martedì, dicembre 29, 2020
Memorie di un colonnello di soldatini
venerdì, dicembre 11, 2020
Racconto di Natale 2020
Gli scrittori
regalano racconti. Ed ecco - come ormai da nove anni! - il mio tradizionale
racconto di Natale. Di anno in anno dedico queste storie a fatti, personaggi ed
esperienze che ho vissuto o di cui si è parlato nei precedenti undici mesi. In
questo strano 2020 la nostra vita sarebbe stata (anche) peggiore, credo, senza
il contributo dei corrieri: il cui lavoro ci ha permesso di trascorrere la
quarantena confortati da quelle scatole di miniat... ehm, libri, cibi o dvd ai
quali le circostanze sembrava ci costringessero a rinunciare. Buona lettura e
buon Natale, cari Lettori.
Ma è lavoro.
Pedalava.
«Dài, ché è l’ultima
consegna», ripeteva, «poi, a casa. Poi la doccia. Poi birrino sul divano.»
Lo scatolone di diosacosa
ballonzolava nel portapacchi: logo verde, involto giallo e l’indirizzo
incollato sopra. Aveva preso un bel po’ di buche, aveva preso un bel po’ di
botte. Non gli sembrava si fosse rotto: nessun croc e nessun crac. Quei
rumorini da bestemmiare. Con il cliente che ti urla dietro. E che protesta con
l’agenzia ché lo dovrebbero rimborsare. E ti dovrebbero licenziare:
«Perché cazzo, è il
mio pacchetto!»
Perché è vero - come
no! - che ne usciremo migliori tutti; perché è vero - come no! - che a Natale
si è più buoni.
"Via Capanna 25",
c’era scritto: bella striscia. Altri sei-sette chilometri di buio e gelo da
attraversare. Via Capanna: brutta zona; casermoni deprimenti. Ti ci rapinano.
Ti ci accoltellano. Ti ci fottono la bici. Come torno, poi? Come lavoro? Nigeriani
e gente sfatta inscatolata in cemento grigio.
Ma che ordina da
Glovo. Poi capisci, com’è il mondo?
C’era scritto "Myrhiam T, H" e qualcos’altro: nome e cognome da
tizia araba, magrebina o quelle parti.
Io consegno. Poi riparto.
È un lavoro, Melchio,
dài.
Imboccò la interquartieri che sprofondava in periferia, tra vecchie fabbriche e magazzini che diradavano in campi brulli. Macchie folte di gramigna che infestavano l’asfalto, guard-rail ritorti, graffiti, tag e reti lacere attorno al nulla. Il catrame scintillava dei lampioni radi e fiochi che scomparivano alle sue spalle nello scroscio nero e freddo; pedalare, pedalare, proseguì in un niente buio.
Che sperò fosse la
strada, che intuì fosse un incrocio.
Il ruggito di un
motore echeggiò sotto la pioggia.
Gli sembrò fosse
lontano. Gli sembrò fosse sicuro.
Traversò senza
guardare e lo stordirono quegli abbaglianti, il clacson, la frenata. Scivolò
sull’acqua e il fango, si incastrò sotto la bici. Aprì gli occhi a un
parabrezza. Alle ruote. A un radiatore. Al muso bianco Mercedes-Benz di un
furgone SDA.
Il conducente
saltò urlando fuori dall’abitacolo. Livido. Tremava. Madovecazzomacosacazzomacomecazzoperlamadonna?!,
singhiozzi e porchiddii.
Il Melchio si alzò
in piedi.
Piano.
Ma si alzò.
«… sto bene. È
tutto a posto…»
Anche il suo pacco
sembrava integro.
La bicicletta
purtroppo no: una ruota era contorta.
«… ma sei
ferito?!», insisteva l’altro, «ma la testa?! Ma ci vedi?!...»
«Tutto a posto.
Tutto a posto.»
«Ma la testa?! Ma
ci senti?!»
«Tutto a posto.
Tutto a posto.»
«Ma non ti viene
da vomitare, no?!»
«Tutto a posto.»
«Siedi. Vieni. Un
goccio d’acqua: ti farà bene.»
Gli offrì da bere,
lui declinò. Alla bottiglia non è più il caso…
«Il mio pacco…»
«Sì, il tuo pacco.
Lo carichiamo sul mio furgone, nessun problema. Così va bene?»
Si ripararono nel
Mercedes. Accostarono, «ohgggesù!»; e restarono un minuto in allibito silenzio.
Il Melchio - un po’ offuscato, frastornato, a dire il vero - frugò con gli
occhi stanchi tra le cose del corriere. Quel tesserino GASPARRI R. appuntato
alla camicia; la fototessera scoglionata, i cedolini appallottolati, l’iPhone
acceso e connesso a Google Map e un piccolo cammello di peluche che pencolava
dallo specchietto retrovisore.
«Pensa tu! Siamo
colleghi», spezzò il gelo Gasparri-erre: accennò ai colori Glovo sul suo pacco
e la sua felpa.
Il Melchio rise:
«Con questo tempo,
di questi tempi; stasera… chi trovi in giro?»
«Noi due coglioni.
E in bici è dura eh?»
«Parecchio dura.
Ci danno quella.»
«Per risparmiare?»
«Perché fa figo.
Perché fa green.»
«Dove andavi?»
«Via Capanna.»
«Ti ci porto»,
disse l’altro, «vado anch’io da quelle parti.»
Mise in moto. Ripartì.
Gli mostrò i suoi documenti: SPEDIZIONE tot-tot-tot DESTINATARIO qualcosa- Myrhiam. Quella lì; la stessa Myrhiam.
«Vaˈ che roba!»,
Il Melchio si stupì.
«La vuoi chiamare,
la polizia, a proposito del?...»
«La vuoi chiamare,
la polizia?», lui rispose.
Gasparri-erre
ammiccò «ma vaˈ: se tu stai bene…»
«Per me, sto
bene.»
Glielo chiese
un’altra volta. Poi ancora, poi ancora. Doveva essere ormai la decima, ma
s’era preso una bella strizza, capì Il Melchio, pure io!; doveva
ammettere che le ginocchia non gli smettevano di tremare.
«Son solo beghe.»
«Ce n’è
abbastanza.»
«… e mi
licenziano.»
«Perché, a me no?»
«Torni a casa,
dopo questa?»
«Sì, ho finito.
Torno a casa.»
«Dài, allora.»
Accelerarono nella
pioggia.
Una insegna
FARMACIA brillò fioca innanzi a loro; la croce verde e il datario rosso che
indicava 24. Poco oltre intravidero il cerchio arancio di fari che circondava
le palazzine di quel quartiere di emarginati, di quel grappolo di vite nel
deserto della notte. Sopra a loro, tra le nubi, rombò il motore di un
aeroplano: fiammeggiò di luci verdi sulle ali e sulla coda; la scia azzurra
scintillò tra quei vapori tenebrosi.
Li affiancò un ragazzo
nero su uno scooter scalcinato, gli pesava sulle spalle un grosso zaino di Just
Eat.
Lo superarono.
Rallentarono. Si guardarono negli occhi. Rabbrividirono nei vestiti ancora
fradici d’acquazzone.
Accostarono,
fermarono. Gasparri-erre si sporse dal finestrino; Il Melchio corse fuori, aprì
il vano, si sbracciò:
«Ferma! Ferma!
Salta dentro!»
Il ragazzo
inchiodò sotto la pioggia, il piede sul pedale e pronto a dare gas. Diffidente.
Spaventato. Gasparri-erre si sporse ancora. Batté forte a mano aperta sulla
fiancata celeste e bianca; sulla scritta SDA:
«Anche noi siamo
corrieri! Dove vai?!»
Il ragazzo fece un
cenno in direzione dei palazzoni.
«Anche noi da
quelle parti», disse Il Melchio, «vieni dài. Non ci arrivi in motorino, con
questo tempo di merda. Mi capisci?!»
«Vaffanculo!»,
sputò l’altro: annuì, smontò di sella, spinse lo scooter nel vano aperto e si
strinse tra i pianali; «Bialdaasir», si presentò.
«Sono Il Melchio»,
lui sorrise. Notò la busta dei documenti sul bagaglio arcobaleno:
via Capanna
Myrhiam T
Non è possibile. Restò basito.
«Tutto a posto? Si
riparte?», domandò Gasparri-erre.
Lui e Bialdaasir
serrarono le portiere, bussò sull’alluminio tra il vano e l’abitacolo:
«Ci siamo.»
Ripartirono.
Raggiunsero il quartiere. Gasparri-erre si inoltrò lento, obbediente a Google Map, per le strade silenziose tra edifici tutti uguali, tra cortili di cemento tutti vuoti e silenziosi. Tra altalene ischeletrite nel chiarore dei lampioni, le panchine sgretolate e i resti arsi dei cassonetti. Sopra a loro si estendeva un cielo triste di calcestruzzo costellato di finestre di una fioca luce azzurra, il brillio delle TV su una immensa solitudine.
… tra cento metri
svoltare a destra…
«Questa Myrhiam spende soldi», scherzò Il Melchio: era turbato;
mostrò a Bialdaasir il suo cartone e il pacco SDA.
«Non ha soldi», il
ragazzo scrollò le spalle.
«La conosci?»
«Da mangiare. Dei
vestiti. Sono roba che le mandano gente buona. Lei lavora per famiglie, per
parrocchia qualche volta: bada a anziani, fa pulizie, ma non ha un lavoro vero.»
«Come noi.»
Risero tristi.
Ancora fradici e infreddoliti.
«Con bambino è
difficile. È sola. Ha… diciott’anni, lei dice. Ma molti meno, secondo me. Io
penso quattordici.»
«Ha un figlio?»
«E non c’è il
padre.»
«L’ha
abbandonata?»
«Inshallah!», sospirò
Bialdaasir, «ma lei è brava. Ma lei è brava.»
«Ci siamo, raga»,
Gasparri-erre annunciò, «via Capanna venticinque»: fermò il furgone, aprì loro
la portiera e si affrettarono sotto un portico con i pacchi sulle spalle.
«Quale interno?»,
chiese lui.
«Cazzo, questo è
un po’ un problema…»: un centinaio di campanelli su una decina di pulsantiere;
le targhette illeggibili, i portoni di vetro. Il buio dietro il vetro e nessuno
sotto il portico. L’alone polveroso di lampade arancioni.
E il freddo,
Cristo, il freddo!; il Melchio batté i denti: sarà anche meno di quattro
gradi; gli trafiggeva la carne e l’ossa, gli torceva le budella e mi
scappa da pisciare! Sperò ˈsta Myrhiam ci avesse un bagno, non gli negasse
di approfittarne.
«Sai qual è?»: scrollò
il ragazzo.
«È tutto uguale.
Non mi ricordo.»
Un fruscio
li spaventò.
Si voltarono.
«… chiediamo…»,
inghiottirono stupiti dal tizio enorme di fronte a loro.
Doveva essere uno slavo, o crucco, alto almeno uno e novanta; con occhi azzurri terrificanti e i capelli paglierini. La mascherina la aveva a casa, se la aveva, questo mostro. Un grembiule celestino sulla piazza del torace. Era intento a spazzare il porticato con una scopa da Nonna Papera di saggina e piume nere.
A quell’ora.
E con quel clima.
Molto dopo il
coprifuoco.
Ma Il Melchio rise
ad immaginare una pattuglia municipale che fermava ˈsto titano per la multa e
un predicozzo.
Gasparri-erre
gemette «scusi… Lei conosce Myrhiam The…»
Il bestione lo
azzittì con un cenno ed un grugnito, indicò loro la porta in fondo, gli spazzò
i piedi:
«Filiamo, raga»;
pacchi in spalla e culo stretto suonarono al campanello, da dentro udirono un
vagito.
Aprì loro una
ragazza che in effetti, pensò Il Melchio, non poteva avere più di quindici
anni. Un telo azzurro annodato in testa e il bambino tra le braccia. Gli occhi
neri, il viso bruno e il perdono nello sguardo. Non era bella, ma chi lo è.
Nelle pupille le scintillava un’intensa felicità, contenta di quel niente che
aveva nella stanza. L’appartamento era freddo e spoglio: un tappeto, una
stufetta; una cassetta di cibi in scatola e una cesta di vestiti. Una matita sui
fogli sparsi per un diploma di scuola media; due peluche su una coperta: una
mucca e un somarello. Il bambino le arruffava i ricci neri sulle orecchie.
Non c’era nulla,
ma aveva tutto.
Lui, Bialdaasir e
Gasparri-erre si guardarono ammutoliti con le facce da cretini. Con le lacrime
agli occhi; vaˈ a capire perché.
«Buon Natale»,
disse Myrhiam.
Come un’arpa nella pioggia.
giovedì, dicembre 10, 2020
Qualche libro da regalare
In attesa del nuovo romanzo, che spero pubblicherò nel 2021, ecco alcuni consigli per un regalo di Natale a persone che vi stanno particolarmente antipat... ehm, i vostri più cari amici. Qui di seguito le copertine dei miei volumi disponibili su Amazon in edizione cartacea. Dallo steampunk di Clara Horbiger e l'invasione dei Seleniti all'horror di Io so ben ch'il vostro orrore; lo sword & sorcery di Arte e acciaio oppure la fantascienza di T; Non più fantascienza e Eleanor Cole delle Galassie Orientali. Per non tacere della raccolta poetica AvVersi.
SOpportare i piccoli autori!
martedì, novembre 17, 2020
Corsi di Scrittura e Sceneggiatura On Line
I mesi di quarantena mi hanno abituato alla didattica on line, e ne ho approfittato per avviare miei CORSI DI SCRITTURA E SCENEGGIATURA.
Nello specifico, per ora propongo due moduli, rispettivamente dedicati alla SCRITTURA DEL RACCONTO (cinque lezioni da due ore l'una) e alle STRUTTURE PER IL ROMANZO (un breve "seminario" di tre lezioni da due ore l'una).
La prima sessione "sperimentale" (tanto per prenderci io per primo la mano!) è andata direi molto bene: sulla pagina Facebook del corso potete leggere le recensioni e le impressioni sparse sui socialmedia dei primi corsisti. Siamo attualmente alla terza sessione, che è fissata per dicembre p.v. (data da destinarsi).
Non vi spennerò, non vi liscerò il pelo complimentandomi per uuuh quanto scrivete bene e con quale commovente intensità raccontate le vostre emozzzzzzioni, non ci chiederemo con aria ispirata guardandoci negli occhi "... e tu, perché scrivi, cos'è la scrittura per te?..." e sono abbastanza sicuro di potervi insegnare qualcosa e darvi qualche dritta per piazzare un racconto su qualche rivista, antologia o meritare un premio letterario.
Per informazioni, usate messenger.
giovedì, novembre 05, 2020
Tre antologie dell'orrore
Tre recenti pubblicazioni dell'orrore.
Io so ben ch'il vostro orrore (Amazon) raccoglie in un volume cartaceo i miei racconti horror degli ultimi dieci anni, pubblicati in precedenza in ebook oppure su riviste e antologie ("Urania"; "Robot"; "Parallaxis" e altre). Troverete nel volume alcuni dei miei lavori migliori, tra i quali M'rara; Nebbie; La Pietra Etiope; A tempo indeterminato e Trenta Pagine Mancanti.
Il ritorno dei Grandi Antichi (parte prima e seconda; Delos Digital) è una silloge lovecraftiana in due volumi curata da Gianfranco De Turris: parole non ci appulcro. Nel primo volume trovate (in ottima compagnia) il mio racconto La pietra etiope.
Halloween Weekend (Aurora e Psiche; a cura di Luca Leone) è un'antologia di racconti ispirati a leggende e tradizioni popolari: uno per ciascuna regione d'Italia. A me naturalmente sono toccate le Marche. Nel volume trovate il mio Mare il due novembre; ispirato dalle storie sulla "pesca dei morti" diffuse sulla costa marchigiana.
lunedì, settembre 28, 2020
Specularia - riflettere l'immaginario
Specularia - riflettere l'immaginario è una nuova rivista digitale di speculative fiction. Pubblica narrativa e saggistica su letteratura, cinema e altre forme d’espressione che hanno a che fare con la speculazione e riflettono sulla realtà e sull’immaginario. La sezione dei racconti di speculative fiction raccoglie storie di fantascienza, fantasy, weird, distopia, horror e altri generi legati al fantastico. La sezione dei saggi comprende articoli su molteplici argomenti di speculazione, dai romanzi ai film, dalle saghe alle correnti letterarie, oltre ad approfondimenti sul mondo della speculative fiction.
In questo primo numero trovate il mio racconto Io mi fermo qui.
venerdì, agosto 28, 2020
Il banco perpetuo (racconto completo)
La luce tiepida
dell’autunno penetrava le finestre, illuminava il Liceo Scientifico finalmente
riaperto. Nel rispetto delle norme e in totale sicurezza. CE N’È COVIDDI E
PARECCHIO PURE a spray rosso nel cortile, su una parete a mattoni in vista
infestata dalle ortiche.
La Federici giaceva
a terra svenuta con la giacca arrotolata sotto il capo, la Panici le applicava
sulla fronte fogli bagnati di carta igienica e fazzoletti di carta:
«Ha una costola
spezzata, santo cielo! Un’ambulanza! Chiamate un’ambulanza!»
Brandolini
bestemmiava con il polso fratturato.
«… e se lui che è
così grosso non è riuscito a fermarlo», ripetevano Spanò, Baldelli e Cominazzini,
«provarci è inutile: ci si fa male.»
«Ma in qualche
modo si deve fare!»
I tre bidelli non
si azzardarono. La vicepreside piangeva quasi. Gli studenti, spalle al muro, ai
quattro lati dell’aula, che guardavano storditi a Camilla che girava.
Che girava, che girava.
Sul suo banco con
le ruote.
Girava da sei
minuti e cinquantotto secondi.
«Cinquantanove!», cronometrava
Matteo Pagnetti.
«Ma ti fa ridere? Mavaffanculo!»
E insomma erano
sette. Sette e mezzo. Otto minuti.
Lo stupore e le
risate soffocarono in spavento.
Lo strillo «aiuto!»
della ragazza s’acuì in un ululato, in un rantolo: Camilla perse i sensi,
crollò testa in avanti sul piano reclinabile. La sciarpa iridescente e una
tempesta di ricci biondi. Il cigolare dei cuscinetti che scivolavano sul pavimento.
E il suo banco
continuava a roteare e roteare. Non si fermava.
Non ci riuscivano.
Più veloce; ormai pericoloso.
La prof di
lettere, scagliata contro il muro, tornò cosciente, tentò di alzarsi e strillò
per il dolore.
Ercolessi, il prof
di fisica, entrò in aula trafelato:
«Che succede? Chi
è che urla?»
Scansò di un pelo
l’assurda trottola che girava nella stanza.
«L’ho solo spinta…
ma per scherzare», balbettò Luca Sanchini.
Il banco a ruote
infilò la porta, rotolò nel corridoio. Echeggiarono le urla, le risate,
imprecazioni; i fruscii dei fogli, i libri, dei registri; e il fracasso delle
cattedre e le sedie ribaltate.
«L’ho solo spinta,
ma non si ferma.»
«Non è possibile»,
disse lui.
«Mi ha buttata
contro il muro!», la Federici gemette.
«Mi ha rotto il
polso, perlamadonna!»
«Non si ferma! Non
si ferma!»
«Dì, Sanchini: come
cavolo hai fatto?»
«Non lo so: le ho
dato un giro; l’ho spinta piano, le giuro, prof! Si fa per ridere…»
Ercolessi si
illuminò di un’impossibile intuizione. Chiese a Martina che per favore si
alzasse e spingesse il banco a ruote nel centro della stanza:
«Dài, rifallo.»
«Cosa, prof?»
«Spingi questo.
Come prima.»
Lo studente gli obbedì,
il banco a ruote si mosse. Due-tre giri. Si fermò.
«Sanchio, no»,
disse Moretti, «Non ci hai dato così, prima.»
«’cazzo sai?»
«Ti ho visto bene.
Più di polso, più… così.»
«Prova tu», disse
Ercolessi.
«Così, più o meno:
per dare il ritmo.»
Il banco a ruote
girò di nuovo. Girò ancora. Poi ancora. Un minuto, quasi. Due minuti. Urtò la
cattedra. Si rovesciò.
Ercolessi, «…
santo Dio!...», non volle crederci. Non poté crederci. Ma quelle linee,
ma quelle curve, quegli intervalli, quelle variabili… Gli ricordarono certe
letture: manuali, riviste, speculazioni scientifiche. Chiese ad Arianna
quaderno e penna: sommò, sottrasse, moltiplicò. Equazioni frenetiche, le
incognite e i "se". Si impallidì, col foglio in mano, per
l’impossibile risultato.
Si fermò, schiena
allo stipite, sulla porta dell’aula. Guardò Camilla girare ancora, ancora e per
sempre nel caos del corridoio tra armadietti ribaltati, sedie a pezzi, teche
infrante, bacheche e quadri spezzati sul pavimento e la folla del personale e
gli studenti terrorizzati.
Non si sarebbe
fermata più. Non si poteva fermare mai.
Lui, basito, tirò
a Sanchini il quaderno in testa:
«Una spinta! Per
scherzare! Come cazzo t’è riuscito?»
«Prof, è matto? Che
cosa ho fatto?»
«Il moto
perpetuo, Sanchini: sai cos’è?...»
lunedì, agosto 17, 2020
Clara Horbiger in edizione cartacea
lunedì, luglio 27, 2020
Prontuario di Scrittura
lunedì, luglio 13, 2020
Non più fantascienza
sabato, luglio 04, 2020
Arte e Acciaio - versione cartacea
lunedì, giugno 22, 2020
Lo Zar non è morto
domenica, giugno 21, 2020
Laurasia
Titolo: Laurasia
Autori: Alessandro Forlani
Copertina: Andrea Piparo
Curatore: Francesco La Manno
Grafica e impaginazione: Mala Spina
Editore: Italian Sword&Sorcery Books
Collana: Adompha n.4
Formato: digitale
Genere: sword and sorcery / dark fantasy /preistoria
Data di pubblicazione: 21 giugno 2020
Pagine: 170
Prezzo: 4,99 euro
ISBN: 978-88-944696-3-9
venerdì, giugno 19, 2020
Arte e Acciaio
«Impara l'Arte e trafiggili da parte a parte»
A una giovane maga di talento e un'audace spadaccina il Continente dei Cimiteri non sembrerebbe offrire opportunità. Criminali e psicopatici stregoni, antiquari disonesti e bruti tutti muscoli ed acciaio spadroneggiano a Handelbab delle Botteghe ogni giorno più corrotta e degradata. Decomposta, è meglio dire... Ma Efrin e Francesca non accettano questo stato di cose: e a costo di affrontare tagliagole e non-morti, orrori millenari e di altre dimensioni, bestie, uomini, intrighi di palazzo, paesaggi spaventosi, dare il peggio di sé stesse... Qualcosa cambierà. O in molti moriranno. Sguainate le vostre spade, leggete libri neri! Bentornati a Thanatolia!
Il problema è uscirne vivi.
Il romanzo è disponibile in formato ebook su Delos Store, Amazon e principali webstore. Illustrazione di copertina di Silvia Perosino.






















