mercoledì, novembre 24, 2021

Racconto di Natale 2021

 

Gli scrittori regalano racconti. Ed eccovi (come ormai dal 2011) il mio tradizionale racconto di Natale. Il 2020 è stato l'anno della pandemia, e questo 2021 mi è sembrato e non smette di sembrarmi un anno, soprattutto, di incertezze e di paure: non solo del virus Covid, ma di tutto: del futuro, delle scelte, della scienza, di non avere nessun futuro, di non scegliere, dei cambiamenti climatici, la geopolitica, l'economia, del collasso geopolitico, economico e gli immensi e silenziosi collassi personali; la paura di ogni cosa ci succeda e il terrore anziché l'attesa delle cose che accadranno. La paura della morte ma anche quella di nascere. Quest'anno il mio racconto è dedicato a chi le ha, queste e ancor più grandi paure; ai ragazzi e le ragazze che ne soffrono di più profonde.

Buon Natale, cari Lettori.


«… viaggia con un ritardo di centottanta minuti. Ci scusiamo per il disagio», ripeté l’altoparlante.

Iosi lasciò un euro all’inserviente in giubbotto giallo. La toilette della stazione era nitida e deserta. La finestra era affacciata su un tramonto di dicembre, sulla ghiaia e la gramigna di un binario di servizio; lo steccato, i fari, i pali, una rete arrugginita, e al di là quel casolare con un’aia di animali.

Una mucca ed un somaro tra le pecore e galline.

«Vaˈ che posti», lui pensò, «la campagna. Nulla, insomma.»

C’era odore di letame, detergente e di metallo. L’orizzonte si incupiva di solitudine e nubi.

La coincidenza passava lì. Non passava, ovvero, pare. La dilazione di un quarto d’ora si era estesa a un’ora, due, e adesso erano tre; ma annunciate in termini di minuti ché Trenitalia pensava, forse, facesse meno incazzare.

Fa incazzare anche di più.

E non c’era un altro treno.

Non c’era un autobus, non c’era un taxi: non c’era un cazzo, per la città. E nemmeno un qualche mezzo per tornare e partire di nuovo il giorno dopo, se andava bene: tra settimane, tra un mese, mesi - se la clinica sarebbe stata disposta a… Macché tra mesi!; lui bestemmiò: più passa il tempo più son fottuto.

Gli avevano confermato l’appuntamento per oggi, nonostante la Vigilia: e doveva essere oggi, fosse pure a notte fonda.

«Arriveremo: non so a che ora», aveva detto poco prima al telefono a una receptionist che immaginava appuntita e cozza.

«Vi aspettiamo. Arrivederci.»

E ti credo che aspettate: tremila euro. Non sono pochi.

Iosi si sciacquò il viso nel lavandino di zinco, inghiottì il metallo e il cloro dell’acqua fredda da gabinetto. Si specchiò alla luce azzurra che infieriva dal soffitto e si arrese «che anche tu, però, te le vai in cerca.»

Nel cristallo c’era il volto di un quarantenne irrisolto che la banda degli amici, i conoscenti e il paese salutavano con il nick che si era scelto da adolescente. C’era il figlio del mobiliere che non aveva mai davvero lavorato; i Rayban neri, camicia a scacchi, il cardigan di Gant: su una barba curata da uomo vero che ingrigiva senza fascino, carattere e senza avere imparato nulla.

C’era la faccia di un deficiente ch’era finito in un bel casino.

«Come cazzo ti viene in mente», accusò, «di metterti con una che non ha manco diciassett’anni.»

Perché Miri era carina; questo è poco, ma sicuro. La più bellina del liceo classico, la più bellina della città. Per la strada ci si girava a guardarla tutti: mica solo i suoi coetanei; soprattutto gli uomini più maturi. Arrossivano a guardarla anche la pula e i caramba.

ˈcazzo vogliono, allora?

Era stata consenziente. E Iosi aveva letto da qualche parte che se era consenziente non importava se minorenne.

E le vedessero, ˈste minorenni, chi fa i codici e le leggi…

Era anche vero che i primi mesi non gliela aveva mai data:

«Perché ho paura… perché se capita…»

«Ma cosa capita?», insisteva lui: e una sera a fine marzo, a Firenze - agriturismo - finalmente la aveva avuta.

La aveva avuta davvero?

Era stata una vacanza con un botto di altra gente, quei susseguirsi di «vengo anch’io porto un amico non vi dispiace». Nella camera accanto c’era un biondo, israeliano, un fisicato da far paura; occhi azzurri luminosi ma gay di brutto, pensava lui. Era entrato nella stanza proprio… beh, un momento dopo:

«Miri! Hey! What do you do?»

Era stato imbarazzante. Era stato proprio un flop. Non aveva mai capito se la aveva sverginata, se fosse vergine oppure no - non le andava di parlarne; probabilmente non gli era manco venuto duro, perché aveva bevuto un po’; probabilmente - si ripeteva - non sono manco venuto.

Si convinse che era no.

Miri da lì in avanti ritornò a rifiutarlo:

«Dammi tempo. Mi vuoi bene?»

Gliene voleva, vabbè, però…

Finché un giorno glielo chiese in un tono spaventoso.

Iosi era in fabbrica tra i trucioli e le assi, a fingere di continuare l’attività di suo padre. Aveva in tasca l’iPhone, «che è scarico: ma se mi cercano sto qui in azienda»; scrollò le spalle, tornò al lavoro e udì Giovanna che lo chiamava:

«Signor Giuseppe», disse la segretaria, «c’è al telefono per lei la signorina Myrhiàm.»

«Che è successo?»

«Sono incinta», pianse lei alla cornetta.

Tornò a darsi del coglione nel quadrato dello specchio.

«Come, incinta?»

C’era un test di gravidanza: ecco, come. Punto e basta.

Dormì male. Dormì peggio. Ma gli accadeva da tanti mesi.

«Io non lo voglio. Tu non lo vuoi, vero?», la assillò dal giorno dopo. Le parlò del futuro, degli studi, il lavoro, di Greta, del Covid, le risorse e dell’acqua; del clima, l’Amazzonia, della plastica e la Cina; dei poli artici, dell’INPS, la Russia, la cancel culture e di bitcoin. Le parlò di Bolsonaro, poi di Zuckerberg, di Musk. Le mostrò le news su Google. Di come fosse un’enorme responsabilità e altre frasi da RaiFiction su ragazze che aspettano bambini. Glielo disse che tremava, con un nodo alle budella. Si faceva anche un po’ schifo, mentre usava quegli argomenti: del futuro, soprattutto.

Io: che parlo del futuro.

Allo specchio i quarant’anni gli bruciarono negli occhi. Chinò lo sguardo alle Converse Seasonal e i risvoltini dei pantaloni.

«In città c’è una clinica», gli aveva detto un amico medico, «è un po’ cara. È privata.»

«Non può essere più cara della mia cazzo di vita.»

La vita. La mia vita.

«Ma la Miri? Che ne pensa?»

Che è la mia cazzo di vita.

Quel mattino il Regionale era partito alle undici e ventisei. E lui pensò che adesso gli ci volesse un cigarro.

Si fermò ad arrotolare sulla porta della toilette. Era un freddo tormentoso. A qualche metro brillava fioca l’angustia sala d’attesa, dove Miri era seduta in un’angoscia fetale:

La più bella.

Ma va là.

Fesso te che ci hai creduto.

A sinistra un marciapiede portava fuori dalla stazione. Iosi aveva tanto, e feroce desiderio di allontanarsi da tutto, e da lei, che sperò che quell’uscita lo avrebbe almeno lenito un po’. Il tabacco amaro, secco, lo avvelenò di pensieri cupi che macerava da troppi mesi:

E chi lo dice che è figlio mio?

Con me è stata solo quella volta.

Che poi: è stata…

Non può essere successo.

Il marciapiede si interrompeva a un pontile di ferro che scavalcava il binario morto per ridiscendere a un campo brullo. Dal casolare dall’altra parte lo fissava un irco bianco, i cui occhi luccicavano in quell’aria che abbruniva.

Ci sbavavano un po’ tutti, per Myrhiàm: e questo è un fatto. Iosi tirò forte una boccata di sigaretta.

E lei è donna. È una ragazza.

E lei è giovane.

Buttò la cicca.

Si è goduta un ragazzino. Della scuola. Ci è rimasta. E ha creduto che lo Iosi - ˈsto coglione: vero, bimba? - è innamorato, ci ha i soldi, è buono e disposto a mantenerla.

Anche lo sbatti di accompagnarla e di pagare perché abortisca.

Ci sto ancora.

È minorenne.

Dopo abortito le dirò ciao.

Dal pontile il casolare gli appariva più sinistro dello scorcio campagnolo che se ne aveva dalla toilette. Il recinto lungo il campo era crollato in più punti, gli animali vagolavano tra la sterrata e gli sterpi. Le finestre erano buie, con i vetri in parte rotti: l’ultima luce stillava in stanze con telai di vecchi letti. Il portone era sfondato, c’era erba sui gradini, e un rottame di Fiat Uno si sfaceva in un capanno.

Era morto. Abbandonato. Gli sembrò persino antico. Tuttavia di un abbandono che non era di decenni; sentì il terrore di un rinunciare e di una notte che non finiva, di trascurarsi, del trascurare e accettare la rovina.

Da dove vengono il mulo e il bue, le galline e quella capra?

Attorno al rudere non c’era nulla, e soprattutto non c’è nessuno. Da lì in alto guardò indietro sui binari silenziosi, le direzioni di nessun treno che sprofondavano nell’imbrunire. L’orizzonte era già buio, si trovò solo lì sopra al niente, le forme nere degli animali si dissolsero in cortile. C’era un puzzo di bollito, uova marce e di benzina. Lui voltò le spalle a un vento colmo di quegli odori e percorse il marciapiede fino dentro alla stazione. Ritornò in sala d’attesa.

«Dove cazzo eri finito?», Miri lo accusò.

L’inserviente dei gabinetti, in cappotto e tuta gialla, tormentava imbarazzato un sacchetto di brioches. Nell’altra mano gli tintinnarono badge e chiavi:

«Stavo spiegando alla signorina», sudò, «che dovrei chiudervi dentro. Fine turno. Vado a casa.»

Indicò un cartello rosso che gli dava quel diritto.

«Come, dentro?»

«Meglio qui, no?»

La porta a vetri tremò appannata per il soffio dell’inverno.

«Ma sono appena le cinque e mezza!»

«Si fa buio.»

«Che stronzata!»

«Non lo so. È il mio lavoro. È una piccola stazione. Poi sapete: è la Vigilia…»

«E se avessimo un bisogno?»

«C’è il caffè, c’è da mangiare e c’è acqua», l’inserviente accennò ai distributori automatici, «lì c’è un bagno. Quasi, un bagno. Per le emergenze c’è questo numero.»

«E il nostro treno?»

«Non passa più.»

«Arrivederci», si arrese Miri.

«Buona notte, signorina.»

«Vaffanculo!», esplose Iosi.

L’inserviente allucchettò una catena alla maniglia, e scomparve nella sera coi cornetti al cioccolato.

Sui binari strisciò un topo. Infiochirono i lampioni. Ombre d’alberi contorti runcigliarono i cartelli. Cavi elettrici brillarono ululando al vento freddo, e un giornale accartocciato rotolò contro la porta.

«Dài, Giuseppe, telefona alla clinica, ché per oggi ormai è andata...»

Lui provò.

Trovò occupato.

Insisté a guardare fuori. Le piattaforme sbreccate e grigie sotto le lampade che scoppiettavano, i licheni e le sterpaglie su quel tratto di ferrata. Brillii piccoli di fari nelle tenebre remote, e quei chilometri di oscurità dietro di loro, davanti a loro. Batté sul vetro. Quell’eco piatto.

«Siamo soli», si impaurì.

Gli sembrò che quel soffitto si incurvasse sotto il nulla.

«Sta calmo. Siediti», Miri lo invitò.

Si fissarono. In silenzio. La più bella: ed era vero. L’ovale bruno di un volto mite tra la cortina dei ricci scuri, che si intrecciavano sul seno vivo e le scendevano sul ventre tondo. In quegli occhi grandi e neri c’era un senso, nelle cose; il suo sguardo era su un mondo che non sarebbe caduto mai, e in quel mondo adesso c’è un bambino. Guardava a loro, guardava a lui, guardava al cielo il mattino dopo; e dissolse in una smorfia la sua rabbia e il suo terrore. Era lieve, ed era grande, gli era accanto da compagna. Continuò a fissarla, zitto, finché Miri si illuminò di una limpida risata.

«Cosa c’è di divertente?»

«Che è Natale. E guarda invece noi, qui, in quale cazzo di situazione…»

Continuò a ridere.

E sì: la amava.


martedì, ottobre 19, 2021

404 - fantascienza non conforme

 


Linda De Santi · Alberto Della Rossa · Irene Drago ·Giuliana Leone · Maico Morellini · Ilaria Petrarca · Ambra Stancampiano · Fabio Ulcigrai · Lorenzo Davia · Andrea Viscusi · Simone Volponi

 

404 - fantascienza non conforme

 

a cura di Alessandro Forlani

 

prefazione di Angela Bernardoni

 

illustrazioni di copertina di Martina Biondini

 

Chi scrive fantascienza non ha come scopo quello di predire il futuro, quanto piuttosto di interpretare il presente. A volte, però, il presente spaventa così tanto che si tace, soffocando scenari non solo spiacevoli, ma anche scomodi, per timore di risultare sgradevoli a chi dovrebbe leggerci, o di non essere presi in considerazione da chi decide cosa possa essere pubblicato o cosa no. Con la giusta consapevolezza, che quasi sempre traspare nelle parole degli autori e delle autrici di questi racconti, si può, si deve, parlare di tutto. Del mondo che sta morendo e della popolazione che preferisce raccontarsi storie boccaccesche piuttosto che agire, del nostro corpo che sembra non bastarci più, perché così ci dice la società, della morte, dell’amore, del futuro, del sesso, della politica. Nelle pagine che leggerete ci sono argomentazioni forti: troverete almeno un racconto, almeno un paragrafo che vi farà storcere il naso, che vi costringerà a fermarvi a pensare a quello che state leggendo. Significa che questa antologia ha raggiunto il suo scopo: parlare, confrontarsi, uscire dalla comfort zone. Non sarà una lettura facile, ma sarà una lettura interessante.

Questo volume è pubblicato in dieci diverse illustrazioni di copertina firmate da Martina Biondini. Ciascuna copertina è dedicata a uno degli autori e racconti dell'antologia. Il lettore può scegliere la copertina che preferisce.

 

martedì, agosto 10, 2021

Una nuova antologia di fantascienza - studi

Ecco alcuni studi di Martina Biondini per la copertina della prima, eretica antologia di fantascienza da me curata prevista per ottobre.

Una silloge di quel genere di racconti sf che spaventano gli editori e inquietano i lettori.
Leggerete racconti perturbanti e scorretti di Ambra Stancampiano, Andrea Viscusi, Linda De Santi, Lorenzo Davia, Maico Morellini, Simone Volponi, Giuliana Leone, Alberto Della Rossa, Oscar Felix Drago e Ilaria Petrarca.
Uno di quei libri che, credetemi, a distanza di decenni sarete grati di avere in libreria.






giovedì, luglio 15, 2021

Una piccola peccatrice (racconto completo)

 

Sister Hospitaller Gwyn by MeMyMine

Abigail tirò una raffica ai cinque hormagaunt che l’assalivano e ridusse i due colpiti in macchie pallide sul pavimento. Ruotò sulla P rossa il selettore del combifiamma e arse un altro alieno con un getto di promezio. Gettò il fucile, schivò un artiglio, le fauci nere di un abominio; affondò la motospada nel carapace lattiginoso. Ficcò in gola la pistola a un’altra bestia e schizzò le paratie di chitina e polpa bianca.

«Amen», respirò.

Le frattaglie appiccicose, maleodoranti dei suoi nemici le lordavano il viso, l’armatura, la tonaca; gli occhi e le narici le bruciavano di fumo, di spurghi delle armi e di acido tiranide. Lei sondò con l’auspex il corridoio di fronte a sé e rese grazie all’Imperatore: l’apparecchio restò muto.

Ma si sa: l’alieno è infido. E la macchina fallisce.

Abigail armò lo stesso una granata a frammentazione e la fece rotolare in un condotto di aerazione: l’esplosione sparse il suolo di lamiere e di rivetti, gas innocui sibilarono tra le volte di metallo. Un allarme pianse danni strutturali e lo scoppio di un incendio in qualche sotto-sottosezione: ma tra i rottami non si vedevano chele elitre e denti, e i tubi non urlarono di fame xenomorfa.

Libero.

Avanzò.

Come in effetti dovrebbe essere.

La bio-sonda della nave che la attendeva ormeggiata in orbita all’approdo rilevava nel Sacro Eremo di Santa Abramova quattordici profanatori per ogni grano del suo rosario: e lei, fatte le somme e vuotati i caricatori, con questi ultimi cinque li aveva tutti puniti. La piantina in pelle umana di quell’antico edificio - ripiegata in una tasca: la conosceva a memoria; memorizzata durante il viaggio nel catechismo per la missione - indicava che quel settore era l’ultimo da percorrere. Abigail contò che attraversati tre ambienti si sarebbe ritrovata nella Cappella Teleportandum, dove la avrebbero recuperata com’era scesa a quel sacro compito: sola e benvoluta dall’Imperatore.

«Vogliamo accompagnarvi, sorella palatina», la avevano supplicata sorella Gaga e sorella Ilona: ma lei rimproverò le Celestine della sua guardia di dubitare della sua fede, e soprattutto disobbedirle:

«È un atto di penitenza», sospirò, «farò da me»; e spero non pensiate che io tema qualche insetto.

La Superiora le oppose che andare senza scorta era contro la Regola dell’Ordine: Abigail disse che a bordo l’Ordine era lei. La Superiora insistette ancora sul peccato di superbia, ma lei era già chiusa nella capsula di atterraggio e accendeva già i motori per gettarsi sull’Eremo.

Atterrò bruciando alieni coi retrorazzi e uscì alla carica brandendo la motospada: dalle terrazze fino a scendere nei sotterranei, dodici ore di ingaggio. Incominciava a sentirsi stanca: il mio lavoro però è compiuto.

Passò in un’altra stanza.

L’auspex crepitò.

A un centinaio di metri di fronte a lei, oltre la porta a tenuta stagna di un deposito provviste, c’era qualcosa che respirava nelle sale di metallo.

Abigail ricaricò, avanzò verso il passaggio. Da più vicino la luce verde del bio-sensore rivelò che quel qualcosa doveva essere… umano.

Ma la macchina fallisce.

Sparò in aria, puntò l’arma alla porta e attivò il voxincremendum sulla gorgiera dell’armatura:

«Onora l’Imperatore immortale...», tuonò.

«… perché Egli è il nostro protettore», le rispose una voce dall’altra parte: le aprì.

Si affacciò una ragazzina in armatura potenziata.

Gli occhi azzurri le bruciavano di orrore e codardia, le sue vesti e il viso bruno troppo in ordine e puliti. Non imbracciava fucile requiem né impugnava motospada:

«Perché non sei morta?», Abigail la apostrofò.

La novizia si infilò il copricapo triangolare che stringeva tra le mani, lo sistemò sulla fronte: un caduceo in filo rosso ricamato sulla banda.

«Una hospitaller», lei si scusò: a un Ordo Non Militante non era imposto di servire in combattimento.

«Dove sono sorella Lopez e sorella Malika?», chiese la ragazza.

«Qual è il tuo nome?»

«Sorella Lamarr.»

Abigail pensò commossa alle custodi dell’Eremo: che - trasmesso l’SOS di infestazione tiranide - erano morte l’istante dopo tra le fauci degli alieni:

«Sono accanto all’Imperatore. Sono state vendicate. Ma ora in questo luogo è tornata la Sua luce.»

«Mi hanno chiusa qui dentro quando quelli…»

«Lo immagino. Il martirio è un privilegio di sorelle più anziane.»

La novizia crollò in un pianto isterico. Abigail guardò la coltre di buste in plastica e scatolette che copriva il marmo scuro e le grate del pavimento; le mura cieche, le elettro-pendole in tilt, i sacchetti di feci e le bottiglie di orina; la luce fredda dei tubi neon tra gli archi gotici del soffitto che alterava la percezione del trascorrere del tempo. Sorella Lamarr doveva essere restata lì, prigioniera ma al sicuro, per tutte i sette mesi dall’inizio dell’invasione.

Forse anche di più.

«Ci vivevo, io, qui dentro...»

E questo era un miracolo.

«È finita, tu sei salva», lei la confortò, «sono venuta a scacciare l’empio. Perdonaci, sorella, se non siamo giunte prima: l’astronave si è incagliata in una secca dell’Immaterium.»

«… ma non dovreste trovarmi qui»; la novizia si sfregò gli occhi, chinò il capo con vergogna.

«I registri riportano solo Lopez e Malika.»

«… e non avevo che loro due.»

«Eri qui in pellegrinaggio?»

«Sono esule. Bandita.»

Abigail scostò schifata quella piccola peccatrice:

«Cos’hai fatto alla tua età per...»

«Ho mancato al mio dovere. È abbastanza.»

«Sì, lo è.»

Abigail comprese che non avrebbe ottenuto altro, perché il silenzio di un peccatore è più profondo dell’universo. Ma che cosa avesse spinto una bambina di… diciott’anni, stimò, a nascondersi negli abissi di quel santuario di solitudine forse, in verità, non voleva immaginarlo.

Fece cenno alla novizia che la seguisse in un’altra stanza:

«Ma non ti posso lasciare qui. In realtà non mi è permesso.»

«Non dovrei cercar rifugio nelle case di un Ordine», Lamarr annuì.

«E neppure su un’astronave.»

«Ma qui nell’Eremo mi hanno accolta. Con gentilezza. Con carità. E adesso è incustodito.»

«Manderanno altre sorelle per assolvere a questo compito. Tu, in ogni caso, non potrai tornarci più. Ecco: è quella la cappella», attraversarono un’altra sala, «ma al momento non ho voglia di discutere con una bimba di rimorsi, di regole e diritto canonico. Attiva gli apparecchi», Abigail le ordinò.

Lamarr intonò le appropriate litanie, e gli spiriti-macchina dell’imponente baldacchino-teletrasporto elevarono alle volte un gregoriano metavoltaico. Lampi azzurri attraversarono le tre navate di acciaio-vetro, e un portale iridescente illuminò la piattaforma. Lei, sintonizzatasi con la nave, trasmise le coordinate e confermò l’estrazione.

«No: un momento. Fermate tutto», si insospettì.

«Qual è il problema, sorella palatina?»

«Palatina. Palatina!», insistettero dall’orbita.

Lei posò il trasmettitore sul baldacchino e guardò meglio tra le colonne che sfrigolavano di luce blu. Una forma repellente, allungata, con due falci e tentacoli, affiorò tra quei bagliori e le ombre circostanti.

Com’è possibile non l’abbia prima…

Non avrebbe mai potuto individuarlo con il sensore:

Gli auspex non rivelano la presenza di un Lictor.

L’enorme bestia si erse in piedi tra i bagliori del portale, quasi oscurata da quelle folgori che avrebbero - al contrario - dovuto illuminarla. Ma la carne, la chitina, le fauci nere di quelle cosa non provenivano da un universo di leggi fisiche sane.

Lamarr gridò impietrita con le spalle ai macchinari, l’alieno percepì il terrore ghiotto di quella preda. Abigail tirò una raffica a dissuaderlo dal pasto e ad attrarre su di sé le sue schifose attenzioni. Il Lictor le saltò contro. Lei sparò di nuovo. I proiettili esplosivi foracchiarono il soffitto: quell’insetto era veloce, lo vedeva a malapena. Abigail settò il fucile in lanciafiamme e lo avvolse in una nube di promezio e fumo nero. L’abominio crollò arso sul baldacchino teleportandum con un fracasso di meccanismi che a lei non piacque affatto: gli spiriti-macchina crepitarono offesi, sanguinarono liquami e olio denso sul pavimento.

Il portale si infiochì.

«Vai tu per prima!», Abigail gridò a Lamarr, e ordinò al trasmettitore che riprendessero l’estrazione.

«Palatina! Palatina!»

«Sto svolgendo il lavoro dell’Imperatore, sorelle. Attivate, ma attenzione: siamo due.»

«Ricevuto», confermarono le sottoposte sull’astronave, «estrazione in meno venti secondi…»

La novizia non si spostò: non mi ha neppure sentita!; lei scattò alle macchine a trascinarla al portale mentre il Lictor si rialzava furibondo e ustionato. Fletté i tentacoli, levò le falci, tagliò il metallo con i runcigli; avanzò contro di loro spezzando il marmo coi grandi zoccoli.

Abigail lo crivellò, ma la bestia non cadeva; capì che in realtà non la colpiva neppure: i suoi proiettili, e poi le vampe, si smorzavano inefficaci, in quell’aura di irrealtà che avvolgeva lo xenomorfo.

«E va bene», strinse i denti: gettò il fucile, brandì la spada. Cantò un inno all’Imperatore. Godette il morso e il raglio dell’adamantio nel nero osceno del carapace e la carne dell’alieno.

Il portale per la nave le sembrò rimpicciolire, e la luce iridescente si smorzò in bagliori bianchi. Uno spirito-macchina lamentò un’avaria.

«Vai, ragazzina!», ordinò alla novizia.

Mentre il Lictor la assaliva più violento e più veloce. E nel suo pugno la motospada si faceva più pesante. Abigail gli mozzò un arto con un fendente rabbioso: perché lo vuole l’Imperatore. Per un colpo di fortuna. Poi, col fiato corto, arretrò e poté solo parare. Una falce le toccò un braccio, e il veleno del Lictor le annerì la ferita.

Si sentì stringere in vita e trascinare all’indietro. La novizia la sottrasse all’abbraccio dell’alieno, e la spinse nel portale che si stava richiudendo:

«Mi hanno accolta», le sorrise, «è casa mia. La mia casa sarà eletta a santuario delle genti, ha detto l’Imperatore, ma l’alieno l’ha ridotta a spelonca d’abominio

Lei la vide prendere il suo fucile da terra e avanzare fiammeggiando e sparando contro il mostro.

Che moriva, finalmente.

E questo era un miracolo.

Poi, in un istante di nulla, Abigail si ritrovò nel teleportandum dell’astronave.

«Palatina, cos’è successo?», la attorniarono le Celestine. La Hospitaller di bordo guardò apprensiva le sue ferite.

 

Abigail fissò alla lastra un ampio foglio di pergamena, ordinò a un servo-teschio di farle luce e attivò l’elettro-stilo per redigere il rapporto.

Scrisse che l’Eremo di Santa Abramova era stato disinfestato.

Le custodi erano morte nell’attacco degli alieni, ma il santuario era libero, ora, e di nuovo sorvegliato.

Da una piccola peccatrice.

«È un miracolo», concluse.

 

 

 

martedì, marzo 23, 2021

Pallino & La Franci

 


Pallino & La Franci

 - una storiaccia di fantasmi raga diobò -

 

 

«Ho saputo una storiaccia», disse l'Alli in gonna rossa, col cerchietto verde alloro fra i capelli color giuda.

Bella l'Alli, benché il naso.

«Che storiaccia?», chiese Virgi.

 

Che si spensero le luci, e che il treno si fermò. Monteverdi gli buttava il confitebor dalle cuffie, e Pallino - schiusi gli occhi, risvegliato dallo strattone di arresto - non capì il vocio incazzato dei passeggeri: lagne rom, miaomiao cinesi, buabuà dei negri e 'cccodio terroni che tormentarono la controllore in biondo charlize e giacca blu:

«Dove siamo? Dove siamo?»

Ma il personale di Trenimerda, paletta in culo e berretto agli occhi, corse zitto la carrozza senza spiegare perché o percome. L'istante dopo l'altoparlante gracchiò sticazzi e "autorità giudiziare": lui, con il magnificat a quattro voci nelle orecchie, sognò coiti sui binari, incrostati di suicidio, con la bella capotreno tutta nuda ed ingrassata. Fatta eccezione per la cravatta cobalto e rossa che davvero lo infoiava. Lei, smorzacandela, che gemeva in modenese che si scusava per il disagio, diobò. Lì nel vagone davanti a tutti.

La ragazza dark & platino a due sedili di fronte a lui, con la maglietta dei Joy Division e due fanali da déa di Omero, pulì in parte il vetro dalla condensa e intristì dello squallore di quella selva da ferrovia: i tarassaco, gramigna, preservativi e Best Brau scolate seppellivano il cemento di una breve piattaforma, la panchina e la tettoia di una fermata dimenticata.

«È Gradara.»

«'cazzo sai, te?», le storse il grugno Pallino. E si tolse gli auricolari per barcollare a sederle accanto.

«Toh, coglione», sfregò ancora il finestrino: sacchi azzurri di immondizia, canne, rami e un rottame arrugginito di bicicletta nascondevano un cartello che confermava che

«Sì, è Gradara. Scusa, oh.»

L'alta fortezza dei Playmobil su una collina di ristoranti. I fari arancio la illuminavano di un medioevo da gidierre, seghe nerd su cozzi e assedi con le azze e con le mazze, schizzi di lattice sulle corazze; pozzi segreti, miosire pazzi e le ragazze cosplayer sozze. Che magari gli sfigati ci si svuotano i d20. Lui però, se tornava alla Commedia, si ricordava che l'Alighieri ci si raspava un bel po' parecchio con quella dama di quel castello cui piacque fare soltanto quello. Corollario: Dante è nerd? Leggi l'Inferno, se non è nerd.

«Ma a Gradara mica ferma.»

«No, non ferma: è abbandonata.»

«Mai fermato, proprio. No.»

«Eh, ché infatti l'hanno chiusa.»

«Da parecchio, sembra.»

«Sì: quand'ero piccola. Già così.»

Lei si strinse nelle spalle, sbadigliò, stirò le gambe: steli neri di orchidee negli scarponi zeppati dodici.

L'altoparlante gracchiò di nuovo: ci si fermava tre quarti d'ora; tre porco quarti di cane d'ora Dio ferroviere Gesùi binari. Piovve Confucio sui finestrini per le bestemmie dei cacariso; déi vodoo, ctonii, equatori sulle labbra nigeriane. Fu un gregoriano di cellulari per le mamme e fidanzate, fu un'anabasi alle mogli ché smorzassero i fornelli:

«Torno tardi.»

«Boh? C'è un morto.»

«No, mi cuocio una fettina.»

«Eh, 'sti stronzi che si buttano.»

«S'ammazzassero da soli.»

«Ti rovinano la vita.»

«Farò stanotte, perlamadonna.»

«Com'è andata, a te?»

«Di merda.»

«Dài, ci sta. Bacioni a Giulii.»

«Ma quando torno ti faccio male. Ma malemale stavolta, Cristo.»

«Io, comunque, son Pallino», le sorrise.

«Io La Franci.»

«Dài, usciamo. Sigaretta.»

In predella, la panchina, la pensilina di ortiche e plexiglas si stravaccarono nicotinomani a intirizzire all'oscurità. Fumo bianco di catrame, di tabacco e di polmone che esalava da fantasmi che odoravano di viaggi. Teste e braccia ai finestrini come afflitti ad una gogna.

La controllore restò col piede sul gradino di metallo e uno sguardo verde ardente al nulla buio di fronte a loro, le colline e la campagna dei confini romagnoli. Carezzava il dorso grigio del palaftreno di ruote e volt; il barrito cupo, elettrico, dell'Intercity che scalpitava.

Crebbe il certamen dell'ovvietà su questi treni in ritardo sempre; «l'abbonamento però lo paghi». Poi i politici, il governo, gli inmigrati clandestini. La ventunenne con la moleskine, occhiali tondi montati in oro, protestò che lei, che lei! - che ci ha vissuto dieci anni in Francia, quindici in Germania, cinque in Svezia e sette in Portogallo - queste cose, questo schifo, non le ha viste mai succedere!

Il pescatore fumò filosofo che a lui, quella volta, toccò un ritardo di tredici ore.

Gli anatemi, le terzine, gli aforismi e gli abomini grammaticali. Post su Facebook, tweet e Instagram su un paese inefficiente, che inveivano a ritroso fino a Rotari e Odoacre.

«Perché è questa la situazione, bisogna dirla la verità»; e una semina di 1 e di punti esclamativi.

La controllore annuì in silenzio. Restò d'acciaio com'era il treno.

Lui e Franci si rollarono white tobacco nelle carte, passeggiarono a fumare dietro il fitto dei cespugli. Molto buio.

«Cazzo, puzza.»

Quasi un tanfo da conati.

E inciamparono in qualcosa.

«Cazzo, un morto.»

«Assiderato.»

Sotto un albero era steso, in posizione fetale, il cadavere di un uomo in tuta arancio da carcerato. Su un plaid logoro di lana e su un tappeto di quotidiani.

«Avvertiamo il capotreno.»

«A cosa serve? Ce n'è già un altro», disse Franci. Restò zitta, a mani in tasca, spalle strette e gli occhi lucidi, a fissare il carcerato che luccicava di morte azzurra; brina, foglie e coleotteri sulla pelle che marciva. Mezza lattina di birra accanto, la stagnola di un panino, mele morse sparse attorno e un ritaglio del "Carlino": il bianconero della sua foto con il bold neretto EVASO – 27.02.2020.

«Ce l'ha fatta, per due giorni», contò Pallino sul medio e l'indice.

«Quanto credi che si scappi a questo mondo?», lei rispose. Il vento freddo le sferzò il viso, una folata la scarmigliò. E quel gatto a nove code di capelli colorati gli ferì l'anima, gli morse il cuore. Lo indurì nelle mutande.

«Sei bellina.»

«Sei simpatico.»

Se lo diedero, un bacino.

«Guarda quella: che cos'è?»

La mano morta stringeva adunca un'agendina di fintapelle, quelle strenne tristi e grigie da Banco Credito Dirottinculo. Gliela tolsero. Provarono. Gli spezzarono le dita. Un croc qualunque di cartilagini fra i croc di rami nel nero folto. E sfogliarono un taccuino di deliri da galera.

«Sembra un diario.»

«No: poesie.»

«Cazzo, questa è bellabella.»

«Fanno piangere», La Franci tirò col naso. Ma al ruggito del pantografo e il fischio limpido cromato acciaio ritornarono sul treno che era pronto a ripartire.

«Non si è fermato tre quarti d'ora», i passeggeri si contrariarono.

«Cosa dico a mio marito?»

«Pronto? Aspettami, ci sono.»

«Vieni a prendermi.»

«Ma come?»

«Ti fai trovare. Facciamo i conti.»

Loro due, coi lucciconi, si sedettero vicini: si impallarono di pagine di versi insani da ergastolano.

 

«Fine corsa. Siamo a Rimini», annunciò Charlize Threnon.

Trenta minuti di traversata fra Cattolica e Misano, poi Riccione, Miramare e non se n'erano neppure accorti. Si fermarono abbracciati, con la mano nella mano, che sudava di emozione e nonsaiquantotiscoperei; gli occhi rossi e il groppo in gola per ottonari con "muori" e "uccidi".

Si litigarono il libricino:

«Te lo lascio.»

«Tieni tu.»

«Ohi, La Franci!», ruttò qualcuno nei cerchi bianchi di luci neon tormentose sui barboni che morivano in stazione: là all'ingresso si sbracciava un moltogrosso col bomber nazi e una smorfia di impazienza sotto la fronte coventrizzata. Fasciolook da diciottenne su una faccia da quaranta. Sputò marrone sul marciapiede, pestò il cigarro col dottor martens.

Lui notò che zoppicava.

«'cazzo vuole, lo conosci?»

«Quello è Ciotto, il mio moroso», chinò lo sguardo e sbiancò La Franci. Il triste livido del dispiacere sulle sue gote di rosa tea.

Scrisse in fretta tretreccetera sul frontespizio dell'agendina. Gliela strinse tra le mani. E Pallino si impietrì. La guardò correre sugli zepponi ed affondare nel sottopasso, riaffiorare all'altro lato, saltellare ad un abbraccio: Ciotto Pound la calciò in culo, la tirò su un'Alfa nera.

 

Prima Mamma, poi Sorella, poi Compagno Della Mamma gli bussarono alla porta che la smettesse con quella lagna, diomadonna, è sera tardi! Ma lasciate mi morire seguì in loop zefiro torna; né Pallino - disperò: acne e lacrime sul letto - ebbe morte precipitia: perché et è proprio pur dunque vero che già mai non può morir chi non è vivo.

Ne sa a pacchi, il Monteverdi: suca l'oboe, Cherubini.

Dalle Bose sul soffitto lassoohilasso; clavicembalo: e un melosisma di ottavo grado su scala antica staccò i poster di Tim Burton, Tarantino, le Wachowski, Nolan, Kubrick in un autunno cineieratico sulle macerie del suo didentro.

Plink, notifica: un raggio messenger schiarì la notte.

«Ciao c 6»

«C sono sì»

«Cosa fai»

«Ascolto musica»

«Leggi il diario»

«Leggo sì»

«Bello»

«Bello»

«E molto bello

sì scusa

stocaxxo di t9»

«Tu»

«Già a letto»

«Stanca»

«No

Ciotto incaxxato

parecchio molto

xché prima

non gli ho detto

che tardavo

per il treno»

«Beh»

«Eh s'incaxxa»

«Quindi»

«Niente»

Plink, la foto: il primo piano di due La Franci. La Franci destra col viso rosso, l'occhio nero, pesto e gonfio con la cispe e il sangue scuro che si incrostava su un sopracciglio; l'altra Franci, bianca e fredda, che tremava in un sorriso.

«???»

«La prende male xché c tiene a me

xò ci soffro nn dico no

è 1 po' di tempo ke nn va bene

fa sempre peggio

sta storia in crisi»

«Allora lascialo

da denunciarlo!11!11!»

«Xò ci amiamo

seee mica è facile

mi porti il libro leggiamo insieme?

Magari passa ma io nn credo»

Lui non rispose, legò la sciarpa, calzò le scarpe e vestì il montgomery. Cacciò il diario in una tasca, volò fuori dalla stanza; scese le scale e tonfò in soggiorno nel blu penombra del tv plasma.

«Uh che stolzo!», disse Mamma; Compagno Mamma non si svegliò, «esci a 'st'ora?»

«Sì, casini.»

«Con una tipa.»

Ti sgama, mamma.

«Segaiolo, te sei fuori!», ghignò Sorella ciucciando un hot-dog.

Virginia Raggi, Rocco Siffredi, Jung Signorino, Di Maio e Galimberti, gli altri giudici di "X Factor" sulla cattedra del talent, la approvarono seriosi dalla cornice dell'ultrapiatto.

Ogni amante è un po' guerrier, buttò il Claudio dal compact disk. Uscì di casa che porchiddivano ché quella merda doveva spegnerla. 

Inforcò la bicicletta, pedalò le strade buie, file bianche di lampioni che si appassivano sui marciapiede, passi soli e frettolosi sul selciato che gelava, saracinesche e locali spenti di una Rimini imbolsita. Muti i cantici da gallo che tirò l'alba cocoricò; canta i Muse di zarro Achille la scia funesta dei morti il sabato, che infiniti addusse lutti al consumismo per diciottenni e molte anzitempo salme di Leroy a Mediadeset condusse. Bagnò i vestiti di umore freddo, gli si appannarono le lenti spesse. Auto stanche che svoltarono a svanire nella nebbia, cani al piscio, vigilantes, le vestigia di CL; stinti ciclopici manifesti dei grandi eventi gridati ai venti. Passò sudato col fiato corto davanti il Tempio Malatestiano, l'I e la S sopra il cielo su un container da oltretomba. Banche in saldo e sinomarket, uno duro in un'aiola, piazza Giovanni XXIII, bar, balconi e l'Alfa nera.

A un davanzale trovò La Franci:

«'spetta, scendo», gli sorrise.

Sentì i passi sulle scale, contò i battiti di cuore. L'androne squallido, la porta a vetri, si illuminarono dei suoi occhioni: quello pesto, pure, eccome! la voglio un vallo così com'è.

«Hai portato il libro?»

«Caz.»

«Dài, ne voglio una bellissima.»

«Non mi fai salire?»

«No», singhiozzò dalla paura.

«Ah. C'è Ciotto. È vero, cazzo.»

«Devo subito rientrare.»

«Che gli hai detto?»

«Una cazzata. Tipo porto fuori il cane.»

«Hai un cane?»

«No, macché, mi fanno schifo. Lovvo i gatti, le lucertole. Lui non sa che non l'abbiamo. Non si accorge, stai tranquillo.»

Poi Pallino sfogliò le pagine che maceravano di umidità - nere d'unto, di ditate, di catrame e di catarro - fitte e sporche di canzoni scritte in grosso con un lapis. Punte fatte alle matite con le wilkinson da barba; punti, virgole e parole temperate coi coltelli. Vuoti a capo di trent'anni, settenari lunghi ergastoli, celle ottave e stanze di isolamento sotto tiro della mitrica di endecasbirribi e secondini. S'i' fusse sisma futterei a l'Aquila, s'i' fusse l'acqua futterei Vajont, s'i' fusse ponte crullerei su Genova, s'i' fusse Thanatos strafutterei. S'i' fusse Papa sarei sempre in tiro et li bambini mi futterei, s'i' fusse Riina sa che farei? Rifutterei e futterei Falcone. S'i' fusse Erika andarei da mi' madre, s'i' fusse a Omar futterei 'l fratello. S'i' fusse Wenstein ma purtroppo no torrei le fiche giovani et famose, 'e femministe se 'e chiavasse altrui.

«È tutto vero», lampò Pallino, «dovremmo farlo.»

«Dovremmo cosa?», La Franci rabbrividì.

Lui le accarezzò i capelli biondi luminosi che gli scuoiavano le palle e l'anima a ogni alito di vento, quel flagello di nonnulla che gli mordeva le voglie e il cuore. La baciò sull'occhio nero, la leccò sul labbro rotto, succhiò il chimico e l'amaro del cortisone sulle ferite. Gli tremarono le dita su un damasco di suture.

Lei lo morse, cazzo. Forte.

E restarono in silenzio, fermi, in piedi nella notte, con il libro aperto in mano che gridava i loro "basta!". Ma non ne lessero un rigo avante.

«Cosa cazzo stai facendo, sporca troia?», gridò Ciotto. Bestemmiò dalla finestra, tornò dentro, sbatté porte, corse giù in mutande e mazza, «io ti ammazzo, brutto stronzo!»

Si guardarono negli occhi:

«Sì, dovremmo.»

Caricarono.

Si azzuffarono di urla, di cazzotti, morsi e calci, lo sbatterono sul marmo, denti rotti sui gradini. Cristoilmale della mazza su un ginocchio e nelle reni, cazzoilcalcio nelle palle con le zeppe della Franci. Ciotto in piedi, «dài, finocchio»; sbatté lei sulla ringhiera, lo costrinse spalle al muro, muco e croc dal naso rotto, sputo e sangue sul linoleum e piscio e bava sugli zerbini. Da una tasca del montgomery cadde a Pallino la birobic: scattò a terra, la afferrò, la piantò in un occhio a Ciotto. Schizzò nero dappertutto, fiotti scuri alle pareti, crollò urlando in convulsioni negli umori di cervella. I pianerottoli si popolarono dei magrebini, cinesi e bangla, dei filippini, gli slavi e zulu. Molte madri di Gesù.

«L'hai ucciso!», pianse Franci.

«Io...», Pallino si impietrì.

Cionnò urlò, spalancò l'occhio: era un pozzo di omicidio. Lo afferrò per le caviglie, lo tirò a terra, colpì alle tempie. Lui, stordito, ruzzolò fino al portone. Vide offuscato di sangue e lacrime La Franci inerme sul corrimano; vide il mostro, con la mazza, spaccarle il cranio frollarle il volto.

Diòs diòs diòs dai pianerottoli, pianti ed echi di terrore.

Vide Ciotto avvicinarsi, lordo, folle, che ansimava; il suo alito di alcool e il fetore di interiora.

Sentì il colpo. Calò il buio.

 

«Chiappa male», la Virgi rabbrividì.

«Viene il peggio», disse l'Alli.

 

 

Lasciò cadere il martello a terra sulla poltiglia di quel fichetto, polpa grigia e pozza rossa su un cappotto verde floscio. Guardò Franci, sui gradini, negli icori appiccicosi; un occhio azzurro capelli platino che galleggiavano su quello schifo.

«Che cosa ho fatto?», Ciotto tremò basito. Gli si sciolsero le gambe. Con il ghiaccio alle budella.

Hai fatto bene: lo meritava; inghiottì e si raddrizzò. Quello lì era comunista, si capiva dagli occhiali: una zecca e una puttana tolti di mezzo in un colpo solo. Gran serata, bravo! A noi! Eia eia, camerata!

Strappò la biro dal buco in faccia, tamponò col fazzoletto, strinse i denti e pregò Wotan non gli calasse l'adrenalina. Ma tremava, aveva freddo, vuoto atroce nello stomaco; gli pulsavano le tempie, si sentì ardere di febbre e fifa. Finché durava restava in piedi: tigna, istinto e la paura.

È un casino, qui: risolvi.

Si buttò contro la folla, menò a caso fra i condomini. Strinse al gozzo un peruviano col rosario fra le dita, occhi agli angeli, sudore e Immacolate fra i denti gialli.

«Ti do cent'euro. E non ti ammazzo. Pensa, cazzo: ci guadagni! Qui pulisci, presto, adesso: te e tua moglie, fate prima. E se a qualcuno venisse in mente di raccontarlo», gridò, ché il palazzo lo sentisse, «e di chiamare la polizia, vedremo un po' come siete messi coi permessi e con lo spaccio.»

Prese i corpi alla collottola, li trascinò nel cortile interno. Uscì in strada, corse all'Alfa, succhiò benzina dal serbatoio. Riempì una tanica e tornò dentro, sparse i cadaveri di carburante. Salì in casa,  si vestì, trovò lo zippo e tornò sui corpi. Appiccò e guardò bruciare. Si coprì la bocca e il naso dai vapori disgustosi, la fumata  nauseabonda di grasso umano che si scioglieva. Sfrigolava sul cemento, broda viva nella fogna. Ai piani alti conati e tosse, finestre e scuri serrati in fretta.

Lui pensò, molto commosso, che fosse bello e sieghailabbestia che se ne andassero come i Goebbels: perché alla Franci voleva bene, e le doveva una morte epica.

Salutò col braccio teso, fu la cenere e il fetore.

«... e c'è il vento», ghignò Ciotto, «spazza, spazza, ché fa comodo..»

 

Sarà stato che il febbraio stregheggiava al bisestile, quel giorno zolfo di un calendario su un frigorifero non euclideo. Sarà stato che si amarono. Che la fisica si fotte se top ten, poemi e versi - se i biglietti Perugina - dicono ch'Amor vincit la morte benché fosse una storiaccia. Benché il martello, la benza e il fuoco. Ma la folata portò la polvere sopra i tetti riminesi, la soffiò sopra il Marecchia, sopra spiagge e gli happy hour; scosse i nastri flosci e laceri delle notti carnicine. Raggiunse i colli, salì al castello, si posò sui merli Lego.

Tacque, insomma.

Fu un incidente molecolare: le loro ceneri, le antiche lacrime, stessi nomi e dna. Magia nera, disse Yeats: queste cose infatti esistono.

«È una stronzata», sbuffò la Virgi,

«L'ha scritto un nobel: tu chiudi il culo», disse l'Alli.

Continuò.

Sangue secco e cosa morta si impastarono in qualcosa: dal dolore e la fanghiglia, dagli sterpi e le lattine, due creature polverose resuscitarono nel nero folto, sotto i muri di Gradara dove tornarono metempsimemori. E marciarono, di notte, sui binari desolati.

Fino a Rimini. Stazione.

Chi fa mai caso, con questo buio, a due nuvole di sporco?

Scivolarono nell'ombra sotto i filari di via Battisti. Auto ferme, cassonetti, bottiglie vuote sulle panchine. Poster laceri dei circhi, i volantini di sensitive, toponomastiche arrugginite e uno scheletro di siepe. Respiri elettrici dei cavi aerei sui treni merci al di là degli alberi, torpedoni a strisce azzurre sotto hotel di amianto e ottone. Il monolite di un grattacielo con infissi per suicidi. Fughe umane e surmolotte.

L'Alfa nera, il condominio. Luce accesa al terzo piano.

Attraversarono il portone a vetri e fluttuarono alle scale, sul detersivo d'iperdiscount e sull'aceto sul loro sangue.

 

«Cristo, è fumo! Cosa brucia?», tossì il Ciotto soffocato. Saltò dal letto, si sfregò gli occhi, lo attossicava un vapore acre, un amarognolo rovente in gola e il veleno nei polmoni. Tipo pile, chip, un acido... «è la tele! Va a puttane!»

Si buttò sull'apparecchio: però no, perché era intatto: televendite notturne di cioccolate per dimagrire.

Le voci flebili lo raggelarono. Quelle voci nella testa. Il cigolio della porta schiusa e un fruscio nel corridoio.

«Non brucia niente. Bruciamo noi.»

Le due figure di terra e cenere affiorarono dal buio, volti amalgami di grasso, mota, foglie ed escrementi. Il viso morto sottile e triste, gli occhi fatui della Franci; la faccia a cazzo la fronte brufola del comunista che l'ha chiavata.

Gli protendevano le grinfie fredde barcollando silenziosi. Unghie, denti ed ossa nere divorate dalle fiamme. Due cadaveri fumanti in una nube di oscurità, e un calore di fornace che annerì e crepò l'intonaco.

Gli scagliò contro Giorgio Mastrota e il gran pezzo della Orlando, glutei bicipiti californiani e un set omaggio di integratori: la tv li trapassò, scoppiò in scintille su una parete, sfondò il costato di rami e polvere che tornò intatto con un risucchio.

Fu spalle al letto, crollò supino, scalciò impazzito tra le coperte, legato in trappola tra le lenzuola appiccicose di sudore. Lo spettro stronzo gli strinse i polsi, la cartilagine scavò la carne, marciume e fuoco poi gelo morto nelle vene, i nervi e l'ossa. Lei, La Franci, gli sedette sul torace, gli graffiò l'occhio ferito, gli soffiò la tomba in faccia: gli occhi grandi, il naso aguzzo, le labbra piccole e deliziose si decomposero in terra e vermi che colarono a strozzarlo.

«Ma voglio un bacio», lei gorgoglio, «l'ultimo bacio, ché ci lasciamo. Sto nel vento, con Pallino, sto nel freddo e nella cenere. Ma questo bacio tu devi darmelo.»

Gli affondò le fauci in bocca, lo annegò di guano e larve.

 

«Fa molto schifo», smorfiò la Virgi.

«Però è romantico.»

«Cos'è, stai male? Ti vedo pallida.»

«... per l'emozione...»

L'Alli cadde. A corpo morto.

«Oh, è svenuta raga. L'acqua?»