Appunti su un Romanzo Lunare

 

Cose di questo romanzo che possono interessare a un editore, a un esegeta ma che non necessariamente un lettore deve sapere

Sono approdato ormai da molti anni, direi, al Culto della Dea. Lo si chiami e conosca come vuole: è il culto della Vergine, il culto di Madre Terra, è il culto di Santa Muerte o il fandom di un’attrice. Per me è una figura che attraversa le culture e civiltà, e che tuttora l’Umanità sa e vuole trovare in forme nuove e diverse (… e mica tanto, diverse…); lo ha sempre fatto, lo fa e lo farà ancora. Dalla Venere di Willlendorf alla Inanna della poetessa Enheduanna; dalla Himiko giapponese fino a Nut, Hecate, Persefone, e tutte le Dee lunati e tutte le grosse göttin. Fino ai noi che formalmente abbiamo smesso di pregarle ma nel cinema abbia eletto le Dive; le icone, le supermodel degli Novanta. Dalla Venere di Milo il più pop possibile a Monna Lisa sul grembiule di Umberto Eco, da Marilyn Monroe (non solo di Andy Warhol) a Claudia Schiffer con il pancione su una cover di "Vogue". (Rap)presentano un divino che continuiamo a cercare, trovare e riconoscere; un divino meno giudice (che diritto ne ha?), terribile e in certo modo tangibile e manifesto del divino maschile; un divino che è nei letti d’ospedale ogni nascita e ogni morte del mondo. La creatura che era poco più di un orango non arriva a caso a modellare l’argilla per scolpire una figura di donna incinta (senza volto e tutti i volti); non può nascere dal niente e dalla sola architettura l’idea-necessità di vetriate di cattedrale che rappresentano la Luce che penetra nel Tempio senza infrangerne l’imene; non si arriva all’esplicito della Vergine nella Mandorla. Eccetera. Non sono un antropologo o uno storico dell’arte, per elencare tutti i dati che vorrei, dovrei, potrei elencare. Sono solo pensieri miei: inesatti. Ma tutti i romanzi hanno origine da fatti propri.

Ma tu mortal non sei (il titolo è un verso di Giacomo Leopardi dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia; in cui il Pastore si rivolge alla Luna), è un romanzo lunare e rituale del Culto della Dea.

Nella forma della Luna.

Nell’ipotesi di una Luna-Mondo Nuovo colonizzata dalla Repubblica Popolare Cinese.

Il romanzo ha una struttura in Nove Atti: che è, tecnicamente, la struttura che preferisco (chi ha letto i miei racconti, o frequentato i miei corsi di scrittura, ci ha consumato la penna). L’ho anche scelta perché il nove è un numero lunare: non sono un astronomo, spiegare è complicato, e Google serve a questo.

Nei Tarocchi la Luna è l’Arcano XVIII: nove moltiplicato per due torri che si fronteggiano e due cani che si abbaiano contro, e che abbaiano proverbialmente alla Luna.

Nel romanzo, ogni atto della struttura in Nove Atti è composto di tre capitoli (tre per tre); per un totale di ventisette (tre per nove). Chi fa uso di questa struttura sa che l’Atto Zero "informa" la struttura stessa degli elementi che l’autore conosce, usa, gli sono necessari, ma che non è detto che il lettore debba - forse mai - conoscere. Nel romanzo, questi sono i tre capitoli che definisco "rituali", espressamente rappresentativi e celebrativi un Culto della Dea. Sono i capitoli che hanno titoli liturgici; citazioni da formule e preghiere volte, dove è il caso, al femminile. Introibo ad altare dei diventa deae; ecce ancilla domini diventa ecce ancilla deae.

Tutte i personaggi femminili protagonisti del romanzo hanno un nome che inizia per M. Che è naturalmente la M di Maria (Miriam, in ebraico); Maddalena; è la M che già in indoeuropeo rappresenta la radice MTR di madre (mater, mutter, mother, mère), e il cui segno raffigura il calice e l’ascia bipenne dei sovrani sacerdoti (ve lo siete mai chiesto, voi boonerd là fuori, perché è l’arma e lo scettro della Regina Himika di Jeeg Robot?). L’unica che non risponde a questa regola è Francesca, per il solo fatto che Francesca è la persona - reale - la cui reale vicenda a un colloquio di lavoro in Cina (riportata a inizio del romanzo) ha acceso la miccia di questa storia.

Oltreché, Francesca è il nome di mia madre.

È un romanzo che descrive un passato, un presente, un futuro e un transito progressivo nel corso degli stessi. Sono sempre stato persuaso dell’incipit dei Quartetti di T.S. Eliot ("Il tempo presente e il tempo passato sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato").

Ognuno dei tre capitoli di ogni atto rappresenta una sessualità (non necessariamente un sesso: il concetto è invece quello del modo di recitazione mai e hataraki del teatro giapponese Nō): maschile, femminile e ermafrodita.

Per il resto: si tratta come sempre per me di un romanzo speculativo di fantascienza sociologica. Si svolge nel 2042. Ho pensato a una cronologia di fatti e personaggi che inizia nel 1978, che immagina eventi che potrebbero essere accaduti già pochi anni fa (2020) ma ignoti all’opinione pubblica; fatti che potrebbero minacciosamente accadere a dieci anni da oggi ("il cielo ne dà chiari segni", avrebbe scritto Virgilio) ed effettiva science-fiction (gli ermafroditi, i mutati, gli ippogrifi).

In un certo senso il titolo echeggia quello del mio sfortunato lavoro precedente (Non tutti certo moriremo: che evidentemente non è stato abbastanza resiliente, inclusivo e Resistente per l’ambiente della fantascienza italiana "che conta" o cui piace illudersi di contare), perché anche stavolta è un romanzo sulla necessità, l’ipotesi, e ineluttabilità di cambiamenti: non solo sociali ma anche e forse soprattutto biologici e costitutivi l’essere umano. Anzi credo che in questo senso i più auspicati mutamenti sociali, del costume, morali e filosofici finiranno per rappresentare la più grave (e greve) zavorra.

I soliti e molti Easter Eggs, come le citazioni a Spazio 1999; a Ghost in The Shell; Samuel Beckett, fino a canzonacce delle Camicie Nere, li lascio trovare ai lettori ludopatici quanto me.    

 

 

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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