, mi hai quasi accecato! Hai compromesso i miei test!”
“Idiota, ti ho salvato dal pestaggio! Ti ho cavato da un bruttissimo guaio! Cristo! Correvi su un tetto travestito da coniglio!”
Robert, afferrato l’amico per il bavero, lo scosse e strattonò così forte che finì per rovesciargli le sacche. Caddero a terra, rischiarate dalle folgori, scure ed esplicite fotografie: di bambine in pigiama alla toilette o colte a far pipì nel segreto di un’aiuola:
“Schifoso pervertito!”
Charles con un gemito frustrato lo afferrò per le orecchie della maschera, gliela strappò dal viso. Si avventò sul cinturone chiuso al petto per ridurlo a brandelli, si fermò paralizzato dal terrore: una lama gli aveva inciso profondamente il palmo, e dalle tasche molteplici della giberna affioravano capsule con la sigla T.N.T.
“Tu sei il pazzo! A che serve questa roba?!”
Si scambiarono un pugno, si colpirono in pieno volto. Wayne picchiò più forte, rovesciando l’amico all’indietro, ma perse l’equilibrio fra le scope e le lastre e finì faccia a terra anche lui.
Restarono riversi per lunghi minuti. Il buio pulsava dei loro respiri: prima corti, furenti; poi più lunghi, tranquilli. Infine confessarono:
“Mi serve a fare esplodere le fate.”
“E a me a fotografarle.”
A fatica si sollevarono nello sfacelo del ripostiglio. Si liberarono dagli scomodi congegni; cautelatisi che il parco fosse davvero deserto uscirono a respirare e distendersi sull’erba. Erano madidi e indolenziti.
“Ho messo a punto il dagherrotipo notturno.”
“Di certo brilla dannatamente forte.”
“Le istantanee alle bambine… erano prove.”
“Come no?”
“Come te con i tuoi coltelli e petardi.”
“Qualcuno avrebbe finito per farsi male sul serio. Mi avrebbero cacciato.”
Ci avrebbero cacciato. C’ero anch’io.”
“E’ stata una fortuna che tu sia intervenuto. Grazie Charlie.”
“Va bene così.”
Tornarono a raccattare le loro cose. Sistemarono il ripostiglio, non lasciarono tracce. Soprattutto sentivano che sfacchinare in silenzio, ancora per un po’, li avrebbe fatto gran bene. Continuarono fin quasi l’alba.
“Robert, perché vuoi sterminarle?”
“Charlie, io non sono un inglese ammuffito di tradizioni e monarchie: appartengo a un nuovo mondo. Al progresso. E come tale credo che un uomo, oggi, senza magie ma con i mezzi adeguati, coraggio e sale in zucca, possa e debba opporsi a certe preistoriche assurdità. Se mai un giorno avrò figli e nipoti questo soprattutto voglio loro insegnare: a battersi ostinatamente.”
“Travestito da coniglio?! Che nuovo mondo e progresso è, Robert?!”
“Almeno non inseguo ragazzine nei cunicoli di strane fantasie.”
“Se provassi che le fate esistono smetterei di fantasticarne, forse. Ne guarirei.”
“Se smettessero di esistere mi sentirei più tranquillo.”
“Vuoi tornare laggiù.”
“Non me lo cavo dalla testa.”
“S’era d’accordo che è sconveniente.”
“E’ chiaro che lo è.”
Dodgson levò lo sguardo oltre le guglie del Christ Church, i vetusti campanili e i contrafforti degli istituti. Una luna lontanissima, piccola, quasi al culmine dello splendore e del disco svaniva lentamente nel cielo mattutino.
“E’ domani, Robert.”
“Siamo pronti, Charlie.”

Wayne passò a prenderlo poco dopo le dieci. Lo avvertì di indossare scarpe comode, prepararsi a una lunga passeggiata.
“Dovremo raggiungere la rabbitcaverna a piedi.” - spiegò.
“La cosa?!...”
“Ho nascosto il rabbitmobile là. Il granaio non era sicuro: il fattore continuava a far domande.”
Scarpinarono con l’ingombro delle loro attrezzature, avvolte in un’anonima iuta, fino a un anfratto nella tenuta degli Augustinfriars. Lo raggiunsero che era quasi mezzanotte. Qui, mimetizzata fra incerate e frasche, attendeva la macchina approntata alla battaglia.
Dodgson scoppiò a ridere quando vide quel rostro leporino abbullonato sul fronte del veicolo. L’amico lo zittì con una smorfia truce del suo nuovo, nero volto da coniglio:
“A bordo Charlie.”
Ridiscesero attraverso Saint Peter fino a raggiungere il meadow. Si assicurarono di ripercorrere il medesimo tragitto del mese precedente. Superarono la distesa di grano, ritrovarono i campi d’ortaggi, travolsero girasoli, tralicci di pomodori e irruppero fra le piante di carote.
L’orgia stavolta era persino peggiore.
Le fate fornicavano nel pallido plenilunio: riducevano l’onesto sforzo dei contadini, quelle sane colture, a un’alcova di membra umane avvinghiate a zampe di cavallette; zilli e pigolii si mischiavano agli orgasmi. Tutt’altro che riconoscerlo come nemico e vendicatore salutarono quell’uomoconiglio - che forse appariva ai loro occhi in groppa ad un coniglio destriero - come il nuovo benvenuto all’immondo festino.
Wayne accelerò disgustato, e il rabbitrostro fendette l’ammucchiata. Le fate con gridolini eccitati s’involarono a nascondersi fra i gambi e gli steli, si acquattarono sotto i fiori e le foglie.
Robert scagliò rabbitrampini e rabbitboomerang: le lame sibilarono recidendo e falciando, riducendo le creature allo scoperto e inchiodandone alcune ad affusti e radici. L’acciaio trafiggeva quegli esili corpicini. Charles si voltò per non vedere.
“Sono vulnerabili!”
Sembrava che la strage divertisse le fate: che in principio applaudirono quel lancio di coltelli; li afferravano al volo come giocattoli letali quand’anche ne rimanevano uccise. Ma quella scena di viscere minuscole che tracimavano dai ventri tagliati, quelle membra di un centimetro amputate, quei conati di sangue d’inchiostro, alla lunga le inferocirono.
Ergendosi dalla corona di un girasole una lucertola trombettiere diede fiato a una buccina: emerse dai cespugli in ordine di battaglia quello che appariva un esercito fatato.
Coorti e coorti di assurdi legionari avanzavano in formazione incontro al vapormobile. In prima linea ballonzolavano come scolte grottesche uova antropomorfe con berretto e bretelle. Dietro di loro file e file corazzate di uccelli dodo che attaccavano alla baionetta; gli ufficiali, con l’elmetto chiodato, starnazzavano intraducibili ordini. Ai fianchi si muovevano ondeggiando squadroni di cavalleria a dondolo: fate in uniforme da corazziere che facevano su e giù su destrieri giocattolo. Nell’orda spiccava un ratto effeminato in giubba e pennacchi di lanzichenecco, che issava uno stendardo variopinto con i semi delle carte francesi. In alto volteggiavano fenicotteri rosa cavalcati da fate con sciarpe da pilota: negli esili runcigli minacciosi fagotti.
Dodgson capì che quell’assurda visione lo avrebbe tormentato fino alla fine dei suoi giorni. Tutto ciò che di sensato e qualificabile reggeva l’universo lì era bandito e negato. Non era là per questo, dopotutto? Dispose il dagherrotipo, caricò la batteria. Si preparava a fotografare. Wayne lo tirò dalla sua parte dell’abitacolo:
“Charlie, manubrio e pedale!”
“Ma io non...”
Rabbitman gli affidò la guida; montò in piedi sul cofano del vapormobile brandendo una rabbitbomba per mano. Tolse la sicura. Charles, incapace a controllare il veicolo, si schiantò contro il muro dei dodofanti.
Per l’urto a Wayne sfuggirono le rabbitbombe che - con parabola erratica - caddero dietro le prime linee di fate spacciando in un rogo chimico l’alfiere murino. L’insegna a cuoriquadrifioripicche avvampò di una fiamma multicolore, si accartocciò fra i resti del ratto in un cerchio di piante consumate e annerite.
Il rabbitmobile cappottò, con getti d’acqua e di vapore bollente che scaturivano dalla caldaia schiacciata. Il fiotto però non investì i ragazzi, che ripararono doloranti fra i sedili ribaltati.
“E’ finita?...”
“Spalla a spalla, Charlie!”
La lucertola squillò la carica.
I fenicotteri calarono sul rottame del veicolo, sganciarono ricci e istrici dalle grinfie. Le bestie si piantarono, o scagliarono i loro aculei, contro il legno del telaio e il pellame dei sedili. Gli studenti subirono quella pioggia pungente, e un terribile fetore di marcio rilasciato dall’uovotruppe che rotolavano tutt’attorno. Spronate dai gloglotti dei comandanti le colonne di dodo si lanciarono all’assalto.
Troppo vicini per usare le bombe! Wayne uscì a affrontarli all’arma bianca. Ora si accorgeva che più quelle creature si avvicinavano più, per qualche folle motivo, rimpicciolivano. All’impatto urtò plotoni di nemici inafferrabili, di pochi pollici di statura, che però martoriavano e ferivano dolorosi quanto vespe e tafani.
Rabbitman sfoderò due lame rusticane - la sua ultima risorsa - e si tuffò nel disperato corpo a corpo. Teste di dodo volavano tutt’attorno. Dodgson, mulinando il cavalletto del dagherrotipo, respingeva le picchiate dell’aviazione stregata. Impegnato il nemico nel duello di fanterie, tormentato dall’alto, ormai le squadre a dondolo di fatecavalleggeri si schieravano per un attacco sul fianco. I cavallini di legno rosa e azzurro laccato, a pois con le code e le criniere di raso, nitrivano orrendamente pregustando il massacro.
Robert si batteva con furia, ma i dodo affluivano a centinaia. Charles, in un istante di lucidità, realizzò quanto fosse impossibile che stessero per morire così, e che era questa folle consapevolezza, più che il dolore, a spezzarlo. Comprese, più che infliggere ferite fisiche, che quell’esercito li stava ottenebrando. La luna rischiarava la campagna: ma più quelle creature li circondavano più in loro e attorno a loro cresceva l’oscurità, tutto diventava confuso e inverosimile:
“Se questo è il potere delle fate - azzardò - forse so come vincere la battaglia.”
Recuperò nell’abitacolo divelto il dagherrotipo e il faro galvanico. Le batterie ronzavano già cariche, attivò la manovella a alimentarle all’estremo. Ora che lui non lo copriva i fenicotteri si accanivano a beccate sulla testa di Rabbitman, ma la maschera lo proteggeva:
“Dannazione Charlie!”
Le fate spronarono. La dondolocavalleria, con un sinistro schianto di legnetti, s’incuneò fra i dodoreggimenti puntando sciabole di spillo: dritta al cuore dei ragazzi. Se l’affondo di quelle creature corrispondeva a un malanno, a un pizzico, a un morso, quell’assalto poteva essere un arresto cardiaco. La morte.
Dodgson fissò l’apparecchio. Il voltaggio era tale che i due cilindri metallici fumavano, puzzavano di bruciato. Fissò nella lente il culmine della battaglia: gli apparve vicinissima una fata fanciulla che ostentava mustacchi da generale, calzava un bicorno, infilava la manina fra i bottoni del panciotto.
Scattò. Nel meadow esplose un chiarore abbacinante.
Fissate dalla fotografia nell’essere, investite da qualcosa di troppo contrario alla loro natura le legioni fatate si arrestarono all’istante. Al contrario d’ogni oggetto reale che in quel lampo si stagliava più nitido le creature divennero sfocate. Scolorirono, persero i lineamenti, si disfecero in una macchia indistinta. Quegli esseri così peculiari si confusero in un unico grumo, che una brezza attraversò a sfilacciare e infine a cancellare dal tessuto del mondo.
Svanì allo stesso modo ogni traccia di battaglia: i cadaveri mostruosi, le minuscole armi, gli aculei che crivellavano la macchina ma altresì i cerchi di cenere prodotti dalle bombe, le piante mietute e piegate nella lotta. Il meadow tornò l’istante dopo solo un prato immerso nel plenilunio. Da lontano, da remote fattorie, il fiacco abbaiar di cani e il mormorio di canali nel buio.
Una notte qualunque.
Ma il rabbitmobile restava un rottame; i ragazzi coperti d’escoriazioni.
“E’ fatta?!... - tuonò Wayne con i coltelli stretti in pugno. La voce gli fu strozzata da un conato di vomito, dalla nausea e spossatezza che, scemata l’adrenalina, lo sopraffecero per le troppe punture, le bolle, le urticazioni, le bruciature e principi d’avvelenamento. Svenne.
Dodgson barcollò a soccorrerlo, ma la vista gli si appannava. Sentì sciogliersi le ginocchia e rivoltarglisi lo stomaco. Stremato cadde a fianco all’amico.

Giugno, 1851.
Il pastore congregazionalista George MacDonald, in viaggio in elitrotto da Aberdeeen alla parrocchia di Arundel, Sussex, che raggiungeva a prendervi servizio, scorse sorvolando le campagne di Oxford - area Christ Meadow - due corpi riversi fra i rottami di un vapormobile.
La pietà tirò la cloche del reverendo, che scese a soccorrere i disgraziati o alle brutte a dare loro sepoltura cristiana. Atterrato su un campo di carote a MacDonald si offerse un enigmatico spettacolo: due giovani giacevano privi di sensi - vivi grazie a Dio! - nel relitto di un veicolo bizzarramente modificato. Al cofano era aggiunta una polena scolpita in figura di coniglio; i ragazzi indossavano l’uniforme oxoniense. Uno allacciava una maschera, o casco, in sembianze di lepore, e giberne riempite di granate e coltelli; l’altro aveva uno zaino di lastre fotografiche e uno strano dagherrotipo. I due presentavano lievi escoriazioni. Ma di lì per molti ettari all’intorno, nel meadow aprico e curato, non c’era nulla, traccia o residuo, che permettesse di congetturare le cause dell’incidente.
Il pastore caricò i giovani sull’elitrotto, li trasportò al Saint Mary Hospital di Oxford, restò ad accudirli fino a che si risvegliarono. In seguito tornò a far loro visita. Da quelli ascoltò, nei giorni di convalescenza, un incredibile resoconto.
MacDonald ne rimase impressionato: a tal punto che sette anni più tardi, dismessa la tonaca e dedicatosi all’attività letteraria, esordì con “Phantastes”, un romanzo di fate.
Charles Lutwidge Dodgson, studente e in seguito docente di matematica al Christ Church College di Oxford, pioniere della moderna fotografia, si dedicò anch’egli alla poesia e narrativa e divenne famoso con lo pseudonimo di Lewis Carroll. Sono note le sue istantanee di fate e la sua equivoca predilezione per le bambine. In seguito a quest’avventura, nel 1865 - probabilmente per elaborare il trauma del contatto con esseri sovrannaturali - scriverà “Alice nel Paese delle Meraviglie”.
Robert Bruce Wayne completati gli studi rientrò negli Stati Uniti, Gotham City, sede delle industrie di famiglia e in seguito capitale del suo immenso impero finanziario. Restò per sempre fiero avversario di ogni forma criminale d’irrazionalità e insania, estimatore del coraggio e del vigore virile: valori e metodi che trasmise ai discendenti tanto che il nipote Bruce, in seguito all’assassinio dei genitori nel 1939 per mano di un rapinatore, adotterà come il nonno un animale simbolo - il pipistrello - e diverrà il giustiziere mascherato che il mondo conosce come Batman.
In larga parte questa storia è vera. Lo prova il fatto che dalla fine del XIX secolo non si sono più registrati in Inghilterra avvistamenti credibili di fate.

http://www.pyraedizioni.com/pag/libro.php?id=7

Da oggi è possibile acquistare sul sito di Pyra Edizioni il mio primo e.book: "Qui si va a vapore o si muore - racconti steampunk nell'Italia del Risorgimento". L'antologia è stata fra i finalisti del Premio Urania 2010. Prezzo di copertina: 3 euro. Buona lettura!

 
Qui si va a vapore o si muore

7Sinossi: Fiotti di vapore, epiche battaglie tra macchine e uomini e strani intrighi costituiscono l'ambientazione di Qui si va a vapore o si muore,racconti steampunk di Alessandro Forlani edito dalla Pyra Edizioni.
Parigi, 1840. La salma dell'Empereur Bonaparte sta per rientrare dopo vent'anni in città; ma sul Belle Poule, il dirigibile che ne trasporta il corpo da Sant'Elena, si aggira un archeologo italiano fuggito in Nigeria e costretto a tornare in patria da una misteriosa lettera. C'è un segreto equivoco, che evoca Anubi, dio dei morti per gli egizi, e A.N.U. B, potente antidoto necrobiotico. Riusciranno i francesi a riportare in Francia la salma trafugata di Napoleone?
Perù, 1825. Padre Ferretti, futuro Papa Pio IX, viene trovato privo di sensi nel deserto e portato in ospedale a Lima, ove iniziano a riaffiorare strani ricordi di apparizioni. A Recanati, intanto, due creature provenienti da un altro mondo chiedono al giovane Giacomo Leopardi di partecipare a un progetto di distruzione dell'umanità. Come si incrocerà il destino del Pontefice con il poeta, complici di una nuova Apocalisse? Riusciranno il cabioviere Delio e i suoi compagni a preservare il destino dell'umanità?
Regno di Napoli, 1839. Il Re Ferdinando apre la gara d'appalto per il Ponte sullo Stretto. A Napoli, l’ingegner Bayard, dopo aver conquistato il monopolio ferroviario del Regno si affida a Corè, domestica caraibica esperta di pratiche voodoo. A Messina nel frattempo, don Luigi Gramitto stringe la mano al mago Cotrone, capace di donare vita a vecchie pelli di animali morti e bambole di pezza.
La battaglia per la conquista dell'appalto sarà epica, tra antiche navi e legionari romani emersi dal mare, manichini impagliati e marinai inglesi. Chi avrà la meglio tra sbuffi di vapore, stregonerie e esplosioni?
 

Anno di pubblicazione: 2011 - ISBN: 9788890649318

Anteprima: 
Qui si va a vapore o si muore anteprima

Edited by K.D.. Powered by Blogger.