giovedì, gennaio 25, 2018

La Lezione delle Tenebre (racconto completo)


Micol pagò l'obolo al Custode della Soglia, e il vecchio, mite bibliotecario mise l'astragalo in un cassetto incernierato di ottone rosso: il tinnio della moneta in un forziere quasi pieno. Prese un panno e una candela da uno scaffale sulla parete, le coprì il capo, le accese il cero:
«Devi toglierti quei sandali», tenne in custodia le sue calighe; «puoi trattenerti finché la cera sarà sciolta nella ciotola. Sei armata?»
«Cielo, no!»
Il vegliardo fece un cenno a una domestica-bambina, troppo goffa e molto buffa nella tonaca dell'Ordine. Quel sottanone l'era abbondante di tre-quattro taglie in più: tutto il lino che abbisognava ché ci crescesse e morisse dentro, le servisse da sudario nel suo sonno oltretombale. Lei stese le braccia e sopportò che la palpasse, finché il vecchio fu persuaso che non aveva una lama addosso.
Le aprì il Portale delle Scritture con le tre chiavi di gemme e platino.
Rubini e zaffiri ed ametiste riverberarono di anatemi; pulsa de nura, maledizioni ed incantesimi terrificanti contro i ladri tanto stupidi da bramare quei tesori.
La teca d'ebano delle chiavi, dove il vecchio le ripose, era ornata di ossa umane e qualche teschio deficiente. Targhe in bronzo ricordavano tentativi di rubarle: non spiegavano granché. Gli occhi vuoti dei colpevoli, incastonati a quel legno nero, le raccontarono di avventure tutte finite piuttosto male.
«...ma il tesoro grande e autentico», pensò Micol emozionata, «è qui dentro, oltre la porta.»
Entrò scalza nella sala: il marmo gelido le diacciò i piedi. Il battente fu richiuso ed inchiavato alle sue spalle, lei restò sgomenta alla penombra solenne e sacra della immensa biblioteca dei Fratelli in Mnemosine.
Le volte gotiche si innalzavano per almeno mille metri, il sole pallido dell'autunno penetrava le vetriate: smalti gialli, rossi e d'oro di geometriche esoteriche, che illuminavano le navate di una gloria fiammeggiante. Un pulviscolo incantato si posava sopra i tavoli, e sui libri, gli scaffali e gli studiosi di quel tempio. L'odor di chiuso, di cartapecora, cuoio, funghi e di sambuco, la infezione degli inchiostri, delle tarme e i roditori, era sanata da grandi sfere che rotolavano nei corridoi: quei turiboli argentati che fumavano di incensi. Nubi grigie si addensavano tra le arcate formidabili; una lieve, innocua pioggia aspergeva gli incunaboli.
Micol riuscì a vedere le cose piccole e lattiginose che svolazzavano e si annidavano tra gli scaffali più irraggiungibili: quella muta, inafferrabile forma di vita paranormale che nel corso dei millenni era nata in quelle pietre. Gli antichi affreschi dei frati morti ne pullulavano, ne traboccavano: forme fantastiche di demonietti con il volto piatto e vuoto, corrugato dalle lettere di parole impronunciabili; ali di carta bucherellate e i pennini per artigli.
Scelse un tavolo, sedette. Aveva accanto un mercante smilzo dal profilo intelligente: le sembrò che consultasse un giallo e logoro libro mastro. Un sergente di birraglia, come soffrisse un immenso sforzo, confrontava genealogie con certi appunti su un suo taccuino. Teneva il panno di contrizione sopra un elmo tricornuto. Una giovane poetessa, con un papiro di Andrade Phaber, si asciugava gli occhi azzurri e singhiozzava di bellezza, con il cero quasi esausto nel piattino di porcellana.
Un Iniziato venne a servirla con la formula rituale:
«Che cosa cerchi fra le parole?»
«Le molteplici menzogne», lei rispose com'era regola, «le mentite verità.»
Sotto il cappuccio le strizzò l'occhio un fraticello carino e giovane, quella faccia da teppista che sapeva di sedurre:
«Va' che figa in biblioteca! È da non credersi. Che vuoi ti porti?»
«Historia Pathemet Sociorum Eius
«Cazzo, è un libro dell'orrore!»
«L'Actus Inutilis
«È pseudobiblia.»
«Daemones Contrarii In Imperii Legislationibus
«Sei eretica! Mi attizzi. Quando stacco ci vediamo?»
«Senti, frate: ma il tuo voto di castità?»
«Biblia candida sed vita licere: nel nostro ordine si scopa forte.»
«Ho del lavoro da fare qui.»
Un contrariato colpo di tosse del gendarme, e del mercante, rimproverarono a quel novizio che aveva troppo passato il segno. Il ragazzino tornò a ingobbirsi con le mani nelle maniche, scomparì fra gli scaffali a soddisfare le sue richieste. Quasi subito tornò con un carrello di vecchi tomi, con il timbro a inchiostro nero dei Fratelli in Mnemosine.
Un quadro magico di cifre e lettere fra le ali aperte di un pellicano.
Lei aggredì l'incipit dello Daemones Contrarii:

Qui segue il racconto di come streghe et stregoni et maghi tessano trame di oscurità contro il lecito governo, et come cantino contro i justi con le parole più tenebrose. Come ciò sia di diletto per Colei Che Abbraccia Gli Orfani.

Voltò pagina: era bianca.
Voltò ancora: nessuno scritto.
Ogni foglio era miniato da un'inquietante cornice quadra, che chiudeva al proprio interno un'altra identica cornice. L'inchiostro nero e la carta bianca, immacolata, troppo lucida e perfetta, le procurarono la vertigine che le cornici moltiplicassero all'infinito, si sentiva soffocare. Voleva chiudere e gettare il libro, lacerarlo: non poté.
«Ehi, ti senti male?», la soccorse la poetessa.
Lei ritornò lucida su un paragrafo noioso sulla Inutile Evocazione del 6068: due cretini fuori corso a Spiritismo Comparato compromisero un rituale di Convivio delle Ceneri, e infestarono di spettri tutti i locali di un ateneo. Le grida e i pianti di quelle larve echeggiarono per decenni; e ancor oggi, a cinquant'anni di distanza, si diceva che qualcuno continuasse ad ascoltarne.
C'è qualcosa che non quadra in questo libro; lei rabbrividì: tuttavia, per il compito che le avevano affidato, le sembrò fosse più utile e di certo più interessante degli altri codici che consultava.
Dovrei studiarlo con molta calma.
Portarlo a casa.
Dovrei rubarlo.
Il fraticello tornò a scocciarla:
«Ti sei mai chiesta», le sussurrò, «come mai tutti 'sti libri - e guarda bene: ne abbiamo tanti... - hanno un'identica rilegatura? È pelle umana di chi ha tentato: lascia perdere, bellezza.»
«Tu... mi hai letto nella mente!»
«È il primo grado di apprendistato: qualunque monaco ne è capace.»
«Posso averlo anche pensato, ma non oso!»
«Come no.»
«Cerco solo informazioni.»
«Brami il libro: vuoi fregarmi?»
«È un libro strano.»
«Ce n'è normali?»
«C'è una pena.»
«C'è la morte. Tu, però, sei troppo bella: non ti voglio denunciare.»
«Sarai clemente?», lo supplicò: raggelata dal terrore della forca e la mannaia, ma schifata dal pensiero del contraccambio per quel favore.
Il ragazzino guardò il suo cero sciolto appena due-tre pollici, le sorrise mascalzone con una pena negli occhi bruni. C'era l'ombra di un abuso tra scaffali di volumi, la lussuria di un maestro che puniva il suo pupillo. Un dolore che mai più voleva infliggere e ricordare.
«Te ne vai subito. Non torni più. Ti dimentichi 'sti titoli.»
«Io... non posso rinunciare! Quella è gente pericolosa!»
«Hai committenti?»
«Mi uccideranno!»
«La nostra regola prevede il cappio.»
«Lui mi sgozza, di sicuro!»
Micol si accorse che il loro intimo battibecco attirava le attenzioni del sergente con il taccuino: li infilzò di un'occhiataccia da strigliata in gattabuia. Il mercante, esasperato, si spostò ad un altro tavolo; la poetessa, sospirando, esausto il cero li abbandonò.
«Per chi lavori?»
«Il mio patrigno. Per la sua banda di tombaroli.»
«Ah, bella famiglia!»
Lo Mnemosino raccolse i libri, le fece cenno che la seguisse: la condusse al lato opposto del Portale delle Lettere.
Corridoi piuttosto squallidi.
E deserti.
Quasi bui.
Dalle grate e i lucernai entrava un'eco di carrettieri, biscazzieri, mendicanti, bottegai e mercenari. L'odor di fritto e sudore e spezie e di stallatico dei Fondaci, quei quartieri cittadini sempre invasi dal mercato.
«Che cos'hai in mente?», lo apostrofò.
«Non puoi passare per il Guardiano: ti ho letto l'anima, ti brucerebbe. Credi di uscire dal nostro tempio con l'intenzione di un furto dentro?»
«Io non voglio: ho detto solo...»
«Vedi? Insisti, cerchi un alibi.»
Le aprì l'uscio di un cortile di pollame e qualche capra. Altri monaci novizi, qualche servo ritardato, si stravaccavano al sole dolce a farsi un tiro di necrotina, si scolavano un amaro; si massaggiavano i piedi gonfi nei secchi d'acqua e tritura d'ossa: il sollievo a lunghi turni di scarpinate fra gli scaffali. Quando li videro uscire insieme, che si tenevano per la mano, salutarono il Fratello con un coro di sconcezze:
«Ehi, si scopa! Ti porti ai greppi la gallinella?!»
«Ai greppi un cavolo!», lei si stizzì, «mi avevi detto...»
«Statti zitta, se vuoi vivere. Tu, Gosmario: dammi il cambio.»
«Con piacere, mandrillone!»
Un altro monaco lasciò il cortile, tornò ai suoi compiti in biblioteca. Il furbacchione trascinò Micol in una stalla di miti mucche, ma soprattutto di coppie allegre che copulavano sui covoni. Era uno scandalo vedere sparse le vesti grigie di Mnemosini coi bustini, le sottane e i mutandoni di grandi dame; sentire urlare di orgasmi illeciti le voci note di nobildonne.
«... le quattro figlie del borgomastro!»
«Viene spesso anche la madre.»
«Ma sono solo quattordicenni!»
«Molto colte, a dire il vero. Lettrici forti, le soddisfiamo.»
Fuori il bordello trovò la strada.
«Qui nessuno vorrà punirti perché bramavi quel vecchio libro. Casomai ti insulterebbero se sapessero che leggi.»
«Dalla padella delle tue regole andrò alla brace di quei banditi», disse Micol.
«Forse no.»
«Non ho più i sandali!»
«Ma fammi ridere.»
Il fraticello le rubò un bacio, la palpò con intenzione, fino ad avere la faccia tosta di frugarle nella tunica. Tornò alla stalla, sprangò la porta.
«Sei schifoso come tutti!», Micol furiosa gli gridò dietro. Si sentì un peso nella camicia, si ricompose, si sbalordì: la copia logora del Daemones le cadde a terra fra i piedi scalzi.


Franco Ziffer la costrinse alla parete del loro covo, le altre tredici canaglie la attorniarono curiosi:
«Dicci, dicci, mia bella figlia!», le alitò viscido e minaccioso, «cos'hai scoperto di interessante?»
Le stomacarono il fetor di trippa e quei suoi denti anneriti e d'oro, la faccia frolla di scazzottate e i ricci neri con i pidocchi. L'era sgradevole quel suo difetto: la ridicola pronuncia. Non si sarebbe spiegata mai perché sua madre se l'era preso: la serva onesta di case ricche e quel balordo da cimiteri. E che una banda di tagliagole, di assassini e psicopatici obbedisse ad un ometto con l'erre moscia e la schiena gobba... bah!; gli smorfiò Micol: questa gente è proprio guasta.
«Quelle storie sono vere: in città ci sono Logge, benché il Culto della Vedova sia proibito sia qui che a Tjaratur.»
«Le prederemo!», ruggì il patrigno. Gli scagnozzi lo acclamarono; «alla faccia di quei fessi che ravanano le tombe! Noi saremo ricchi senza uscire da Handelbab! Non rischieremo le nostre vite contro Ghoul e Ritornanti!»
«... ma c'è un pericolo.»
«Qual è, bambina?»
«Ci si nascondono i demonologi.»
«Ce n'è di vivi? Sono mesi che in città bruciano i roghi di negromanti.»
«Hanno arrostito gli illusionisti che si esibivano in Piazza Magna», uno degli uomini si immusonì, «gli speziali, i matematici... ogni volta è sempre peggio.»
«C'è il terrore che La Mamma sia in procinto di svegliarsi: più delirano i cultisti, più fanatiche le chiese.»
«Ed è per questo, se Logge esistono, che non sono incustodite.»
«Credi tema uno stregone?!»
«No!», esultarono i compari. Lei si accorse che, però, quei gorilla si grattarono e toccarono le palle; si aggrapparono ai santini, gli amuleti e i loro ciondoli.
«Come credete: gli déi vi aiutino. Qui c'è il libro», disse Micol: gli mostrò l'antico tomo, «che descrive in quali luoghi si nascondano gli accessi. Ho rischiato una condanna per averlo solo letto. Me ne vado, Ziffer.»
«Ehi!»
Le afferrò il braccio.
Le fece male.
«Io non so trovare i posti, non conosco le parole: solo "hostaria" e "lupanare"; ci saranno scritte strane...»
«I tuoi ragazzi non sanno leggere?»
Musi lunghi e tutti muti.
«Se ho mantenuto te e tua madre per tanti anni, vi ho salvate dalla strada, mi aspetto un utile. Riconoscenza. Ha insistito che studiassi e impiegarti come scriba.»
«Il mio compenso ha pagato spesso i tuoi debiti di gioco: questo basta.»
«Basta a te. Sono un uomo generoso, potrei anche accontentarmi. Ma questa gente? La lascio al verde?»
La masnada di schifosi le scoccò sguardi omicidi. Ridacchiarono maligni.
«Che cosa vuoi che faccia?»
Il suo patrigno spalancò l'uscio di quella fetida catapecchia. La notte nera del borgo, fuori, e le campane di mezzanotte. Aprì il libro capovolto e glielo mise fra le mani:
«Dove andiamo, piccolina?»

Non pensava che La Rete fosse un tale orrendo posto.
Micol non si stupì che gli stregoni fuorilegge stabilissero una Loggia in quel quartiere miserabile: qui, lontano dai luminari e gli splendori dei palazzi, dalle ville dei mercanti che si attardavano in feste splendide, c'era solo la sporcizia e l'infezione dei tuguri; c'era fame, pianto, rabbia e inconsolabile disperazione.
La sua stanzetta di pochi metri al pianterreno di Casa Gattolo, dove serviva da computista a un mercantuncolo di sidro e mele, tornò a sembrarle un gran ben d'Iddio cui non volle rinunciare: pregò che pane, la minestra e il soldo le durassero per sempre.
Pestò gente che dormiva stesa nuda nella mota... se dormiva ed era viva; e udì gemere puttane che esercitavano benché lebbrose. Vide carcami inchiodati a porte come monito di sgarbi; vide fuochi di spiedini di arti umani, gatti e topi. In una piazza sboccò la cena per il cadavere crocefisso di una guardia cittadina che aveva osato passare là: era legata a quegli assi in croce con le sue proprie pulsanti viscere, la strangolarono con gli intestini manco forse un'ora prima.
«È un segnale», disse Ziffer.
Lei, ripreso fiato, dovette imporsi di stare calma. Non morirne né impazzire. Quel bastardo e i suoi compari le sembrarono seccati: la scocciatura di quando mangi e c'è una mosca nel minestrone.
«È un territorio di Scannatori», le spiegò Judit La Strappagioie: l'unica donna - ma da vicino... - della combriccola del suo patrigno; «una gang nomade dei sobborghi. Lo scorso autunno occupava Seta, hanno un poco esagerato, e la Gilda dei Tessitori li ha scacciati a balestrate.»
«È un bel problema», grugnì Fred Roncola.
«Problema loro», decise Ziffer.
E fece un cenno che proseguissero dove Micol li guidava.
L'eco di passi e di voci e risa le sembrò crescere tutt'attorno, rumori piccoli infidi e insoliti anche in quel pozzo di nefandezze. O un silenzio spaventoso sotto i trespoli dei corvi, nascondigli di randagi e nelle pozze delle nutrie.
«C'è qualcuno.»
«No, nessuno. Dài marmaglia, andiamo avanti.»
Nonostante la baldanza e sicumera del loro capo si insinuò nei loro stomaci la fifa nera che li osservassero.
Strinsero in pugno le accette e spade fino a sudarne le impugnature, e il nervo d'arco di Klaus T'Infilzo vibrò nervoso ad un nero niente. Le due lune scintillarono sulle lame ansiose e svelte: troppe cose, attorno a loro, scricchiolavano e ghignavano.
«Dovremmo andarcene. Tornare in molti.»
«È quasi fatta. Saremo ricchi.»
«Dicesti "è facile"...»
«Lo sarà.»
Micol, col libro aperto e una lanterna per poter leggere, seguì le cronache del Daemones su malefatte dei negromanti. Trovò sui muri toponomastiche riportate nei verbali; gli acta dei giudici, gli inquisitori e prigionieri torturati.
Fino ad un paragrafo davvero incomprensibile:

Poiché il loco ove costoro si seppelliscono restando vivi, acciò che vivano seppelliti del loro loco, et nient'altro cale loro, è appunto quivi che leggi il libro. Quivi è il loco.

Ma si trovarono al cieco termine di uno stretto e oscuro vicolo.
«Ehi, figliola», i tombaroli si innervosirono, «ma sei sicura di questo posto? Non sembra proprio ci siano porte...»
«... grate, botole o serrature da scassinare.»
«Non c'è una lastra da sollevare: ce ne intendiamo, di certe cose.»
«Io... non so», Micol tremò, «non ci sono indicazioni.»
Voltò la pagina.
Successe ancora.
Quella cornice ed il foglio bianco.
«Qui, guardate», disse Friedrick Serramanico, «ci sono lettere, è vernice fresca.»
«Leggi, allora!», Ziffer le strinse il collo. Le schiarì con la lanterna quei caratteri scarlatti:

CASA NOSTRA VOI MORITE

«Capo, è sangue!»
«Macchiccazzo?!...»
Da in fondo al vicolo un tinnio di vetri, raschio e stridere di lame:
«Guerrieriii?!... Giochiamo al macellaiooo?!...»
Una ventina di Scannatori corse all'assalto ululando folli.
«Il passaggio, Micol! Trovalo!»
Grida rauche di massacro, strozzi orrendi di caduti, gorgoglio di icori e carni trapassate dai coltelli. Lo schiocco orribile e disgustoso di cartilagini lacerate, ferro e ferro che incrociarono e ragliarono rabbiosi. I torsi nudi sudati e rossi di quella muta di allucinati, ami e ganci da macello nelle orecchie e le narici, collane e ciondoli di ossicini budella umane mummificate. Mulinavano mannaie, morsicavano, mangiavano.
Lei, terrorizzata, restò incapace col libro in mano.
Roth Il Baro e Werner Scasso le crollarono davanti: con la faccia, il gozzo e il petto lacerati ad unghie e morsi. Hugo Mancino cadde amputato sotto i colpi di machete, Hans e Judit già poltiglia, calpestati dai nemici. Serramanico e Loew Golem - svelti, grossi, lama e maglio - pareggiarono la conta schiacciando a terra avversari morti; Manuel Hermano ne trafiggeva con la striscia e con la daga.
Gli Scannatori non si stancavano, ne venivano di più; le sembrava che godessero il dolore e la mattanza.
«Siamo morti, sono troppi!»
«Ti ho detto muoviti, ragazzina!», Ziffer la schiaffeggio: la calciò al muro, le cadde il libro, si aprì alla pagina delle cornici; urla e sangue della lotta ne impregnarono la carta.
Al chiarore della lampada appoggiata alla parete, l'olio sparso che bruciava dai lumi rotti in combattimento, le sembrò che i bordi neri si allargassero fuori il foglio: il volume fu una fossa che affondava nelle tenebre.
«Ziffer!»
«Cosa?!»
«L'ho... trovato!»
Il suo patrigno stornò a guardare: la distrazione gli fu fatale. Due nemici lo assalirono e infilzarono alle spalle, glielo sbatterono morto ai piedi trapassato da una lancia.
Hakim Due Sciabole e Sabir Fortuna furono gli ultimi a cadere a terra, sotto le mazze e catene e fauci di belve tossiche ed antopofaghe.
«Guarda, guarda! Una bistecca!», le ghignarono quei mostri.
Si leccarono le labbra.
Il più schifoso si avvicinò.
Denti marci, neri, aguzzi.
Limati apposta a sbranare meglio.
Lo atterrì la cosa orribile che affiorò dal buco nero.
Nel rettangolo del libro, quella soglia di irrealtà, si affacciò la faccia bianca e inespressiva di un neonato, il collo viscido di un orbettino e gli arti lunghi da cavalletta. Sorse dal buio su un corpo anziano e anoressico e ricurvo, con una veste di pelle umana ed uno scettro sacerdotale.
Le tese il braccio a seguirla dentro.
Le sembrò un ordine, non è un invito...
Lo Scannatore strillò impazzito, sbavò affamato, le balzò contro.
Micol si lasciò chiudere nell'impossibile sepolcro.

Progetto Thanatolia - Sviluppi

Illustrazione per un racconto di genere "Marilyn & Musket"!

Prevedendo che un giorno qualcuno possa stancarsi di scrivere di Tombe & Tesori (noi per primi, probabilmente!), Lorenzo Davia ed io abbiamo ampliato la cronologia del Continente, con fatti e circostanze storiche che da un lato irrobustiscono il background dell'attuale Thanatolia, dall'altro spiegano l'origine e conformazione di alcuni luoghi, personaggi e istituzioni che abbiamo presentato fino ad ora.

Come sempre, questa cronologia è un'indicazione di massima: all'interno della quale ogni autore del Progetto è libero di muoversi, creare e immaginare.

Incominciamo con il dire che la storia di Thanatolia si sviluppa in cinque periodi principali:

ETA' DELL'ANTICO IMPERO: Lorenzo ed io abbiamo immaginato una civiltà all'apogeo in cui davvero tutto andava bene e tutti erano felici... Tanto felici e benestanti da non pensare più alla morte. L'allontanamento e addirittura la negazione conscia e inconscia della morte, protratta per millenni di gloria e di benessere, è stata tale e talmente diffusa che gli abitanti di Thanatolia hanno smesso di invecchiare. Non sono diventati proprio immortali, ma... quasi.

La civiltà dell'Antico Impero è un alto medioevo... anni '50 - '60! Il regime è sostanzialmente capitalistico: c'è una Wall Strett dell'Impero i cui sensali indossano toghe blu e ostentano clessidre d'oro al polso. Il ceto mercantile è la colonna della società: tant'è che dopo il collasso dell'Impero erediterà la cultura dello stesso e la preserverà dalla barbarie (com'è accaduto nel nostro mondo per la cultura latina e la Chiesa Cattolica nel V secolo d.C.). Ci sono Guardie di Palazzo con armature cromate e macchine da guerra simili a Cadillac, automi Art Decò, le modelle dei pittori che affrescano i palazzi imperiali sono dive popolari come Marilyn Monroe; i menestrelli sono rockstar e cantano "Little Less Dialogus". Potreste partecipare al Grande Cerimoniale di Woodstock e mettere fiori nelle vostre balestre. Gli Orchi siedono sui sedili in fondo delle diligenze e Martin Luthorc Warlord si sta preparando alla Grande Marcia. L'Esercito Imperiale sperimenta nel deserto ordigni magici di inimmaginabile potenza. I giovani dell'Impero ballano al ritmo di "Beep Abrab Cadabra" e pomiciano nelle loro carrozze parcheggiate negli spiazzi degli spettacoli di lanterna magica all'aperto.

Livello tecnologico: motore a scoppio, ma non ancora così diffuso. Benvenute alternative atompunk.


ETA' DELL'AGONIA: Nell'Impero va tutto così bene, sono tutti così felici che... qualche intellettuale incomincia a maturare pensieri e riflessioni critiche sullo stato di cose. In sostanza, qualcuno ricomincia a pensare alla morte e le sue implicazioni. Questi pensieri sulla morte si diffondo come una vera e propria peste psichica, la cui vittima più illustre è l'Imperatrice stessa (nota del design: l'Imperatrice è la somma di tutte le divine cantanti e attrici degli anni '50 e '60 che io adoro, da Francoise Hardy a Sylvie Vartan a Haudrey Hepburn ad appunto Marilyn, eccetera). Essendo tuttavia immortale, l'agonia dell'Imperatrice di protrae per secoli. E' un'Era in cui prodi e splendidi eroi percorrono il Continente alla ricerca di una cura per l'Imperatrice, ma anche e forse soprattutto improbabili antieroi si cimentano nell'impresa. Il dolore dell'Imperatrice è l'elemento che dovrebbe caratterizzare l'atmosfera dei racconti dedicati a questo periodo.

ETA' DELL'AVVENTO: L'Imperatrice, dopo secoli di atroce dolore, sta per addormentarsi nella pace della morte, né altro ormai desidera... Quand'ecco che qualche eroe troppo eroico trova la cura e i Medici di Corte gliela somministrano! Il processo di rigenerazione è - se possibile - ancora più atroce dell'agonia: l'Imperatrice ne impazzisce e... risorge come Necromadre! Forze delle Tenebre sepolte da millenni rispondono istintivamente al suo richiamo, devastando l'Impero. Quella che una volta era la capitale imperiale, la Manhattan di Thanatolia, è ridotta all'immenso Deserto di Cenere al centro del Continente, dove la Necromadre stabilisce la sua sede. Alla fine, spossata dalla propria stessa ira, la Necromadre si addormenta nelle profondità del Deserto di Cenere. I potenti mercanti sopravvissuti al disastro si stabiliscono ai lati estremi del Continente e fondano le città di Handelbab e Tjaratur, dove sopravvive un pallido ricordo della civiltà imperiale.

ETA' ATTUALE: trascorrono i secoli, e Thanatolia diventa qual è ora.

ETA' DEL RISVEGLIO: La Necromadre si risveglia, e poiché in questo mondo non c'è Chuck Norris sono guai per tutti. Non mi dilungo su questo periodo storico perché (spoiler) sarà probabilmente il contesto del prossimo romanzo di Lorenzo.

A voi la palla, anzi: il teschio!

martedì, gennaio 23, 2018

Dimensione Cosmica - n. 1

Sono lieto, direi anzi onorato, di annunciare il mio contributo a questa gloriosa testata.

"Dimensione Cosmica - Rivista di Letteratura dell'Immaginario", a cura di Gianfranco de Turris e Adriano Monti Buzzetti, fu una di quelle pubblicazioni che fecero cultura fantastica in Italia: oggi, dopo un lungo silenzio, riparte dal numero 1 per i tipi Tabula Fati.

Partecipo a questo numero con il racconto inedito "Riscatto".






Giro di corda - Delos Crime


Ed ecco nella collana Delos Crime, a cura di Franco Forte, il mio primo e forse unico thriller. Qui non ci sono astronavi e necromanti: solo gente molto vera, molto brutta e assai cattiva. Un racconto come un cappio che si stringe a ogni pagina...

Un cadavere in un magazzino in periferia, crisi, fallimenti e fabbriche abbandonate. Le avventure di Irene, una ragazza polacca, giunta da poche ore in una piccola città e che spera nel matrimonio con un ricco imprenditore: che però sembra scomparso. Marco, un giovane arrampicatore strafottente, deciso ad approfittare di una macabra circostanza che farebbe la sua fortuna. E una coppia di slavi senza scrupoli tra piccoli industriali e qualche colpo di revolver. Un drammatico, crudele e grottesco giro di vite fra le nebbie della provincia nell'arco di pochi giorni.

Disponibile da martedì 23 gennaio su Amazon e tutti i webstore

lunedì, gennaio 22, 2018

Heroic Fantasy Italia: i racconti di Thanatolia


Da oggi Heroic Fantasy Italia proporrà i racconti del progetto CRYPT MARAUDERS CHRONICLES ideato da me e Lorenzo Davia, scaricabili gratuitamente in formato epub o PDF e illustrati dall'artista Andrea Attinà.

Il racconto di oggi è I medici della peste di Fabio Andruccioli. 

Prossimamente verrà pubblicata da Watson Edizioni un'antologia di racconti ambientati in Thanatolia, il continente della morte di Crypt Marauders Chronicles.





sabato, gennaio 06, 2018

Siamo fatti della stessa sostanza di cui è fatta Wiki

... avrebbe scritto Will Shakespeare. Ed eccomi dunque su Wikipedia.

Grazie a tutti coloro che vorranno contribuire allo sviluppo della pagina.


Arabrab di Anubi - recensione di Francesco La Manno

Recensione di Francesco La Manno dal sito Italian Sword & Sorcery

L’eta del bronzo si è diffusa in tutto il Vicino Oriente a partire dal III Millennio ed è terminata nel XII secolo a.C.[1]. Quest'epoca ha comportato guerre, invasioni, crisi economiche ma anche relazioni commerciali, diplomatiche e culturali tra i vari popoli di questi territori. La metallurgia del bronzo ha consentito alle civiltà della Mesopotamia, dell'Egitto, dell'Iran e dell’Asia Minore di acquisire ricchezza e di emergere rispetto alle altre[2].
In tale contesto si collocano le vicende di Arabrab di Anubi, romanzo sword and sorcery di Alessandro Forlani, pubblicato da Watson all'interno della collana Truefantasy, curata da Alessandro Iascy e Alfonso Zarbo.
La protagonista, allevata come un uomo, abile nell'arte della guerra e del combattimento corpo a corpo, è la figlia di Menses l'Imperituro, faraone dell’antico Egitto. Costui le ordina in maniera perentoria di sposare Mereu, principe degli Shardana, in modo da sancire un’alleanza formale con questo popolo di avventurieri.
Arabrab, inizialmente riluttante alla richiesta del padre, finisce con l’accettare la triste sorte occorsagli ma, durante la traversata in mare, la sua nave viene attaccata da un'imbarcazione il cui equipaggio è composto da mummie e altre creature mostruose, che la rapiscono. Da questo momento in avanti, il suo destino muta radicalmente. Come in ogni opera di narrativa fantasy che si rispetti, anche in questo romanzo è presente il classico schema di avventura dell’eroe (o meglio dell’eroina).
Anzitutto, Menetepre chiede ad Arabrab di diventare un'assassina devota al dio Anubi e pertanto, qui, possiamo riscontrare l’appello, la chiamata a intraprendere un cammino che la condurrà in un mondo sconosciuto[3].
In secondo luogo, interviene lo stesso stregone in qualità di protettore che fornisce alla guerriera un aiuto magico per consentirle di varcare la soglia[4] del mondo tangibile attraverso la navigazione verticale.
Mi preme evidenziare che tale espediente era già stato utilizzato da Alessandro Forlani in Xpo Ferens[5].
In terzo luogo, in ossequio al concetto di rinascita dell'eroe[6], Arabrab viene considerata morta dai suoi cari per cominciare un nuovo cammino che la condurrà a seguire un intenso addestramento marziale e religioso.
In quarto luogo, dopo aver affrontato una serie di ardue prove[7], grazie all'aiuto e ai consigli da parte di Menetepre, l’eroina diventerà il braccio armato di Anubi e le verranno assegnati l'arco, la falce e l'amuleto consacrati al Dio Sciacallo.
Infine, dopo aver concluso egregiamente questo percorso spirituale, potrà tornare sulla Terra con i doni[8] ricevuti tra cui un'abilità unica nel combattimento, poteri magici e l'immortalità. Le fonti mitologiche e di storia delle religioni vengono utilizzate sapientemente da Alessandro Forlani, che dimostra di aver effettuato un accurato lavoro di ricerca, dato che è riuscito a inserire culti, leggende e folclore di diversa e variegata natura con una maestria che mi ha ricordato Roger Zelazny.
In prima battuta, è evidente che il primo approccio che ha il lettore è quello con l'antica religione egizia, la quale fa da colonna portante al romanzo.
Anubi, nume a cui è devota Arabrab, è una divinità preposta alla cura dei morti, alla veglia dei riti funebri e al viaggio verso l’altro mondo[9]. Anche se viene definito Dio Sciacallo, questo animale non era presente all'epoca dell’antico Egitto[10]. Viene raffigurato con il corpo umano e la testa simile a quella di un cane randagio, di un lupo dalle grandi orecchie appuntite e il muso affilato[11]. Nella tradizione Anubi era uno psicopompo che rappresentava a livello simbolico il viaggio del defunto sino all'immortalità[12].
Volgendo lo sguardo al versante mediterraneo, vi sono la mitologia greca e romana.
Ci viene raccontata una vicenda nel quale è presente Enea, fondatore di Roma; mentre in un’altra occasione abbiamo a che fare con il Minotauro, famigerato mostro dal corpo umano e dalla testa bovina, nato dalla concupiscenza di Pasifae con il toro bianco di Poseidone e ucciso da Teseo grazie al filo di Arianna[13]. In un altro episodio incontriamo invece Eufemo, eroe degli Argonauti e Orfeo, figlio di Calliope e di Eagro, disceso nell'Ade per amore di Euridice, ucciso e fatto a pezzi dalle Menadi[14]. Il mondo sotterraneo costituisce un altro elemento amato dall'Autore in quanto diverse imprese di Arabrab si svolgono proprio nelle profondità telluriche.
Al riguardo possiamo citare la richiesta di aiuto giunta all'eroina da parte della regina dei Rasenna e da Lorth Velcha, per porre fine a una serie di omicidi realizzati allo scopo di offrire pesanti tributi di sangue al dio Charu. La guerriera si troverà a discendere l’abisso e avventurarsi in una tetra necropoli per affrontare questa divinità, incarnatasi nel corpo di una bambina mediante possessione demoniaca. Parimenti, Arabrab si vedrà nella stessa situazione durante la sua meditazione nello Jutland, costretta suo malgrado a combattere contro creature mefitiche.
La tradizione considera la discesa nell'universo ctonio come una morte dal mondo profano e un'iniziazione, una seconda nascita[15]. La catabasi non deve essere confusa con la dipartita funeraria. A questo concetto si lega anche quello del labirinto, inteso come luogo sconosciuto dove non tutti possono accedere ma solo coloro che vengono considerati degni e capaci pertanto di oltrepassare le avversità che gli si parano dinanzi[16].
Un ulteriore aspetto che caratterizza il romanzo in discussione è la presenza di numerosi richiami ai Miti di Cthulhu di H.P. Lovecraft [17]. In svariate circostanze ci pare che Arabrab possa perdere la propria sanità mentale di fronte ad alcune creature repellenti e a luoghi alieni:

erano immagini di altri mondi di immense e perfide entità incorporee, che si innalzarono con cupidigia ai vasti spazi siderali. Molti mondi di creature e brama immonda dei loro spiriti, si ammantarono di ferro per navigare nel vasto vuoto. Quelle fredde intelligenze consustanziarono in ingranaggi, quell'implacabile psicofame fu un appetito di cose e corpi. La caduta in una valle percorsa fertile da un grande fiume; genti feroci le si prostrarono: è l’involucro di un dio! I sacerdoti le si immolarono: quelle maschere di elefanti; scambiarne carni ed il sangue e l’ossa con frattaglie di metallo. Aprì il suo corpo, li ingurgitò: pascersi e vivere dentro ognuno. Razzie rapaci ecatombi e stragi per milioni di…”[18]

E ancora:

Erano pesci che camminavano, uomini gobbi deformi orrendi con lunghe braccia ed enormi mani inanellate di ventose, e gli occhi neri rigonfi vacui in grosse teste di delfino. Lacrimavano, sbavavano, singhiozzavano sofferenti: erano chini sotto un ombrello di elettro ed osso che un cerusico dissennato aveva loro innestato al dorso, e suturato con crudeltà di fil di rame e capelli umani. Arrancarono nel marcio e frugarono il relitto, si attardarono sui cadaveri, le sembrarono contrariati; abbandonarono nel fango i corpi ed esitarono sguardo al niente.”[19]

Tuttavia la guerriera, dotata di una tempra d’acciaio e protetta dall'amuleto di Anubi, anche se con grandi difficoltà, riesce sempre a mantenere la propria presenza di spirito.
Alessandro Forlani, nonostante abbia fornito al romanzo una serie di elementi che possano inquadrarlo come sword and sorcery, pare voler mischiare le carte per sorprenderci con svariati colpi di scena. L’Autore ci presenta alcune circostanze in cui il mito, la leggenda, la magia pare confondersi in maniera perfetta con la scienza e a fornire differenti risposte al senso della vita e della natura umana. Taluni critici chiamano questo genere bronzepunk.
Nella fattispecie, durante una battaglia con una tribù di Arii, l’esercito egizio e Arabrab risultano imbelli al cospetto dei vimana, ovvero dei dischi volanti di cui viene fatta espressa menzione in alcuni passi del Mahābhārata e del Ramayana. Questi velivoli di grosse dimensioni sono dotati di armi tese a esplodere laser mortiferi. Peraltro all'interno di essi si possono osservare elefanti in parte animali e in parte cibernetici, dotati di intelligenza e versati nell'ingegneria genetica.
Ma non solo. Abbiamo anche una teoria alternativa sulla creazione umana, opposta a quella cattolica, posta in essere da creature preadamitiche in un'epoca antecedente al diluvio. Costoro sono a conoscenza di una tecnologia talmente avanzata da riuscire a utilizzare radioquanti idonei a interrompere la sospensione del continuum materia tempo.
Concludo affermando che Arabrab di Anubi è un romanzo che si colloca al vertice delle opere di narrativa dell’immaginario, poiché Alessandro Forlani è un fuoriclasse assoluto che riesce a condurci in quel mondo onirico tanto lontano dal tangibile quanto agognato dai lettori.

[1] Cfr. Fernand Braudel, Memorie del Mediterraneo, Bompiani, Milano, 2016, p. 129.
[2] Cfr. Fernand Braudel, op. cit., p. 130.
[3] Cfr. Joseph Campbell, L’eroe dei mille volti, Lindau, Torino, 2012, p. 64.
[4] Cfr. Joseph Campbell, op. cit., p. 94.
[5] Cfr. Alessandro Forlani, Xpo Ferens, Acheron Books, 2017.
[6] Joseph Campbell, op. cit., p. 109.
[7] Joseph Campbell, op. cit., p. 117.
[8] Joseph Campbell, op. cit., p. 233.
[9] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, BUR RIZZOLI, 2016, Milano, p. 901.
[10] Ibidem.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.
[13] Robert Graves, I miti greci, Longanesi, Milano, 2005, p. 265.
[14] Robert Graves, op. cit., p. 99.
[15] René Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 2015, p. 178.
[16] René Guénon, op. cit., p. 180.
[17] Howard Phillips Lovecraft, Tutti i romanzi e i racconti. Ediz. Integrale, a cura di Sebastiano Fusco e Gianfranco de Turris, Roma, 2011.
[18] Alessandro Forlani, Arabrab di Anubi, Watson, Roma, 2017, edizione digitale.
[19] Alessandro Forlani, op. cit.


martedì, gennaio 02, 2018

Arabrab di Anubi - recensione di Valentina Capaldi

Recensione di Valentina Capaldi dal blog Scritture Fantastiche



ARABRAB DI ANUBI, di Alessandro Forlani

Watson Edizioni, 206 pagine, € 12,00
Genere: Sword & Sorcery
Voto: 5/5



Arabrab di Anubi è l’ultima fatica di Alessandro Forlani edita da Watson Edizioni.

Fa parte della collana True Fantasy, quindi ufficialmente si tratta di uno sword & sorcery. Se si prende alla lettera il genere direi che è molto azzeccato, dato che si tratta di una storia che mischia stregoneria e tanto sangue.

La particolarità del romanzo è la sua ambientazione storica.

Arabrab è una principessa dell’Alto Egitto la cui esistenza viene consacrata, contro la sua volontà, ad Anubi. Le viene affidato il compito di sterminare le creature delle tenebre, così che la Morte possa appartenere solo ed esclusivamente al Dio Sciacallo. Immortale e destinata a mostrare per sempre l’aspetto di una diciottenne, Arabrab vaga nell'Europa dell’Età del Bronzo, un luogo cupo, barbaro e attraversato dall'oscurità.

Più che di un romanzo si tratta di una serie di racconti con un forte filo conduttore, perché ogni capitolo ci mostra una diversa avventura di Arabrab. 

Ci sono molte suggestioni mischiate tra di loro; si passa dai miti greci allo steampunk e dalle lucenti città dell’Antico Egitto a oscuri abissi in cui si avvertono echi di Lovecraft. Si tratta di vicende molto originali, molto fantasiose, ma che riescono a incastrarsi alla perfezione nell'ambientazione storica; ambientazione che, peraltro, non è affatto usuale né per i romanzi storici (a parte Christian Jacq) né per i fantasy.

Lo stile di Forlani come al solito è estremamente ricercato ma molto evocativo; con poche parole ben specifiche riesce a dipingere alla perfezione luoghi e stati d’animo. Di primo acchito può sembrare difficile da leggere a causa del registro linguistico, ma in realtà la narrazione è molto scorrevole e d’impatto.