(un racconto di Malqvist di Thanatolia)
Malqvist sbatté il tizio con il grugno alla parete, lo afferrò per il codino, e per fargli capire come andava gli appoggiò il coltello sullo scroto.
«Chi ti manda?»,
gli ringhiò in un orecchio: perché a lui risultava di essere pulito, e di avere
la coscienza tranquilla. Certo una coscienza bisognava magari avercela -
pensò - ma insomma con i debiti stava a posto, da un po' di tempo.
Tetto e sbobba li
guadagnava spaccando legna per la Norina: che non era una signora, lo
alloggiava in una stalla; lo trattava a sputi in faccia come un po' tutte le
vecchie matte, ma cuoceva un pane buono e nella zuppa metteva i ceci, due
giorni a settimana. Con i dadi aveva perso tutte le mani tirate: Leccafuoco gli
aveva tolta la borsa magra dal collo, ma gli aveva anche giurato che «con
questa siamo pari».
Leccafuoco era uno
con cui all’epoca, quando i morti erano tosti e le tombe erano piene, Malqvist
aveva stretto più di un Patto di Torcia: se aveva detto «è finita qui»,
intendeva che era tale.
Ne era sicuro come
del fatto che questo stronzo, adesso, se non avesse parlato, sarebbe
morto nel buio pesto di una straduzza di Handelbab annegato nel sangue dei suoi
stessi coglioni.
«Ti ho chiesto chi
manda»: ma il tizio aveva fifa. La casacca, l’acconciatura, e porcomondo il profumo
gli sembravano di quelli che i delinquenti puliti indossavano al servizio di
nobilastri e strozzini; di usurai che con l’insegna "banco pegni" su
un portone ti raccontavano che il loro è un lavoro da onesti.
Ti facevano
firmare: e con questo eri d’accordo.
Malqvist, per quel
pochissimo che ricordava, nei momenti da lucido non aveva preso soldi. Da
ubriaco sapeva di non averlo mai fatto. Né da sobrio né da sbronzo era in grado
di scrivere il proprio nome: di scrivere, in generale; e coi tempi che
correvano non si accettavano croci: «mi dispiace»; le scartoffie erano cose
troppo serie.
Quindi no.
Questo, poi, sotto il filo
del coltello, stava tremando davvero troppo per poter essere un esattore. Uno
sgherro. Un galantuomo. Il sibilo, l’odore, e un senso di bagnato, tradirono,
alla fine, che si era pure pisciato addosso.
Malqvist
rinfoderò.
Mise il tizio
spalle al muro per riuscire a guardarlo in faccia, studiarlo, sempre a tiro di
un cazzotto dato bene casomai tentasse scherzi. Ma non la aveva, la faccia di
chi fa scherzi: gli sembrò una pasta d’uomo, poco più che ragazzino: gli occhi
tersi di chi ha visto poco mondo e le labbra delicate di chi non smoccola per
raccontarlo.
Un imbecille.
«Cos’è, sei muto?»
«…. nononono…»
«Ah. Tartagli»,
lui sospirò.
Bisognava aver
pazienza.
Guardando meglio
gli fece strano che non si fosse difeso: sotto il nero ricamato di una buona
camiciola, macchiata qua e là di un po' di polvere, o gesso, e attillata
sulle spalle e su braccia mica male, il ragazzino doveva avere il vigore, e la
tempra, per i lavori da maschi.
Era inteso che,
comunque, non sarebbe stato un vero scontro. Ma lui quella sera avrebbe forse
dovuto chiedere a Norina un impacco su un sopracciglio, le labbra. Un bicchiere
in più di vino e una balla in più di fieno.
«È da stamane che
mi talloni e mi spii. Mi stai dietro da tutto il giorno: non sono stupido.»
«Lo ammetto. Sì.»
Non tartaglia,
almeno. Meglio.
C’era il fatto che
stasera è quel genere di sera che le posse e i tagliagole fanno la somma dei
loro conti, Malqvist respirò, e se uno ti sta addosso meglio restare con
gli occhi aperti. Con questo pollo m’è andata bene... Ma è dicembre, il freddo
morde, gli osti servono il vino nuovo, e si beve volentieri. Ed è un’ottima
scusa per una lama tirata a caso.
«Cosa vuoi? Non te
la prendere: io non salvo principesse.»
«Io… mi chiamo Mikkel
Hangelbohr…»
«Come e chi? Ci
conosciamo?»
«Forse. Spero. Io…
sono scultore.»
Ecco perché ha le
mani di chi conosce i mestieri veri, delle pietre e dei martelli: Malqvist,
tuttavia, non gli nascose una smorfia di delusione per lo sperpero di forza in
questo genere di puttanate.
«Sei artista,
insomma.»
«Sono noto. Il
migliore di Hadelbab.»
«E chi lo dice?»
«L’ "Urlante
Parnaso". È un’illustre rivista. Qui in città puoi trovare molte opere che
etternano il mio nome.»
Lo disse proprio
con le due T. Come lo scrivono sui piedistalli.
Lui levò lo
sguardo e girò gli occhi, perplesso, ai marmi, gli stucchi e i cornicioni che
sovrastavano quel vicolo puzzolente; agli scorci dei palazzi, le facciate delle
chiese: quanto insomma, all’umido plenilunio, si offriva in quella notte al suo
senso del bello.
Poco senso, e poco
bello, scrollò
le spalle: tant’è. Thanatolia era tutta un racconto figurato di
cadaveri, di teschi, di sudari svolazzanti, di péroni e di tibie che si
intrecciavano con l’alloro, di paesaggi sepolcrali sorvolati da avvoltoi. Se
eri nato nel Continente dei Cimiteri, non potevi conoscere né immaginare che
questo; "etternare" il proprio nome in questo genere di soggetti…
«Se sei contento»,
si grattò Malqvist, «per ma va bene. Perché mi segui?»
Si pentì subito, e
bestemmiò, per averglielo domandato: perché ora il cretinetto gli avrebbe detto
che basta, con la vita di sogni e di mollezze che aveva sempre condotta. Si era
appena pisciato addosso per un coltello alle palle: ma un oracolo, un presagio,
un dio, un amore di quindici anni o un romanzo scritto in versi lo avrebbero
ispirato, in quell’acquoso chiaror di luna, a impugnare qualche cosa e
diventare un eroe adulto. Malqvist ne aveva visti, a decine, e a
qualcosa-di-più-che-le-decine, mettersi alle calcagna di una posse di
combattenti e crepare male e primi nel saccheggio di un labirinto.
Era sempre stato
brutto.
Era sempre stato
onesto, e aveva sempre risposto «no. Fattele con qualcun altro le ossa,
ragazzo: non con me.»
Riderai quando ti sposi,
ti dicevano le nonne.
Menerai quando ti
ingrossi, ti dicevano i guerrieri.
Non aveva avuto
figli, ma nemmeno avuto morti.
Prese il fiato per
un lungo predicozzo, cercò i termini più paurosi, più feroci del dizionario per
persuaderlo che il predone non sembrava il suo destino. Ma Mikkel Hangelbohr
troncò sul nascere:
«Siete uno dei più
longevi e più noti saccheggiatori di tombe, signor Malqvist…»
Modestamente.
«… e gli onesti
cittadini di Handelbab non negano che le fortune di questa nostra città
dipendano, in gran parte, dalle imprese di gente come voi.»
In quel
"gente come voi" c’era un tono che a lui non piacque: una nota a metà
tra perculata e disprezzo. Perculata, soprattutto. E "le imprese"
è una parola che sta a dire "malefatte".
«Un comitato di
maggiorenti m’ha incaricato di farvi il monumento. Ovvero: non un monumento a voi,
come persona: perché siete un signor nessuno…»
E ti pareva?
«… una statua
allegorica alla figura del Tombarolo, capite? Voglio voi come modello.»
«Sarebbe a dire?»
«Venite all’atelier,
domattina: discuteremo i dettagli.»
«E che cosa ci
ricavo?»
Lo scultore
slacciò il cordino che gli reggeva la borsa, gli lasciò in mano il fagotto
intero con espressione annoiata.
Era intriso di
piscio.
Ma pesava. E
tintinnava.
«Fila a casa, artista»
lui lo salutò, «è una notte rischiosa, per un giovane tanto buono.»
Sessanta astragali
- di che vivere per un anno - gli sembrarono un buon motivo per alzarsi a
un’ora dignitosa e cercare quest’ostello che l’imbecille gli aveva
detto. Non lo aveva chiamato esattamente così: doveva avere un difetto di
pronuncia. Aveva detto "artigliere". Doveva essere
"somellier". Ma era vero che l’emozione, e il restare incredulo per
quel gruzzolo, non gli avevano fatto chiuder occhio fino quasi i sei rintocchi
dei campanili di Handelbab.
Malqvist, su una
paglia, a una luce di lanterna, si era fatto passare e ripassare tra le dita
quei preziosi cubetti d’osso che suonavano di pasti caldi, vino, un letto, una
ragazza; di una rivincita la volta buona alle carte attorno al tavolo dei
compari.
Belli, e bianchi,
come il culo di una donna che si lava.
Al mercato aveva
visto una mantella di lana che a Norina gliela doveva, per quanto fosse
costata, e forse era anche tempo di un’ascia nuova: alla malora la nostalgia.
Questa vecchia aveva incise sul manico le tacche di una vita e l’orgoglio
dell’avventura: ma le avventure le vive l’uomo, e la bipenne è solo un pezzo di
ferro.
Ci doveva aver
rimuginato per almeno quattro ore: stamattina era uno straccio.
Quello lì s’era vantato di
quanto fosse famoso: tutti sanno dove vivono i famosi.
Chiederò.
Malqvist trovò che
«l’illustrissimo divin scultore», gliel’indicarono, che «quest’artista con la
maiuscola», il «Maestro Mikkel Hangelbohr»si era fatto una villetta nei
quartieri eleganti. Superò i cancelli d’osso, ottone, e sorvegliati da
alabardieri, e salì in una città che non puzzava di città.
La foschia dei
cimiteri si addensava all’orizzonte. Si addensava all’infinito, su questa
ultima realtà del mondo. Tetti azzurri si alternavano alle siepi dei giardini,
e alle fronde dei cipressi che ombreggiavano ogni casa. Mura alte, sottili, e
coronate di funebri fantasie ovattavano gli scherzi delle signore borghesi, e
celavano agli sguardi dei miserabili come me le piscine di Amontillado
in cui facevano il bagno.
Nonostante la sua
stazza, nonostante la sua scure, Malqvist procedeva a sguardo basso e rasente i
muri tra le coppie di mingherlini, e di scope di saggina, che passeggiavano
verso il niente e verso il flauto di qualche festa. Il benessere, per lui, era
sempre e sarebbe sempre stato qualche cosa di anormale, di inquietante: gli
insinuava anche la colpa di aver lasciato qualcuno indietro.
Anche se adesso aveva in tasca i sessanta ossi, e quella sera, probabilmente,
ne avrebbe avuti di più.
Nelle statue, gli
eroi erano sempre col culo nudo, una foglia o un drago sull’uccello e
brandivano le armi come i pivelli la prima volta. Non capiva, ancora, non aveva
realizzato se l’idea di posare a cazzo all’aria gli andasse a genio o per
niente: ché avrebbero veduto centinaia di persone, perché lo avrebbero esposto
in piazza: quei bastardi dei compari, le bagasce velenose, come quelle che a
ragione ce la avevano con lui - se non le aveva pagate… - se la sarebbero
sghignazzata che lo aveva piccolino. Ma, se lui doveva essere il modello per la
statua al Tombarolo, avrebbe detto a Mikkel sai-come che non era in quel modo
che si scende a depredare: ma che anzi ci si copre di tutto il cuoio che trovi,
di un elmetto, di una camicia di maglia; che la spada la si impugna in un certo
modo ma che è meglio se ti porti una balestra. Agli spettri, con i dardi, ci
fai poco; ma ai ghoul fa tanto male Qui pensieri gli sollevarono un po'
l’umore: camminò, da ricercato professionista, tra una folla più pulita di
incapaci a vivere una vita.
Qualche strada più
in là - l’indirizzo era quello - calò di nuovo la cresta e inghiottì per la
paura.
La villetta era
guardata da una pattuglia di sbirri: non gli alabardieri che guardavano i
cancelli - utili e capaci come i putti sull’inferriata - ma gli sbirri quegli
veri delle stradacce giù in basso. C’erano facce e c’erano manganelli che
conosceva personalmente: per esperienza, dolore; che qualche notte
finita male lo avevano legato, lasciato in piedi nell’acqua fredda di un pozzo
fino al sorgere del sole, e lo avevano salutato con il ferro contro i denti, e
l’apostrofe gentile «un’altra volta ci pensi, stronzo».
Tra tombaroli è
successo a tutti.
E i fantasmi sono
peggio.
Sul selciato notò
qualche macchia di scarlatto.
Che scuriva e si
allargava sul vialetto di ingresso.
Notò i grumi
e la poltiglia che luccicavano sui crisantemi.
Malqvist provò una
strana sensazione: non proprio, o non solo spiacevole: purtroppo familiare.
L’abitudine al massacro.
Sulla porta c’era
Mikkel riverso a pancia in su. Freddo. E la pancia era aperta da una lama di
coltello: chi è del mestiere, pensò Malqvist, lo sa. Con quelle
mani da lottatore, ma un lottatore gentile, il ragazzo si era stretto e
trattenuto le viscere per tutto il tempo che aveva avuto; per tornare dal buio
al calore dell’atelier.
Atelier, gli tornò in
mente: era quella, la parola.
Ha tenuto un sacco
duro: io l’ho visto, che era grosso.
Il defunto era
accudito con pietà muta e struggente da alcune monache di un Culto Lecito, che
tenevano alla larga le manacce degli sbirri. Nuvolette di incensieri, e gesti
magici per il morto, ottundevano le chiacchiere irrispettose e sacrileghe che
un chirurgo e i poliziotti gli sbriciolavano tutt’intorno.
A Thanatolia si fa
così.
Gli sembrò una cosa
giusta.
Dalla pattuglia
gli venne incontro il sergente Savallus: il mattino luccicava sulla sua testa
sudata, calva; la cervelliera gli pencolava agganciata alla cintura con la daga
e con la mazza che ciondolavamo sui fianchi larghi. Malqvist intuì quanto fosse
rilassato: se qualcosa era successo, era già tutto finito.
Molto male, per
qualcuno.
«Ciao, maiale», il
sergente lo salutò.
«Non c’entro
niente», lui disse.
Poi d’accordo: sarebbe
stato difficile convincere gli sbirri che non era lì per caso, ma cercava
Mikkel Hangelbohr; e che lo aveva invitato lui, e che lo aveva pagato; che non
c’erano motivi di sospettare se lui - un grattatombe dei bassifondi - questa
mattina, di buonumore, passeggiava in Città Alta. Che non lo aveva scannato
lui.
Non lo avrebbe
creduto.
«Ho già in mano il
colpevole. È già salito alla forca. Ed è un miracolo ci sia salito, perché
prima i ragazzi se lo sono lavorato. Una rissa: un ubriaco colpisce a caso, è un
fendente di troppo. ˈSto ragazzino passava lì, se l’è beccato alla trippa. È
una morte molto stupida», Savellus sospirò, «deve avere sofferto come un cane.»
«Come sai che non
è stata una vendetta, o una rapina?»
«Perché so che con
questo non ce la aveva nessuno. Anzi. E che aveva appena fatto un’elemosina.»
Fece un cenno alle
monache che coprissero il corpo: lo caricassero su una lettiga e lo portassero
pure via.
«Pare fosse uno
famoso. Lo mandiamo al camposanto.»
Tutti
sanno dove vivono i famosi.


