martedì, dicembre 29, 2020

Memorie di un colonnello di soldatini

 


Italia, 2027. Lo storytelling è diventato una pratica quotidiana: la continua e immaginosa narrazione di ogni fatto, di sé stessi, il proprio intimo, è il mestiere di "inging" professionisti a cui i clienti si rivolgono per raccontare - e vivere le proprie vite - in modi interessanti ed eccitanti. Tale pratica ha allontanato le persone dalla realtà, le ha sospese in esistenze allucinate e soggettivi intervalli di spazio-tempo. Un tessuto inconsistente di forme e di parole. Un limbo. Un sogno. Un incubo. Un delirio. Il mondo sta finendo, sta finendo di finire. Un professore universitario con l’hobby dei wargame, a capo di un movimento clandestino, è deciso ad attuare uno strano "golpe" per salvare la società e il paese dal disastro. Ma ha bisogno del supporto mediatico di una inging di talento. Arianna è la migliore: un’influencer che ha elevato lo storytelling a vera forma d’arte. Un romanzo di fantascienza distopica, new weird e urban fantasy. Una satira sociale, un’accusa. Un romanzo che insinua il dubbio che tutto quello che ti circonda è la storia di qualcun altro, ma non è una storia vera. Potrebbe essere il tuo romanzo, se non fosse che anche tu, forse, non esisti.

Memorie di un colonnello di soldatini, il mio nuovo romanzo, è da oggi disponibile su Amazon in ebook e cartaceo.

Copertina di Martina Biondini

venerdì, dicembre 11, 2020

Racconto di Natale 2020

 


Gli scrittori regalano racconti. Ed ecco - come ormai da nove anni! - il mio tradizionale racconto di Natale. Di anno in anno dedico queste storie a fatti, personaggi ed esperienze che ho vissuto o di cui si è parlato nei precedenti undici mesi. In questo strano 2020 la nostra vita sarebbe stata (anche) peggiore, credo, senza il contributo dei corrieri: il cui lavoro ci ha permesso di trascorrere la quarantena confortati da quelle scatole di miniat... ehm, libri, cibi o dvd ai quali le circostanze sembrava ci costringessero a rinunciare. Buona lettura e buon Natale, cari Lettori.

 Il Melchio era distrutto, gli dolevano le gambe. E boccheggiava sotto la cazzo di mascherina e sopportava la pioggia stretta che crivellava l’impermeabile - l’hai comprato dai cinesi: cosa cazzo ti aspettavi? I lampioni. I fari d’auto. I semafori. Le luci. Le gocce d’acqua ed il fiato caldo che gli appannavano gli occhiali spessi. Ho anche l’alito cattivo. Era madido, accaldato. Ma dicembre lo mordeva a quattro gradi sottozero, gli bruciavano le dita sotto i guanti sbrindellati. Gli bruciavano le orecchie, le narici, aveva il moccio. Aveva un cazzo di mal di gola.

Ma è lavoro.

Pedalava.

«Dài, ché è l’ultima consegna», ripeteva, «poi, a casa. Poi la doccia. Poi birrino sul divano.»

Lo scatolone di diosacosa ballonzolava nel portapacchi: logo verde, involto giallo e l’indirizzo incollato sopra. Aveva preso un bel po’ di buche, aveva preso un bel po’ di botte. Non gli sembrava si fosse rotto: nessun croc e nessun crac. Quei rumorini da bestemmiare. Con il cliente che ti urla dietro. E che protesta con l’agenzia ché lo dovrebbero rimborsare. E ti dovrebbero licenziare:

«Perché cazzo, è il mio pacchetto!»

Perché è vero - come no! - che ne usciremo migliori tutti; perché è vero - come no! - che a Natale si è più buoni.

"Via Capanna 25", c’era scritto: bella striscia. Altri sei-sette chilometri di buio e gelo da attraversare. Via Capanna: brutta zona; casermoni deprimenti. Ti ci rapinano. Ti ci accoltellano. Ti ci fottono la bici. Come torno, poi? Come lavoro? Nigeriani e gente sfatta inscatolata in cemento grigio.

Ma che ordina da Glovo. Poi capisci, com’è il mondo?

C’era scritto "Myrhiam T, H" e qualcos’altro: nome e cognome da tizia araba, magrebina o quelle parti.

Io consegno. Poi riparto.

È un lavoro, Melchio, dài.

Imboccò la interquartieri che sprofondava in periferia, tra vecchie fabbriche e magazzini che diradavano in campi brulli. Macchie folte di gramigna che infestavano l’asfalto, guard-rail ritorti, graffiti, tag e reti lacere attorno al nulla. Il catrame scintillava dei lampioni radi e fiochi che scomparivano alle sue spalle nello scroscio nero e freddo; pedalare, pedalare, proseguì in un niente buio.

Che sperò fosse la strada, che intuì fosse un incrocio.

Il ruggito di un motore echeggiò sotto la pioggia.

Gli sembrò fosse lontano. Gli sembrò fosse sicuro.

Traversò senza guardare e lo stordirono quegli abbaglianti, il clacson, la frenata. Scivolò sull’acqua e il fango, si incastrò sotto la bici. Aprì gli occhi a un parabrezza. Alle ruote. A un radiatore. Al muso bianco Mercedes-Benz di un furgone SDA.

Il conducente saltò urlando fuori dall’abitacolo. Livido. Tremava. Madovecazzomacosacazzomacomecazzoperlamadonna?!, singhiozzi e porchiddii.

Il Melchio si alzò in piedi.

Piano.

Ma si alzò.

«… sto bene. È tutto a posto…»

Anche il suo pacco sembrava integro.

La bicicletta purtroppo no: una ruota era contorta.

«… ma sei ferito?!», insisteva l’altro, «ma la testa?! Ma ci vedi?!...»

«Tutto a posto. Tutto a posto.»

«Ma la testa?! Ma ci senti?!»

«Tutto a posto. Tutto a posto.»

«Ma non ti viene da vomitare, no?!»

«Tutto a posto.»

«Siedi. Vieni. Un goccio d’acqua: ti farà bene.»

Gli offrì da bere, lui declinò. Alla bottiglia non è più il caso…

«Il mio pacco…»

«Sì, il tuo pacco. Lo carichiamo sul mio furgone, nessun problema. Così va bene?»

Si ripararono nel Mercedes. Accostarono, «ohgggesù!»; e restarono un minuto in allibito silenzio. Il Melchio - un po’ offuscato, frastornato, a dire il vero - frugò con gli occhi stanchi tra le cose del corriere. Quel tesserino GASPARRI R. appuntato alla camicia; la fototessera scoglionata, i cedolini appallottolati, l’iPhone acceso e connesso a Google Map e un piccolo cammello di peluche che pencolava dallo specchietto retrovisore.

«Pensa tu! Siamo colleghi», spezzò il gelo Gasparri-erre: accennò ai colori Glovo sul suo pacco e la sua felpa.

Il Melchio rise:

«Con questo tempo, di questi tempi; stasera… chi trovi in giro?»

«Noi due coglioni. E in bici è dura eh?»

«Parecchio dura. Ci danno quella.»

«Per risparmiare?»

«Perché fa figo. Perché fa green.»

«Dove andavi?»

«Via Capanna.»

«Ti ci porto», disse l’altro, «vado anch’io da quelle parti.»

Mise in moto. Ripartì. Gli mostrò i suoi documenti: SPEDIZIONE tot-tot-tot DESTINATARIO qualcosa- Myrhiam. Quella lì; la stessa Myrhiam.

«Vaˈ che roba!», Il Melchio si stupì.

«La vuoi chiamare, la polizia, a proposito del?...»

«La vuoi chiamare, la polizia?», lui rispose.

Gasparri-erre ammiccò «ma vaˈ: se tu stai bene…»

«Per me, sto bene.»

Glielo chiese un’altra volta. Poi ancora, poi ancora. Doveva essere ormai la decima, ma s’era preso una bella strizza, capì Il Melchio, pure io!; doveva ammettere che le ginocchia non gli smettevano di tremare.

«Son solo beghe.»

«Ce n’è abbastanza.»

«… e mi licenziano.»

«Perché, a me no?»

«Torni a casa, dopo questa?»

«Sì, ho finito. Torno a casa.»

«Dài, allora.»

Accelerarono nella pioggia.

Una insegna FARMACIA brillò fioca innanzi a loro; la croce verde e il datario rosso che indicava 24. Poco oltre intravidero il cerchio arancio di fari che circondava le palazzine di quel quartiere di emarginati, di quel grappolo di vite nel deserto della notte. Sopra a loro, tra le nubi, rombò il motore di un aeroplano: fiammeggiò di luci verdi sulle ali e sulla coda; la scia azzurra scintillò tra quei vapori tenebrosi.

Li affiancò un ragazzo nero su uno scooter scalcinato, gli pesava sulle spalle un grosso zaino di Just Eat.

Lo superarono. Rallentarono. Si guardarono negli occhi. Rabbrividirono nei vestiti ancora fradici d’acquazzone.

Accostarono, fermarono. Gasparri-erre si sporse dal finestrino; Il Melchio corse fuori, aprì il vano, si sbracciò:

«Ferma! Ferma! Salta dentro!»

Il ragazzo inchiodò sotto la pioggia, il piede sul pedale e pronto a dare gas. Diffidente. Spaventato. Gasparri-erre si sporse ancora. Batté forte a mano aperta sulla fiancata celeste e bianca; sulla scritta SDA:

«Anche noi siamo corrieri! Dove vai?!»

Il ragazzo fece un cenno in direzione dei palazzoni.

«Anche noi da quelle parti», disse Il Melchio, «vieni dài. Non ci arrivi in motorino, con questo tempo di merda. Mi capisci?!»

«Vaffanculo!», sputò l’altro: annuì, smontò di sella, spinse lo scooter nel vano aperto e si strinse tra i pianali; «Bialdaasir», si presentò.

«Sono Il Melchio», lui sorrise. Notò la busta dei documenti sul bagaglio arcobaleno:

 

via Capanna

Myrhiam T

 

Non è possibile. Restò basito.

«Tutto a posto? Si riparte?», domandò Gasparri-erre.

Lui e Bialdaasir serrarono le portiere, bussò sull’alluminio tra il vano e l’abitacolo:

«Ci siamo.»

Ripartirono.

Raggiunsero il quartiere. Gasparri-erre si inoltrò lento, obbediente a Google Map, per le strade silenziose tra edifici tutti uguali, tra cortili di cemento tutti vuoti e silenziosi. Tra altalene ischeletrite nel chiarore dei lampioni, le panchine sgretolate e i resti arsi dei cassonetti. Sopra a loro si estendeva un cielo triste di calcestruzzo costellato di finestre di una fioca luce azzurra, il brillio delle TV su una immensa solitudine.

 

… tra cento metri svoltare a destra…

 

«Questa Myrhiam spende soldi», scherzò Il Melchio: era turbato; mostrò a Bialdaasir il suo cartone e il pacco SDA.

«Non ha soldi», il ragazzo scrollò le spalle.

«La conosci?»

«Da mangiare. Dei vestiti. Sono roba che le mandano gente buona. Lei lavora per famiglie, per parrocchia qualche volta: bada a anziani, fa pulizie, ma non ha un lavoro vero.»

«Come noi.»

Risero tristi. Ancora fradici e infreddoliti.

«Con bambino è difficile. È sola. Ha… diciott’anni, lei dice. Ma molti meno, secondo me. Io penso quattordici.»

«Ha un figlio?»

«E non c’è il padre.»

«L’ha abbandonata?»

«Inshallah!», sospirò Bialdaasir, «ma lei è brava. Ma lei è brava.»

«Ci siamo, raga», Gasparri-erre annunciò, «via Capanna venticinque»: fermò il furgone, aprì loro la portiera e si affrettarono sotto un portico con i pacchi sulle spalle.

«Quale interno?», chiese lui.

«Cazzo, questo è un po’ un problema…»: un centinaio di campanelli su una decina di pulsantiere; le targhette illeggibili, i portoni di vetro. Il buio dietro il vetro e nessuno sotto il portico. L’alone polveroso di lampade arancioni.

E il freddo, Cristo, il freddo!; il Melchio batté i denti: sarà anche meno di quattro gradi; gli trafiggeva la carne e l’ossa, gli torceva le budella e mi scappa da pisciare! Sperò ˈsta Myrhiam ci avesse un bagno, non gli negasse di approfittarne.

«Sai qual è?»: scrollò il ragazzo.

«È tutto uguale. Non mi ricordo.»

Un fruscio li spaventò.

Si voltarono.

«… chiediamo…», inghiottirono stupiti dal tizio enorme di fronte a loro.

Doveva essere uno slavo, o crucco, alto almeno uno e novanta; con occhi azzurri terrificanti e i capelli paglierini. La mascherina la aveva a casa, se la aveva, questo mostro. Un grembiule celestino sulla piazza del torace. Era intento a spazzare il porticato con una scopa da Nonna Papera di saggina e piume nere.

A quell’ora.

E con quel clima.

Molto dopo il coprifuoco.

Ma Il Melchio rise ad immaginare una pattuglia municipale che fermava ˈsto titano per la multa e un predicozzo.

Gasparri-erre gemette «scusi… Lei conosce Myrhiam The…»

Il bestione lo azzittì con un cenno ed un grugnito, indicò loro la porta in fondo, gli spazzò i piedi:

«Filiamo, raga»; pacchi in spalla e culo stretto suonarono al campanello, da dentro udirono un vagito.

Aprì loro una ragazza che in effetti, pensò Il Melchio, non poteva avere più di quindici anni. Un telo azzurro annodato in testa e il bambino tra le braccia. Gli occhi neri, il viso bruno e il perdono nello sguardo. Non era bella, ma chi lo è. Nelle pupille le scintillava un’intensa felicità, contenta di quel niente che aveva nella stanza. L’appartamento era freddo e spoglio: un tappeto, una stufetta; una cassetta di cibi in scatola e una cesta di vestiti. Una matita sui fogli sparsi per un diploma di scuola media; due peluche su una coperta: una mucca e un somarello. Il bambino le arruffava i ricci neri sulle orecchie.

Non c’era nulla, ma aveva tutto.

Lui, Bialdaasir e Gasparri-erre si guardarono ammutoliti con le facce da cretini. Con le lacrime agli occhi; vaˈ a capire perché.

«Buon Natale», disse Myrhiam.

Come un’arpa nella pioggia.



giovedì, dicembre 10, 2020

Qualche libro da regalare

 In attesa del nuovo romanzo, che spero pubblicherò nel 2021, ecco alcuni consigli per un regalo di Natale a persone che vi stanno particolarmente antipat... ehm, i vostri più cari amici. Qui di seguito le copertine dei miei volumi disponibili su Amazon in edizione cartacea. Dallo steampunk di Clara Horbiger e l'invasione dei Seleniti all'horror di Io so ben ch'il vostro orrore; lo sword & sorcery di Arte e acciaio oppure la fantascienza di T; Non più fantascienza e Eleanor Cole delle Galassie Orientali. Per non tacere della raccolta poetica AvVersi.

SOpportare i piccoli autori!








 

martedì, novembre 17, 2020

Corsi di Scrittura e Sceneggiatura On Line


I mesi di quarantena mi hanno abituato alla didattica on line, e ne ho approfittato per avviare miei CORSI DI SCRITTURA E SCENEGGIATURA.

Nello specifico, per ora propongo due moduli, rispettivamente dedicati alla SCRITTURA DEL RACCONTO (cinque lezioni da due ore l'una) e alle STRUTTURE PER IL ROMANZO (un breve "seminario" di tre lezioni da due ore l'una).

La prima sessione "sperimentale" (tanto per prenderci io per primo la mano!) è andata direi molto bene: sulla pagina Facebook del corso potete leggere le recensioni e le impressioni sparse sui socialmedia dei primi corsisti. Siamo attualmente alla terza sessione, che è fissata per dicembre p.v. (data da destinarsi).

Non vi spennerò, non vi liscerò il pelo complimentandomi per uuuh quanto scrivete bene e con quale commovente intensità raccontate le vostre emozzzzzzioni, non ci chiederemo con aria ispirata guardandoci negli occhi "... e tu, perché scrivi, cos'è la scrittura per te?..." e sono abbastanza sicuro di potervi insegnare qualcosa e darvi qualche dritta per piazzare un racconto su qualche rivista, antologia o meritare un premio letterario.

Per informazioni, usate messenger.

giovedì, novembre 05, 2020

Tre antologie dell'orrore

Tre recenti pubblicazioni dell'orrore.

Io so ben ch'il vostro orrore (Amazon) raccoglie in un volume cartaceo i miei racconti horror degli ultimi dieci anni, pubblicati in precedenza in ebook oppure su riviste e antologie ("Urania"; "Robot"; "Parallaxis" e altre). Troverete nel volume alcuni dei miei lavori migliori, tra i quali M'rara; Nebbie; La Pietra Etiope; A tempo indeterminato e Trenta Pagine Mancanti.

Il ritorno dei Grandi Antichi (parte prima e seconda; Delos Digital) è una silloge lovecraftiana in due volumi curata da Gianfranco De Turris: parole non ci appulcro. Nel primo volume trovate (in ottima compagnia) il mio racconto La pietra etiope.

Halloween Weekend (Aurora e Psiche; a cura di Luca Leone) è un'antologia di racconti ispirati a leggende e tradizioni popolari: uno per ciascuna regione d'Italia. A me naturalmente sono toccate le Marche. Nel volume trovate il mio Mare il due novembre; ispirato dalle storie sulla "pesca dei morti" diffuse sulla costa marchigiana.



lunedì, settembre 28, 2020

Specularia - riflettere l'immaginario


Specularia - riflettere l'immaginario è una nuova rivista digitale di speculative fiction. Pubblica narrativa e saggistica su letteratura, cinema e altre forme d’espressione che hanno a che fare con la speculazione e riflettono sulla realtà e sull’immaginario. La sezione dei racconti di speculative fiction raccoglie storie di fantascienza, fantasy, weird, distopia, horror e altri generi legati al fantastico. La sezione dei saggi comprende articoli su molteplici argomenti di speculazione, dai romanzi ai film, dalle saghe alle correnti letterarie, oltre ad approfondimenti sul mondo della speculative fiction.

In questo primo numero trovate il mio racconto Io mi fermo qui.

venerdì, agosto 28, 2020

Il banco perpetuo (racconto completo)

 


La luce tiepida dell’autunno penetrava le finestre, illuminava il Liceo Scientifico finalmente riaperto. Nel rispetto delle norme e in totale sicurezza. CE N’È COVIDDI E PARECCHIO PURE a spray rosso nel cortile, su una parete a mattoni in vista infestata dalle ortiche.

La Federici giaceva a terra svenuta con la giacca arrotolata sotto il capo, la Panici le applicava sulla fronte fogli bagnati di carta igienica e fazzoletti di carta:

«Ha una costola spezzata, santo cielo! Un’ambulanza! Chiamate un’ambulanza!»

Brandolini bestemmiava con il polso fratturato.

«… e se lui che è così grosso non è riuscito a fermarlo», ripetevano Spanò, Baldelli e Cominazzini, «provarci è inutile: ci si fa male.»

«Ma in qualche modo si deve fare!»

I tre bidelli non si azzardarono. La vicepreside piangeva quasi. Gli studenti, spalle al muro, ai quattro lati dell’aula, che guardavano storditi a Camilla che girava.

Che girava, che girava.

Sul suo banco con le ruote.

Girava da sei minuti e cinquantotto secondi.

«Cinquantanove!», cronometrava Matteo Pagnetti.

«Ma ti fa ridere? Mavaffanculo!»

E insomma erano sette. Sette e mezzo. Otto minuti.

Lo stupore e le risate soffocarono in spavento.

Lo strillo «aiuto!» della ragazza s’acuì in un ululato, in un rantolo: Camilla perse i sensi, crollò testa in avanti sul piano reclinabile. La sciarpa iridescente e una tempesta di ricci biondi. Il cigolare dei cuscinetti che scivolavano sul pavimento.

E il suo banco continuava a roteare e roteare. Non si fermava.

Non ci riuscivano.

Più veloce; ormai pericoloso.

La prof di lettere, scagliata contro il muro, tornò cosciente, tentò di alzarsi e strillò per il dolore.

Ercolessi, il prof di fisica, entrò in aula trafelato:

«Che succede? Chi è che urla?»

Scansò di un pelo l’assurda trottola che girava nella stanza.

«L’ho solo spinta… ma per scherzare», balbettò Luca Sanchini.

Il banco a ruote infilò la porta, rotolò nel corridoio. Echeggiarono le urla, le risate, imprecazioni; i fruscii dei fogli, i libri, dei registri; e il fracasso delle cattedre e le sedie ribaltate.

«L’ho solo spinta, ma non si ferma.»

«Non è possibile», disse lui.

«Mi ha buttata contro il muro!», la Federici gemette.

«Mi ha rotto il polso, perlamadonna!»

«Non si ferma! Non si ferma!»

«Dì, Sanchini: come cavolo hai fatto?»

«Non lo so: le ho dato un giro; l’ho spinta piano, le giuro, prof! Si fa per ridere…»

Ercolessi si illuminò di un’impossibile intuizione. Chiese a Martina che per favore si alzasse e spingesse il banco a ruote nel centro della stanza:

«Dài, rifallo.»

«Cosa, prof?»

«Spingi questo. Come prima.»

Lo studente gli obbedì, il banco a ruote si mosse. Due-tre giri. Si fermò.

«Sanchio, no», disse Moretti, «Non ci hai dato così, prima.»

«’cazzo sai?»

«Ti ho visto bene. Più di polso, più… così.»

«Prova tu», disse Ercolessi.

«Così, più o meno: per dare il ritmo.»

Il banco a ruote girò di nuovo. Girò ancora. Poi ancora. Un minuto, quasi. Due minuti. Urtò la cattedra. Si rovesciò.

Ercolessi, «… santo Dio!...», non volle crederci. Non poté crederci. Ma quelle linee, ma quelle curve, quegli intervalli, quelle variabili… Gli ricordarono certe letture: manuali, riviste, speculazioni scientifiche. Chiese ad Arianna quaderno e penna: sommò, sottrasse, moltiplicò. Equazioni frenetiche, le incognite e i "se". Si impallidì, col foglio in mano, per l’impossibile risultato.

Si fermò, schiena allo stipite, sulla porta dell’aula. Guardò Camilla girare ancora, ancora e per sempre nel caos del corridoio tra armadietti ribaltati, sedie a pezzi, teche infrante, bacheche e quadri spezzati sul pavimento e la folla del personale e gli studenti terrorizzati.

Non si sarebbe fermata più. Non si poteva fermare mai.

Lui, basito, tirò a Sanchini il quaderno in testa:

«Una spinta! Per scherzare! Come cazzo t’è riuscito?»

«Prof, è matto? Che cosa ho fatto?»

«Il moto perpetuo, Sanchini: sai cos’è?...»


lunedì, agosto 17, 2020

Clara Horbiger in edizione cartacea

1847, Venezia. Clara Hörbiger, un'adolescente con inquietanti facoltà telecinetiche e medianiche, si sta godendo la spiaggia insieme al padre, un colonnello dell'esercito asburgico, quando sul mare sorge un grande disco luminoso. Ma non è l'atteso plenilunio: il globo di avvicina e vomita uno sciame di piccoli velivoli che attaccano la folla dei bagnanti. Poco dopo, un esercito di esseri alieni sbarca dalla nave volante. È l'inizio dell'invasione più incredibile e inaspettata per l'impero Austro Ungarico e per i popoli della Terra.

Finalmente, dopo cinque anni di editoriali vicissitudini, ecco in EDIZIONE INTEGRALE CARTACEA il mio romanzo steampunk, anzi: IL mio romanzo steampunk. Completo di prefazione di Jacopo Berti.

Trovate il volume su Amazon. L'edizione in sei episodi in ebook è sempre disponibile presso Delos Digital.



lunedì, luglio 27, 2020

Prontuario di Scrittura


Ho raccolto in un unico volume cartaceo i miei tre prontuari di scrittura Com'è facile scrivere difficile; Com'è facile diventare un eroe e Com'è facile vivere in Atlantide; rispettivamente dedicati a fondamenti di scrittura creativa, scrittura del personaggio e worldbuilding.

Il volume è disponibile su Amazon.

I singoli prontuari in ebook sono pubblicati da Delos Digital.

lunedì, luglio 13, 2020

Non più fantascienza



Il Muro di Berlino non è mai stato abbattuto: anzi, ogni città oggi ha un proprio muro. Ciarlatani in commissioni d'esame che impediscono ai giovani di progettare un futuro. I selfie sono tutto. Tre racconti di "fantascienza sociale" non troppo di fantascienza.

Una breve antologia che trovate su Amazon in edizione cartacea.


sabato, luglio 04, 2020

Arte e Acciaio - versione cartacea



Sì, lo so: io vi capisco. Lo capisco che celebrare blasfemi riti e incrociare le lame con il nemico possa essere scomodo, con un kindle nelle tasche. Le energie demoniache potrebbero mandarlo in tilt. Il sangue può imbrattare lo schermo. Lo capisco che un necromante o spadaccino professionista abbia bisogno di una versione cartacea. Perciò, maledetti malmostosi passatisti retrogradi, luddisti, primitivi che siete, che ancora nell'Anno Domini MMXX mi chiedete ARTE E ACCIAIO in cretaceo, ehm, in CARTACEO...

Ecco la versione cartacea!

Illustrazione di copertina: Silvia Perosino. Editing: Giorgio Smoiver.

Buona lettura!

Disponibile  su Amazon

lunedì, giugno 22, 2020

Lo Zar non è morto



Un'antologia di undici storie ucroniche, fantapolitiche o semplicemente ambientate in un "tempo fantastico" che, lette una di fila all'altra, sembrano riscrivere gli ultimi cent’anni di Storia, quel lasso temporale che ci separa dalla nascita della contemporaneità e dalla scomparsa degli Zar.
Una Storia a volte bizzarra, altre assolutamente plausibile, che parte dalla fuga di Anastasija Romanova, tocca il fascismo, il Duce, la Resistenza, gli anni Sessanta, Berlinguer, fino ad arrivare ai giorni nostri e proiettarsi nel futuro, facendo ricorrere, in contesti diversi, gli stessi
inquietanti interrogativi storici e sociali.

Lo zar non è morto – Grande romanzo d’avventure è un romanzo scritto nel 1929 da un gruppo di letterati italiani provenienti da diverse correnti culturali capeggiati dal padre del Futurismo: Filippo Tommaso Marinetti. A distanza di quasi un secolo, parafrasando un celebre album dei CCCP,  curatori e autori sfidano i lettori a trovare le "Affinità e le divergenze tra il  futurista Marinetti e noi, del conseguimento della maturità letteraria".

Trovate nell'antologia il mio racconto 11 Giugno.

domenica, giugno 21, 2020

Laurasia


La Terra, settecento milioni di anni fa. Le tre stirpi dei Borei, Atlan e Lemuriani - esiliati da remote galassie cui non posseggono più la scienza per ritornare - si contendono il continente Laurasia abitato da grandi rettili e mostruose entità primeve. I tre popoli, dotati del Terzo Occhio, condividono la pratica delle arti occulte e l’impiego di spaventose e arcaiche tecnologie, in un conflitto tra antitetiche civiltà che minaccia l’esistenza del pianeta.
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Dettagli

Titolo: Laurasia

Autori: Alessandro Forlani

Copertina: Andrea Piparo

Curatore: Francesco La Manno

Grafica e impaginazione: Mala Spina

Editore: Italian Sword&Sorcery Books

Collana: Adompha n.4

Formato: digitale

Genere: sword and sorcery / dark fantasy /preistoria

Data di pubblicazione: 21 giugno 2020

Pagine: 170

Prezzo: 4,99 euro

ISBN: 978-88-944696-3-9

Introduzione di Carlo Manno Adinolfi.
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L'ebook è disponibile su Amazon

venerdì, giugno 19, 2020

Arte e Acciaio

«Impara l'Arte e trafiggili da parte a parte»

A una giovane maga di talento e un'audace spadaccina il Continente dei Cimiteri non sembrerebbe offrire opportunità. Criminali e psicopatici stregoni, antiquari disonesti e bruti tutti muscoli ed acciaio spadroneggiano a Handelbab delle Botteghe ogni giorno più corrotta e degradata. Decomposta, è meglio dire... Ma Efrin e Francesca non accettano questo stato di cose: e a costo di affrontare tagliagole e non-morti, orrori millenari e di altre dimensioni, bestie, uomini, intrighi di palazzo, paesaggi spaventosi, dare il peggio di sé stesse... Qualcosa cambierà. O in molti moriranno. Sguainate le vostre spade, leggete libri neri! Bentornati a Thanatolia!

Il problema è uscirne vivi.

Il romanzo è disponibile in formato ebook su Delos Store, Amazon e principali webstore. Illustrazione di copertina di Silvia Perosino. 


lunedì, aprile 27, 2020