lunedì, novembre 17, 2025

Racconto di Natale 2025

Josh diede un’occhiata alla nuova barista: dovette ammettere che era molto, molto, è un po' troppo carina. Ma che era una bambina. Lo capì da un orecchino a forma di testa mozza che le pendeva dal lobo destro: perché solo una bambina poteva avere un gusto simile per i gioielli. Un gioiello, in effetti: perché non era bigiotteria. Un gioiello in oro rosso con pupille di brillanti.

Quanti anni doveva avere? Quindici? Diciassette? Nemmeno il minimo per lavorare? Si atteggiava a ragazza vera di dieci anni più grande. Perché non pensano, a quell’età, che sei dieci anni più vecchia.

E atteggiarsi le piaceva.

La tradivano i dettagli.

Josh certi dettagli li notava al primo sguardo. Si era molto esercitato per saper coglierli: sapere usarli.

Gli piacevano, i dettagli.

Perché lui ci lavorava.

I tedeschi dicevano che nei dettagli c’è il diavolo.

Agli scrittori i dettagli piacciono.

Anche a quelli più mediocri.

Gli era sembrato di aver capito si chiamasse tipo-Salma.

Selma.

O Salomè.

La guardò pulire un tavolo sette volte con un panno color porpora. Poi un altro. Sette volte. Li puliva sette volte. Doveva avere una fissa sua. Agitava tette e culo sette volte eccezionali, sempre, e tanta roba. Quanti aveva fregato, sulla soglia degli inferi? Era al bar da appena un mese, ma si diceva già quasi tutti. «Se il rapporto è consensuale», ridacchiavano i bavosi, «non è un reato», finché non tocca a tua figlia. Si diceva che per lei ci si fosse accoltellati. E che fossero finiti all’ospedale quel-certo-tizio di nome Eros e un-altro-tizio di nome Butt. E dicevano, comunque, «non hai mai visto la madre».

«Bella figa?»

«È una milfona»; si chiamava Erodiade.

«È un nome strano.»

«Mi sa che è un’araba.»

«Resta ovvio che a quindici anni non ci sono paragoni…»

ˈSti schifosi.

Josh proverbialmente predicava molto bene, ma altrettanto proverbialmente razzolava molto male. Peggio, anzi: perché aveva razzolato, e il casino era successo; e adesso, ormai, non si trattava di dare occhiate a un bel culetto da adolescente, si trattava di realtà. Tra persone fatte adulte in un ansito sudato.

«Josh», disse a sé stesso, «non t’atteggiare a poeta: in un istante di sperma, è stato; un bell’istante del cazzo.

 

«Ma sei sicura?»

«Sicura, sì», gli aveva detto la Miri.

Dio, com’era bella con quegli occhioni celesti! E che abbinava quand’era inverno ai suoi montgomery blu, e in estate ai costumi di quel blu mare di un mare laggiù in fondo, un mare irraggiungibile. Con i capelli come uno scroscio di oscurità su una pelle color caffè di un vero bar italiano. Com’era bella, in silenzio coi fogli in mano, che Josh le passava appena tolti dall’Olivetti:

«E com’è, quindi?»

«Puoi migliorare», lei gli sorrideva.

Sapeva leggere, Miri, e molto bene: e riflettere, e editare i suoi racconti, molto meglio del pack of rats dei redattori di "Four".

Dei colleghi che stasera, ieri, all’infinito, attendeva lì al Jazz Garden per un ultimo birrino.

Pack of rats era il modo in cui Lauren Bacall, quando era diciannovenne, definiva quelle merde degli amici di Humphrey Bogart.

Che ne aveva quarantaquattro.

Quando loro, da sposati, le insozzavano la vita.

Aveva avuto ragione Lauren.

Aveva sempre, ragione lei.

Era vero.

Era incinta.

Era bellissima.

E aveva sedici anni.

Josh, invece, era arrivato alla parte triste e miserabile dei trenta: quando è chiaro che il Personaggio Protagonista non ha più tante occasioni di un plot twist e un terzo atto.

Aspettava un loro figlio.

Glielo disse con due occhi come stelle sulle onde.

Regina Coeli.

Di sol vestita.

Lui - che da adulto in quell’istante tornò a essere un bimbominkia - seppe risponderle «secondo me dev’essere figlio di qualcun altro.»

Miri impallidì.

«Perché diciamolo, lo sai: sei fica. Hai sempre attorno quei troppi amici», fece pesare le virgolette, «con cui mi dici che ragazzini avete avuto la mezza storia; la cosa di una sera; eravamo un po' ubriachi. Quando è stato, ragazzini, che compi adesso diciasett’anni? E scopavi già parecchio. Mi sta anche bene, però scopavi. Con tutti quelli ti vedi ancora, o no? Puoi capirlo se sospetto e se mi girano i coglioni.»

Non si vedevano né si sentivano da un po' di giorni, perciò.

Da mesi.

 

Era stato un aprile senza la luna nel cielo, e dal muro aveva tolto nove fogli di calendario. La parete dell’ufficio gli sembrava molto vuota, ora, e molto spoglia, nonostante le scalette fissate al muro con le puntine e una decina di copertine che poteva dire sue.

Ché le aveva scritte lui.

Spesso immaginava il proprio buffo funerale con colleghi nerd e grigi che rievocavano «che cosa ha fatto»; cosa aveva graffiato sulla tavola del mondo.

«Non ha fatto grandi cose», si scrollavano le spalle.

Ma una sera che rientrava da una bevuta del "Four" - solo, a piedi, senza alcuna ragion d’essere, quando gli altri erano già in una tana di pantegana - Josh trovò ad attenderlo su un percorso di cassonetti il fratello della Miri: Gav.

Gavriel-qualcosa.

All’anagrafe e per lei era fratello maggiore: se ci avevi a che fare era fratello quello-grosso. Era un cristo del genere norvegese di almeno uno e novanta, con le spalle così larghe che pensavi indossasse un’imbottitura, anche se aveva addosso soltanto la canottiera. Portava al collo il ciondolo di una spada che alla luce dei lampioni scintillava di punizioni. Non si era mai capito perché lei - che aveva un incarnato mezzo Tigri e mezzo Eufrate - avesse un consanguineo di puro orrore vichingo. Però si assomigliavano, e questo a Gav bastava:

«Mia sorella sta da cane, Josh.»

«Sto male anch’io.»

«E allora perché non ve la fate finita?»

«È una storia complicata.»

«Sai che cos’è invece molto semplice da capire? Che se tu non te la sposi, non riconosci il bambino, non ve ne andate da qualche parte e non vi fate una vita vera, io, e i ragazzi della "King’s Guard", ti dovremo insegnare com’è che un uomo sta al mondo. E i ragazzi ti cercano: non li posso trattenere.»

«Quando avrò un po' più di soldi, Gav. Io non mi voglio tirare indietro.»

«Già lo sai che qualche spicciolo per iniziare, e affrontare le prime spese, ve lo prestano gli zii»: valeva a dire tre equivoci sui parenti proprietari di un "Compro Oro", un negozio di profumi e una piccola farmacia. Dove dietro la bottega succedeva un po' di tutto; «La devi smettere con quei fumetti, devi portare qualcosa a casa. Vieni in segheria, di questi giorni, Josh: ché un posto te lo trovo.»

«Grazie, Gav. Ma non lo so.»

«Io ti aspetto. Ciao, coglione.»

Gav lavorava a fare a pezzi le querce. Lavorava con le assi, con le accette, con le seghe circolari. Per sembrare meno orribile raccontava di essere un falegname. «Farebbe crescere pure te», gli aveva detto una volta. La "King’s Guard" - sapeva Josh - era invece una palestra.

Praticava il pugilato.

 

Questa sera insomma eccolo lì, un po' dopo le ventuno, e Selma puliva i tavoli sette volte con quella testa in brillanti e oro che pencolava all’orecchio. Gliela aveva regalata questo amico messicano, o Batista. Questo amico era sparito. E i ragazzi scendevano dal quarto piano del Nazza Building - dagli uffici del "Four" - per il bicchiere recap del ventiquattro del mese.

Il bicchiere recap era un nome carino: era stata la Maddi, a battezzarlo così. E parlare stravaccati al loro tavolo del "Jazz Garden" - anche se era sempre un parlare di lavoro - non era affatto la stessa cosa che ad una macchina del caffè.

Ma il recap era lo stesso: la situazione stagnava sempre, la testata vacillava, e i lettori abbandonavano gli heroic comics per i generi e fumetti che loro, Joshua e l’editore non comprendevano quasi più.

Un ambiente che invecchiava.

Era stato consolante prender atto che il settore - insistevano - era in crisi: lo leggevi dappertutto, lo affermavano rassegnati i maestri; con la emme maiuscola e la esse di sensei.

Ma l’affitto e le bollette le si doveva pagare.

«Ci vogliono idee nuove», passarono a ripetersi: ma lo sapevano, che non avrebbe risolto nulla.

E non era così semplice:

«Non siamo Michael Moore.»

Pack of rats era perfetto, e c’era poco da contestare: Marco era uno schifo di italiano o finto-tale che infilava, alla fine, in qualsiasi conversazione, la sua nonna friulana e la sua casa a Venezia; che «un’estate vi ci porto».

Non avevano il coraggio di spiegargli che Venezia, e il Friuli Venezia Giulia, su una mappa dell’Italia non si trovavano allo stesso posto.

Matthew era quello che più di tutti ci aveva perso, a scegliere il mestiere di sceneggiare fumetti. Si sapeva che il padre era un manager del fisco, la madre nelle banche, e che lui aveva in tasca una laurea sudata a Yale in tutti i modi di fare-i-soldi.

Ogni tanto gli toccava di rispondere a un «ma perché, allora, marcisci qui», e lui si inventava una teoria socialista.

Luc, figlio e nipote di macellai kasherut, dalla tarda adolescenza si era arreso all’evidenza che la vista di un po' di sangue lo faceva vacillare. Il primo manzo che gli squartarono davanti gli occhi lo stese in ospedale e su un lettino di psichiatra. Papà Zekharyah decise che per forza dovesse essere abominevole: che tradotto in gentile doveva essere frocio.

John era a metà tra il mondo solido della città e quello iridescente degli acidi lisergici: trascorreva le serate in depressioni definitive sul che domani, di questo mondo, non ne sarebbe rimasto nulla. E intendeva domattina; non the year twenty five and twenty five.

Le sue storie erano forse le più belle del "Four", fino a che la trama non franava in cavallette, motociclisti con la bilancia, paraplegici che divoravano musicassette dei Blue Öyster e sommergibili-alligatori con dieci tiare zariste. Phil Druillet gli aveva scritto dagli uffici degli Humanoïdes che quella roba pareva troppo: «devi darti una calmata, mon ami.» 

Indossavano tutti una camicia di flanella, e un maglione di Natale con le renne a grossi pixel: era il capo più economico che trovavi giù da "Marshalls". Le lamette, il dopobarba, deodorante e bagnoschiuma a tutti cinque compreso lui avanzavano un semestre.

Maddi era l’unica con un aspetto decente.

Con l’incendio rosso e crespo che le scendeva alla vita - gli occhi verdi, tutto il resto, la fronte alta, le labbra piccole - se si fosse anche infilata in un sacco di patate sarebbe apparsa, comunque e sempre, la migliore di quel team.

E lo era, la migliore.

Con più fiducia, energia; con profonda e vasta immaginazione. A Josh e gli altri prendeva sempre il magone, però, ogni volta che sfilava dalla sua borsa di tela quel vasetto di pillole che non diceva perché assumesse:

«Perché devo. Punto e basta.»

E non c’erano etichette.

Il recap fu comunque che anche il numero di dicembre non aveva venduto bene.

Che era andato molto male.

Che le voci pispigliavano che a gennaio la testata avrebbe chiuso.

Che la pacchia era finita.

Si sarebbe smesso il sei.

«Dobbiamo ammetterlo», disse Marco, «non è facile tirare avanti per tre decenni un personaggio che non abbiamo inventato noi, animato da un buonismo in cui non crede più nessuno.»

«Non ci può credere, più nessuno: è diverso…», disse Matthew.

«… perché fa schifo la società», disse Luc bevendo un sorso.

«E con tutti i poteri che ci si inventa che abbia, in tutti gli universi e dimensioni possibili, alla fine c’è una fine», disse Jhon.

«È ineccepibile», lo accontentarono.

Josh ricordava con una certa soddisfazione il numero in cui J-Man, il loro protagonista, svalicava nell’horror alla Hammer e affrontava un negromante. Zombi, cadaveri rianimati:

«Al pubblico è piaciuto.»

Poi si rese conto che non fu una brutta idea solo perché Maddi, al negromante, aveva dato un nome piuttosto fico: Lazarus Undead; e il background di un coroner necrofilo cacciato con disonore e assetato di vendetta.

Nel suo script era soltanto uno stregone da barzelletta.

E Miri aveva riso:

«Vuoi chiamarlo Mambo-Jambo?»

Non le aveva confessato che il primo nome era stato quello. Gli suonava un po' voodoo, e il voodoo vendeva a pacchi.

Si depresse, fece un tiro:

«Si potrebbe riproporlo.»

«No, già fatto», disse Luc.

A Matthew piaceva la storia lunga di Marc con il pazzo genetista che ingigantiva coltivazioni, e mutava i pesci in leviatani in un  lago di Betsaida. O anche quella del miliardario, ed enologo francese, che durante una cena del G8 voleva distruggere Parigi sotto uno tsunami di vino rosso-sangue:

«Monsieur Chana, si chiamava.»

«Il disastro è stato disegnarlo con la faccia di Depardieu e un cappotto di Alain Delon.»

«A chi cazzo era venuta, quella cazzo di idea di merda?»

Josh non disse niente: si rannicchiò sulla sedia, e sperò che i suoi colleghi non ricordassero chi fosse stato.

J-Man aveva debellato epidemie di ebola e di lebbra. Salvato piattaforme petrolifere che rischiavano di collassare; riportato alla luce, dopo tre giorni di oscurità, minatori già dati per spacciati nel crollo di miniere. E aveva combattuto gli antichi demoni babilonesi nell’Iraq di Saddam: che intendeva usarli come armi contro i Nostri Coraggiosi Ragazzi. Aveva fatto evadere da un carcere di massima sicurezza - The Hell: il nome era di Maddi - un hacker filantropo ingiustamente accusato: «questa sera, Mr. Thief, sarai con me fuori da questo posto». Era stato anche colpito da un raggio atomico ma salvato dalla morte da una escort di colore: cui però - cliffhanger! - J-Man non permise fino al numero successivo di avvicinare nessuno dei loro amici, perché era diventata La Donna Radioattiva.

Anche questo era stato un finale molto debole: scritto, sceneggiato ed editato da Josh.

«Il personaggio finisce qui: rassegnamoci ragazzi.»

«C’è da dire che in merito alle tavole J-Man ha avuto dei contributi potenti. Leonard Vance, per dirne uno; o quel Deariter. O ancora quel Raph Littletown. Disegnatori coi controcazzi.»

«Ma magari è colpa nostra», soffiò Josh.

«Ma magari è colpa tua!» gli diede addosso la Maddi.

«Forse dovrebbero licenziare noi soli. Salveremmo molti culi.»

«Vallo a dire al capo, Josh. Negozia tu.»

Lui non lo sapeva, non lo aveva mai saputo chi fosse il proprietario, direttore ed editore di "Four". Lavorava per qualcuno che non aveva mai conosciuto e che, eccetto per un nome su un sottile libro paga, non aveva scorso un rigo di tutto quello che aveva scritto, scriveva, e che Miri aveva letto e aveva detto facesse schifo.

Aveva appena diciassette anni.

Ci aveva fatto lo stesso un figlio. Insieme.

E insisteva fosse il suo.

Era il figlio di un fallito; uno scrittore fallito.

Di tutti i generi di fallito lo scrittore è tra i peggiori.

«Io sono incinta.»

«Sicura.»

«Sì.»

Nella nebbia delle birre, sigarette e in quella merda di bar queste cose incominciavano a assomigliare all’amore. Jhon, quasi immerso del tutto in quel suo mare lisergico, ebbe un ultimo stanco guizzo:

«J-Man e i pescecani, ragazzi, che ne dite? Lo facciamo correre sul Pacifico per salvare una barca di migranti filippini. Scivolare sulle acque. Scivolare, intendo: letteralmente. Gli squali!»

«Lo hanno fatto con Fonzarelli nella quinta stagione di Happy Days. È l’esempio lampante di una serie che va a puttane.»

«È la fine di ogni cosa. Ma la fine per davvero.»

Josh pensò che il falegname, forse, non era affatto un lavoro brutto.

Calò il silenzio.

Ma quello greve.

Il locale si svuotò una faccia sfatta dopo l’altra anche dei soliti frequentatori. I perdenti più accaniti. Rimaneva solo Selma a pulir tavoli per sette volte. La notte fredda batteva nera e mugghiante sulle porte, nel "Jazz Garden" fischiò un vento di cose misere concluse male che li morse alle Sneackers e nei calzetti di spugna. Era l’ora in cui la birra cominciava a dare nausea, era un’ora che attanaglia e ti fa male allo stomaco.

«Dovremmo andarcene», disse Josh.

«Dovremmo, sì.»

Ma dove ce ne andremo?

Lui sentì che fuori doveva essere tutto vuoto. Probabilmente non c’era niente; «non c’è più niente», corresse Jhon.

Josh sarebbe stato anche contento, questa sera, persino un po' felice di incrociare ancora Gav: ché lo avrebbe preferito, a quel silenzio e quel buio.

Maddi lasciò partire l’ultimo taxi che si fermò e raccolse gli altri quattro dal marciapiede ventoso.

C’era quell’aria che sa di neve.

Rotolarono nel taxi, nel sedile posteriore, con lattine a carta straccia portate dentro da una folata.

«Ci stiamo, Maddi. Dài: sali, vieni. È un freddo che si muore», Matthew la invitò.

Lei li saluto con un colpetto alla portiera. L’automobile sparì con una coda di fari bianchi a un isolato di oscurità dal locale che chiudeva.

E restarono a tremare loro due negli aloni di lampione.

«Ti accompagno», disse Maddi.

«È una striscia, a farla a piedi»: soprattutto - inghiottì lui - io non so di preciso a cosa posso tornare.

«Non mi dispiace.»

«Ma grazie, no.»

«Ne sei sicuro?»

Sì, lo era. Non ricordava nemmeno più che si fosse alla Vigilia.

«Buonanotte, Maddi.»

«Buon Natale. E salutami tanto Miriam», lei rispose, «salutami il bambino, quando nasce. Sarà presto.»

«Io non so se…»

«Vaˈ affanculo, Josip», Maddi rise forte. Inghiottì un’altra pasticca dal suo flacone di zinco, si coprì i capelli rossi con la sciarpa e s’avvio senza rumore nei cerchi elettrici dei lampioni.

Doveva essere la prima volta che qualcuno lo chiamava con il suo nome.

C’era vento. Era terso. E si gelava. E non vedeva da nove mesi una luna come quella.

È una notte bellissima.

Josip tornava a casa.

 

        

martedì, aprile 15, 2025

Poiché ho danzato la Luna echeggiò splendente

 


I.

«E la Franci? Come sta?»

Luca posò sul tavolo un bicchiere mezzo vuoto: e che fosse mezzo vuoto, tra i rumori del ricordo - mentre allora poté essere quasi pieno - confermò quel detto triste e senile che i proverbi ci azzeccano quasi sempre.

Lui, senile.

Ci azzeccavano più spesso.

E Gianlorenzo rispose «bene: ha avuto ieri il colloquio»; e reagì alla ferita del "come sta; come stai" con il "bene" incerto e vuoto che ci si illude che la lenisca.

Com’è duro, un "come stai".

«Quello in Cina?»

«Sì, ma on line.»

«Com’è andata?»

Come stai?

«Bene. Bene, è andata bene», rise Gianlorenzo. Bevve un sorso e un altro sorso, «le hanno chiesto se tra un po' d’anni sarebbe disposta a trasferirsi sulla Luna.»

«Sulla Lu?…»

«Per il lavoro.»

«Dài, mi prendi per il culo.»

«Tra un po' d’anni. Vaˈa capire.»

Disse apposta "tra un po' d’anni", per pensare fosse buffo. Gonfiò le guance e po' po' po' po' come fa ridere se si è bambini. "Tra qualche", invece, sarebbe stato professionale. Peggio: adulto; già reale.

«Ma è vero?!»

«È vero.»

«Quella Luna!», disse Luca.

Ricordò che da ragazzo aveva letto che ne esisterono altre otto; che anche quella sarebbe precipitata. Ma la prima sua ragazza con cui fece sesso vero gli spiegò con raccapriccio che era un libro da nazisti. Tornò a splenderne una sola, nelle notti da lì in avanti.

«Sì, la Luna. Yuèliàng, si dice, là. Non riesco a pronunciarlo.»

Non ci sarebbe riuscito mai.

«Cos’ha risposto, Francesca?»

Che cosa aveva risposto?

Perché Luca, da qui in poi, non ricordava quell’episodio: gli era, soprattutto, rimasta impressa la Luna.

Forse la risposta fu che Francesca, al massimo un anno dopo, lasciò l’Italia poi Gianlorenzo per un ragazzo cinese, con il volto da armata di terracotta e una figura da piano-medio dei biopic su Yip Man. Doveva essere il duemilaventi. O il ventuno o diciannove. E fino a ora Luca non aveva pensato più a quel bancone di bar - che è chiuso - e a quel fatto che incredibile, fraˈ: alla ragazza di ˈsto mio amico hanno chiesto se è disposta a trasferirsi per lavoro sulla Luna; Luna raga, Lu-na. Pensa tu, i cinesi, che cosa stanno già progettando. Mi hanno detto che in Africa è già tutto dei cinesi. Eh ma guarda: che anche qui...

Fu la morbida accelerazione dello shuttle TeslItalia a fargli tornare in gola quell’una birra con Gianlorenzo.

Non sembrò granché diverso da quelle volte che aveva preso un aereo - tre: per Edimburgo, Londra e per Berlino. E ritorno.

Solo tre, nella sua vita.

«Ma no! la Luna! Che storia, Gian!», avrà almeno ripetuto due, tre volte quella sera. E la Luna era abbastanza per riempire quei bicchieri, quell’alone di silenzio che si incrostava sul fondo; «per il resto?»

«Dài. sto bene.»

Il lavoro. L’auto. Sport.

Si era fatta quella certa.

Non ci avrebbe mai creduto.

Gli tornava in mente adesso.

Tocca a me.

Perciò era vero.

Sembrava il prologo di quelle trame che ci illudiamo la vita scriva; che sono trame se ci riguardano. Altrimenti un dì vedremo.

In un film di quei vecchi & catastrofici su edifici, transatlantici e aeroplani che si incendiano, inabissano e vanno in avaria - dove sempre, al novantesimo minuto, c’è un pastore protestante che si immola in un incendio per salvare la moglie anziana di un poliziotto in pensione, un milionario che impara che «il denaro, qui, non conta niente, Simmons!»; una bionda e un quindicenne - Luca, in un sospiro sconfitto, ora avrebbe, e davvero avrebbe ora voluto, confessare ad altri tre passeggeri, i tre di fianco a lui, che questa, «per me», era la prima paurosa volta, su un razzo per lassù.

Questa era la scena dell’

«e Lei? Di che cosa si occupa?»

«Ho un emporio a Cincinnati.»

«Cincinnati? Ma davvero? Io ci capito molto spesso, sa? Per il commercio.»

«Mi passi a salutare, alla prossima!»

«Senz’altro!»

Ma i tre erano obesi, luccicanti pakistani che piluccavano patatine da cartoni flosci d’olio, e si pulivano gli anelli e gli indici, i palmi e i braccialetti, con tovaglioli di carta azzurra da un pacchetto nel bagaglio; guizzavano a leccarsi le briciole sui polsi. Esplodevano ogni tanto una granata di business english, e si facevano gli affari propri in un urdu stretto e fitto.

Luca si specchiava nei loro torridi occhiali d’ambra come gli orli e cuciture di un qualsiasi sedile vuoto.

Capì di non esistere, per loro, e questo lo confortò.

Non sarebbero passati a salutare, in una prossima lontana vita, di passaggio spesso mai nella sua piccola cincittà.

«Benvenuti a bordo della navicella venticinque cinque sette due», annunciò l’altoparlante, «diretta a Luna Láoshǔ»: il teleschermo con le infografiche si animò di un topo in stile anime. Lui pensò che i bambini, per esempio, avrebbero gradito che gli insediamenti cinesi sulla Luna avessero i nomi dei segni zodiacali. Certo la prima volta avevano ghignato tutti a sentire e immaginare com’era Luna Maiala; Luna Cavalla o appunto Luna Topa; il maschio medio di sessant’anni, qui da noi, per esempio me, le voleva abitate tutte da taikonaute Edwige Fenech.

Il maschio medio di sessant’anni, sulla Luna, non ci sarebbe dovuto andare.

Ma Luca aveva ormai insegnato Ariosto troppe volte, e purtroppo l’ottobre scorso aveva firmato quei documenti in cui chiedeva lui, di restare sulla cattedra di Italiano. Non ce lo avevano crocefisso.

La cattedra, però, non era rimasta a Pesaro, Marche, sulla Terra. Continente europeo. E non era più nemmeno del Ministero dell’Istruzione.

Una volta si diceva di certi enti e realtà che fossero - sillabò - "a partecipazione statale": lo imparò da suo papà.

Lo trovò solenne e giusto.

Adesso era un po' tutto a partecipazione cinese.

Anche, credo, il Ministero dell’Istruzione.

Non lo so.

Chi lo sapeva?

Nuove norme ogni semestre.

«La navicella fermerà a Tiangong Stazione per controlli di routine, e arriverà a Luna Láoshǔ alle dieci e ventisette di mercoledì sei ottobre.»

"Eventuali accompagnatori, pregati di scendere", già abbandonavano la scaletta di accesso allo shuttle; camminavano all’indietro, sulla vasta piattaforma circostante l’area di decollo, salutando le fidanzate, i figli, i colleghi, e gli anziani partiti soli per le cliniche e ambulatori lunari:

«Ché si sa che costa meno e i dottori sono bravi», masticavano i settantenni con una prostata da controllare.

E scomparirono tra i vetri grigi dell’Astroporto Bologna Sud.

Come tutte le astronavi del lunedì - lo avevano avvertito: è un tormentone dei notiziari, era un trend topic sui socialnetwork, del lamentarsi degli immigrati e i disagi astronavali - era pieno di persone e il loro odore di gente. Le facce fresche degli studenti, i visi lisi degli impiegati, le facce esauste, gli zaini gonfi, scoloriti e lacerati di immigrati statunitensi rannicchiati a sguardi bassi, quelli imbarcatisi abbastanza svelti per nascondersi in toilette. Che non avevano mai il biglietto - cosa fai? Li butti fuori? Scendi alla prossima nello spazio?

Il caposhuttle lasciava stare:

«Tāmen zhǐshì měiguó rén.»

Quando invece era italiano,

«Americani di merda.»

La schermata passò dalla tabella oraria a un primo, ovattato piano di un’incantevole hostess orientale: era insieme una live action di Lamù, Creamy o quella che più attizzava delle Occhi di Gatto - decideva il tuo cervello, anche se il tuo cervello non sapeva di sceglierla. Era quella, era qualunque: ed era così bella che Luca non volle accorgersi che - spiegando ai passeggeri le dotazioni di bordo, e delle loro poltrone - sulle mani affusolate le si contavano ognuna sette dita. Su un volo economico - si consolò - ci si accontenta di AI economiche.

«Nel bracciolo di sinistra, troverete i sonniferi», disse l’altoparlante. Nel teleschermo dello schienale apparve il menù Netflix, e una scelta di giochi un po' datati quali, al massimo, Space Marine XIV.

Il rombo, le vibrazioni, il bagliore dell’accensione intronarono la navicella né più né peggio di un qualsiasi concerto metal: Luca si stupì, che non fosse spaventoso. Ne dovevano aver fatti, di progressi - scherzò tra sé - dai tempi di Tom Hanks, il calzino e la stagnola.

Il rumore e i tremolii crebbero di intensità.

Tuttavia Tarantino ebbe pur sempre ragione a dire che quando uno va a un concerto dei Metallica non può chiedere a quegli stronzi di abbassare il volume.

Erano ancora vivi, i Metallica e Tarantino?

Di sicuro non lo erano gli astronauti che, circa trent’anni prima, e magari un po' di più, esplosero nel cielo sullo shuttle "Columbia".

Ma che cazzo di pensieri, inghiottì Luca: non è il momento.

La navicella si mosse.

Come la navicella.

Come la navicella.

Che in questa e quell’altr’onda urtando urtando va.

Il ciel tuona e balena, il mar tutto è in tempesta, porto non vede o sponda dove approdar non sa: Luca si imbronciò che Antonio Lucio e Metastasio ne avessero già scritto quanto ce n’era da scrivere. Come ancora vent’anni prima, quando all’alba partiva in treno per insegnare in un altro posto, ma ancora sul pianeta, e percorreva la lunga costa dell’Adriatico nell’aurora porporina puntinata da Venere. Al largo navigavano gli alacri pescherecci, le lance della Guardia e le brune petroliere: i suoi occhi erano ottusi da un ricordo di Lucrezio che invocava "sotto il cielo, cosparso di stelle, faˈ che il mare sia corso di navi: per sempre". Non gli restava granché da aggiungere o immaginare diversamente.

Lo shuttle salì a un cielo che si fece presto buio, il finestrino divenne un Rothko metà azzurro e metà nero, una lattigine polverosa ristagnava attorno al mondo. Le casse stereo dell’astronave diffusero il Danubio.

Che pacchianata, sorrise Luca.

Era un razzo Teslitalia.

Pare usasse, a bordo. Sempre.

Ti pareva?

Come Kubrick.

Non avrebbe potuto essere altro.

Lo shuttle sembrò capovolgersi e curvare, ma là fuori era tutto troppo vasto per esserne sicuri.

Tutta la sfera varcavano del fuoco.

Chi lo sa se cinquecento, milletrecento anni or sono, ad Astolfo in arcione all’ippogrifo aveva fatto lo stesso effetto.

Luca adesso si abbrancava al ricordo dell’ippogrifo, perché era l’ultima cosa autentica, capì, che gli restava in quell’ampio vuoto.

Doveva essere per la paura.

Quel girare gigantesco.

Ricordò che anche Virgilio, sulla groppa di Gerione, aveva imposto le rote larghe e che sia lo scender poco.

Ed ecco un altro verso rigurgitato dagli anni a Lettere. Altro pensiero che non è mio, ma che ho trovato su un libro.

Che cosa porto di me, lassù; che cosa porto di vero?

Già i tre pakistani inghiottivano i sonniferi, la maggior parte dei passeggeri cercò un film, una serie, una partita su Netflix, infilò le cuffie rosse laccate e si perse in espressioni di già visto e ilarità.

Luca volle prendere un selfie dallo spazio: una notifica di Whatsapp, attivata la videocamera, lo avvertì che per ragioni di sicurezza non era consentito utilizzare la propria camera. Sullo schermo tornò a ancheggiare la hostess digitale: gli mostrò, tra le opzioni disponibili, un’app di bordo di sfondi standard cui sovrapporre la propria immagine. Condividerla, scaricarla. L’effetto era realistico, gli sembrò però già visto: realizzò che tutti i selfie che si scattavano nello spazio - degli amici e sconosciuti, nei telefoni e sui social: che salutavano dall’esosfera con il gatto e il fidanzato - erano un artificio della stessa applicazione. Sullo sfondo risplendeva la perfetta Luna argento, quella Luna da sussidiario, da cartoline astronomiche, quella Luna fredda e esatta in Capricorno agli intelligenti. Ti veniva pure il dubbio, per quei selfie, a questo punto, che non ci fossero stati mai.

Guardò alla Terra dal finestrino.

Casomai che fosse piatta.

Guardò ancora al sasso bianco che si ingrandiva davanti a lui.

Gli sembrava troppo immenso per contenerlo in set.

Ma non era quella Luna degli amanti e i Futuristi, non si specchiava tra i cani e un astice nel diciotto dei tarocchi. C’era stato un paladino, Pulcinella, Bergerac. Dei veterani Confederati dentro un proiettile con il sofà. Un francese illusionista.

Io chi sono, o «ch’il concede?», tremò Dante sulla Porta.

Ma non era quella Luna. Forse davvero precipitarono e ne esistettero almeno otto, prima. Lei, sopra di me, con il seno scoperto a quel pallore, ansimava «dài lascia perdere, basta, non parlarne». Era un libro da nazisti. Nei raggi pallidi su un’automobile tra le frasche dei sambuchi, su una coperta su un prato buio, su una finestra di casa sua. Tutte le Lune della sua vita che gli franavano enormi incontro.

Luca sentì insorgere quel genere di pensieri che liquefanno in assurdità e ti disfano nel sonno. I pakistani, di fianco a lui, sussultavano in un sogno.

Nel buio, in lontananza, brillò candida e rotante la stazione di Tiangong, brulicante di robot di servizio che attendevano lo shuttle.

Gli schermi accesi sui gol di Messi e sulle repliche di Breaking Bad tintinnarono di avvisi "stai ancora guardando?": dieci secondi valeva "no", e si spegnevano gradualmente sui visi grigi dei passeggeri assopiti.

Luca contò le teste fino quasi a metà scafo. Arrivò fino a sessanta, forse. Si addormentò.

Sentì gli scampoli del Furioso, di Odissea 2001, la Commedia, dell’Apollo, di Vivaldi e di Méliès che si staccavano dalla sua pelle come l’involucro di Motoko. Quando esce dalla vasca. C'è quel canto dei bambini.

A ga maheba teru tsuki toyomunari.

Poiché ho danzato, la Luna echeggiò splendente.

 

venerdì, gennaio 17, 2025

Un giornata come nessuna (racconto completo)

 


L’assessore spiegò sul tavolo una carta del quartiere, la sfiorò col dito medio poi con l’indice insalivati come vuoi sfiorare i capezzoli del primo amore. Era l’ultima questione in agenda quel mattino. L’indolente mezzogiorno penetrava le vetriate: luccicava sui pc, le graffette e i portapenne di una presta primavera troppo calda e luminosa. Dagli uffici ascoltavi i fruscii delle giacche, lo spostare delle sedie, porte chiuse e porte aperte; gli «andiamo!»; i «fatto: andiamo!», e i tintinni delle chiavi. Gli impiegati in pausa pranzo che scendevano le scale. Tacchi alti in corridoio, fare stridere il portone: quei rumori - se sei solo - sanno metterti un po' fretta.

«È un quartiere tutto nuovo. Nuovo», disse l’assessore: scandì bene la parola ad ascoltarne la forma tonda, lucida, di qualità. Con le dita scese ancora sulle linee della mappa a percorrere i confini di un rione in costruzione, «e ci vogliono nomi nuovi per le due piazze e le strade.»

E qui Fabio si sorprese che il consiglio comunale, la pro loco o un comitato di cittadini non li avessero già scelti: un notaio, una maestrina, un giocatore di basket, un partigiano duecentenario che aveva fatto La Resistenza. A che cosa ha resistito? Gente cremata tre mesi prima con quei nomi tipo "Adelchi".

Rotolò la scrivania poi gli scaffali con lo sguardo sulle note e i documenti che accompagnavano la cartina: firme, timbri e gli stampati dei PDF. Trovò solo un incarto di patatine dimenticato tra due cartelle di identico arancione.

«La zona adiacente è dedicata al… Rinascimento», l’assessore schioccò le dita: il termine era quello, sembrò essersi ricordato.

«Risorgimento», corresse Fabio.

«Mameli, Oberdan: ˈsta gente qui. O Mazzini o Garibaldi: c’è una serie su Netflix. Potrebbe essere una buona idea intitolare le nuove vie ai patrioti moderni.»

Lui notò che il termine "patrioti" gli uscì di bocca goffo e sottovoce, come il lemma di un’altra lingua, che pressappoco conosci, ma che in pubblico ti imbarazza pronunciare:

«Personaggi moderni», alla fine preferì.

«Dello spettacolo, o la cultura, o scienziati, eroi locali.»

«Della storia, Ma la Storia», che era quella con la maiuscola, «come quelli che abbiamo detto tipo i martiri e Cavour.»

«Fino a quando

«I più recenti. Lo scorso secolo, direi, al massimo. O i primi dieci anni o venti del duemila. Ancora vivi, in attività.»

«Che è difficile, temo.»

«Perché?»

Fabio sudò freddo nei suoi vestiti da ufficio, e forse e per fortuna il suo golfino di cotone nascondeva aloni scuri sulla schiena, le ascelle e il petto di una camicia che quella sera avrebbe fatto cattivo odore. Lo stantio della giornata e timo e alloro di un deodorante.

Il sole, adesso, alla finestra, diventava fastidioso. L’orologio, alla parete, pretendeva si andasse a pranzo.

Lui però era lì, al tavolo del capo, infilzato da una domanda che pensava un po' cretina.

Scrollò le spalle, esitò. Si prese un «uhm» di tempo:

«Mi sembra presto per stabilire chi ha fatto storia e chi no. Ci direbbero che è "di parte".»

«Questo è vero. Questo è vero», l’assessore gli concesse.

«Sai le polemiche, per ogni nome…»

E l’assessore si corrucciò:

«Rischieremmo di sputtanarci come quell’anno a Milano, che intitolarono l’aeroporto a quel… », fece una smorfia, «… di Berlusconi. Che imbarazzo, sant’Iddio. Durò solo cinque anni.»

«Ma adesso è Fracci.»

«Io non so, chi fosse Fracci.»

«Mia madre mi ha spiegato che è stata una cubista.»

«Brava mamma. E sempre meglio di quello lì, comunque.»

«Io però non mi ricordo di Berlusconi», disse Fabio, «dovevo essere appena nato, o molto piccolo, ma…»

«… Berlusconi: capisci. Come dire Aeroporto Hitler. Fa già ridere così.»

Cringe abbestia. Troppo peso, l’assessore ridacchio: quell’età che ormai aveva che gli pesava sul dizionario. Si alzò grattandosi dalla poltrona e andò sbuffando all’attaccapanni, prese la giacca, se la infilò; se la tolse e la riappese. Guardò aprile terso e caldo che brillava sulle strade, fuori, sui tetti, sui gazebo azzurro chiaro del ristorante adiacente. Su un tavolino ombreggiato vuoto col cartello "riservato", a una sedia di distanza dagli impiegati e i clienti.

Fabio si augurò che per quel giorno fosse tutto.

La discussione si è fatta oziosa. E pesante, inghiottì:

«È perciò che è complicato. Non lo dicevo per contraddirla, assessore.»

«Ma il sindaco ha deciso che è una bega che tocca a noi.»

«Sarebbe a dire?»

«Che adesso è tardi: facciamo pausa. Suggeriscimi dei nomi. Fa una lista. Fa un progetto. È una bella responsabilità per il primo giorno di lavoro!»

 

Fabio ordinò un piatto unico freddo senza sapore né consistenza, bevve birra, o Coca-Cola: non lo sapeva già più. Gli restò dentro una certa fame, ma andava bene così. Mise in tasca anche quel giorno le sue ore da stagista, fece il giro dei colleghi ripetendo «arrivederci». Non ricordava nemmeno un nome, non li sapeva, non li imparava, e tra le tette delle impiegate non c’era niente di interessante. Tra qualche mese sarà diverso, fosse stato ancora lì. Loro gli risposero o «ciao» con un sorriso o un amichevole «sì, a domani» con le facce sugli schermi: poteva essere rivolto a lui come all’utente dall’altra parte. Per entrambi: si fa prima.

Andò alla colonnina di ricarica dei monopattini, e ronzò tra i moscerini della strada fino a casa.

Scivolò metà percorso coi pensieri costipati: che era l’ansia, sempre l’ansia; pensò al compito che l’assessore gli aveva dato e disse, ad alta voce, un vaffanculo all’assessore. Con le cuffie nelle orecchie, nel vasto traffico della città, tra centinaia di biciclette, di caschetti e di segway, non potevano sentirlo: non si udì nemmeno lui. Si infilò in un’ampia rotatoria al cui centro verdeggiava un grande bosco verticale: tra le siepi, i condomini facevano tai chi, e un pallone di bambini rotolò sul marciapiede.

Impiegò un minuto e mezzo a fare il giro del bosco. Doveva prendere la terza a destra, ma decise di rifarlo. Poi ancora. Poi ancora. Sentì l’ansia che passava. Fabio ricordò che c’era tutto, su Google; poteva chiedere a ChatGPI di redigere la lista. E lo avrebbero potuto anche il sindaco e l’assessore:

«… ma figurati se quelli…», rise.

I settantenni.

La maggior parte del pomeriggio, a casa, finalmente, Fabio si prese tempo e i suoi spazi per rilassarsi.

Suo papà lo definiva stare lì e non fare un cazzo: ma suo padre apparteneva a un vecchio mondo volato via di grigliate sulle spiagge e carbonare in collina, Facebook, fighe e di punti esclamativi.

Era un mondo adolescente.

Dove Fabio sul finale era stato generato perché i suoi si erano fatti una scopata dellamadonna, e mi sa che era successo: che mi sei venuto dentro. E in qualche incubo da bambino lo aveva visto disfarsi, liquefarsi in macchie ambrate di alcolici e Red Bull, nelle vasche a idromassaggio in un centro commerciale.

E un rumore silenzioso rimbombante attorno a tutti.

Poi però tornò al lavoro.

Quindi Google, si diceva.

Posso farlo con l’IA.

Doveva metterci un po' di suo, perché il lavoro è così: se è lavoro lo fai tu, ti insegnavano a scuola media. Ora penso a qualche nome, e lo verifico con l’AI.

Vagolò per il soggiorno con Alexa che lo seguiva: la periferica rosa peach-fuzz, ovoidale e silenziosa, scivolava sui suoi passi, gli scansionava l’umore: e eseguiva un allegretto dalla Settima di Beethoven che riteneva esprimesse meglio il suo sentire presente.

Non credeva nessuno, che scansionasse gli umori: ma si era tutti di quello stato d’animo che la domotica suggeriva. 

Sua madre era al tavolo di lavoro da remoto circondata da cristalli e da piante da appartamento, inondata dalla luce di due pareti-finestra. Indossava un camicione un po' lappone e un po' maya. Fabio zittì Alexa:

«Ti ho disturbata? Sei in call?», chiese alla madre.

Lei gli fece cenno che aveva ancora del tempo. Dal pc suonò dolciastra la musichina d’ambiente che annunciava l’inizio del suo corso di Profonda Consapevolezza, "trade mark". Aveva un gesto particolare, per esprimere "trade mark": piegava gli indici e i medii a uncino ogni volta che lo diceva. Il sitar si concertava alle campane tubolari, un refrain di flauto andino e di Callido da cattedrale. Accanto al monitor, sul tavolino, una piccola sveglia digitale la avvertiva di ripetere "Profonda Consapevolezza" ogni minuto di trasmissione. Perché on-line era normale che i corsisti si distraessero.

«Sei pensieroso», gli disse.

Consapevole e profonda.

«Al lavoro mi hanno dato un incarico importante. Me lo ha dato l’assessore. Di persona.»

«Complimenti! Il primo giorno! Mi sembra proprio una buona cosa!»

«Hai presente il quartiere nuovo che stanno costruendo?»

«No.»

Dalla terrazza del loro attico non lo avrebbero veduto: sarebbe sorto su quel lato di città dove il sole tramontava sulle tartine da aperitivo.

«L’assessore mi ha chiesto - praticamente l’ha chiesto il sindaco - di trovare i nomi adatti per le piazze e le vie.»

«Tu da solo!»

«Sì, in effetti…»

«Beh, mi sembra un bell’impegno. Ma vedrai: ci riuscirai.»

Per sua madre il pianeta era un’ampia "buona cosa", e gli oceani dei "bell’impegni" separavano i continenti. Ma vedrai, genere umano: riuscirai.

«E questa volta non finirà come il lavoro di ieri

Un rullio di djembé africano chiuse il brano di apertura, Fabio uscì di un passo dal quadro della webcam, e il monitor sbocciò di dieci volti infelici che soffrirono un buongiorno con in mano una tazzina. O un barattolo di yogurt. Alle tre del pomeriggio erano tutti in pigiama, e anche in bassa definizione non si erano lavati.

 

In giornate come quella stare in casa un po' ammuffisce.

Fabio lanciò in soggiorno un «vado a fare un passeggiata»; papà e la mamma, più tardi, forse, lo avrebbero sentito. L’aria aperta lo investì con un alito bruciato: la città e il problema grave del cambiamento climatico odoravano di incendio, disinfettante, d’acido e batterie. Da quell’ora fino a notte sarebbe stato così.

Lui sperò che la calura gli portasse qualche idea.

Ho un vantaggio importante, rifletté camminando: che non conosco nessun politico, e la politica non mi interessa. Non rischiava l’imbarazzo di suggerire dei nomi che sembrassero servili, o una presa di posizione: la posizione contraria al sindaco, l’assessore e la città. Non conosceva le loro idee - che parolona, le loro idee… - realizzò, a pensarci bene, che nemmeno sapeva a che partito appartenessero; stanno entrambi con lo stesso. Se è il partito del Comune. Se è un partito o se invece una lista civica. «Alle elezioni per il Comune», diceva spesso suo padre, «può succedere e succede che vincono le liste. Perché la gente conosce i nomi, le facce, i precedenti: sinistra e destra non le interessa».

Lui comunque non votava da che aveva sedici anni: la prima volta ci devi andare: dà anche gusto, per provare. E qualche volta ci trovi la tua crush che deve fare la scrutatrice. La volta dopo ti sei già rotto, non ci vai:

«… però è importante», papà ripete, «e c’è gente che ci è morta.»

Quale gente? Quando è morta?

Ma anche lui non ci era andato.

Non ci va da molto tempo.

Niente politici, perciò. Chi sono? Ricordava vagamente un certo conte Giuseppe - si era dato a quel settore probabilmente perché era conte: il presidente che poco prima che lui nascesse aveva sconfitto l’epidemia di Covid. Una zia, la nonna e una maestra gliela avevano raccontata pressappoco così. E sapeva dei fascisti come sapeva dei comunisti: c’era stato un tempo vecchio - cento, ottanta: un casino di anni fa - in cui la gente metteva bombe e sparava per le strade.

Ma al liceo non gliene avevano mai parlato.

Glielo aveva raccontato un suo bro che stava a Genova.

Che cazzo frega a un ragazzo, adesso, di deficienti che si ammazzavano per la lotta di classe? Per una guerra durata parecchio meno della carriera di Taylor Swift.

Che canta ancora, porcaputtana. A sessant’anni suonati.

E tra i parchi e le aree verdi che rattoppavano la città, demoliti i capannoni e gli edifici inagibili, di quei proiettili e quegli ordigni non si sapeva più niente.

Taylor Swift - ecco, l’idea!: poteva essere una.

Fabio ricordò che il quartiere in cui abitava era dedicato ai musicisti famosi. Non conosceva quei Monteverdi, quei Vivaldi e i Rossini sui cartelli: non li aveva ascoltati mai, però sapeva che erano stati compositori. Viali, e larghi più recenti, commemoravano i De Gregori, i Dalla, i Bertoli e De André: di cui in casa doveva avere qualche pezzo di papà. Non li aveva mai sentiti, non ne avrebbe avuto modo. Suo papà collezionava dei cd «rari, introvabili» che valevano una cifra; di cui mamma non sapeva quanto fossero costati. Una volta, a mezza voce, li chiamò «una cosa antica». C’erano dischi di Vasco Rossi, dei Baustelle, Renato Zero: conservati in una teca, mummificati nel cellophane:

«Quando muoio, se li vendi, fai un sacco di soldi», sospirava suo padre: lo affliggeva l’idea che la fornace crematoria li avrebbe liquefatti, se li avesse voluti accanto.

Ma quelli erano artisti.

Non facevano la storia.

E a parte i nomi negri di chi aveva lottato per i diritti, la libertà - rifletté Fabio - di solito, le strade, hanno il nome di italiani.

Niente da fare, per Taylor Swift.

Però vediamo, da queste parti, che criterio hanno adottato.

Da viale Verdi alberato e lungo svoltò a sinistra per via Morandi, Tenco, viale Paoli; via Guccini si allargava in mezza piazza di negozi inaugurata da qualche mese. Forse un anno: di più no. Gli edifici erano tutti di qualche piano più alto, a confronto degli altri nel quartiere, e le facciate di marmo bianco e di vetro abbacinate staccavano dall’ocra delle case circostanti. Le rastrelliere di biciclette si alternavano alle siepi, e più su del quinto piano eri costretto a distogliere lo sguardo, accecato dai pannelli che brillavano sul tetto. L’ombra salubre mugghiante e enorme delle eoliche condominiali oscurava a intervalli i bonsai sui davanzali. Nel cielo azzurro di buffi candidi crepitava un’antenna 7G. Quella parte del quartiere la si chiamava «palazzi nuovi», ci si capiva facendo un gesto e dicendo «vado là».

Sarebbe stata «palazzi nuovi» anche tra un secolo. Si sa: è così.

Ma qui, a proposito, pensò Fabio, che nomi hanno dato a quella piazza e le vie? C’erano gli usci di appartamenti, targhe d’ottone di ambulatori, c’erano i nomi degli avvocati, i medici, i commercialisti. I ristoranti palestinesi. La pulsantiera di campanelli quasi tutti magrebini, slavi, ispanici, cinesi. Un indirizzo doveva esserci.

Lui percorse la strada da cima a fondo: trovò un cartello, e non c’era scritto niente. Era un rettangolo di latta bianca già usurato lungo i bordi.

Ma non c’era scritto niente.

Ai balconi vedevi gli stendipanni ordinati con le paia di mutante e l’outfit da padel. Una donna in asciugamano, reggiseno color carne e un aroma amarognolo di sigaretta elettronica. Le persone hanno una vita, dove ci lavano le mutande: se ti sfasci su uno sdraio, probabilmente una fine. Ma la strada in cui ora si trovava non aveva nessun nome. Forse un numero, oppure nemmeno quello. Gli operai del comune, in queste cose, non se la prendono così comoda.

Fabio udì il sibilo di un veicolo dal fondo della strada. Era un furgone di netturbini: chiedo a loro. Lo sapranno. Dal modello non sembrava fosse un drone di quelli nuovi, che dettavano istruzioni solo in hindi e coreano perché ancora ai Servizi Urbani non li avevano riprogrammati: sperò che a bordo ci fossero spazzini veri.

Vide scendere un’anziana con i guanti e il berretto giallo.

«Signora, scusi», Fabio la chiamò.

La netturbina guardò una fila di cabine compostatrici, guardò lui, e di nuovo i dispositivi, come stesse decidendo quale fosse la priorità. Lasciò perdere i controlli delle cabine e gli venne più vicino con le mani nelle tasche. Aveva gli occhi di un grigio gelido e un’espressione severa, puntuale, intelligente, e un tono sbrigativo, scostante e affilato come quello - che ricordava - dei contrattisti universitari.

«Come posso aiutarti?»: dalla faccia si capiva che l’intenzione non ce la aveva.

«Che via è, questa?»

«È questa via. A chi ci abita o ci lavora non interessa saperlo.»

«Ma qual è il nome della via?»

«Non ne hanno dato uno», lei sorrise, «È sempre stato così. Li avevano finiti.»

Gli lasciò intendere di spostarsi perché aveva da lavorare. Tornò ai controlli delle cabine compostatrici ad accertarsi che funzionassero correttamente.

«Grazie. Scusi», Fabio la salutò.

E la buon’ora gli venne in mente di controllare su GoogleMaps.

Cercò l’iPhone nelle tasche, inserì le coordinate, e ingrandì la schermata al massimo sul tassello di città. Le righe azzurre e violette della mappa diventarono le strade e le case del quartiere, le figure verde-chiaro diventarono dei parchi. E le icone di forchette, chiese, letti e di musei si allargarono in insegne di ristoranti e in atrii di supermarket, cattedrali e di hotel. Lungo i viali, in prospettiva, apparirono toponomastiche. Ma del complesso residenziale non era scritto un bel niente: era un grumo di abitati che proseguiva dalle altre strade.

Non lo sapeva nemmeno Google.

Ed è impossibile, questa cosa.

A quel punto domattina avrebbe detto all’assessore che ci aveva anche provato, ma non aveva nessuna lista: perché a due passi da casa sua, «ed è una zona di lusso!», c’era tutto un isolato intitolato a nessuno.

Ma un elenco striminzito lo doveva presentare.

Per dimostrare che un paio d’ore ce le aveva dedicate.

Gli venne in mente che in queste cose sono bravi i laureati. Quelli in Lettere, soprattutto: si ricordano le date.        

 

Fabio le chiese se avesse un’oretta libera, la invitò per un ginseng in quel baretto «vicino a».

«Quello in fondo a via Guccini?»

«Ecco: là.»

«Ce l’ho presente. Cinque minuti di monopattino.»

«Mi trovi al tavolo», le aveva detto.

Nell’attesa si sedette sotto un ombrello, lì fuori, dove le sedie di zinco e vimini scottavano un po' meno.

I riverberi di luce gli offuscavano la vista, e gli interni del locale gli apparivano scoloriti. Le persone silenziose, con gli occhiali da sole sulle facce, erano intente a scrollare i social o l’elenco delle mail; o assertive e conserte con l’amica o un fidanzato. O chiacchieravano sottovoce o non dicevano una parola: a lui sembrò, davvero, si limitassero ad annuire, sorridere, negare e tornare inespressive.

Senza emettere alcun suono.

In quel grigio tutto uguale del bancone e le pareti.

Delle seggiole spaiate di chissà quante gestioni fa.

Di un barista senza faccia perché era chino sul lavandino.

Di un calendario di surf e l’Inter e delle mensole degli analcolici.

E di un cestino di frutta in cera di qualche tropico andato a male.

Da qualche parte le casse stereo trasmettevano qualcosa: una musica che Fabio, da lì dov’era, non riuscì ad ascoltare. Tuttavia la vedeva persistere nell’aria come un olio più leggero e appiccicoso di quell’aria. Sulla sua testa, sull’architrave, non notò nessuna insegna. Le persone erano ferme tra i trentacinque e i quaranta. E il locale gli sembrava che fosse lì in nessun posto da prima degli edifici che in qualche modo non c’erano.

Samanta arrivò dritta in mezzo ai tavolini, ripiegò il monopattino sotto i piedi e si tolse il caschetto verde acido.

Si asciugò con il foulard i capelli verde acido.

Stravaccata, a fiato corto, scoprì la pancia dal gilet rosso: il bottone e la cerniera dei pantaloni si arrendevano al suo ventre troppo gonfio di Burger King.

Sua cugina aveva sempre l’aria di essere arrivata lì, ora, spinta da un’ultima definitiva catastrofe; e di aver dato e sofferto tutto quando non c’era né da soffrire né dare.

«Innanzi tutto», gli ricordò, «io non insegno da almeno cinque anni. Sette. O forse tre. Ma insomma non mi ricordo. Ho fatto una supplenza alle scuole superiori. Non era una supplenza: ero più tipo la tutor. Poi, finito l’anno, non m’hanno più richiamata. Tu figurati se ho ripreso le mappe concettuali e le slide di storia contemporanea! A una commessa Curvyntimissimi quella roba non serve più.»

«… però qualcosa ricorderai…»

«Mi ricordo degli egizi, dei romani, il medioevo: per un po' è stato di moda, quand’era vivo Barbero. Come i nostri genitori tutti scienziati con gli Angela, quando erano bambini.»

«Mi segno questi, che è già qualcosa.»

«Io però non posso dirti chi c’è stato di recente, ma abbastanza nel passato da dedicargli una via. Forse Putin. È un nome che mi ricordo.»

«Credo no. E mi sa che era già morto quando noi siamo nati. O è morto poco dopo: vaˈ a capire, che cosa ha fatto. E soprattutto non è italiano. Voglio solo gli italiani.»

«Era ucraino?»

«Sì.»

«Mi sa.»

«Come facevi a insegnare storia?»

«Ero la tutor. Non insegnavo. E anche tu, se ti ricordi, al liceo studiavi a moduli. C’era il modulo sul razzismo, c’era il modulo sulla democrazia, sull’ambiente, sull’olocausto, c’era il modulo…»

«… su tutto, cazzo: mi ricordo!», Fabio si incarognì. Gli tornarono presenti certe figure di merda, certi debiti in estate, le incazzature dei prof: «mi ricordo del parlamento di quei cazzo di ateniesi con democratici e repubblicani. Mi ricordo della diaspora degli indios e gli homo sapiens del paleolitico che facevano l’apartheid ai Cro-Magnon. Ho dovuto imparare tutto, l’ho imparato a memoria. Non ci ho mai capito un cazzo. Non mi è mai fregato un cazzo.»

Evitava di parlarne, con la mamma e con papà. Perché suo padre faceva pesi elencandogli - in ordine cronologico - i Sette Re di Roma.

«Prima di quello di cui ti importa, e di te, io non lo so, se il mondo è mai esistito. Ovvio: c’era, ma insomma non lo so. Io penso questo, sinceramente. E ci penso molto spesso.»

«Non mi sei stata d’aiuto.»

«Ma lo sai: domani molli. E quella lista non la farai.»

È una stronza.

Come sempre.

«Io però prendo un tè freddo, ché il ginseng mi fa un po' schifo. Paghi tu?»

Il barista servì loro cose insipide, il bicchiere era bollente, la tazzina era gelata, e un alone di calcare e detersivo persisteva sul cristallo e la ceramica finte. Fabio realizzò che erano stati un po' fessi, a ordinare e consumare per davvero. Perché il bar era un postaccio. Ai tavoli, all’interno, le piane erano sgombre: nessuno, e forse mai, aveva preso qualcosa. Federica bevve un sorso con una smorfia schifata: sembrò pensare «ma ha offerto lui»; un altro sorso e non disse niente. Lasciò il resto tutto lì. In superficie, sul suo ginseng, c’era una patina iridescente.

«Ci muoviamo», lei decise: «sei a piedi?»

«Torno a casa.»

«Ti accompagno per un tratto. Faremo un giro un po' lungo. Ho qualcosa da mostrati. Non succede solo qui.»

 

A tre chilometri di ciclabili e uno scavalco di ferrovia, sotto i piloni di acciaio lucido delle tre monorotaie, tensostrutture da sport indoor si innalzavano nel verde: collegate da vialetti di lampioni, palme, totem e villini di due piani con le facciate a murales. I colori un po' naïf per gli Immigrati dall’Africa; firmato Doctor Bree; e il Disagio di Noi Giovani taggato Mara ©. I temi erano quelli. C’era stato un campionato e c’era stato uno stadio: il ricordo dei campioni riviveva nelle strade. Viale Sinner, largo Egonu, via Pilato, via Bassino… questi, un po', Fabio li conosceva. Non li aveva veduti gareggiare - la maggior parte, quando lui era bambino, si stavano ritirando. Però li invitavano a commentare nei podcast, o facevano i testimonial per i prodotti che ti pompavano. Ma quelli naturali. Con le bacche e le radici. Una targa scolorita indicava via "Valentino" - chissà, perché tra virgolette - e su una anche più vecchia si sbiadiva la scritta "viale Totti".

Li ho sentiti nominare.

«Seguimi, adesso», Samanta disse.

E lo prese per la mano come fosse spaventata.

Dietro l’angolo a una breve, e stretta via Baresi, Fabio non trovò niente.

Non c’era proprio niente.

Non riusciva né a vedere né sentire e toccare niente.

Qualcosa c’era, doveva esserci: e ce la aveva davanti agli occhi. Né accecante né nero né inconsistente né solido. Si appoggiò probabilmente a un palo o una parete, ma sentì che andava giù. Con un senso di vertigine, la nausea e dolore nelle orecchie.

Lì era vuoto; non c’è nulla. E sembrava non finire.

Sentì Samanta afferrarlo a un braccio e tirarlo forte indietro, tra edifici vecchi di un po' di anni che non avevano nessun aspetto. Ma quelli c’erano, perlamadonna: c’era un cielo, un asfalto, c’era un sotto e c’era un sopra:

«Mi sento male.»

«Stai meglio, adesso.»

«Sì… va bene. Ho un po' di nausea…»

«… ma adesso passa.»

«Sì, è passata. Cosa cazzo è successo?!»

«La prima volta mi ha fatto brutto, ed ero sola. Terrorizzata. So di essere caduta e di esserne strisciata fuori. Ma per caso, alla cieca. Ho gattonato.»

«Non è "alla cieca": qualcosa ho visto… Anche se in realtà non c’è niente da vedere. Che è spaventoso.»

«La prima volta...»

«Come sarebbe, la prima volta?! Ma cos’è, ci hai preso gusto?! Forse qui è pericoloso… O c’è una perdita: di gas, di plasma, roba chimica. Veleni. Forse è qualche radiazione.»

«Stai dicendo una cazzata.»

Si sentì stupido.

Però ha ragione.

«È lo stesso in altri posti. Tanti, posti: e sempre più.»

«Sarà il caso di chiamare…»

«Chi. Perché?»

Fabio realizzò che non aveva una risposta, che non c’era una risposta, che aveva solo paura. E che adesso era sicuro che di notte, da lì in poi, si sarebbe svegliato con un urlo.

«La prima volta ho gridato forte. Ero a terra, continuavo a chiamare aiuto. Sono riuscita a tirarmi in piedi. C’era quel… buco, di fronte a me, e nessuno ci ha fatto caso. Un ragazzo mi ha guardata: era pallido, sudava. Sono convinta che lo sapesse, anche lui. L’ho avvicinato, ma è corso via; non ha voluto parlarmi.»

 

Fabio quella sera andò a letto abbastanza presto: gli doleva un po' la testa, s’era stressato per il lavoro, era stato a passeggiare sotto il sole, nel caldo, per forse troppe ore: diocristo, se era caldo! Era ancora preoccupato perché il file salvato LISTA non conteneva nessuna lista, nessun nome e idea di nome. Certo: il capo non lo vuole per domani; l’assessore aveva chiesto «faˈ un progetto, una proposta». Per come sbrigano le cose là sarebbe stato tra più di un mese. Tra un anno. Ma aspettare lo angosciava, e non gli avrebbe portato nulla. Non sarebbe andata bene: non posso farcela, si persuase. Si girò e si rigirò sul materasso sudato. L’emicrania si aggravava. Non poteva addormentarsi così. La finestra era socchiusa su una notte troppo afosa, su una notte già irrespirabile, perché è di notte che è peggio; le zanzare gli gemevano alle orecchie e sulla faccia, e lui provava, però era inutile: non le prendi, le zanzare. Un istante di silenzio e tornavano a tormentarlo. Daì: pungete e vaffanculo. Alla finestra polarizzata c’era il pastello della città, dalle luci morbide e offuscate per non ferire la vista. Da lì erano solo macchie d’ombra colorate nell’acqua della notte. Non ti davano fastidio, se dormivi.

Si rialzò.

Sospirò esausto.

Aveva addosso un presentimento.

E non sapeva di cosa.

Uscì nudo e magro sul balcone.

Pensò che in fondo ma vaffanculo, ci si perde la salute. Io non posso stare male e dar di matto per questa cosa: accontentare il mio capo! Che è un politico di merda. Lì decise - e sai che cosa? - che lo lascio, quel lavoro. Io domani non ci torno. Basta un giorno e già sto male. Ma è possibile? È uno scherzo! Tutti i lavori da già da… sempre: dopo un mattino li abbandonava. E se le cose stavano così, Fabio scrollò le spalle, non ci posso fare niente. Ma poi comunque il papà e la mamma se lo aspettavano, lo sanno già; anche Samy, prima, al bar, gli aveva detto «domani molli».

Perché è normale, lo fanno tutti.

E a proposito quel bar faceva schifo.

E quel giorno era accaduta una cosa molto strana. Non avrebbe saputo dire cosa e come era accaduto. Ma lo aveva preoccupato. Non ricordava che cosa. Era accaduto nel pomeriggio. Era insieme a sua cugina. «Che cosa pensi stia succedendo», gli sembrò di averle chiesto. «Che il passato sia scomparso». E adesso era trascorsa la mezzanotte e se n’era già scordato.

Si affacciò. Guardò lontano.

Non gli parve troppo buio.

Non c’era niente, laggiù.

Niente.