martedì, dicembre 03, 2024

Racconto di Natale 2024

Era l’Anno del Signore Millequalcosa e qualcosa.

L’Arciprete di Sant’Orione aveva detto adirato, «e che Iddio mi perdoni il peccato d’ira», che «non importa che sia Vigilia, verrà notte e buio presto: per la messa a mezzanotte vorrò la pala finita». Lui - «la Chiesa» - aveva avuto «fiducia in voi»; lui - «la Chiesa, ve l’ha pagata in anticipo»: con le decime e i denari di tasca propria, «la mia», per fare invidia a tutte le altre parrocchie e al Vescovo per primo - confessò il Don Arciprete: «mi perdoni il Signore Iddio questo peccato di vanità, ma nemmeno in cattedrale c’è una pala delle vostre».

Luca era celebre nell’intera provincia: senza un padre né una madre che gli avessero lasciato un nome, le sue pitture d’inquiete vergini, di sante e d’alabarde gli avevano meritato d’esser Luca di Giovanna, di Giuditta e d'Oloferne, di Susanna e dei Vecchioni, e di Miriam e di Marta che debellano tarasche. Era il Luca delle sante con il fuoco e con la spada, di Maria sul Trono d’Oro tra gli eserciti celesti.

L’Arciprete, il mese prima, era venuto in un giorno freddo.

Era stato un lunedì con poca legna, cipolle, pane, e i suoi fogli di disegni che si afflosciavano inumiditi. Né la lana né il lambrusco lo consolavano di quel novembre, e le dita, la mattina, gli dolevano di crampi.

L’Arciprete gli aveva messo dei bei berlenghi sul tavolo, luccicanti al sole freddo che accecava alla finestra. Quand’era giovane aveva visto in una marca degli Appennini - «ordunque», l’Arciprete aveva detto - una pittura di gloria e oro della Vergine e i tre Magi:

«Ne vorremmo una anche noi»; aveva aggiunto dell’altro argento e aveva inteso che fosse un «sì».

Se n’era andato in mantella scura per le stradette gelate e bianche, deserte, silenziose, che scricchiolavano di ghiaccio sporco sotto il cielo azzurro vuoto.

 

Luca il giorno dopo bussava alla canonica, e si accampava col suo mestiere su una branda in sagrestia.

La perpetua lo destava al rosa gelido dell’aurora con una ciotola di latte vivo e del pane abbrustolito: se era avanzato del grasso dal giorno prima lo stirava su una fetta bruna d’olio e di carbone. Uno spiffero di giorno, di stallatico, di stufa, di zinale e di sapone strofinati su una pietra penetrava dalla porta che accedeva alla canonica. L’uscio si apriva con un ragliare di catenacci, un antico cigolio: la domestica avvizzita lo salutava con gli occhi bassi: «buona mattina, signor pittore». Guardava sbiechi gli scarabocchi, i suoi cartoni, gli studi, la filza irsuta dei suoi pennelli nei barattoli di coccio.

« ˈi me sembra dei diavlett», mugugnava, a volte, tetra.

Poi tutta la stanza esplodeva di campane, e l’Arciprete badava al proprio officio e lasciava a Luca e il sole di proseguire con il dipinto.

Sotto i raggi del mattino e nelle fiamme del mezzogiorno, fin il fioco pomeriggio, nella mandorla di quercia di quella pala di devozione apparirono la notte e i minareti di Terrasanta, i bastioni di Re Erode, le colline, i boschi, i greggi, le coorti di Pilato: un Oriente mai veduto, mai viaggiato da nessuno, ma che era indubbiamente tale e quale lo dipingeva secundum scripturas, il Milione e i Vangeli.

«Sarà finito, a Natale?»

«Sì»: perché il disegno correva facile sul legno e sulla tela, il deserto e gli animali gli scivolavano dalle dita. E l’Arciprete si allontanava accontentato e giulivo e Luca seguitava a immaginare l’Adorazione.

Di sera, i primi tempi, com’era solito non lavorava. La perpetua gli serviva il minestrone e il formaggio, e lui macinava i colori nel mortaio. Poi si accorse che il calendario si assottigliava, e che i giorni si accorciavano come i ceri nella chiesa. E di andare un po' a rilento, con le figure nel quadro…

E appese una lanterna alla volta del presbiterio.

Gli diede un’ora in più di debole chiarore.

La lanterna oscillava da un lato all’altro del quadro: il fuoco rosso, odoroso d’olio, toccava il margine di nubi, stelle e il plenilunio dipinto. Luca urtava il lume con la schiena curva all’opera. La lanterna era puntuta, gli strideva sulla testa, «e alla malora per questo olio e questa coda di anelli!»

Non gli dava granché luce:

«Questo poco ha da bastarmi.»

«C’è qualcosa da vedere?», gongolava l’Arciprete.

«Sì, qualcosa già si vede.»

Gli sembrava già un Presepio. Lo rendeva soddisfatto. E prese a spargere la voce tra i parrocchiani che avrebbero presto avuto la loro pala d’altare.

 

All’inizio sbirciarono dal portale socchiuso. Poi si inginocchiarono a snocciolare i rosari ma a guardare di sottecchi come andavano i lavori - e non sembrava che andassero granché bene, Luca si innervosì.

Una bimba si arrampicò su un tavolaccio di impalcatura. Lui le urlò «perdio!», lo aveva spaventato. Non si era accorto della mocciosa scivolata accanto a lui, così piccola, bianca e magra nelle ombre della volta. La camicia era bucata sulle scapole appuntite, la sua pelle rifletteva le faville di lanterna.

Lui le arruffò i capelli che luccicavano di giallo, troppo: temette andasse a fuoco, tant’era luminosa. Più di tutto fu atterrito dagli occhi fermi e glaciali, remoti, indifferenti. La sua voce era acciaio nella seta.

La bambina gli indicò quei personaggi marginali che già affollavano i due lati del dipinto:

«I pastori», si imbronciò: «non sono mica venuti bene…»

«È un abbozzo», Luca si indispettì, «ho da dipingere prima San Giuseppe, i tre Magi, il Bambino e Maria.»

«Sì, ma guarda, ché i pastori non sono fatti così.»

«Tu li hai visti, eri lì?»

Dovette ammettere che la stronza non aveva tutti i torti.

La navata all’improvviso soffocò d’odore d’erba, di pipe e di sudore. Di pelo madido di cane e d’irco e di sterco calpestato. Gli sembrò che dalla porta, spalancata su dicembre, soffiasse dentro per istante sabbia ruvida e riarsa. Sentì un sapore di frutti dolci e con un nòcciolo appiccicoso.

Un capannello di montanari e di gente della terra - senza animali, però caprari, con le facce bruciate e con i piedi pesanti - entrò a pregare, chino, e curioso del dipinto. Un latino senza libri sbatacchiò tra le colonne, acuto, o piccolo o soffocato come gli zufoli che avevano alla cintura.

Erano quelli, i pastori veri: i suoi, solo pupazzi.

I colori erano altri, le posture erano altre: lui cavò di tasca il carboncino per disegnare e segnò le sue figure di promemoria per migliorarle.

«Chi vuoi che guardi i pastori, bimba?», si strinse nelle spalle: gli rodeva, ma ha ragione, dovrei rifarli daccapo.

Non aveva molto tempo.

Dovrò lasciarli così.

La bambina lo fissò con quei crisoliti spaventosi.

 

Il San Giuseppe non fu difficile: l’Arciprete declinò finché fu decoroso, poi gli disse «sia» con gli occhi al cielo, sofferente, e si mise in posa su un pagliericcio con un bastone da gregge, un asino, un bue e un’aureola di cartone ritagliata da una grida.

«Le bestie in chiesa, portiamo, adesso?!», la perpetua protestava ad ogni merda sul marmo: perché poi toccava a lei ripulire il pavimento.

«Per rispettare le proporzioni», la azzittì l’Arciprete: non voleva che la sua faccia, eternata nella pala, riuscisse grossa, più brutta e larga del muso di un bovino.

Indolenzito sulle ginocchia, patristico, paterno, per quell’ora di bozzetto fu paziente e perfetto.

A Luca non importò che gli riuscisse davvero bene - era il venti di dicembre, non gli importava granché di molto: solo di un giudice del vescovado che gli avrebbe tolto i soldi, e il suo nome di pittore incompiuto e scolorito… - perché era certo che i vetri spessi e rotondi dell’amor proprio, sul naso a tartufo e irritato dell’Arciprete, gli avrebbero mostrato una perfetta somiglianza.

Quattro giorni di lavoro gli bastarono per i Magi, «perché i negri e saraceni sono sempre e tutti uguali», convennero i paesani; e inventare giubbe strane, scimitarre, quei turbanti, arrotolarne le scarpe porpora in una coda di basilisco, caricarne i dromedari di giare immense di incenso e mirra, fu un salutare divertimento per non pensare al cimento vero.

Solo al mattino del ventiquattro, invece, accennò al volto di Maria.

Le ossa gli urlavano di gelo e di fatica, e i tavolacci di impalcatura scricchiolavano al suo respiro. La sua pelle era il colore del vello giallo di quei cammelli, della tiara babilonese di Gasparre e Baldassare e il carminio omicida dei soldati all’inseguimento. Doveva avere cinabro e terra nelle orecchie e le narici. Le budella gli torcevano per quei giorni di bruschetta, gli bruciava il deretano per il latte troppo caldo. L’Arciprete gli passò sotto mentre indugiava sul trave, brandì il messale in una mano guantata e, nell’altra, la sacca inesorabile e feroce del creditore. Un brutto tizio in pistola e stocco stava appostato al fonte battesimale, e a Luca parve avesse quella siringa di occhi di chi conta per mestiere e riscuote per sollazzo.

«Io celebrerò la messa di Natale alla luce di questa pala, stanotte», gli ripeté per tre dure volte.

Ma la Vergine era ancora solo un’ombra all’ingresso della grotta, e il Bambino gemeva nella paglia con lo sguardo di fiamme bianche a una mamma che non c’era.

Anche il Bambino non fu difficile, perché era un secolo che dei neonati non si curava granché, e il Signore doveva essere verisimile solo uomo e crocefisso.

Luca accampò un malumore d’artista, saltò giù dall’impalcatura, infilò i pennelli in tasca, finse - innanzi il bravo - una ridicola spavalderia. Uscì a bere un po' di luce nel sagrato solatio.

Non sarebbe stato inverno ancora per molto tempo. Percepì il mondo che germogliava sotto il grigio delle zolle.

Vide, a una finestra, una ragazza di rose e pesche, che accarezzava nell’aria fredda la lunga treccia castana. Il mattino di Vigilia le brillava negli occhi azzurri: il vestito verde e panna, abbandonato dal davanzale, scivolava su un abbaino e due gatti addormentati.

Tornò di corsa all’impalcatura e fissò il viso su un foglio. Ecco: almeno un volto, ora, la Vergine ce lo aveva.

Lo sbirro avanzò dalla vasca battesimale, si fermò contrito e curvo, mite, intimorito alla pala e con tono un po' infantile disse «ostia! Questa è bella!». Si segnò a destra e sinistra come fanno i bizantini. D’istinto tornò a stringere la spada e la pistola, come per - di nuovo, ancora - farsi presente al sé stesso bestia. Senza volgere le spalle.

Ma non è per me: è per lei; Luca capì.

E tornò a stare di sentinella perché nessuno potesse uscire.

Perché io non possa uscire.

Puoi salvarti, se lavori.

Le campane annunciarono che era ormai pomeriggio. I raggi chiari dalle vetriate non gli bastarono più. Issò il lume, accese l’olio e sperò che andasse bene. L’Arciprete passò di nuovo a ricordargli il dovuto. E venne ancora la terza volta: «ricordate il vostro impegno», il lavoro era lontano dal sembrare a compimento:

«Voi cadrete, mastro Luca.»

«Non cadrò.»

«Cadde pure San Pietro, per tre volte: come voi, che vi ostinate a mentire e negare i fatti nonostante che la pala per questa notte non sarà pronta. E noi ne avremo scorno.»

Noi, «la Chiesa», le sue tasche.

Il fatto era che al dipinto mancava ancora la Luce vera, maris stella, il paradiso. Nelle tele e sugli altari che celebravano Maria Vergine, quella luce era l’azzurro del suo mantello incorrotto, un’onda chiara di piume d’angeli, lo squarcio d’indaco su un cielo spento. Luca aveva in mente quel Maestro di Messina in cui il miracolo di tutto il quadro era un viso sotto un velo, ricordò versi italiani che la cantavano di sol vestita. L’occhio umano, lo sapeva, in una folla all’Adorazione, peccatore e disperato cerca il blu tra le corone, le zampogne, gli zoccoli, e i barattoli di mirra che nessuno sa cos’è.

L’occidente si incupì, sui vetri alti strisciò la sera, e la sera si accanì sul battaglio della notte intabarrata di buio e ferro e sonante di campane. Luca poteva anche aver finito così, doveva aver finito: aveva steso nella cornice il blu più bello tra i suoi colori. Il più raro, il più costoso: quello che adoperi una volta sola.

Era stanco. Era spezzato.

E doveva essere tardi.

Tuttavia, si convinse che il risultato era buono.

Accettabile. Onesto.

Si augurò che lo fosse anche per l’Arciprete; e l’esattore là in fondo, al buio, con la lama e la garrota.

Tre borghesi sospettosi, infagottati nei bei vestiti, dondolarono davanti all’impalcatura con occhi giudici, taglienti, ostili; la faccia aspra e le mani tutt’arrugate e intrecciate sulla schiena. Non potevano aspettare l’introibo e mezzanotte: no, lui si irritò. La pittura era lucida, fresca, faceva ancora quel certo odore:

«Giovane», giovane!», lo apostrofarono i tre borghesi, «non si lavora così, ché non mi sembra l’azzurro giusto.»

«Io ci avrei messo una misura di bianco.»

«Per me c’è i grumi: hai mescolato il colore?»

«Giovane, faˈ un po' vedere: che pennello hai usato?»

«Non è mica quel celeste… Non l’hai mai visto, mi sa, tu.»

Era un tu che lo accusava. Gli chiarirono, in un rutto, che ce ne avevano parecchie altre, di critiche da farne:

«Lasciamo perdere però, ché è meglio.»

Lui adesso sarebbe sceso dal palco e li avrebbe presi a calci. Lo avrebbe fatto, lo faccio. Perché parlate? Chi siete voi? Con quelle facce da chi Cristo ce l’ha in tasca e i capelli impomatati come i principi del Catai. Che luccicavano di argento e grasso sotto il lume pencolante. E il coglione sorrideva, strafottente e panzuto, con una bocca di denti d’oro e le orecchie di rubino, e una scarsella per niente scarsa che gli ingrossava l’uccello. Il secondo, segaligno, che puzzava di speziale: di quegli intrugli per le ferite, di funerale e quaresima. E il terzo che sembrava fosse approdato dall’Africa: ma un’Africa profonda, al di là dei portolani, dei labari dei turchi e il terrore dei leoni. E fumava da un’ampolla gli stessi fumi di noi cristiani.

Cosa avevano da dire?

Che la pala era mediocre, e non hanno affatto torto.

Meglio no.

Li ignorerò.

Voglio scendere lo stesso.

A guardare dalle panche il suo lavoro finito.

Il mondo era a un battito dalla nascita di Dio, e la folla venne in chiesa dalle mura e le campagne. Portò dentro un po' di neve e l’olezzo della vita. L’Arciprete, in sagrestia, si infilava la pianeta, la casula, il pallio, la perpetua lo tormentava che non la aveva stirata bene, insisteva a rammendarla, la riallacciava da capo. Un chierichetto la allontanava dal guardaroba del sacerdote, perché quelli erano i panni interdetti ad ogni donna.

Luca si fermò a pochi passi dalla pala: era ancora all’altare, con la schiena al leggio. Sopraffatto dai colori e le figure imponenti.

Arretrò di qualche piede, era ancora dentro il quadro. La Famiglia, i Re, i pastori, il corteo e Re Erode in lontananza gli apparirono grandi quanto lui, spalla a spalla, sguardo a sguardo. Si dissolveva in quell’ampia folla come, adesso, in quel piccolo paese che gremiva l’edificio.

Volle ancora andare indietro, e sulla porta capì di aver fallito.

La sezione della pala che aveva fatta a novembre - i boschi, i templi, il mondo falso lontano, gli aquiliferi romani, i tremendi infanticidi - gli sembrarono perfetti di quell’arte truffatrice che si addice alle menzogne e i fondali in cartapesta. Ricordò di averli stesi con le mani calde e ferme, con in pancia il minestrone, quando c’era ancora tempo. Quando cerano i quattrini.

Le figure più vicine, le figure più importanti, non riuscì, o piuttosto volle, quasi neppure guardarle. Doveva averle imprecate tutte, in quelle ultime settimane. Non aveva dato niente, aveva solo contato i giorni.

Si aspettò la spada fredda, la pallottola nel cuore, e una mano che gli frugava nei pantaloni per riavere quei denari che non aveva onorato. Uno sguardo dello sbirro lo trafisse alle scapole, sentì addosso tra un oremus e un versetto le attenzioni dell’Arciprete che pretendeva giustizia.

Doveva essere, e apparire così affranto, che l’esattore lo lasciò andare, per ora.

Tanto, lui inghiottì, lo avrebbe ritrovato.

Si sedette sui gradoni.

Nel nitore della notte.

Restò lì ad intirizzire.

La funzione era finita.

E il cielo c’era ancora.

Sentì passi impantofolati e un fruscio di paramenti.

«Maestro, maestro!»: l’Arciprete si spogliò dagli indumenti del rito, e asciugò con il panno e col velluto gli occhi stanchi, felici, e gli occhiali appannati, «Io non ho mai visto un’arte così bella»; lo tirò per il cappuccio e lo costrinse a tornare dentro. Si sedette silenzioso, a sinistra della pala, con la sua tonaca vecchia e bruna su una seggiola di paglia.

La ragazza con la treccia, quel mattino alla finestra, ora era ammantata nella cascata dei suoi capelli: che nel bagliore dei ceri inquieti poteva essere di penombre, fiamme o firmamento. Un riverbero marino. I tre borghesi si inginocchiarono ai colori del dipinto, portando per le briglie i tre cavalli potenti. Ai fianchi neri degli animali luccicavano bisacce: gonfie d’oro, di elisir e di grani resinosi. I caprai vennero avanti dalle tenebre gremite, e la prima fu una donna con un agnello portato al seno e tenuta per la mano dalla bambina di vetro. Gli altri la seguirono come scendessero per una duna.

La luna piena gelò di luce le colline e le montagne, le casette acuminate, le pinete all’orizzonte.

La corona delle stelle che si specchiava sui mari blu.  

    

 

 

venerdì, marzo 29, 2024

San Servolo (un racconto di fantasmi)

 


«È a San Servolo, professoressa, è un’isola. È la sede momentanea della Scuola di Nuove Tecnologie.»

«Sì, ma come ci si arriva?»

«Deve prendere il battello fino a San Zaccaria. Linea due, di solito: la rossa. Da lì un altro battello la porta a destinazione. Linea venti. Sarà circa una mezz’ora di attraversata. Con la nebbia forse un po' di più.»

«In due ore ce la faccio? Inizio oggi alle undici.»

«Non si preoccupi», le sorrise la segretaria, «casomai, gli studenti la aspetteranno. Ma vedrà che sarà lei, sempre, a dovere aspettare loro.»

È così che succedeva.

«Benvenuta tra noi.»

Laura firmò per la presa di servizio, ficcò in cartella le venti pagine di contratto, norme e documenti, e dalla sede dell’Accademia a Zattere di Santo Spirito passò - di imbarcadero in imbarcadero, domandando agli equipaggi se fosse quella la corsa giusta - al pontile di legno e di metallo che cigolava su un’acqua verde tra San Marco e gli Schiavoni. Come tutti, nella vita, era già stata a Venezia: la città ovvero la città nota le era impressa negli occhi azzurri nella sua forma di cartolina: da una gita alle medie, al liceo, da un weekend alla Biennale; da una fuga con un ragazzo, baciandolo, alla laurea di un’amica. Era stata e sarà sempre - pensò - per il turista, che è sempre stupido e presuntuoso di non essere turista quanto gli altri - una Venezia di sole e oro o di pioggia e di cobalto, piombo, panno, antracite e lacca nera; e i ponti e cupole, le onde e il campanile dove i fotografi degli Anni ˈTrenta, o i vedutisti del Rococò, le avevano ormeggiate ad un marmo immaginario. Oggi invece - ma lo prese per un buon segno - quella nebbia la immergeva nella Venezia feriale: dei motori che tossivano e saltavano sull’acqua, e il parlato tra la gente di una liquida durezza; dei cartoni, dei carrelli e le buste della Coop. Le facciate, i campanili, le cattedrali e le chiese si afflosciavano nel bianco come ombrelloni di un bar che è chiuso, quel vapore li impregnava di umidità faticosa. Si disfacevano sui marciapiedi in ombre grigie e solenni.

Alla fermata San Zaccaria le confermarono che «sì, tra poco»: la bigliettaia guardò il display delle partenze e gli arrivi, guardò la nebbia, l’orologio alla parete, guardò ancora la nebbia, il display, schioccò le labbra; «sì, tra poco», ripeté.

Laura attese in una fredda pensilina che sembrava assemblata con i relitti di un mercantile: assi di legno sul pavimento e gli infissi di lamiera, distributori automatici di caffè, sedili in plastica su quattro file com’è l’attesa negli ospedali. Persone sole coi loro cani. Accucciati in silenzio. Come attenti e spaventati dai gorgoglii nell’assito.

Un barrito annunciò il battello per San Servolo, la fiancata della barca cozzò i pali dell’approdo. Il pilota legò una cima, e gettò una passerella. Laura andò a sedersi nel desolato sottocoperta. Le due donne e l’anziano con i cani preferirono gli schizzi, il vento e la salsedine. Le due eliche ringhiarono e sbatterono nell’acqua, il pilota puntò la prua nel bianco immobile attorno a loro.

Venezia era scomparsa.

 

L’isola addensò in un monastero settecentesco, severo, di marmo nitido e luccicante nel cielo nuvolo lattiginoso. La riva era scavata in una darsena per motoscafi; due moli di garzette, cornacchie e di gabbiani scendevano nell’acqua infestati d’alghe e mitili. San Servolo era chiusa in un perimetro di mura e d’alberi, più da vicino si distinguevano, tra i filari di cipressi, i tetti scuri degli edifici su un rettangolo di terra. Laura cercò su Google qualche immagine dall’alto, una mappa: era davvero rettangolare.

Il battello toccò il molo: lo trovarono deserto. Gli uccelli fuggirono all’apparire dei cani appollaiandosi tra i rami fitti e più alti delle mura, la nebbia attutì i gridi, i guaiti, le eliche e la sirena della barca che se ne andava e puntava a un’altra isola. Il frullio dell’ali bianche dei gabbiani echeggiò grande e pauroso. Lei, non trovando indicazioni né altri accessi, seguì il vecchio e le due donne in una sorta di reception.

Le ragazze in uniforme dietro un bancone di legno e vetro, tutto sparso di depliant, con vetrinette di souvenir, li lasciarono passare e neppure li salutarono.

Strano, pensò Laura: sì fermò.

Realizzò da avvisi appesi, da due bacheche di chiavi, e dai monitor sul banco su cui scorrevano prenotazioni, che il monastero e che tutta l’isola, di fatto, era un hotel. Era un centro di accoglienza. E una sede di congressi.

Notò la foto, seppellita tra tutto il resto, di un uomo esile dal viso triste. Con la stessa uniforme delle ragazze in servizio.

"IL MUSEO DELLA FOLLIA", si leggeva su un pieghevole: un’area intera dell’edificio dedicata alla storia del disagio, tristi reperti di manicomi e pannelli su Basaglia, Van Gogh, quelli famosi.

Dell’Accademia, invece, nemmeno il logo.

I padroni e gli animali percorsero un corridoio, e un gemito di cardini durò in un colonnato. Da in fondo a destra la luce pallida della nebbia entrò nella reception.

«Buongiorno. Prego», la invitò il personale, «È nostra ospite? Ha prenotato?»

«Buongiorno. Scusate», lei schiarì la voce; e chiese a quella, tra le ragazze, che le sembrava che fosse il capo: una bionda ingioiellata senza imbarazzo del proprio peso, «sono la professoressa Alessi dell’Accademia di Belle Arti. Mi hanno mandato qui, spero». Cioè: spero di aver capito. Di non essermi perduta, «Dove devo…»

«Accademia di Belle Arti, certo», annuì la ragazza, «Non si ferma per la notte.»

«Oggi no, è la prima volta. Mi sto orientando. Però… dovrei?»

«Siamo qui a disposizione.»

«Vivo a Padova, ma grazie. Ho treni comodi fino a sera.»

«Ma i battelli, a volte… sa, con la nebbia com’è oggi…»

«Mi hanno detto che i collegamenti tra le isole e la città sono sempre assicurati.»

«Possono esserci dei casi limite. Una volta abbiano dovuto sistemare una scolaresca, in gita, che la sera si è trovata bloccata qui. I ragazzi hanno dormito nei locali laggiù in fondo», la ragazza inghiottì. Accennò uno sguardo obliquo all’altro capo dell’isola, «preferiamo non usarli, naturalmente, può immaginare: questo era un sanatorio… e c’è stato un incidente…»

«Che incidente?»

Volevo chiederlo? Voglio sapere?

«Io non c’ero. Non so bene. Ma si parla di trenta o di quaranta anni fa. Il vostro stabile», l’altra tagliò corto: era un "vostro" molto ostile, «è qui», le mostrò su una cartina: «complesso "I Tigli": quello accessibile, naturalmente. Lo vedrà, capirà. Esce a destra», le indicò: dove infatti erano andate le tre persone coi cani… «e prosegue sul sentiero. Trova "Il Tiglio" a sinistra dietro i campi sportivi.»

Lei non volle sembrare stupida: non dovrebbe essere lontano; sulla carta la intera isola sembra lunga sì e no un chilometro...

 

… a voler esagerare.

E infatti non lo è.

San Servolo le apparve come un parco cittadino. Di una piccola città. L’orto botanico di un ateneo. Le eco sorde e marine dei quattro lati dell’isola non tracimavano le mura basse di mattoni e rampicanti: le penetravano dalle finestre sulle secche e la città - invisibile e remota - cui si affacciavano rose rosse di monastica bellezza. Laura si inoltrò su un lastricato perfetto che incrociava aiole e siepi, il prato rorido, pettinato. I tronchi vivi di arbusti ed alberi le apparirono pennellate, macchie verdi ad acquarello sul cotone della nebbia. Graffi, coli. O sbavature. Su un tessuto grigio sporco. Tra gli spettri delle piante tremolavano, lontane, le forme piccole delle persone e le scie brune dei cani in corsa: molte più dei passeggeri e gli animali sul suo battello. Era un orto botanico come anche uno sgambatoio. Dove porti il cane a correre, altrimenti, a Venezia? Affioravano dal niente e ritornavano nel niente bianco. Non fischiava, abbaiava né ansimava nessuno.

Sul percorso erano infissi i cartelli in bel corsivo con i nomi botanici degli edifici del parco: I Larici, Le Querce, Gli Ulivi, I Pioppi, I Pini… dietro a quelli si intuiva a qualche metro di nebbia la massa scura, fumosa e cubica di alloggi e dormitori. Più da vicino Laura li trovò muti - perché ho pensato "muti", invece di "silenziosi"? - con gli scuri in legno verde accostati tutti madidi di nebbia.

Sono camere. È un albergo. È ottobre, Laura scrollò le spalle: mi pare ovvio che sia così.

Il campanile bianco del monastero - alto, e nitido sui vapori - quegli edifici schiacciati e cupi nella lattiggine del giardino, le ricordarono un ospedale. La solitudine, la malattia, Ma la receptionist lo aveva detto: questo è stato un sanatorio. E le prese un groppo in gola al pensiero, al dovere, di doverci, d’ora in poi, ritornare per vent’anni.

Ma aveva appena firmato, o no? Ho accettato l’incarico, ho ottenuto la cattedra. Dopo decenni di precariato le sembrò quasi irreale.

Era inverno, inghiottì, e c’è la nebbia. Con il sole, a primavera, qui dev’essere molto bello.

Tra i cespugli apparirono delle sculture di legno: animali, forme astratte. Il lavoro di bambini. Laura immaginò una scuola media, elementare della città che aveva svolto un laboratorio sull’isola e donato gli elaborati.

Più di tutto la colpì una grande sfinge scolpita bene - forse troppo, per un bambino: forse questa è del docente. Con il volto di un neonato. La scultura era spezzata, era annerita da un lato, era segnata di bruciature sugli occhi attoniti e levigati. Inclinata e abbandonata sull’erba umida scura, soffocata dalla nebbia, e macchiata dagli insetti, la scultura tuttavia sentiva ancora di arso.

Poco oltre, i vapori ribollivano come nel ventre di una cascata contro il muro perimetrale dell’altro capo dell’isola: "I Tigli", a questo punto, doveva essere lì.

Su un terrazzino affacciato al mare, che sciabordava là sotto, una sedia arrugginiva in salmastra solitudine. Il terrazzino si interrompeva contro un piccolo edificio, molto diverso dai dormitori: lei lo trovò di proporzioni sgradevoli. Sulla porta era infissa una targhetta di ottone non incisa di alcuna lettera: o grattata, o graffiata, o cancellata con acido. Su un cartello più recente c’era scritto "spogliatoio".

Laura sentì vociare nel fitto della nebbia, e molti passi sul lastricato e sull’erba e sulla ghiaia. Voci giovani - studenti? - parecchi colpi di tosse secca. Seguì i rumori. Trovò i campi di basket. Dietro i campi il cartello "I Tigli" e l’edificio dell’Accademia.

Attualmente, dell’Accademia - la receptionist le avrebbe precisato.

Tutto aveva l’aria di qualcosa di provvisorio; ma di molto, provvisorio: il logo, e il nome della scuola, figuravano su un bristol affidato alle puntine. La porta a vetri era aperta. Nel cabinotto in portineria trovò un bicchiere di plastica, con un fondo di caffè che luccicava appiccicoso. Da un ripostiglio di scope e sacchi, spalancato nell’androne, era evidente che mancasse qualche mocio e il secchio per strizzarli.

A uno stipite ronzava il lettore del badge. Laura infilò il proprio, ritirato quel mattino: lucido, nuovissimo, ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI VENEZIA, bianco e nero, essenziale, "106" impresso sul recto. La macchinetta brillò di un bip: questo, almeno, funzionava. Doveva essere nel posto giusto, nonostante le apparenze.

«Buongiorno, desidera?», una donna la apostrofò: la apparve dietro in felpa e fuseaux neri e scarpe morbide e comode da lavoro. Posò a terra il secchio rosso e odoroso di detersivo.

Brandì il mocio.

«Buongiorno. Sono la professoressa Laura Alessi» eccetera: ebbe la impressione di ripeterlo a sé stessa, «inizio oggi. Sono in ritardo?»

Guardò l’ora: non lo era.

La portinaia tornò in gabbiotto, gettò il bicchiere, stese sul tavolo una tabella stampata su un A4 con nomi e numeri aggiunti a mano con matite, grafíe e pennarelli diversi. Molte macchie, cancellature e nastro carta adesivo. Laura scoprì che il giovedì, di mattina, per il Triennio, dalle undici alle quindici, erano in calendario soltanto le sue lezioni. I colleghi affollavano tutte le aule negli altri giorni, con una ressa particolare martedì e mercoledì. Non era detto che fosse un male.

«Aula B, professoressa», disse l’altra in tono più gentile, «è dietro l’angolo: la struttura separata. Non questa: l’altra, naturalmente. Vedrà. Io, se non le spiace, ho da finire di sopra», tornò al secchio, lo scopone e accennò alle aule e i bagni che si trovavano al primo piano.

«Grazie. Grazie», disse lei.

 

Dall’ingresso al lato opposto dell’edificio, sullo zoccolo d’asfalto che si appoggiava sull’erba rorida, si susseguivano quattro aule con le porte chiuse a chiave. Dai battenti trasparenti e le finestre dai vetri spessi si scorgevano, all’interno, i proiettori e i pc, i teloni da proiezione che pencolavano alle pareti e scatoloni di attrezzature da inventariare o sostituire; le prolunghe, i cavi e le ciabatte. Tutte le aule multimediali del paese, e forse il mondo, erano in fondo lo stesso posto. Poteva essere materiale che era appena arrivato, o materiale che andava portato via; poteva essere un locale da allestire o un locale da sgomberare. Poteva essere non agibile da un giorno all’altro e restare non agibile per un semestre o per sempre. È una sede provvisoria, le aveva detto la segreteria; è una sede provvisoria, le aveva detto il Direttore dell’Accademia alla prima telefonata per conferirle l’incarico. Secondo graduatoria del Ministero dell’Istruzione.

Trovò studenti seduti al muro all’aperto a fumare e chiacchierare, la lasciarono passare per riguardo a una signora: non era ancora - non lo sapevano - la loro professoressa.

Era presto per entrare: doveva attenderli in aula.

Contro il muro la nebbia si infittiva: inghiottiva quelle porte, quei ragazzi e le ragazze, solo un metro o un passo dopo che li aveva superati. Le loro voci si sbriciolavano tra i crepitii della ghiaia, e i mozziconi di sigaretta si spegnevano nel bianco. Pur se erano all’aperto le strisciò dietro un odor di fumo.

Un odore di bruciato.

Che non è la stessa cosa.

Laura voltò l’angolo, e di là non c’era nulla.

L’edificio, il muro esterno, una barriera di alberi, il profilo disgraziato della struttura inquietante - che, intuì, era ridosso allo stabile dell’Accademia - formavano una conca di lattiggine e silenzio. Lo aveva visto una volta, al mare, da bambina, a passeggio con sua madre triste e zitta tutto il tempo. Perché il babbo non ci fosse, quel giorno, non lo aveva mai capito. Le era accaduto in età diverse in città diverse e vuote, che attraversava delusa e sola e ferita e calpestata. I rumori rallentarono in un vibrato angoscioso, lei, con un senso di vertigine, procedette a un passo dopo l’altro verso il bianco un po' più grigio che poteva essere una parete, una porta, l’Aula B: doveva essere lì davanti, se un davanti c’era ancora.

La trovò, c’era una targa, e la lettera era B. Su un pannello di metallo gocciolante di vapori. C’era anche una maniglia. Era aperto, Laura entrò. Una stanza fredda e vuota illuminata da un lucernaio, con lunghi tavoli ma poche sedie: come sempre, poche sedie. Non c’era ancora nessuno. Posò lo zaino, il pc, i suoi libri; scribacchiò su un quaderno per non sentirsi a disagio. Per sembrare già impegnata. Lasciò aperta la porta. Entrò caligine e più freddo ancora. Doveva avere tutto il cappotto impregnato di sigarette, accidenti a quei ragazzi. Le narici le prudevano di fumo.

Non di fumo: di bruciato.

Era cenere, in effetti.

Rabbrividì. Si raccolse il capotto sulle spalle e sperò che accendessero i termosifoni; pensò agli anni ovunque in altre scuole e ricordò che i termosifoni non li avevano accesi mai.

Sono le undici, arriveranno.

Sono qui.

Sono in orario.

Alzò gli occhi dal quaderno.

Ce n’è uno.

Uno studente.

Ma non lo aveva sentito entrare.

Era seduto al lato opposto dell’aula a due sedie di distanza dall’ingresso spalancato.

Altra nebbia strisciò dentro:

«Buongiorno. Buongiorno», disse Laura seriosa.

Lo studente le rispose con un cenno della testa.

Laura allora si stizzì.

No.

Non pensare che sia maleducato.

Non ti ha mai visto. Non ti conosce. Sono timidi, concesse.

Continuò, per darsi un tono, a scribacchiare sul suo quaderno, compilare i fogli firma per le presenze degli studenti e aprire e chiudere i propri libri e a spostarli sul tavolino. A spostarli un’altra volta. A annotare altre sciocchezze. Fare un conto della serva sulle spese di trasferta. A rileggere i messaggi sul cellulare e cancellare i messaggi letti dalla lista di WhatsApp. A spostare ancora i libri. E notò che il cellulare, nella stanza, non prendeva. Anzi, no: prendeva male. Considerata la nebbia fuori, e le pareti robuste e vecchie, e l’isola, le sembrò ovvio che non prendesse. Ma accenderanno i termosifoni? Alle undici mancavano solo pochi minuti. Alle undici e qualcosa si sarebbe alzata in piedi, decise; avrebbe detto «buongiorno a tutti», si sarebbe presentata. Iniziato le lezioni per chi c’era e chi non c’era. Però forse, con la nebbia - che rallentava i battelli; e che impediva le traversate dove e quando era più fitta - era giusto, e aveva senso che non fossero venuti. Più in ritardo. Forse un’ora. Le dispiaceva, quel primo giorno. Si ostinò con gli occhi bassi sulle sue pagine e le sue carte. Per sembrare indaffarata. Ricordò che aveva appunti nell’agenda e scontrini e promemoria da ordinare e conservare. L’appuntamento con il dentista. Il biglietto del battello. L’appuntamento con il tecnico della caldaia e il tecnico Fastweb. E una rata di condominio e due biglietti di Frecciarossa.

Un quarto d’ora di cose varie.

Le sembrò fossero ormai le undici-e-qualche-cosa da più tempo delle undici-e-qualche-cosa: l’orologio alla parete poteva forse essersi fermato, ma il display del cellulare non poteva essere guasto. Tuttavia le cifre elettriche, azzurre sul display, tremolavano sempre uguali dentro il plexiglass graffiato.

Sarà ora di cambiarlo?

Non c’era ancora nessun studente.

Quando fossero arrivati, però, li avrebbe visti.

Sentiti entrare.

Spostare i tavoli, i pc, le sedie: come sempre e dappertutto.

E gettare i loro zaini ad afflosciarsi sul pavimento. Quel rumore vagabondo di stanchezza e di rinuncia.

Frugò a caso nella borsa. Levò lo sguardo, accidenti!

Come?!

Due dozzine di studenti sui lunghi tavoli contro il muro.

Come erano arrivati?

Zitti. Fermi. Silenziosi. Nella penombra dell’aula fredda. La luce pallida della nebbia che penetrava dal lucernaio. Il grigiore della stanza affiochiva i loro abiti, i giubbotti e le sciarpe colorati; le ciocche gialle, i capelli azzurri, le facce livide e gli occhi spenti: La stanchezza di svegliarsi per i treni del mattino, e per gli autobus e le barche che li portavano alla stazione. Le levatacce.

Dei ragazzini.

Dei bambini di liceo.

Laura, in vent’anni di insegnamento, non aveva mai creduto né mai smesso di stupirsi di quanto, al primo anno degli studi universitari, fossero ancora così piccini. Tanto persi e così smorti.

L’odor di cenere e adesso di bagnato impregnò l’aula, le sedie, i tavoli.

«Buongiorno a tutti», Laura salutò. Si alzò in piedi, fece il giro della cattedra, qualche passo tra le sedie e i banchi vuoti di fronte. Più vicina e più  cordiale con i ragazzi. Nella sala ristagnava un vapore rarefatto mescolato all’aria chiusa e alla polvere e quel freddo.

Le risposero un brusio. Ma ovattato, lontano. Nella nebbia. Poteva essere diretto a lei: le sembrò che non lo fosse. Che continuassero a parlottare, soli, e sordi. Tra di loro. Come se Laura non li ascoltasse, non li sentisse, come non fosse nemmeno lì.

Come non fossero, nemmeno lì.

Il brusio crebbe di tono in un’intensa vibrazione, che però, realizzò Laura, era adesso alle sue spalle.

Il suo telefono cellulare.

Una chiamata dall’Accademia.

Passò accanto e attraverso gli studenti. Uscì dall’aula. Rispose:

«Pronto.»

Riconobbe il tono mite, puntuale e preoccupato della stessa segretaria con cui aveva firmato:

«Professoressa, va tutto bene?»

«Sono a San Servolo.»

«Cos’è, si è persa?»

«Come sarebbe, mi sono persa?»

«Se n’è già andata?»

«Sono qui, in Accademia.»

«Ce lo ha detto la collega…»

«Ecco, appunto. Lei mi ha visto, ho timbrato, mi ha indicato le aule. Sono qui, con gli studenti.»

«La collega ci ha avvisato che gli studenti la aspettano. E che è venuta a cercarla in aula: lei non c’era. Si è preoccupata. La sta cercando da più di un’ora»

Laura si voltò nella nebbia che diradava, una folata di vento salso spazzò i vapori tra gli alberi e gli edifici. Si trovò all’ingresso nero, buio, fatiscente, di una specie di magazzino divorato ed annerito. La memoria di un incendio. Sullo zoccolo era sparso un nastro in plastica di interdizione a bande rosse ma scolorite e bande bianche insozzate: sospettò, all’improvviso, di averlo schiantato lei. Si ritrovò con le scarpe sporche, grigie e ricoperte di cenere. Una calza era smagliata per una scheggia di legno, o - e sperò di no - per un chiodo arrugginito.

Però là dentro non c’era niente.

Un dolore, un urlo e una paura la gelarono sulla soglia. La accecò il lampo, l’istantanea di agenti di polizia che esaminavano rassegnati una caldaia sventrata. Che coprivano di teli piccoli corpi carbonizzati. Un agente vomitava di nascosto tra le piante.

Chi cazzo li ha messi a dormire qui, diocristo.

Vide un uomo con in mano una pistola chiuso a piangere e tremare nella toilette dell’albergo. Allo specchio c’era un volto triste ed esile. Nel neon. Una poltiglia di carne e cranio che esplose sullo specchio.

La portinaia le corse incontro trafelata e turbata, con il telefono a vivavoce nelle tasche della felpa:

«L’ho trovata, l’ho trovata! Ohssantocielo, professoressa! Eccola! Dov’era?!»

A pochi passi dalle rovine del magazzino c’era uno stabile ben tenuto, studenti, e una targa sulla porta che indicava l’AULA B.

L’indicazione di fronte a lei, su un intonaco bruciato, era quasi illeggibile: gli anni, il fuoco, le intemperie e l’abbandono non avevano risparmiato che la B di OBITORIO.

     

 

   

 

martedì, febbraio 13, 2024

Alibi di Poeta

 


Alibi di poeta

 

1.

(nota in basso numerata:

qui l'autore sta a indicare)

 

La parola "me", in francese

- lingua eletta dell'Europa,

dell'esordio di Godot:

palcoscenico aforisma

del pianeta avuto in sorte -

"moi" si scrive e legge "muà":

assomiglia al lemma stanco,

vinto, cinico, perplesso

dei discorsi rinunciati

coi pensieri a una parete.

Le impressioni di letture

riflettute su un wc,

o i commenti a una banana

fatta un'arte scotch al muro:

«Mah!», un sospiro, poi scatarri,

resti stretto nelle spalle,

hai la faccia da animale,

pieghi il grugno in una ruga.

Scrolli il fango dalle scarpe,

tiri l'acqua, giù il coperchio,

lasci gli altri e le giornate

rotolare fin in fondo.

 

«Mah!», dei versi su di un Me.

 

Eh.

Vorrei fosse servita

l'erta pagina di Dante

che mi impresse nelle ossa

che poesia ci ha tre motivi:

guerra, amore e la virtù.

Ma per l'alito e le fiamme

io non sono mai bastato:

serve l'essere di carne,

non vigliacchi al proprio corpo.

Sono figlio di un Paese

la cui Scuola ha stanze basse,

coi soffitti reclinati

di lezioni a stare curvi.

La virtù ce l’ha in parrocchia,

la domenica nei bar.

 

Io, Bertrand, non ho i colori

vari d'elmi a primavera;

Guido, io non ho mai visto

nevi all'alba più di Lei;

né il commercio di Giuseppe

con la mia Democrazia:

solo, ho avuto questo Niente

(la buon’ora che lo ammetta).

 

 

2.

Non è un fatto che una casa

che non sanguina né grida

sia la stanza luminosa,

la coperta di un'infanzia,

né i portoni verniciati,

né l'ottone e i campanelli.

Né i cortili né l'aiuole

né i gerani al davanzale

ti ricordano che allora,

ecco, è andato tutto bene.

 

Che era estate.

C'era luce.

 

La lucertola guizzava.

 

Questo adesso lo sapete,

lo leggete sui giornali:

l'ematoma a colazione,

labbra rotte su un divano,

le altre storie dell'orrore

che dimostrano l’orrore.

 

Questo adesso lo sapete,

la buon'ora. O forse no.

 

C'è un dolore che non tocca,

la violenza che non sfiora,

che non fa nessun rumore

certe volte e in certe età:

per me è stata - non sapevo

su un sofà celeste e bianco,

in un angolo d'agosto

tra quei placidi scaffali.

 

Che cos'è che mi piaceva,

piacque, vinse me dei libri?

È ridicolo: la forma,

quei rettangoli in cartone;

lo spessore,

dove giusto

dove bello:

sempre, i tomi

ho sospettato.

Questo solo.

Solo questo.

Sciocco, poco.

Una scatola, in effetti

 

(questo lemma è così puro

fatto carta o fatto legno:

è quel tipo di parole

che le leggono le dita):

una scatola, in effetti.

 

Una scatola è qualcosa.

 

Dei giocattoli, e monete,

cartoline, una fettuccia,

tralci strani di un passato

di persone, ma diverse.

Dentro un libro cosa c'era

tra le costole di pelle,

oltre, in fondo quei paesaggi

colorati sui coperchi?

(ero già bell'e grandino

quando intesi "copertine"...)

I paurosi bui di Thole,

i velieri, i corvi, i cervi,

le ragazze bionde e rosa

sui bus rossi londinesi?

Chi sa leggere, bambino?

(ora invece lo sai fare?)

Poi nel tempo l'ho saputo:

c'era - io, fetale al libro

quel silenzio musicale.

Quel non essere nel pianto

da una camera lì in casa.

Quel bastarsi su un cuscino.

Dentro un sole di finestra.

Forse è stato solo questo.

Il restare illeso e solo.

 

3.

Leggo un giovane seduto

sotto un pino, nella pioggia:

Robert Walser scrive versi

"brutti, belli, luminosi:

non importa", dice, "scrissi".

Robert Walser che ha vent'anni,

che va a piedi, corre il mondo,

le colline in giacca gialla,

veste gli abiti leggeri.

 

Ha un cappello colorato.

 

William Butler dei Fantasmi

dell'Infanzia e Gioventù:

"Quando peso questa vita

sulla stàdera, la mia

sembra attesa a qualche cosa

che non c'è e che non accade".

Sulla pagina gualcita

dai miei furti in casa Yeats

c'è una roccia di silenzio,

c'è un terrore, su quel foglio.

 

Hermann Hesse mago e bimbo

di un librino colorato,

i disegni, il bel corsivo,

l'edizione originale.

Lo emulavo, a diciott'anni:

foto appese agli scaffali,

Buddha, Khali, Anubi, un teschio,

scrivania disordinata.

Come fosse in quelle cose, l'arte,

non la polvere su quelle.

 

Le cartine di montagne

con i draghi attorcigliati,

la manina amanuense

che indicava frasi in rune,

gli Hildebrandt in copertina,

le cannicce e la collina.

Il romanzo in verde e rosso

rilegato in grigioperla,

torre tortile in avorio

nei serpenti inanellati.

Tolkien, Lord Of The Abat-jour

di un bambino sempre solo

 

- fuori invece aprile e gli altri,

l'aria mite e il cri dei grilli.

 

Ma speravo la finestra

si schiantasse al plenilunio,

fosse vero - a tredici anni!

(solo, e un cesto di problemi) -

Michael Ende che leggevo,

la faccenda di Fantàsia.

 

Fu ridicolo in cappotto

farsi il fiume in bicicletta,

fare in versi gli imbrunire

di ogni giorno di settembre.

Spetalare Charles dei Fiori

come fai coi figurini,

nota in margine a matita

"io però l’ho scritto meglio".

Darti un frère e un tuo nemico

pur di avere un tuo qualcuno.

 

Hawthorne: chiuso tredici anni

sotto i travi di abbaini;

solitudine dei morti,

facce impresse alle finestre,

i pispigli, i cerchi, i ceri

nei parchetti sottocasa.

Qualche rigo di racconto

color Meyrink sul quartiere.

Ero sbronzo di ˈSeicento.

Quando altrove c’era il mondo.

 

Studiai No per Ezra Pound,

ci ho provato con l’ebraico,

la grammatica d’egizio

nei librini di Papùs.

Versi in metri medievali,

lessi il Fiore di Zeami,

Pauwels e Bergier de Il Mattino

e il Kalevala e Sturlusson;

Sacks, sua Moglie ed il Cappello.

Certo: Ernesto De Martino.

 

Mi rivedo: un deficiente.

 

The Portrait: la stessa età,

gli anni a Lettere (pensate!...),

quel capitolo: la scarpa

e il rettore gesuita.

Il finale: in cui James Stephen

dice "Andrò", com'è in Of Old

(when the heroes thought it base

to be confin'd to native air).

 

A vent'anni hai il sangue in guerra:

io restai nella mia stanza.

 

4.

Diciasett’anni, ricordo.

Un sabato.

Torno a casa dal liceo.

Trovo mamma ad annaffiare

l’albicocco nel giardino,

rose, fragole e gramigna

di un triangolo di terra

(eravamo in condominio,

via Panoramica novantuno:

ghiaia, calce, reti verdi,

la facciata era nocciola).

Dice «Hai vinto»

«Cosa?», chiedo.

«Quel Premio Mattòli per la poesia.

  Poco fa han telefonato…»

… da quel Comune che non ricordo,

ma un paese dell’Emilia

- forte accento, alla cornetta.

Quattro strade di paese

che ha bandito questo premio:

due milioni allora, in lire,

nelle tasche del giubbotto.

 

Poiché già scrivevo versi

di colore maledetto

per la noia e le ragazze

(soprattutto le ragazze)

vidi il bando su un giornale

spedii una pagina, me ne scordai.

Quel mattino avevo vinto

- rami spogli d’albicocco.

 

Io non so com’è successo,

poi, la stessa settimana,

che lo seppe la mia scuola,

la supplente di Italiano

- una ragazza neolaureata

coi capelli corti e neri,

bianca, d’ossa, con gli occhiali

e un terrore per la neve

(confessò alla classe urlante

quell’inverno che fioccava).

Da quel giorno (è la provincia…)

migliorarono i miei voti.

 

Soprattutto - è stato questo

 - due milioni e un altro premio,

qualche rigo su un giornale,

qualche pubblica lettura,

qualche «bravo» di un D’Elia

ci persuasero - me e loro,

sia mio padre che mia madre

- che di rime anche "da grande"

c’era il modo di campare.

Le due lire di scrittura

che da lì racimolai

ci offuscarono la testa

- la carota e la speranza.

 

(truffa grande degli ˈOttanta

quel benessere di tutti;

quell’inutile a portata

di provincia e ceto medio.

Nelle sillogi italiane

delle Lettere italiane

c’è una filza di marchesi,

conti, poi i grandi borghesi.

 

Pensa a questo quando leggi,

pensa a questo quando scrivi.

 

Ci credettero gli amici

di quegli anni in metro eroico,

quell’età che è tutta urlata,

quell’età Fracassa e Achille

(le ragazze, invece, mai);

ci credette Gianni, il punk:

che insisteva «faˈ una foto

 con la faccia scura e magra,

 con un occhio da omicidio:

 che ti importi la poesia,

 solo e basta la poesia.»

(c’è da dire che in quei giorni

di capelli, pizzo e baffi

quella foto era da fare:

finché rise Elisabetta,

la carina in I A,

che sembravo un moschettiere

dal Reader’s Digest della sua nonna).

 

Che imbecille quando scrissi

nei curriculum spediti

ch’ero autore in prosa e versi,

ne leggevo con gli attori

-  a tutti i festival culturali

di Grazialcazzo sul Monte Minchia.

Che imbecille quando vidi

- tre volte al cinema, cappotto uguale

Dead Poets Society di Peter Weir:

l’ho veduto ed ho sbagliato.

Che imbecille io, sui libri

di Villon o d’Alighieri,

Eliot, Masters, degli Einaudi

molto prima fosse giusto,

 - preferirli a un prato, il sole,

mezzanotte e l’alba in spiaggia.

 

Oggi sono trentacinque

gli anni in cenere su questo.

 

Quel Premio Mattoli da tanto tempo

non lo bandiscono nemmeno più.