giovedì, dicembre 05, 2019

Gaudete 3019 (Racconto di Natale)


Gli scrittori regalano racconti. Ed ecco il mio racconto di Natale. Lo trovate con molti altri - e quali altri! - nell'antologia Notti di Natale a cura di Luca Leone (Psiche e Aurora Editore). Buone Feste, cari Lettori. 

Caterina non si illudeva, ormai, che sarebbe sopravvissuta.
Era uscita per la pesca tra le Secche Bolognesi, aveva urtato nel cornicione o la terrazza di un condominio. La sua barca era affondata ch'era il tardo pomeriggio a duecentotré chilometri dalle Isole Appenniniche; lei, con un giubbotto di salvataggio, galleggiava all'imbrunire tra la sporcizia del Pandriatico.
Una corrente la trasportava con tonnellate di latta e plastica verso i banchi di veleno che suppuravano a sud-sud-est; tra una selva arrugginita di antiche antenne televisive, di parabole, pannelli, pale eoliche incrostate, che affioravano dall'acqua nei riverberi serali. Nei fondali limacciosi, di conchiglie e di cemento, si sgretolavano verdi d'alghe gli edifici di Faenza, di Cesena e di Forlì; granchi neri negli alberghi lungo i viali di Riccione, l'antica Rimini degli amarcord che scompariva nel fango scuro. Le rovine di un'Italia inabissata da mille anni.
Caterina era allo stremo, dolorante ed assetata. Con il fuoco sulla pelle, con il sale nella gola. E la puntura di atroci crampi nei polpacci e nelle spalle. Calò il sole, venne buio. Soffiò garbino dall'occidente. Era un giorno breve e fresco sul finire di dicembre. Lei tremò del vento umido maligno che increspò la superficie di un orizzonte già pece e nubi; l'acqua salsa, fredda e sporca le appiccicava i vestiti addosso. Era gelido. Tremendo. Tra i pensieri febbricitanti che le affollavano la mente esausta, le nebbie del dolore, ricordò i racconti folli di certi anziani di Porto Modena: sui lunghi inverni davvero ingrati del Mondo Prima e sul mito della neve - quando era mai caduta? - e le impossibili temperature dallo zero ai meno nove.
«Ma va là», scrollò le spalle, «chi le avrebbe sopportate?»
Già lì adesso, batté i denti, le sembrava di morire. Perché a breve - si incupì - sarò il pasto di verdesche.
Cielo e mare si sfumarono in un nulla vuoto e nero; molto in alto, troppo in alto, luccicarono le stelle. E all'eterno sciabordare si alternarono i gloglotti, lo sbatacchiare di bottigliette, lattine e taniche tra l'immondizia. Caterina chiuse gli occhi nell'angoscia della fine.
Il suo cadavere sarebbe stato un'immondizia tra le immondizie nell'universo deteriorato che degradava da dieci secoli, quelle vestigia imbecilli e sozze di un'estinta civiltà. Sempre che - lì maledì - poteva dirsi "la civiltà" fare sommergere e attossicare la Terra e lasciare ai propri eredi sale, plastica e petrolio. Lei, la sua tribù, nell'Arcipelago dall'Alpi all'Etna, sopravvivevano su rocce nude a tsunami di rifiuti, sotto nubi di anidride che scrosciavano d'amianto. Quale stupido poeta poteva avere sognato, un giorno, che il pianeta - quando, altrove - aveva avuto foreste verdi? Cosa sono, le foreste? E, se esistevano incantesimi taumaturgici, quel suo popolo sconfitto ne aveva persa la conoscenza. Si sentì stampata addosso una data di scadenza: 24.12 del 3019.
L'orologio da subacqueo rintoccò la mezzanotte.
Questa notte.
Affonderò.
Ma fu scossa, all'improvviso, da uno scoppio e un ululato. Poco lontano, di fronte a lei, corse in cielo un razzo rosso, che sbocciò in un fuoco intenso a illuminare un barcone piatto. Il tossito di un motore echeggiò sul mare buio, la investì l'alito caldo e il boato di un ugello. Un magnifico ragazzo con il volto e corpo eburneo, tratti olimpici e sottili su un torace lottatore, fendé la notte, calò dall'alto e le sorrise di non temere:
«Sei salva.»
Indossava - benché il freddo - solo un paio di bermuda. Ed un prototipo di zaino-razzo gli ruggiva sulle spalle. Gli occhialoni da aviatore gli proteggevano gli occhi grandi, chiari, luminosi, di una strana, seducente, spaventosa fissità. I capelli lunghi biondi, luccicanti d'acqua e luna, gli scendevano alle spalle sulle cinghie dell'ordigno.
Le tese il braccio, lei l'afferrò: ma troppo debole lasciò la presa. E ricadde tra i rifiuti come un incubo angoscioso.
Perché è questo che dev'essere - pensò - sto delirando.
Il ragazzo, più veloce, le strinse il polso, la tirò su. Con lo sguardo divertito. Senza fare alcuno sforzo. La abbracciò, riprese quota, volteggiò sull'onde nere. Quasi lei, col giubbotto e i vestiti gonfi d'acqua, non avesse nessun peso.
«Sono morta.»
L'altro rise.
«Sto sognando.»
«Starai bene. Sei esausta, un po' confusa. Ma è normale, con quello che ti è successo.»
«Tu chi sei, della Marina?»
«Sì... Non proprio... Sono solo un messaggero.»
«Bell'aggeggio, questo jet-pack.»
«L'abbiamo tutti.»
«Ma tutti chi?»
«Vai curata, adesso.»
«Grazie.»
«Sarà meglio che ti posi.»
«È il Pandriatico, non puoi lasciarmi...»
«Ci sono loro. Ti puoi fidare.»
Le indicò la grande chiatta che incrociava innanzi a loro, un barcone di migranti che dormivano sugli assi. Centinaia di persone da altri posti, tutti i posti, che navigavano sul Niente Oceano verso un'altra apocalisse. La Catastrofe è di tutti, le insegnavano i proverbi. Tra le donne coi bambini sotto coperte di lana grezza, gli ampi teli di incerata che rimbombavano al vento forte, si accucciavano a ronfare capre, asini e vitelli; con i fagotti del poco e nulla che stringeva quella gente. Caterina vide a poppa la cabina improvvisata: un rifugio di cassette, di lamiere e copertoni dove nei cerchi di torce elettriche discutevano tre vecchi, dall'incarnato di sabbie e sole e i caftani iridescenti. Il ragazzo atterrò là. La adagiò su sacchi morbidi di iuta dal profumo raro e inteso; la stordirono di sacro. Grani porpora di incenso e una resina perlacea. Tra le iute scintillava, alla luce delle torce, una ciotola di legno che traboccava di oggetti d'oro: vere, ciondoli, bracciali e medagliette.
I tre vecchi erano curvi su una cartina del Mare Italico scarabocchiata ad inchiostro rosso di indecifrabili strani segni: stelle e croci inscritte in cerchi con maiuscole insensate. Caterina, come tutti, sapeva leggere le carte nautiche: quella, tuttavia, le riusciva incomprensibile. Acqua in pentola bolliva su un fornello da campeggio, e in un angolo notò teli candidi e imballati.
Non sembrarono stupiti del loro arrivo.
«Melekh, Belshatzzar, Khazandar», li chiamò quel ragazzone.
«Gavriel, salve», gli risposero ossequiosi.
Si strinsero la mano. E seguirono il brillio del razzo rosso nel cielo nero: che scendeva lentamente, bicaudato di vapori, ad affondare nell'immondizie tra le onde all'orizzonte.
Caterina si distese in suffumigi di narghilè, di resine e di spezie. Si voltò verso il ragazzo. Lo interrogò con lo sguardo ansioso, stanco ed offuscato dubitando di quei tre, di quel carico bizzarro. Roba d'oro, sì: gioielli. Ma anche denti, le sembrava. Mirra, incenso, forse droga; la tratta infame dei disperati che dormivano sul ponte. Guardò ai pentacoli tracciati in rosso: sospettò che fosse sangue. Restò in silenzio, ma lui comprese:
«Devi credere», rispose, «certi orrori sono ciechi»; azionò lo zaino a razzo e scomparve nella notte.
La rinfrescarono, «non inghiottire: può farti male»; la medicarono. Le ferite e gli ematomi procurati nel naufragio. E le imposero le mani, colorate di tatuaggi, vizze, magre e brucianti di energia. Si sentì rinvigorire. Si sentì rigenerata.
Chiuse gli occhi alla stanchezza:
«Sono sfinita. Vorrei dormire.»
«Resta sveglia. Ancora un po'», le sussurrarono gli anziani maghi, «sta per succedere. Sei testimone.»
Restò turbata. Non li capì. Tornò seduta sui sacchi morbidi.
Udì un urlo dalla prua. I lamenti di una donna. Pianti, risa femminili che la attorniavano premurose. Occhi vivi scintillanti nella fitta oscurità. Lo sgomento di un ragazzo, con un bordone da pecoraio, che allontanava le capre e gli asini da quel lato della chiatta.
Gavriel calò dall'alto - le sembrò fosse riapparso... - le fiamme azzurre del zaino-razzo rischiararono la scena. Uno scambio concitato tra il pastore e alcune donne:
«È la mia Myrhiam! Sarò d'aiuto!»
«Sei solo un uomo, Yosef, fa' largo», lo allontanarono sbrigative. Tre di loro si affrettarono alla cabina dei guaritori, che le provvidero dei teli candidi e della pentola d'acqua calda.
Ritornarono alla prua. Sgomberarono la folla.
Su un telone in pvc, là, sul fondo della chiatta, era stesa una ragazza che strillava intenta al parto. Le tenevano la mano, le asciugavano la fronte, la pulivano dal sangue che le macchiava le cosce brune ed il grembo, del sudore sulla pelle e su quei folti capelli neri. La consolavano con canti antichi sulla Vita e sulla Terra.
Quella Myrhiam doveva avere sedici anni, forse meno. Era brutta, denutrita, con un abito a brandelli. E gridava in quella notte per l'atroce sofferenza. Ma è bellissima, lei pianse. Si alzò d'impulso - col fuoco dentro - e le andò accanto con l'altre donne. Intrise i teli con l'acqua calda. Sotto gli sguardi impotenti e muti degli uomini là a bordo. Facce dure e volitive. Le pistole al cinturone. Coi coltelli nelle tasche, con la rabbia nelle braccia. Con gli insulti e le menzogne trattenute tra le zanne. Ma che restarono a testa china senza forza né parole.
Davanti a loro la barca piatta fendette i cumuli di sporcizia: sotto gli strati di latta e plastica bollì il bruno del petrolio, e dei viscosi veleni chimici che scivolarono sullo scafo. Quelle macchie assomigliavano a volti verdi di spettri che il riflusso delle onde distorceva di rancore, protestavano alla morte le promesse di trionfo.
Myrhiam, pallida, sudata, insanguinata, strinse i denti e giurò feroce che avrebbe vinto, sarebbe nato. Che né il bambino né loro o il mondo si sarebbero mai spenti.
Belshatzzar portò la torcia perché avessero più luce, e si sedette sul parapetto giusto dietro la ragazza. Il cerchio bianco di raggi elettrici la ammantò, la incoronò.
Tra quelle gambe spuntò la testa. Le vene rosse. Riflessi d'oro.
«Buon Natale, Caterina», le augurò l'anziano mago. Anche Gavriel, spento lo zaino-razzo, si asciugò gli occhi lucenti in ginocchio sulla chiatta. Cantò versi in un idioma che non credeva esistesse più:
«Gaudete, gaudete...»
«Buon... che cosa?», lei rispose, col cuore gonfio di ignota gioia. Levò lo sguardo alle stelle in cielo: le sembrarono perfette.



venerdì, novembre 22, 2019

Notti di Natale


Italian Sword&Sorcery non solo in libreria, ma anche nelle scuole.
L'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery è orgogliosa di comunicare l'uscita in libreria di Notti di Natale, antologia cartacea curata da Luca Leone e pubblicata da Psiche e Aurora, che presenta racconti, poesie, fiabe e saggi relativi al Natale in cui compaiono alcuni dei più importanti scrittori della letteratura classica mondiale e italiana come i fratelli Grimm, Oscar Wilde, Arthur Rimbaud, Fëdor Dostoevskij, Arthur Conan Doyle, Luigi Pirandello, Gabriele D'Annunzio, Umberto Saba e Giuseppe Ungaretti.

Insieme a questi grandi autori L'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery partecipa con Gianfranco de Turris, Nicola LombardiAlessandro ForlaniAndrea Gualchierotti e Francesco La Manno.
Il libro, ideato e voluto da Luca Leone, sarà disponibile non solo nelle librerie e in tutti i distributori online, ma verrà anche inserito nei programmi didattici di alcuni istituti scolastici del Centro/Sud Italia.
SCHEDA DEL VOLUME
Titolo: Notti di Natale
Autori: AA VV
Curatore: Luca Leone
Editore: Psiche e Aurora
Collana: Il racconto di Natale
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 1 gennaio 2020
Pagine: 224 p.
EAN: 9788889875667
Prezzo: 13,00 euro

SINOSSI
Fino alla prima metà del XIX secolo il Natale veniva celebrato essenzialmente come festa religiosa. Con Charles Dickens le suggestioni e l'atmosfera natalizia cambiano, influenzando le opere dei maggiori scrittori della seconda metà dell'Ottocento e del primo Novecento. In questa antologia sono riportati venticinque tra i lavori più significativi di autori italiani e stranieri: nelle loro opere lo "Spirito del Natale" rivive con i temi sociali, le indagini di Sherlock Holmes, il Verismo e anche la fantascienza. Non mancano storie, tradizioni dal mondo e curiosità legate a personaggi illustri come Giuseppe Mazzini e la regina Margherita. Il volume, curato da Luca Leone, raccoglie i lavori natalizi di Alcott, Barbiera, Collodi, Conan Doyle, D'Annunzio, Deledda, De Marchi, de Turris, Dostoevskij, Forlani, Gozzano, Gualchierotti, Henry, La Manno, Lombardi, Martella, Pasternak, Pirandello, Rimbaud, Saba, Ungaretti, Wilde, dei fratelli Grimm e di altri scrittori, ordinati nelle sezioni: Natale in Italia, Natale nel mondo, Fiabe della festa, Poesie di Natale, Articoli d'epoca, Immaginario contemporaneo, Il saggio.

giovedì, novembre 07, 2019

Zothique n. 3




Nuovo numero di Zothique, rivista dedicata alla letteratura weird, con racconti inediti e approfondimenti sui migliori scrittori del genere. Apre questo terzo appuntamento un saggio di S.T. Joshi, massimo esperto mondiale di letteratura fantastica, che ci parla di com’è avvenuto il passaggio dal gotico al weird, e di scrittori e opere fondamentali da riscoprire. Il dossier di questo numero è dedicato a Algernon Blackwood: ce ne parla Matteo Mancini in un lunghissimo saggio in cui analizza tutta la sua produzione apparsa in Italia; e poi bibliografie, saggi, e ben due ghost-stories inedite dello scrittore. A seguire articoli, approfondimenti, e racconti in prima traduzione italiana di Clark Ashton Smith, E. Hoffmann Price, Robert E. Howard, nomi ben noti agli appassionati di “Weird Tales”. Il tutto in oltre 230 pagine e formato più grande.

All'interno il mio racconto Pasto d'Ombre, già vincitore del Premio Innsmouth. Devo ammettere che trovare il mio nome in copertina accanto a quello di "quei quattro tizi" mi mette un po' in soggezione. 

martedì, novembre 05, 2019

T - recensione di Caterina Franciosi

Recensione di Caterina Franciosi dal blog Il Salotto Letterario

Nell'Italia del 2025 essere uno sfaccendato è diventato un crimine. Dopo l'istituzione del Pointless Act, i NEET (not in education, employment or training) vengono internati per ordine della sinistra neuroscienziata Clara Muttertod e costretti a vivere in un limbo mentale pieno di orrori. E proprio un gruppo di NEET e di altre strane creature più o meno umane sono i protagonisti di T: loro malgrado si ritroveranno prigionieri delle spire della dittatura della Necromadre e costretti ad affrontare i loro peggiori incubi. 

Un romanzo disturbante e di un realismo preoccupante, quello di Alessandro Forlani, che volutamente porta ogni aspetto sociale all'esasperazione in una feroce satira del mondo moderno. T non è un libro semplice, né tantomeno rilassante. Si tratta di un romanzo che richiede tutta la vostra attenzione ma che non vi lascerà di certo insoddisfatti o privi di spunti di riflessione. Il lettore si troverà davanti una lettura sì "scomoda" - a tratti quasi spaventosa per l'intensità con cui i temi vengono trattati - ma allo stesso tempo anche ricchissima di riferimenti, dettagli e significati più o meno sottesi provenienti dal mondo letterario, da quello cinematografico o addirittura da quello dei giochi di ruolo, a dimostrazione dell'abilità dell'autore di poter plasmare la narrazione attingendo da ambiti anche molto diversi fra loro.
Ad esempio, i NEET hanno cartelle cliniche in cui, invece dei canonici dettagli ospedalieri, sono riportate caratteristiche quali forza, costituzione, saggezza e intelligenza, quasi fossero personaggi da gdr; uomini e donne sono attaccati ad un'enorme macchina che ricorda quella della saga di Matrix, che li rinchiude nella realtà alternativa del continente di Thanatolia (l'oscura terra di negromanzia e sepolcri creata da Alessandro Forlani e Lorenzo Davia), una realtà il cui confine è labile e che molto spesso si fonde con quella del nostro mondo, proprio come accade in Ubik di Philip K. Dick, in cui la linea di demarcazione fra ciò che è illusorio e ciò che non lo è non è sempre così facile da distinguere. In T, l'autore gioca su questa ambiguità, sovrapponendo e intersecando i diversi piani temporali e spaziali, intrappolando l'umanità in qualcosa di "oltre" e costringendola ad una letale partita a scacchi in cui le pedine sono solo schiave di un'entità oscura e venefica.
T è un romanzo di genere che potremmo definire ibrido, un connubio tra fantascienza distopica e fantasy S&S, caratterizzato dall'inconfondibile stile "cinematografico" di Alessandro Forlani: neologismi come "avvoltuomo", parole quasi onomatopeiche e ricche di suoni insoliti, registri diversi a seconda delle situazioni descritte, un ritmo serrato e reso ancora più incalzante dai dialoghi che creano una narrazione vivida, quasi tangibile. Scene, ambientazioni e personaggi sembrano quasi ricreare dei veri e propri tableaux vivants, che emergono dalle pagine e si animano intorno a noi, si incarnano in un film nero e orrorifico in cui i peggiori incubi del lettore sembrano diventare realtà.


T in ebook e cartaceo su Amazon

lunedì, novembre 04, 2019

Contando i fiori sul muro

No, non ho smesso di scrivere. Anzi. Purtroppo (anzi: per fortuna) i racconti e romanzi a cui lavoro sono tutti commissionati o precettati da editori, che impongono giustamente l'inedito e mi vietano perciò di pubblicarli qui sul blog.

Un po' mi dispiace che Il Grande Avvilente sia diventato una semplice vetrina delle mie pubblicazioni e una bacheca di recensioni e notizie che le riguardano e non sia più la "prima edizione" delle mie storie... ma comprenderete che ciò, per un autore, è solo positivo.

Ma insomma: ad oggi, per quest'anno - impegni e beghe varie permettendo - ho già scritto quindici racconti ("fatta la media?"). Tre (La cura delle cose; Voglio vederti danzare e I Wanna marry a lighthouse keeper) li trovate nelle antologie Delos Fanta-Scienza; La scure e i sepolcri e nella silloge Kipple La prima frontiera. Uno è in lista d'attesa per uscire sulla rivista "Dimensione Cosmica".

Un altro - una storia di fanta-archeologia "alla Martin Mystere" - lo troverete in un'antologia di prossima uscita dedicata alla mitologia assiro-babilonese (se ben rammento: gennaio o febbraio 2020).

Un altro è destinato a una raccolta di "fantascienza sportiva" (gennaio 2020) cui solo ora che scrivo ricordo di aver partecipato; un altro ancora a un'antologia di "fantascienza politica", di cui però non so dire la data di uscita.

La maggior parte sono i "racconti in forma di capitoli" (o viceversa) del romanzo "sword & sorcery triassico" che spero uscirà nel maggio 2020. "Spero" nel senso che sta solo a me consegnare in tempo i due capitoli mancanti!

Ci sono poi altri due progetti (uno previsto per dicembre di quest'anno, l'altro per l'estate di quello a venire) di cui non posso ancora dire nulla ma che sono i più importanti...

... sempre che in questo piccolo mondo della narrativa fantastica italiana - appartenente come tutti e tutto a questa piccola palla di terra ed acqua salata sospesa nel nulla - qualcosa abbia davvero importanza.



venerdì, ottobre 04, 2019

La Prima Frontiera

La prima frontiera è disponibile da oggi lunedì 7 ottobre, nella curatela antologica di Sandro Battisti, su www.kipple.it e nelle principali librerie online, in formato digitale e cartaceo. Copertina a cura di Ksenja Laginja.
Ventuno racconti del fantastico esplorano con intense suggestioni cosa può accadere nei mondi lontani dall'umano, in tutti quei territori dove regnano l'inumano, lo strano e il diverso. La prima frontiera è un viaggio attraverso il mutamento delle percezioni nel weird, dove il concetto di "diverso" si allontana da quello che abbiamo sempre immaginato.

GLI AUTORI
Ventuno storie di esperienze inumane raccontante da Bruce Sterling, Lukha B. Kremo, Giovanni De Matteo, Giovanna Repetto, Luigi Musolino, Alessandro Forlani, Pee Gee Daniel, Mario Gazzola, Uduvicio Atanagi, Domenico Mastrapasqua, Irene Drago, Roberto Furlani, Federica Leonardi, Matt Briar, Linda De Santi, Alex Tonelli, Maico Morellini, Marco Milani, Marco Moretti, Ksenja Laginja e Danilo Arona.

Traduzione del racconto La lampada da lavoro di Bruce Sterling, a cura di Salvatore Proietti.

Nel volume trovate il mio racconto inedito Il cosmo oltre il calcolo del tempo.


martedì, ottobre 01, 2019

Altri Futuri

È la prima volta che in Italia esce un'antologia del tipo The Year's Best Science Fiction, con i migliori racconti della fantascienza italiana indipendente usciti nel 2018. Grazie a tutti gli editori, i curatori e gli scrittori che ho letto e che hanno aderito a questo folle progetto, nonché a Delos Digital per aver dato forma concreta all'antologia.



lunedì, settembre 30, 2019

Fanta-Scienza

È arrivato il momento del grande annuncio. Sta per uscire Fanta-Scienza, un'antologia diversa dal solito.

Il punto di partenza sono state otto interviste con ricercatori dell'ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA, che ci hanno parlato dei possibili sviluppi futuri del loro campo: Francesco Nori per la robotica, Marco De Vivo per la chimica farmacologica, Barbara Mazzolai per la tecnologia bioispirata, Paolo Decuzzi per la medicina di precisione, Guglielmo Lanzani per l'elettronica indossabile, Alberto Diaspro per la microscopia, Athanassia Athanassiou per i nuovi materiali, Davide De Pietri Tonelli per la biologia cellulare.
Da ognuna di queste interviste uno scrittore di fantascienza si è lasciato ispirare per scrivere un racconto. Hanno partecipato Paolo AresiSerena M. BarbacettoFranci ConfortiAlessandro ForlaniLukha B. KremoMarco PassarelloAlessandro ViettiAndrea Viscusi e, con un racconto "speciale", Piero Schiavo Campo.
La copertina è del mitico Franco Brambilla.
A breve avete notizie sull'uscita del libro, sulle presentazioni, e sul contenuto!


lunedì, settembre 23, 2019

Altri Futuri e Fanta-Scienza: due antologie


Sono già disponibili sui webstore, in cartaceo ed ebook, tre delle due antologie di fantascienza con cui concludo quest'anno di scrittura e pubblicazioni. La prima è Altri Futuri:


Quella che vi accingete a leggere è un’antologia destinata ad entrare nella storia della fantascienza: si tratta della prima The Year's Best Science Fiction italiana. Questo genere di raccolte sono ormai una tradizione sul mercato anglosassone, dove curatori come David G. Hartwell e Gardner Dozois ne hanno fatto un appuntamento irrinunciabile per i lettori di lingua inglese e che anche i lettori italiani hanno potuto apprezzare. Altri futuri contiene i migliori racconti italiani apparsi singolarmente in formato elettronico, su riviste, antologie collettive e personali pubblicati dagli editori indipendenti nel 2018. Le storie che presentiamo contengono tutte le sfumature della speculative fiction e possono essere considerate uno "stato dell’arte" della fantascienza italiana.

Partecipo alla raccolta con il racconto Riscatto; già apparso su "Dimensione Cosmica" Anno I, n.1 - 2018.
L'altra è Fanta-Scienza:

Racconti di Paolo Aresi, Serena Barbacetto, Franci Conforti, Alessandro Forlani, Lukha B. Kremo, Marco Passarello, Alessandro Vietti e Andrea Viscusi ispirati da colloqui con ricercatori dell'IIT - Istituto Italiano di Tecnologia. Prefazione di Roberto Cingolani.

Partecipo alla raccolta con l'inedito La cura delle cose: un racconto di fantascienza sociologica sul tema dei materiali coltivabili.

venerdì, settembre 13, 2019

La Scure e i Sepolcri - recensione di Zeno Saracino

Recensione di Zeno Saracino dal blog Cronache Bizantine


Quand'ero bambino i miei genitori mi portavano spesso in cimitero: dapprima dalle fioraie decrepite all'ingresso, in seguito salutando quel golem del guardiano e infine presso una o più tombe di lontani parenti, a piantar fiori e biascicare preghiere.
Ricordo con grande fascino il cimitero e tutt'ora, se ho modo di visitarne uno, durante un viaggio, mi ci reco volentieri.
La stratificazione di tombe e cenotafi, di edicole e lapidi, esprime meglio di tanti libri lo scorrere inevitabile del tempo e la (vanalotta di conservare la memoria.
Dapprima ingiallisce la foto, poi scompare la dedica, infine è il nome a sbiadire via, prima di scomparire definitivamente, inghiottito dall'iniziale di un nome illeggibile, financo all'ombra di uno stemma araldico.
Concludendo con le tombe dove solo una croce di legno marcisce nella terra dei morti, prima di trasformarsi in uno spiazzo erboso, delimitato da pietre seppellite dal verde.
Ho sempre compatito chi rifiuta di visitare i cimiteri, così come chi frequenta quelli americani, con quell'egualitaria e deprimente schiera di croci bianche senza passato.
Non voglio negare che il cimitero sia un luogo doloroso, ma l'ho sempre considerato espressione della storia di una civiltà; di una nazione, di un popolo, di una città.
Dopotutto, a inizio ottocento, Ugo Foscolo dei Sepolcri osservava il rapporto sano e razionale degli anglosassoni con i propri morti, lontano dall'adorazione morbosa dell'italiano fermo al medioevo.
Affermazione, certo, discutibile e patriottica, volta a convincere un popolo assai poco "popolo" a sacrificare quanti più figli alla patria, senza piangerli troppo, senza vederci fosco(lo).
Tuttavia la contrapposizione dipinta da Foscolo era quasi fantastica, nella sua estremizzazione; da un lato i cimiteri inglesi, ariosi e lontani dal nucleo urbano; dall'altro quelli italiani, portatori di morbi e sporcizia, incastonati nel cuore della città, persino inseriti quali lapidi nel pavimento delle cattedrali. Il cimitero era qui presente come un ammasso di ossa e teschi, uno strato dopo l'altro.
Una visione gotica e come tale, per noi amanti del fantasy, irresistibile.

Scrivo questo, perché all'interno del mondo di Thanatolia, finora solo Alessandro Forlani ha trasmesso quell'inquietante stratificazione storica che ritroviamo nei cimiteri europei, laddove più secoli e civiltà si confondono e accavallano.
Mentre nelle altre novelle e romanzi di Thanatolia il cimitero compare nella forma di un dungeon classico, che riecheggia le avventure nella piramide egizia o nella cripta da saccheggiare, solo con Forlani c'è un autentico ecosistema funereo, una mortifera cultura nera.
Il cimitero non è – perdonatemi! – un luogo morto. Tuttora nei cimiteri succedono più cose di quanto uno abbia il piacere di pensare: nella sola Trieste c'erano le usuali coltivazioni di marijuana, ma non sono mancati eventi bizzarri, dall'occasionale cultista che pratica riti, alla donna che ritrovandosi chiusa in un'edicola ha dovuto spogliarsi per cercare di attirare l'attenzione di chiunque passasse.
Il cimitero, luogo vivo per eccellenza.
A fianco dell'elemento storico, la Thanatolia di Forlani è l'unica a presentare qualcosa di più di una tomba, o una fossa, o una cripta. Troviamo invece filari di cipressi, chiesette, edicole votive, fosse comuni, gallerie e claustrofobici cunicoli nel profondo della terra, statue, fontane e così via...
E la scelta di Forlani di prediligere un'ambientazione alle soglie dell'età moderna, con le prime pistole e i primi archibugi, ma lontana dall'essere civilizzata, garantisce quella sporcizia, quel lercio assente nelle altre opere di Thanatolia. Le pire bruciano fumo nero denso di ossa e carne marcescente, i preti agitano incunaboli d'incenso, le cripte puzzano di putrefazione e magia nera.

Ma cos'è Thanatolia, vi domanderete.
È un mondo fantasy dominato dalla morte: lontana dalla contea degli Hobbit o dall'Inghilterra della Guerra delle Due Rose di Martin, Thanatolia è un immenso continente, dalla forma di un teschio.
Qualsiasi tomba, qualsiasi defunto, qualsiasi cenotafio mai vergato confluiscono, per un'imperscrutabile causa cosmica, a Thanatolia, la quale effettivamente è un unico, grande cimitero.
Non c'è anima viva, qui: letteralmente.
A un capo del continente troviamo l'unica città abitata dai vivi, Handelbab. E traversando l'intera, infernale, distesa di tombe e morti che non vogliono riposare, l'altra grande città, Tijaratur.
Non solo cimiteri, tuttavia, perché troviamo anche giganteschi, mostruosi crematori, con il Deserto di Cenere. E infine, laddove le acque lambiscono il necro-continente, troviamo il Mar dei relitti, dove ogni sfortunata nave della storia approda con il suo carico di ciurme non-morte.
La civiltà umana pertanto ha trovato ricchezza e sostentamento proprio nel commercio dei gioielli e dei tesori nascosti nel continuo, inesausto flusso di tombe e sarcofagi in arrivo a a Thanatolia.
Tombarolo a Thanatolia non è certo un insulto, ma un onesto lavoro. E come si può immaginare, sono i negromanti i veri "re" di Thanatolia, i veri padroni dell'ambientazione. 



Negli ultimi mesi l'instancabile casa editrice Delos ha scelto di pubblicare, dietro la supervisione esperta di Alessandro Iascy, una collana di novelle e brevi romanzi a tema heroic fantasy.
Una narrazione veloce e brutale, un setting accattivante e lurido, una storia con colpi di scena e tanta, tanta azione. Quel genere di storie – semplici, ma oneste – che un tempo avremmo letto sulle pagine ingiallite di una rivista pulp.
Leggere storie belle, avvincenti; sopratutto leggere per il piacere di farlo, non per un dovere culturale o per essere "in" sui Social. La collana Heroic Fantasy annovera parecchie opere che proprio da Thanatolia traggono la propria ambientazione e non è certo un caso, perché l'universo condiviso di Lorenzo Davia ha rivelato un'insospettabile tenacia, degna di uno zombie, nell'agguantare scrittori dalle più diverse frange letterarie.
In tal senso la scelta di partire con uno scrittore del calibro di Alessandro Forlani è programmatica, perché mette il lettore a fronte di uno stile di scrittura e di un worldbuilding sofisticato, epperò totalmente connesso a un gusto per l'azione brutale e per l'avventura raro a trovarsi.

Malquist è un mercenario al soldo, niente più che un barbaro con un'ascia e decenni di esperienza nello schiantare porte, affettare mostri e fuggire col loot. È un illetterato, ma non è nemmeno un primitivo: sa come comportarsi nella giungla urbana, come orientarsi tra buoni e cattivi affari.
Forlani disegna un uomo semplice, disinteressato a grandi obiettivi: non è il Conan che vuole essere re, né un prescelto degli dei, né l'inconsapevole figlio di un nobile. È solo un soldato a cui piace il proprio lavoro che alla pari di ogni buon mercenario spende la sua paga in soldi e vino.
Esito a definirlo "barbaro", perché siamo più nell'ambito del tombarolo con i muscoli. Non c'è alcun legame con la natura, solo tanto coraggio e come preannuncia il titolo, una scure.

Lo stile di scrittura di Forlani è lontano dalle espressioni più astruse di alcune precedenti opere, rivelandosi fluido e complesso, ma senza esagerazioni.
A confronto con altri racconti, compaiono espressioni cantilenantiquasi ritornelli.
Le descrizioni come sempre sono molto attente ai singoli dettagli, non solo visivi, quanto propriamente sonori. Ho trovato invece brutto e irritante l'uso degli aggettivi a cascata, spesso due o tre nell'arco di una frase. Quando accompagnano le parole o l'azione di un personaggio sono particolarmente sgradevoli: se ad esempio una fanciulla arrossisce e trema, capisco immediatamente che è imbarazzata e spaventata, specie considerando il contesto. Trovo superfluo aggiungerlo a posteriori.



Il primo racconto - Dodici Padroni - vede Malquist accompagnare un professorone della città alla ricerca di un sepolcro che rivelerà una letale sorpresa.
Una miscela di magia nera e tecnologia preapocalisse. I nemici del racconto sono fantasmi: ricordano i negromanti dei Senza-Tempo, perché disperatamente aggrappati a una non-vita, paurosi di compiere l'ultimo passo. Sono uomini di scienza che rifiutano di mollare, che sacrificano cervelli in fuga per sopravvivere. Rispetto ai Senza-Tempo, questi fantasmi sono stanchi, esausti: solo la curiosità li mantiene (letteralmente) in vita.

Come sempre notevoli le descrizioni:

Al comando di uno spettro gli ingranaggi si attivarono: le cremagliere, le ruote e i cardini ticchettarono e frinirono, polverizzando le incrostazioni e le radici negli interstizi. Uno scroscio di licheni, ghiaia, polvere e terriccio; crepe aperte tra le volte, le pareti e il pavimento. La porta lucida si aprì ronzando su un corridoio di luce azzurra, l'ultimo spettro fluttuò al di là con il compare fra le braccia.

Un patto nelle tenebre presenta un Malquist alla sua prima avventura a Thanatolia con la compagnia di un'accozzaglia di mercenari l'uno più scafato dell'altro. L'obiettivo è una lurida cripta, infestata dalla magia più nera immaginabile. Il tema del cannibalismo si mescola bene  a un'ambientazione quale Thanatolia, con descrizioni truculente e maestose.
Il lessico utilizzato mi ha ricordato l'uso di certi registi di una pellicola volutamente sporca e corrosa, lontana dalla pulizia dell'alta definizione.
Se la storia è banale, gli scambi di dialoghi sono spassosi, ricchi di inventiva nella contrapposizione tra Malquist e il mago suo compagno:

– È un marchese dell'inferno – Comedius lo avvertì – ma è solo una metafora che abbia un regno su questo piano.
 – Le metafore non mordono.
– È la ragione per cui siamo qui: se si è insediato materialmente su questo tumulo è perché i varchi si sono aperti, la realtà s'è assottigliata; gli araldi demoni verranno per primi, li seguiranno le regine e i re…
– E poi che cosa? Il settebello e la briscola? Parla comprensibile, mago, ché mi incasini.
– … dopo di loro un'imperatrice: La sfiderò; e una volta che l'avrò sconfitta potrò prendere il suo posto…
– Sono ignorante: che cosa c'entra con…
– Santi déi, guerriero! Non conosci la cavalleria?!
– La si combatte chiusi in quadrato con le picche e le balestre – Malqvist si risentì – che altro c'è da sapere?

Chi di spada ferisce è un altro racconto dell'antologia di Thanatolia, recuperato ad uopo.
Malquist deve assistere la figlia di una famiglia di nobili intenta a vendicare il fratello morto per un inganno durante un duello d'onore. La figlia pratica la magia, la vicenda coinvolge spade demoniache e tenebrose presenze... insomma è una classica storia di vendetta e investigazione, sebbene con un macabro twist finale.
Ho apprezzato come Forlani sottolinei ripetutamente l'analfabetismo di Malquist, il quale non è solo un dato caratteriale, ma lo danneggia nella sua comprensione dell'ambiente circostante.



Se i primi racconti non brillavano per il senso di ottimismo, ma rimanevano storie con un happy ending (well, sort of...) e una struttura tradizionale, gli ultimi due sperimentano con stili e argomenti, trascinando Malquist suo malgrado in territori imprevedibili.
Personalmente li ritengo i migliori di quest'antologia, sebbene siano i meno appartenenti all'ambientazione di Thanatolia.

Voglio vederti danzare propone un Malquist stanco, insolitamente confuso e depresso. Un'avventura nelle cripte non è andata come doveva: il negromante ha macellato i suoi compagni, l'ha scacciato, l'ha maledetto. Il guerriero un tempo senza paura è ora un uomo confuso e mentalmente instabile, incapace di distinguere tra realtà e finzione.
Forlani descrive efficacemente la confusione di un protagonista che in realtà anche nei racconti precedenti si era rivelato un uomo confuso su cosa volesse fare della propria vita, a suo agio sì nel combattimento, ma incapace di fornire una direzione alla propria vita.
È davvero un bel racconto, Voglio vederti danzare, ma non lesina sulla depressione.
Il colore dell'intera storia è grigio, nero: il finale magnifico e terribile.

Un messaggio a una ragazza acchiappa Malquist e lo scaraventa da tutt'altra parte: niente meno che in Palestina, al tempo degli antichi romani. La maestria di Forlani è tale che il luogo, così come i romani stesso, non vengono mai menzionati: eppure il lettore comprende immediatamente quale sia il luogo, quale sia il secolo. Piccoli indizi, brevi descrizioni, strizzate d'occhio dello scrittore lasciano indovinare dove si trovi Malquist, ma senza mai eccedere: viene tutto mostrato, senza paragrafi di infodumping. Una mossa di grande eleganza.

Se insisteva per persuaderli, spergiurando le sue imprese, intervenivano quei miliziani vestiti in rosso con corte spade, giavellotti, quattro lettere indecifrabili sugli umboni degli scudi: S, P e Q R; va' a capire che significa… Tizi bassi, ma tignosi, ed addestrati coi controcazzi; legionari di un impero che dominava su quelle terre.

La prospettiva, infatti, rimane saldamente ancorata alle spalle del protagonista, filtrato dal suo sguardo di barbaro abituato a magie&mostri.

L'appuntamento era innanzi il tempio: era facile, fin qui. Questo popolo un po' tirchio, molto astuto negli affari, era avaro anche di fede, ché adorava un dio soltanto: – Ci si risparmia nei sacrifici, ci sono meno solennità. Tranne il sabato, che è sacro – il taverniere gli aveva detto: la prima sera del suo soggiorno senza un goccetto né lo stufato. Va' che usanze, poveracci!

Se Malquist è a Nazareth, quando la Palestina era un'organizzata provincia romana...
Non è difficile immaginare la direzione del racconto che non spoilero, perché merita davvero.
E' un finale da dio per un'antologia di racconti sicuramente insolita, specie in un panorama editoriale più morto che vivo (ma per chi vive a Thanatolia, questo è un bene....)

Bibliografia
Gilbert Gallo, ti ho rubato l'espressione Axe & Sorcery: chiedo perdono!