lunedì, febbraio 19, 2018

Un'intervista sul Corriere Adriatico

Illustrazione di Tiziano Cremonini

La battaglia del Metauro in chiave storico-fantasy

Sarà Alessandro Forlani a raccontare in chiave storico-fantasy la Battaglia del Metauro: lo scrittore pesarese è stato scelto da Watson Edizioni (Roma) come uno dei protagonisti dell'antologia sword & sorcery ispirata all'antica Roma, che uscirà a tarda primavera. Ma non finisce qui, Forlani rappresenterà le Marche anche per un'antologia di racconti fantastici sul folklore regionale: 20 regioni italiane, 20 autori, 20 racconti, a cui parteciperà con un racconto, ambientato alle pendici dei monti sibillini, sui mazzamurelli, malevoli folletti della tradizione marchigiana.
Docente di sceneggiatura e scrittura creativa presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata e istituti privati, Forlani ha vinto il Premio Urania 2011 e il Premio Kipple 2012 con il romanzo I Senza-Tempo e il Premio Urania – Stella Doppia 2013 con il racconto Materia Prima. Pubblica per Delos Digital, Ailus e Watson. Fra i suoi titoli principali: Eleanor Cole delle Galassie Orientali; Clara Horbiger e l’Invasione dei Seleniti; Il Mondo nel Tramonto e Arabrab di Anubi. I suoi prontuari di scrittura creativa Com’è facile scrivere difficile; Com’è facile diventare un eroe e Com’è facile vivere in Atlantide sono ormai dal 2014 fra i più venduti su Amazon. Ha creato con Lorenzo Davia il progetto di scrittura condivisa "Crypt Marauder Chronicles": un’ambientazione sword & sorcery cui hanno aderito molti autori italiani.
Come imposterà il racconto fantasy della battaglia del Metauro?
<Il racconto è incentrato sul prologo dello scontro: l' "impossibile" marcia di circa 60 km al giorno del Console Gaio Claudio e dei suoi 7000 soldati per raggiungere la guarnigione di Marco Livio a Senigallia e affrontare insieme le forze di Asdrubale. L’ipotesi fantasy è che l’esercito romano sia riuscito nell'impresa grazie a un sinistro incantesimo.>
Molti comuni dell’entroterra fanese si contendono il luogo esatto della battaglia, quale sarà il suo punto di riferimento?
<Penso di ambientare la battaglia nei pressi di Serrungarina, Fosso Sant’Angelo e Monte Rosario: sto ancora confrontando i testi, e approfitto della consulenza storico-militare di un amico rievocatore del gruppo Teuta Senones, Alessandro Allegrucci.>
Fantasy e fantascienza, esistono labili confini?
<Amo molto mischiare i generi: scrivo steampunk a tinte horror o fantascienza con elementi fantasy, per esempio. Per altri autori e soprattutto lettori, tuttavia, i confini sono molto rigorosi.>
Per l’antologia sul folklore regionale racconterà di folletti dei Sibillini, come si è documentato su questo?
<C’è un’infinita letteratura sul folklore regionale. Se devo scrivere di questi temi di solito faccio riferimento a un saggio di Dario Spada pubblicato anni fa, e da lì approfondisco le ricerche. Ove possibile, anche un’escursione sul posto per percepire e poi restituire al lettore certe atmosfere è molto utile.>
In molti storcono il naso parlando di letteratura di genere, ma in realtà è un modo con cui si può raccontare anche il presente?
<Credo che la letteratura di genere abbia esattamente questo scopo.>
C’è un nuovo movimento letterario che rilancia il genere heroic fantasy?
<Ci sono attualmente in Italia molti nuovi, validi e interessati autori, editori e illustratori decisi a dare nuovo vigore e diffusione allo sword & sorcery. Grande merito va a organizzatori quali Alessandro Iascy e Francesco La Manno. Costoro si sono prefissi dei precisi obiettivi artistici e editoriali e in alcuni casi si sono espressi con veri e propri "manifesti" (penso per esempio a una gloriosa rivista di recente tornata sugli scaffali, "Dimensione Cosmica"; al picaresco gruppo "Ignoranza Eroica" promosso dagli scrittori Luca Mazza e il riccionese Jack Sensolini e all'antologia "Zappa & Spada", a cura di Mauro Longo, che si propone di lanciare il genere "spaghetti fantasy"). Quindi sì, penso si possa parlare di un movimento letterario.>
È più difficile scrivere "su commissione"?
<Io trovo sia più facile: scadenze e direttive editoriali ti costringono a rispettare una tabella di marcia. Commissione non significa, tuttavia, che l’autore non sia libero di esprimersi. L’editore intelligente di solito ti affida un tema, e ciò che vuole è esattamente che l’autore lo elabori nei modi e con gli argomenti che gli sono propri.>
Il suo è uno stile ormai inconfondibile: è questa la chiave del suo successo?
<Alcuni lo apprezzano molto, altri mi hanno tacciato di scrivere in modo eccessivamente barocco. Il fatto che il noto sito di scrittura "Minuti Contati" abbia deciso, mesi fa, di dedicare alla mia prosa tanto particolare uno dei suoi contest letterari mi fa pensare che il mio lavoro sia ormai piuttosto conosciuto e valutato per la sua originalità.>
Elisabetta Marsigli (InScena)

venerdì, febbraio 16, 2018

Trasmigratori - un racconto per Mauro Longo


Due dediche letterarie consecutive! Stamane Mauro Logo ha pubblicato sulla mia bacheca questa foto del Palazzo della Civiltà Italiana al quartiere EUR di Roma, con tanto di commento di quelli che manderebbero in brodo di giuggiole qualsiasi aspirante scrittore: "sai che sei un autore capace di lasciare una certa impronta, quando qualcuno vede una roba speciale e la associa istintivamente a te. Oggi ho visto questa e ho deciso che dovrebbe essere un racconto di Forlani."
Ed ecco subito un racconto per Mauro (anche questo, come quello sul museo egizio di alcuni giorni fa, suggerito da fatti e minacce incombenti). Buona lettura.

I quattro uomini scaricarono il frigorifero dall'autocarro, col fazzoletto premuto ai labbri ne controllarono il contenuto: l'incerata di una tenda - grigioverde militare - luccicò nel plenilunio di una poltiglia di umori e brina:
«Cristoiddio com'è ridotto! Non è possibile che quel santone...»
«Dobbiamo credere, ed obbedire. E in quanto al mago... sa far di peggio.»
«Ma la ragazza è restata appesa.»
«C'era posto per lui solo.»
Amedeo lasciò il veicolo incustodito lì sul Concordia, le portiere ed il cassone spalancati ai ladri d'auto.
«Ce lo fottono, sei scemo?»
«Non farebbe un altro metro, cade a pezzi, non vedete? E' già un miracolo che da Milano sia arrivato fino qui.»
E bestemmiarono, col frigo in spalla, fino al portico marmoreo: era impossibile portarlo in cima. Trascinarono la salma, per le scale del Palazzo, fino al salone del sesto piano dove attendeva quel tizio strano.
«Mi dà i brividi.»
«Coraggio.»
«Camerati, non è umano.»
Gustavo Rol li fissò in silenzio. Gli squadristi, impalliditi, si sentirono trafitti; un ago gelido epperò infuocato trapassò le loro menti.
«Il suo cadavere va sotto l'arco»: indicò loro quei finestroni.
«Lo avete udito... Non ha parlato!...»
Obbedirono al comando.
Amedeo si sporse fuori da quel balcone vertiginoso: vide la scritta sulla parete; SANTI, EROI, NAVIGATORI e POETI, ARTISTI...
«... e TRASMIGRATORI», pensava spesso senza comprenderne il significato
«Era un segreto fra il Duce e me», lo gelò Gustavo Rol: quella voce di arpe e liuti ma che suonavano da un abisso, «Era tutto predisposto... casomai fosse accaduto. Mussolini è stato ucciso, ma l'idea vivrà per sempre.»
«Certo, sì!», si inorgoglirono i camerati.
«Non sarà come credete.»
Il sensitivo posò le mani sul cranio nudo del dittatore, crivellato di pallottole e segnato dalle corde. Il corpo morto tremò convulso, arse bruciato da fiamme nere, gli uscì di bocca un vapore fosco, la nube fetida suppurò: soffocò la intera sala, fluttuò fuori il finestrone, corse nel vento e calò su Roma sulle macerie della catastrofe. Sui detriti ed i crateri delle bombe americane.
I filamenti dell'ectoplasma penetrarono le case, si insinuarono nel suolo e infettarono i giardini. Avvelenarono persone e pietre, l'aria, l'acqua, le coscienze del Paese. E Amedeo li guardò strisciare nel chiarore della luna ben oltre il centro, la capitale, e ancora crescere all'orizzonte... e sentì che un incantesimo, quella feroce fascinazione, si sarebbe, nei decenni, estesa al ventre di tutta Italia.
«Hai capito, camerata?», sghignazzò Gustavo Rol.


martedì, febbraio 13, 2018

L'Onore nel Museo, per dirla alla H.P. Lovecraft


Stamane alle 11.00 mi sono connesso a Facebook, e ho trovato un messaggio dell'amico Jacopo Berti che mi invitava a scrivere un racconto "dei miei" sull'episodio "Fascisti in Egitto". Ho scoperto subito dopo, su segnalazione di Francesco Gennari, che la redazione di Lercio.it aveva avuto praticamente la stessa idea, ma... era un'occasione troppo divertente per rinunciare! Buona lettura!

Le squadracce si adunarono al caffè di via Lagrange.
Mentre i capi si invigorivano di uno schietto bicerin, e i camerati influencer, SEO, gli opinion leader dei socialnetwork pubblicavano su Facebook le istantanee dell'azione, altri uscivano, solenni, dalla chiesa prospiciente: dove il manipolo aveva chiesto, ed ottenuto di benedire, i neri labari, i gagliardetti, le pistole e i manganelli. Lettere bianche di un altro secolo su uno striscione di pvc, che gridavano minacce in impeccabile italiano.
La nostra lingua, perlamadonna!
E un camerata si prese in spalla il cartello ARABBI ANDATE IN AFRICA; l'altro innalzò il motto LA CVLTVRA AGLI ITAGLIANI; ostentarono gli slogan NO IMIGRATI NEL MVSEO, e si avviarono, in colonna, lungo l'attonita via Accademia.
I passanti ed i turisti che grondavano sudore, in canottiera t-shirt e sandali nell'agosto torinese, si impietosirono di quei meschini in giubbotto scuro stivali e jeans: sul cui capo luccicante, disciplinato dal parrucchiere, sulle cui rune e uncinate nordiche, sui littori del Ventennio, infieriva un sole estivo cocentemente mediterraneo.
Trascinarono i bastoni e le catene sui sampietrini.
Si fermarono, «... e attenti!», fra le statue di Sekhmet. Salutarono romani. Il più anziano srotolò le quattro pagine di proclama che spiegava ai cittadini le ragioni dell'assalto, la condanna al traditore e sovversivo Christian Greco. Sparsero il suolo di volantini.
Una bambina raccolse un foglio, restò a leggerlo perplessa:
«Mamma», disse, mentre una donna la allontanava, «qui è sbagliato: "comunista"; non si scrive con la q!»


Il Direttore guardò annoiato dalla finestra del proprio studio, vide in strada, giù all'ingresso, quel manipolo di eroi. Era un anno e cinque mesi che si accanivano a quegli assalti: la Meloni avvelenata, alle elezioni del marzo scorso, vinto il cimento ed ascesa a premier volle vendetta per quello smacco; quella filza di sciocchezze su Islam, storia e religione.
«Prendo il libro, direttore?», domandò la segretaria.
«Ci risiamo. Grazie, Miriam.»
Christian Greco sospirò per quel noioso contrattempo: non credeva che i colleghi, tanto a Londra quanto al Cairo, fossero spesso, altrettanto spesso, infastiditi da deficienti. Zahi Hawass gli raccontava di frequenti attacchi Isis... finché lui, esasperato, chiamò Ammit dal Duat.
Sempre iroso, il vecchio Zahi...
Prese l'ankh, la tiara e il sistro dalla teca nel suo studio, e indossò quei paramenti ricamati di ieratici. La segretaria gli portò i rotoli di antico e logoro papiro sacro, serrò gli scuri, tirò le tende e accese ceri di grasso umano. Il pc, la scrivania, poltrone e mobili e libri e poster si dissolsero nel fumo di turiboli e bracieri.
«È un nuovo incenso?»
«Mi son permessa.»
«È delizioso», lui le sorrise.
Miriam si arrossì.
Christian Greco srotolò la lunga pagina geroglifica, e intonò le prime sillabe dei Sarcofagi e I Due Cammini. Dai recessi dell'edificio, nei magazzini, nei sotterranei, echeggiò un lugubre coro e un sinistro scricchiolio; e il tonfo sordo di legna e pietre che rotolavano sul pavimento. Scalpiccii, raschi metallici e un vibrare di budella.


Gli squadristi mulinarono i bastoni ed i nunchaku, ed irruppero, gridando, nei saloni del museo. Il portinaio guardò con pena quella trentina di poverini che correvano, entusiasti, a un abisso di terrore.
«Che cos'è questo fetore?!», un caposquadra fermò la banda.
«Sono negri!»
«Sono gli arabi!»
«No... guardate!»: i camerati si impallidirono.
Di fronte a loro serrava i ranghi una legione di cadaveri, con kopesh crudeli e curvi, scudi ovali e corte lance. Tra le fila avanzò un carro d'avorio ed oro, di lapislazzuli, ch'era trainato da due carcami dall'orribile nitrito. Sopra il carro un altro spettro, dalla maschera dorata, che incoccò l'arco composito con le mani ischeletrite.
Trafisse il petto di uno squadrista: chi aveva un'arma sparò impazzito.
Ma i proiettili si spensero in quelle carni annerite e morte, non cadde a terra nessun guerriero. La legione, con un canto, spianò le lance e strisciò all'assalto. Camminarono sui corpi dei primi stupidi che impalarono.
«Sono... zombi! Sono zombi!», piagnucolarono quei ragazzini.
Christian Greco si affacciò alla balaustra del salone, e spiegò – con calma olimpica, il tono mite e gentile e colto:
«... che gli zombi - nzumbe, in bantu - sono propri del vudù: la religione diffusa a Haiti. Questo invece è il museo egizio di Torino. Non serve a nulla sparargli in testa, come al cinema o in tv: queste», mostrò il libro, con gli incantesimi per controllarle, «sono mummie. Se studiaste lo sapreste.»