Pallino & La Franci

 


Pallino & La Franci

 - una storiaccia di fantasmi raga diobò -

 

 

«Ho saputo una storiaccia», disse l'Alli in gonna rossa, col cerchietto verde alloro fra i capelli color giuda.

Bella l'Alli, benché il naso.

«Che storiaccia?», chiese Virgi.

 

Che si spensero le luci, e che il treno si fermò. Monteverdi gli buttava il confitebor dalle cuffie, e Pallino - schiusi gli occhi, risvegliato dallo strattone di arresto - non capì il vocio incazzato dei passeggeri: lagne rom, miaomiao cinesi, buabuà dei negri e 'cccodio terroni che tormentarono la controllore in biondo charlize e giacca blu:

«Dove siamo? Dove siamo?»

Ma il personale di Trenimerda, paletta in culo e berretto agli occhi, corse zitto la carrozza senza spiegare perché o percome. L'istante dopo l'altoparlante gracchiò sticazzi e "autorità giudiziare": lui, con il magnificat a quattro voci nelle orecchie, sognò coiti sui binari, incrostati di suicidio, con la bella capotreno tutta nuda ed ingrassata. Fatta eccezione per la cravatta cobalto e rossa che davvero lo infoiava. Lei, smorzacandela, che gemeva in modenese che si scusava per il disagio, diobò. Lì nel vagone davanti a tutti.

La ragazza dark & platino a due sedili di fronte a lui, con la maglietta dei Joy Division e due fanali da déa di Omero, pulì in parte il vetro dalla condensa e intristì dello squallore di quella selva da ferrovia: i tarassaco, gramigna, preservativi e Best Brau scolate seppellivano il cemento di una breve piattaforma, la panchina e la tettoia di una fermata dimenticata.

«È Gradara.»

«'cazzo sai, te?», le storse il grugno Pallino. E si tolse gli auricolari per barcollare a sederle accanto.

«Toh, coglione», sfregò ancora il finestrino: sacchi azzurri di immondizia, canne, rami e un rottame arrugginito di bicicletta nascondevano un cartello che confermava che

«Sì, è Gradara. Scusa, oh.»

L'alta fortezza dei Playmobil su una collina di ristoranti. I fari arancio la illuminavano di un medioevo da gidierre, seghe nerd su cozzi e assedi con le azze e con le mazze, schizzi di lattice sulle corazze; pozzi segreti, miosire pazzi e le ragazze cosplayer sozze. Che magari gli sfigati ci si svuotano i d20. Lui però, se tornava alla Commedia, si ricordava che l'Alighieri ci si raspava un bel po' parecchio con quella dama di quel castello cui piacque fare soltanto quello. Corollario: Dante è nerd? Leggi l'Inferno, se non è nerd.

«Ma a Gradara mica ferma.»

«No, non ferma: è abbandonata.»

«Mai fermato, proprio. No.»

«Eh, ché infatti l'hanno chiusa.»

«Da parecchio, sembra.»

«Sì: quand'ero piccola. Già così.»

Lei si strinse nelle spalle, sbadigliò, stirò le gambe: steli neri di orchidee negli scarponi zeppati dodici.

L'altoparlante gracchiò di nuovo: ci si fermava tre quarti d'ora; tre porco quarti di cane d'ora Dio ferroviere Gesùi binari. Piovve Confucio sui finestrini per le bestemmie dei cacariso; déi vodoo, ctonii, equatori sulle labbra nigeriane. Fu un gregoriano di cellulari per le mamme e fidanzate, fu un'anabasi alle mogli ché smorzassero i fornelli:

«Torno tardi.»

«Boh? C'è un morto.»

«No, mi cuocio una fettina.»

«Eh, 'sti stronzi che si buttano.»

«S'ammazzassero da soli.»

«Ti rovinano la vita.»

«Farò stanotte, perlamadonna.»

«Com'è andata, a te?»

«Di merda.»

«Dài, ci sta. Bacioni a Giulii.»

«Ma quando torno ti faccio male. Ma malemale stavolta, Cristo.»

«Io, comunque, son Pallino», le sorrise.

«Io La Franci.»

«Dài, usciamo. Sigaretta.»

In predella, la panchina, la pensilina di ortiche e plexiglas si stravaccarono nicotinomani a intirizzire all'oscurità. Fumo bianco di catrame, di tabacco e di polmone che esalava da fantasmi che odoravano di viaggi. Teste e braccia ai finestrini come afflitti ad una gogna.

La controllore restò col piede sul gradino di metallo e uno sguardo verde ardente al nulla buio di fronte a loro, le colline e la campagna dei confini romagnoli. Carezzava il dorso grigio del palaftreno di ruote e volt; il barrito cupo, elettrico, dell'Intercity che scalpitava.

Crebbe il certamen dell'ovvietà su questi treni in ritardo sempre; «l'abbonamento però lo paghi». Poi i politici, il governo, gli inmigrati clandestini. La ventunenne con la moleskine, occhiali tondi montati in oro, protestò che lei, che lei! - che ci ha vissuto dieci anni in Francia, quindici in Germania, cinque in Svezia e sette in Portogallo - queste cose, questo schifo, non le ha viste mai succedere!

Il pescatore fumò filosofo che a lui, quella volta, toccò un ritardo di tredici ore.

Gli anatemi, le terzine, gli aforismi e gli abomini grammaticali. Post su Facebook, tweet e Instagram su un paese inefficiente, che inveivano a ritroso fino a Rotari e Odoacre.

«Perché è questa la situazione, bisogna dirla la verità»; e una semina di 1 e di punti esclamativi.

La controllore annuì in silenzio. Restò d'acciaio com'era il treno.

Lui e Franci si rollarono white tobacco nelle carte, passeggiarono a fumare dietro il fitto dei cespugli. Molto buio.

«Cazzo, puzza.»

Quasi un tanfo da conati.

E inciamparono in qualcosa.

«Cazzo, un morto.»

«Assiderato.»

Sotto un albero era steso, in posizione fetale, il cadavere di un uomo in tuta arancio da carcerato. Su un plaid logoro di lana e su un tappeto di quotidiani.

«Avvertiamo il capotreno.»

«A cosa serve? Ce n'è già un altro», disse Franci. Restò zitta, a mani in tasca, spalle strette e gli occhi lucidi, a fissare il carcerato che luccicava di morte azzurra; brina, foglie e coleotteri sulla pelle che marciva. Mezza lattina di birra accanto, la stagnola di un panino, mele morse sparse attorno e un ritaglio del "Carlino": il bianconero della sua foto con il bold neretto EVASO – 27.02.2020.

«Ce l'ha fatta, per due giorni», contò Pallino sul medio e l'indice.

«Quanto credi che si scappi a questo mondo?», lei rispose. Il vento freddo le sferzò il viso, una folata la scarmigliò. E quel gatto a nove code di capelli colorati gli ferì l'anima, gli morse il cuore. Lo indurì nelle mutande.

«Sei bellina.»

«Sei simpatico.»

Se lo diedero, un bacino.

«Guarda quella: che cos'è?»

La mano morta stringeva adunca un'agendina di fintapelle, quelle strenne tristi e grigie da Banco Credito Dirottinculo. Gliela tolsero. Provarono. Gli spezzarono le dita. Un croc qualunque di cartilagini fra i croc di rami nel nero folto. E sfogliarono un taccuino di deliri da galera.

«Sembra un diario.»

«No: poesie.»

«Cazzo, questa è bellabella.»

«Fanno piangere», La Franci tirò col naso. Ma al ruggito del pantografo e il fischio limpido cromato acciaio ritornarono sul treno che era pronto a ripartire.

«Non si è fermato tre quarti d'ora», i passeggeri si contrariarono.

«Cosa dico a mio marito?»

«Pronto? Aspettami, ci sono.»

«Vieni a prendermi.»

«Ma come?»

«Ti fai trovare. Facciamo i conti.»

Loro due, coi lucciconi, si sedettero vicini: si impallarono di pagine di versi insani da ergastolano.

 

«Fine corsa. Siamo a Rimini», annunciò Charlize Threnon.

Trenta minuti di traversata fra Cattolica e Misano, poi Riccione, Miramare e non se n'erano neppure accorti. Si fermarono abbracciati, con la mano nella mano, che sudava di emozione e nonsaiquantotiscoperei; gli occhi rossi e il groppo in gola per ottonari con "muori" e "uccidi".

Si litigarono il libricino:

«Te lo lascio.»

«Tieni tu.»

«Ohi, La Franci!», ruttò qualcuno nei cerchi bianchi di luci neon tormentose sui barboni che morivano in stazione: là all'ingresso si sbracciava un moltogrosso col bomber nazi e una smorfia di impazienza sotto la fronte coventrizzata. Fasciolook da diciottenne su una faccia da quaranta. Sputò marrone sul marciapiede, pestò il cigarro col dottor martens.

Lui notò che zoppicava.

«'cazzo vuole, lo conosci?»

«Quello è Ciotto, il mio moroso», chinò lo sguardo e sbiancò La Franci. Il triste livido del dispiacere sulle sue gote di rosa tea.

Scrisse in fretta tretreccetera sul frontespizio dell'agendina. Gliela strinse tra le mani. E Pallino si impietrì. La guardò correre sugli zepponi ed affondare nel sottopasso, riaffiorare all'altro lato, saltellare ad un abbraccio: Ciotto Pound la calciò in culo, la tirò su un'Alfa nera.

 

Prima Mamma, poi Sorella, poi Compagno Della Mamma gli bussarono alla porta che la smettesse con quella lagna, diomadonna, è sera tardi! Ma lasciate mi morire seguì in loop zefiro torna; né Pallino - disperò: acne e lacrime sul letto - ebbe morte precipitia: perché et è proprio pur dunque vero che già mai non può morir chi non è vivo.

Ne sa a pacchi, il Monteverdi: suca l'oboe, Cherubini.

Dalle Bose sul soffitto lassoohilasso; clavicembalo: e un melosisma di ottavo grado su scala antica staccò i poster di Tim Burton, Tarantino, le Wachowski, Nolan, Kubrick in un autunno cineieratico sulle macerie del suo didentro.

Plink, notifica: un raggio messenger schiarì la notte.

«Ciao c 6»

«C sono sì»

«Cosa fai»

«Ascolto musica»

«Leggi il diario»

«Leggo sì»

«Bello»

«Bello»

«E molto bello

sì scusa

stocaxxo di t9»

«Tu»

«Già a letto»

«Stanca»

«No

Ciotto incaxxato

parecchio molto

xché prima

non gli ho detto

che tardavo

per il treno»

«Beh»

«Eh s'incaxxa»

«Quindi»

«Niente»

Plink, la foto: il primo piano di due La Franci. La Franci destra col viso rosso, l'occhio nero, pesto e gonfio con la cispe e il sangue scuro che si incrostava su un sopracciglio; l'altra Franci, bianca e fredda, che tremava in un sorriso.

«???»

«La prende male xché c tiene a me

xò ci soffro nn dico no

è 1 po' di tempo ke nn va bene

fa sempre peggio

sta storia in crisi»

«Allora lascialo

da denunciarlo!11!11!»

«Xò ci amiamo

seee mica è facile

mi porti il libro leggiamo insieme?

Magari passa ma io nn credo»

Lui non rispose, legò la sciarpa, calzò le scarpe e vestì il montgomery. Cacciò il diario in una tasca, volò fuori dalla stanza; scese le scale e tonfò in soggiorno nel blu penombra del tv plasma.

«Uh che stolzo!», disse Mamma; Compagno Mamma non si svegliò, «esci a 'st'ora?»

«Sì, casini.»

«Con una tipa.»

Ti sgama, mamma.

«Segaiolo, te sei fuori!», ghignò Sorella ciucciando un hot-dog.

Virginia Raggi, Rocco Siffredi, Jung Signorino, Di Maio e Galimberti, gli altri giudici di "X Factor" sulla cattedra del talent, la approvarono seriosi dalla cornice dell'ultrapiatto.

Ogni amante è un po' guerrier, buttò il Claudio dal compact disk. Uscì di casa che porchiddivano ché quella merda doveva spegnerla. 

Inforcò la bicicletta, pedalò le strade buie, file bianche di lampioni che si appassivano sui marciapiede, passi soli e frettolosi sul selciato che gelava, saracinesche e locali spenti di una Rimini imbolsita. Muti i cantici da gallo che tirò l'alba cocoricò; canta i Muse di zarro Achille la scia funesta dei morti il sabato, che infiniti addusse lutti al consumismo per diciottenni e molte anzitempo salme di Leroy a Mediadeset condusse. Bagnò i vestiti di umore freddo, gli si appannarono le lenti spesse. Auto stanche che svoltarono a svanire nella nebbia, cani al piscio, vigilantes, le vestigia di CL; stinti ciclopici manifesti dei grandi eventi gridati ai venti. Passò sudato col fiato corto davanti il Tempio Malatestiano, l'I e la S sopra il cielo su un container da oltretomba. Banche in saldo e sinomarket, uno duro in un'aiola, piazza Giovanni XXIII, bar, balconi e l'Alfa nera.

A un davanzale trovò La Franci:

«'spetta, scendo», gli sorrise.

Sentì i passi sulle scale, contò i battiti di cuore. L'androne squallido, la porta a vetri, si illuminarono dei suoi occhioni: quello pesto, pure, eccome! la voglio un vallo così com'è.

«Hai portato il libro?»

«Caz.»

«Dài, ne voglio una bellissima.»

«Non mi fai salire?»

«No», singhiozzò dalla paura.

«Ah. C'è Ciotto. È vero, cazzo.»

«Devo subito rientrare.»

«Che gli hai detto?»

«Una cazzata. Tipo porto fuori il cane.»

«Hai un cane?»

«No, macché, mi fanno schifo. Lovvo i gatti, le lucertole. Lui non sa che non l'abbiamo. Non si accorge, stai tranquillo.»

Poi Pallino sfogliò le pagine che maceravano di umidità - nere d'unto, di ditate, di catrame e di catarro - fitte e sporche di canzoni scritte in grosso con un lapis. Punte fatte alle matite con le wilkinson da barba; punti, virgole e parole temperate coi coltelli. Vuoti a capo di trent'anni, settenari lunghi ergastoli, celle ottave e stanze di isolamento sotto tiro della mitrica di endecasbirribi e secondini. S'i' fusse sisma futterei a l'Aquila, s'i' fusse l'acqua futterei Vajont, s'i' fusse ponte crullerei su Genova, s'i' fusse Thanatos strafutterei. S'i' fusse Papa sarei sempre in tiro et li bambini mi futterei, s'i' fusse Riina sa che farei? Rifutterei e futterei Falcone. S'i' fusse Erika andarei da mi' madre, s'i' fusse a Omar futterei 'l fratello. S'i' fusse Wenstein ma purtroppo no torrei le fiche giovani et famose, 'e femministe se 'e chiavasse altrui.

«È tutto vero», lampò Pallino, «dovremmo farlo.»

«Dovremmo cosa?», La Franci rabbrividì.

Lui le accarezzò i capelli biondi luminosi che gli scuoiavano le palle e l'anima a ogni alito di vento, quel flagello di nonnulla che gli mordeva le voglie e il cuore. La baciò sull'occhio nero, la leccò sul labbro rotto, succhiò il chimico e l'amaro del cortisone sulle ferite. Gli tremarono le dita su un damasco di suture.

Lei lo morse, cazzo. Forte.

E restarono in silenzio, fermi, in piedi nella notte, con il libro aperto in mano che gridava i loro "basta!". Ma non ne lessero un rigo avante.

«Cosa cazzo stai facendo, sporca troia?», gridò Ciotto. Bestemmiò dalla finestra, tornò dentro, sbatté porte, corse giù in mutande e mazza, «io ti ammazzo, brutto stronzo!»

Si guardarono negli occhi:

«Sì, dovremmo.»

Caricarono.

Si azzuffarono di urla, di cazzotti, morsi e calci, lo sbatterono sul marmo, denti rotti sui gradini. Cristoilmale della mazza su un ginocchio e nelle reni, cazzoilcalcio nelle palle con le zeppe della Franci. Ciotto in piedi, «dài, finocchio»; sbatté lei sulla ringhiera, lo costrinse spalle al muro, muco e croc dal naso rotto, sputo e sangue sul linoleum e piscio e bava sugli zerbini. Da una tasca del montgomery cadde a Pallino la birobic: scattò a terra, la afferrò, la piantò in un occhio a Ciotto. Schizzò nero dappertutto, fiotti scuri alle pareti, crollò urlando in convulsioni negli umori di cervella. I pianerottoli si popolarono dei magrebini, cinesi e bangla, dei filippini, gli slavi e zulu. Molte madri di Gesù.

«L'hai ucciso!», pianse Franci.

«Io...», Pallino si impietrì.

Cionnò urlò, spalancò l'occhio: era un pozzo di omicidio. Lo afferrò per le caviglie, lo tirò a terra, colpì alle tempie. Lui, stordito, ruzzolò fino al portone. Vide offuscato di sangue e lacrime La Franci inerme sul corrimano; vide il mostro, con la mazza, spaccarle il cranio frollarle il volto.

Diòs diòs diòs dai pianerottoli, pianti ed echi di terrore.

Vide Ciotto avvicinarsi, lordo, folle, che ansimava; il suo alito di alcool e il fetore di interiora.

Sentì il colpo. Calò il buio.

 

«Chiappa male», la Virgi rabbrividì.

«Viene il peggio», disse l'Alli.

 

 

Lasciò cadere il martello a terra sulla poltiglia di quel fichetto, polpa grigia e pozza rossa su un cappotto verde floscio. Guardò Franci, sui gradini, negli icori appiccicosi; un occhio azzurro capelli platino che galleggiavano su quello schifo.

«Che cosa ho fatto?», Ciotto tremò basito. Gli si sciolsero le gambe. Con il ghiaccio alle budella.

Hai fatto bene: lo meritava; inghiottì e si raddrizzò. Quello lì era comunista, si capiva dagli occhiali: una zecca e una puttana tolti di mezzo in un colpo solo. Gran serata, bravo! A noi! Eia eia, camerata!

Strappò la biro dal buco in faccia, tamponò col fazzoletto, strinse i denti e pregò Wotan non gli calasse l'adrenalina. Ma tremava, aveva freddo, vuoto atroce nello stomaco; gli pulsavano le tempie, si sentì ardere di febbre e fifa. Finché durava restava in piedi: tigna, istinto e la paura.

È un casino, qui: risolvi.

Si buttò contro la folla, menò a caso fra i condomini. Strinse al gozzo un peruviano col rosario fra le dita, occhi agli angeli, sudore e Immacolate fra i denti gialli.

«Ti do cent'euro. E non ti ammazzo. Pensa, cazzo: ci guadagni! Qui pulisci, presto, adesso: te e tua moglie, fate prima. E se a qualcuno venisse in mente di raccontarlo», gridò, ché il palazzo lo sentisse, «e di chiamare la polizia, vedremo un po' come siete messi coi permessi e con lo spaccio.»

Prese i corpi alla collottola, li trascinò nel cortile interno. Uscì in strada, corse all'Alfa, succhiò benzina dal serbatoio. Riempì una tanica e tornò dentro, sparse i cadaveri di carburante. Salì in casa,  si vestì, trovò lo zippo e tornò sui corpi. Appiccò e guardò bruciare. Si coprì la bocca e il naso dai vapori disgustosi, la fumata  nauseabonda di grasso umano che si scioglieva. Sfrigolava sul cemento, broda viva nella fogna. Ai piani alti conati e tosse, finestre e scuri serrati in fretta.

Lui pensò, molto commosso, che fosse bello e sieghailabbestia che se ne andassero come i Goebbels: perché alla Franci voleva bene, e le doveva una morte epica.

Salutò col braccio teso, fu la cenere e il fetore.

«... e c'è il vento», ghignò Ciotto, «spazza, spazza, ché fa comodo..»

 

Sarà stato che il febbraio stregheggiava al bisestile, quel giorno zolfo di un calendario su un frigorifero non euclideo. Sarà stato che si amarono. Che la fisica si fotte se top ten, poemi e versi - se i biglietti Perugina - dicono ch'Amor vincit la morte benché fosse una storiaccia. Benché il martello, la benza e il fuoco. Ma la folata portò la polvere sopra i tetti riminesi, la soffiò sopra il Marecchia, sopra spiagge e gli happy hour; scosse i nastri flosci e laceri delle notti carnicine. Raggiunse i colli, salì al castello, si posò sui merli Lego.

Tacque, insomma.

Fu un incidente molecolare: le loro ceneri, le antiche lacrime, stessi nomi e dna. Magia nera, disse Yeats: queste cose infatti esistono.

«È una stronzata», sbuffò la Virgi,

«L'ha scritto un nobel: tu chiudi il culo», disse l'Alli.

Continuò.

Sangue secco e cosa morta si impastarono in qualcosa: dal dolore e la fanghiglia, dagli sterpi e le lattine, due creature polverose resuscitarono nel nero folto, sotto i muri di Gradara dove tornarono metempsimemori. E marciarono, di notte, sui binari desolati.

Fino a Rimini. Stazione.

Chi fa mai caso, con questo buio, a due nuvole di sporco?

Scivolarono nell'ombra sotto i filari di via Battisti. Auto ferme, cassonetti, bottiglie vuote sulle panchine. Poster laceri dei circhi, i volantini di sensitive, toponomastiche arrugginite e uno scheletro di siepe. Respiri elettrici dei cavi aerei sui treni merci al di là degli alberi, torpedoni a strisce azzurre sotto hotel di amianto e ottone. Il monolite di un grattacielo con infissi per suicidi. Fughe umane e surmolotte.

L'Alfa nera, il condominio. Luce accesa al terzo piano.

Attraversarono il portone a vetri e fluttuarono alle scale, sul detersivo d'iperdiscount e sull'aceto sul loro sangue.

 

«Cristo, è fumo! Cosa brucia?», tossì il Ciotto soffocato. Saltò dal letto, si sfregò gli occhi, lo attossicava un vapore acre, un amarognolo rovente in gola e il veleno nei polmoni. Tipo pile, chip, un acido... «è la tele! Va a puttane!»

Si buttò sull'apparecchio: però no, perché era intatto: televendite notturne di cioccolate per dimagrire.

Le voci flebili lo raggelarono. Quelle voci nella testa. Il cigolio della porta schiusa e un fruscio nel corridoio.

«Non brucia niente. Bruciamo noi.»

Le due figure di terra e cenere affiorarono dal buio, volti amalgami di grasso, mota, foglie ed escrementi. Il viso morto sottile e triste, gli occhi fatui della Franci; la faccia a cazzo la fronte brufola del comunista che l'ha chiavata.

Gli protendevano le grinfie fredde barcollando silenziosi. Unghie, denti ed ossa nere divorate dalle fiamme. Due cadaveri fumanti in una nube di oscurità, e un calore di fornace che annerì e crepò l'intonaco.

Gli scagliò contro Giorgio Mastrota e il gran pezzo della Orlando, glutei bicipiti californiani e un set omaggio di integratori: la tv li trapassò, scoppiò in scintille su una parete, sfondò il costato di rami e polvere che tornò intatto con un risucchio.

Fu spalle al letto, crollò supino, scalciò impazzito tra le coperte, legato in trappola tra le lenzuola appiccicose di sudore. Lo spettro stronzo gli strinse i polsi, la cartilagine scavò la carne, marciume e fuoco poi gelo morto nelle vene, i nervi e l'ossa. Lei, La Franci, gli sedette sul torace, gli graffiò l'occhio ferito, gli soffiò la tomba in faccia: gli occhi grandi, il naso aguzzo, le labbra piccole e deliziose si decomposero in terra e vermi che colarono a strozzarlo.

«Ma voglio un bacio», lei gorgoglio, «l'ultimo bacio, ché ci lasciamo. Sto nel vento, con Pallino, sto nel freddo e nella cenere. Ma questo bacio tu devi darmelo.»

Gli affondò le fauci in bocca, lo annegò di guano e larve.

 

«Fa molto schifo», smorfiò la Virgi.

«Però è romantico.»

«Cos'è, stai male? Ti vedo pallida.»

«... per l'emozione...»

L'Alli cadde. A corpo morto.

«Oh, è svenuta raga. L'acqua?»

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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