martedì, giugno 27, 2017

New Camelot e Il Tramonto dei Gufi

Oggi è un buon giorno per la narrativa fantastica. Escono per Delos Digital gli ebook di due amici: New Camelot, di Lorenzo Davia, e Il tramonto dei Gufi di Fabio Andruccioli. Di solito sull'Avvilente non segnalo novità editoriali (tantomeno recensisco), ma questa volta si tratta di due titoli cui tengo per motivi personali, ed entrambi mi procurano una grande soddisfazione.

New Camelot è il romanzo (il romanzo, nientemeno!) di Fata Mysella: uno dei personaggi meglio scritti di uno degli autori che ritengo più interessanti nell'attuale panorama "di genere" italiano. Considero Lorenzo Davia un amico di penna, un compagno di banco e di bevute d'immaginario, il mio "lettore alpha" e un prezioso interlocutore. Lo conosco ormai da anni, abbiamo frequentissime occasioni di scambio, di reciproca lettura bozze e ho ormai l'impressione - che spero sia corrisposta! - di essere cresciuti insieme come autori del fantastico.

In New Camelot Mysella affronta la sfida della vita, in un turbinio di avventure, pericoli e colpi di scena. Fata Mysella ritorna nella città di New Camelot per rispondere alla richiesta di aiuto di un suo antico amore. Frank Dosasi l'investigatore-vampiro, deve risolvere il mistero dell'omicidio di un membro della Tavola Rotonda. I due dovranno unire le loro forze per scoprire gli oscuri intrighi della Compagnia per lo Sfruttamento dei Reami Magici.

Fabio Andruccioli è un mio studente di Scrittura Creativa. Il racconto Il tramonto dei Gufi è stato sviluppato dall'incipit alla chiusa in occasione di alcuni incontri di tecniche avanzate che ho tenuto a Pesaro lo scorso inverno, con il concreto obiettivo di ottenere agli studenti la pubblicazione in una delle nuove collane di fantascienza che gli editori specializzati propongono vieppiù spesso. Un'occasione per gli esordienti di buttarsi nella mischia! Abbiamo puntato su Futuro Presente (a cura di Giulia Abbate e Elena Di Fazio) ed eccoci al traguardo.

I cieli di Rimini e Riccione si sono fatti pericolosi: droni pirata che trasportano droga stanno lasciando il posto a macchine telecomandate per fare più danni possibile, e la criminalità "ordinaria" cede il passo ad azioni terroristiche. La popolazione ha paura, la Polizia risponde: la divisione dei Gufi pattuglia le notti romagnole con l'aiuto di rapaci notturni in grado di individuare e abbattere i droni. Ma anche i Gufi hanno i loro problemi: qualcuno mette in dubbio la loro efficacia, qualcun altro, forse, vorrebbe sabotarli. E quando un attentato alza la tensione e getta l'ombra del dubbio sul Quartiere Islamico di Riccione, l'agente dei gufi Roberto non ha dubbi sulla parte da prendere: con i Gufi, alla ricerca della verità. Andruccioli ci propone un poliziottesco cupo e senza esclusione di colpi, che come i suoi rapaci vola nel buio di un futuro vicino… troppo vicino.

Exitus acta probat!

lunedì, giugno 26, 2017

Ainulindale - La Musica degli Ainur


Scopro solo ora con colpevolissimo ritardo Ainulindale - La Musica degli Ainur (Rimini, 2015): uno splendido poema sinfonico dedicato al Silmarillion di J.R.R. Tolkien, composto da Niccolò Faciotto, Federico Mecozzi e Ivan Tiraferri con la partecipazione di Angelo Branduardi come voce narrante.

Ecco il link per l'acquisto del cd su Amazon e un estratto pubblicato su YouTube:


giovedì, giugno 15, 2017

Il Mondo nel Tramonto (Robotica.it)

E' disponibile su Delos Store e tutti i webstore Il Mondo nel Tramonto: il mio sesto contributo alla collana Robotica.it a cura di Silvio Sosio. Data di uscita: martedì 20 giugno p.v.




Tutti sapevano che prima o poi la guerra sarebbe arrivata. Tutti sapevano che i nemici, mostruosi, terribili, crudeli, avrebbero presto o tardi cercato di distruggere il modo di vivere di Afrodite, la sua cultura, la sua civiltà, i suoi cittadini. L'ultima difesa erano loro: i Protagonistes, indomabili, inarrestabili guerrieri addestrati alla tecnologia e alla violenza, all'obbedienza assoluta e all'abnegazione. Splendidi, letali, invincibili. Solo i migliori erano ammessi all'addestramento per entrare nei loro ranghi, e solo i migliori tra i migliori arrivavano vivi alla fine dei corsi. Dal vincitore del Premio Urania Alessandro Forlani una storia ai confini dell'umanità.

giovedì, giugno 08, 2017

Propulsioni d'Improbabilità - recensione di Omega Outpost

Omega Outpost recensisce "Propulsioni d'Improbabilità"
A chiunque stia leggendo, subito dico: sbaragliate eventuali pregiudizi e non esitate ad acquistarla subito, ma subito eh, perché è un vero gioiello. E del tutto inatteso, se devo essere sincera. Non c’è nessun intento di far cassa mettendo insieme pezzi di voci più o meno altisonanti che per l’occasione tirano fuori dal cassetto (o dal cassonetto) qualcosa di mediocre (come purtroppo capita in non poche sillogi di fantastico, soprattutto americane).
Le storie sono davvero ottime, tutte, sia dal punto di vista qualitativo che stilistico, e denotano una maturità narrativa notevole.
Nella prefazione (già il fatto che ci sia una prefazione, oltretutto eccellente, dovrebbe far intuire il valore dell’opera) si spiega come la raccolta abbia alla base un progetto preciso, benché non sia stata fatta alcuna forzatura agli autori. Il risultato è comunque che “i racconti che leggerete hanno legami invisibili tra loro, che non sono stati mai voluti né decisi”.
Uno degli aspetti che mi hanno colpito è proprio il fatto che tali legami, talora esili, altre volte un poco più evidenti, sono assolutamente presenti, forse oltre le aspettative dei curatori stessi.
Racconto dopo racconto, si rafforza una sensazione quasi straniante, che tutta l’antologia sia un’unica lunga storia ove cambiano i volti, le situazioni, le voci narranti, lo stile, ma in qualche modo i protagonisti via via si reincarnino e trasformino in un’altra loro possibile identità, su un altro probabile piano spazio-temporale, ma di base rappresentino sempre le diverse sfaccettature di un io unitario, o, meglio, ciascuno sia latore di un messaggio corale ma indivisibile.
Diciotto scrittori e scrittrici avrebbero quindi elaborato − individualmente ma per lo stesso fine, in modi differenti, con proprie peculiarità e a seconda della sensibilità individuale − un concetto antico ma sempre dibattuto e attuale, ossia un’interpretazione della condizione umana vista tramite gli occhiali di un verosimile presente o un immediato futuro, resa di storia in storia attraverso una sorta di mempsicosi fantascientifica.
Credo questo punto sia davvero significativo, in primis perché evidenzia che ci sono voci del fantastico italiano che sanno interpretare la realtà e trasmetterne le tensioni con una maturità che fino ad alcuni anni fa era sporadica o si era persa in annacquate rivisitazioni passatiste.
In secondo luogo, questi racconti sanno rappresentare nell’accezione di più ampio respiro, ma anche nel modo più pregnante e ricco, cosa sia la fantascienza: uno strumento conoscitivo dell’uomo e delle sue possibilità, un mezzo per interrogarsi sull’universo e sulla condizione umana attraverso il quadro della storia, facendola rivivere come un oggi alternativo o un domani ipotizzabile, porre l’uomo di fronte a una consapevolezza, a una scelta, e alle sue conseguenze.
Inoltre, non vi è più quella netta demarcazione uomo versus tecnologia, dal momento che gli autori sanno che il passaggio all’uomo cibernetico è già iniziato, anzi, lo vivono come tutti noi quotidianamente. In queste storie l’uomo agisce in uno scenario imprescindibile dalla tecnologia, ma non sa ancora fino in fondo come gestire questo innesto che silenziosamente è diventato parte ineluttabile di sé, vuoi per motivi vitali che futili – se ne è lasciato travolgere, lo ha dato per scontato, lo soppesa ancora con sospetto, lo studia voracemente.
In un presente in cui la tecnologia dà grandi possibilità e accesso immediato a milioni di dati e informazioni, vengono però a mancare le risposte basilari. In un tempo in cui la scienza tanto riesce a spiegare, dubbi atavici gettano lunghe ombre su possibilità che la rigida razionalità deride e rinnega.
Ne emerge un’umanità intrappolata in un universo – caratterizzato da un moltiplicarsi stordente di piani reali o potenziali, attuabili o impossibili, quale il più folle quadro di Escher – indifferente alle sue sofferenze, alla sua volontà. Tale “universo” non è necessariamente un altro mondo, bensì è il contesto socio-culturale in cui i personaggi si muovono, che per qualche motivo si è ingigantito divenendo una cacotopia alienante, in cui l’individuo si trova gettato e smarrito. L’ultimo ostacolo alla liberazione sembra paradossalmente l’essere vivi o proprio l’essere umani, quasi che nella morte o nella trasformazione in qualcosa di inumano si possa accedere a uno stato di pace, di accettazione.
È davvero così? Queste storie mi sembrano suggerire di no: essere umani, rimanerlo almeno nell’essenza, diviene una forma di resistenza. Per quanto dolorosa.
Questo è un’altra peculiarità che mi ha colpito, quante volte in tutta la raccolta compare il termine “dolore” o vocaboli semanticamente affini: almeno una in ogni racconto. È dunque il dolore la conditio sine qua non dell’uomo?
Sì, dolore e timore: di queste emozioni primordiali pulsa ancor oggi il cuore dell’umanità, ma esse non sono un fine o una risposta, bensì un passaggio di trasformazione per comprendere (il più possibile, dal momento che il tutto ci è negato), per essere consapevoli.
Mentre la realtà vacilla e muta, nell’istante di vulnerabile titubanza in cui ci si pongono domande quali “cos’è l’uomo? cosa ci fa qui? e questo “qui”, cos’è?”, si incunea lo sconcerto per lo sconosciuto, l’inafferrabile, che fa sussultare la ghiandola pineale allo stesso modo del primo essere vivente. L’ignoto oggi è la sensazione che tutto ciò che sembra così chiaramente palese e dimostrato, in realtà non lo sia, che qualcosa svicoli, che l’hic et nunc sia solo una delle eventualità compiute e che il domani possa diramarsi in svolte inquietanti, estreme, paradossali.
Che si osservi la (pseudo?) “realtà” con ironia, sarcasmo, compartecipazione, passione, afflizione, il cuore della nostra umanità si trova (ancora) smarrito.
In tutto questo c’è anche una grande solitudine del singolo, che annaspa cercando un contatto autentico con un suo simile, mediato spesso, ancora una volta, da mezzi tecnologici, ma per lo più si trova solo in mezzo alla folla, all’incomprensione degli altri o al ricordo intangibile di qualcuno che ha perduto. Sguardi vacui, che attorniano, ma che non comprendono, o non vogliono intendere, né compartecipare.
Non tutti i personaggi riescono a non soccombere, dolore e paura sono in evidenza, ma quanto traspare dalle diciotto declinazioni differenti dei racconti non è disperazione assoluta, anzi: è l’eroismo della narrativa stessa, espressione così fragile e purtroppo flebile dell’essenza umana, che diviene il vero messaggio della raccolta, poiché essa ha la responsabilità di indagare queste due emozioni, farsene portavoce e divenire opportunità di non affogare nell’angoscia esistenziale, nell’incoscienza del mero sopravvivere, di svegliarci e di aprire gli occhi dinanzi a quanto sta accadendo prima di varcare l’ultima soglia, quella del totale smarrimento di sé e dell’abulia dell’esistere, raccontando affabilmente il sottile confine tra probabile e accadimento e il potere che noi abbiamo per farlo essere o una o l’altra cosa.
L’improbabilità del titolo è il tiro di dadi che non abolirà mai il caso (come diceva Mallarmé): la combinazione che può uscirne è l’ignoto che incute timore, la realtà che non ti aspettavi. E allora è necessario essere vigili e consapevoli, grazie anche alla propulsione di questi racconti, che gettano il seme del dubbio a energia inerte ma costante perché venga raccolto e fatto germogliare.
Si rivela quindi l’altro aspetto dell’essenza dell’umanità che deve resistere: quello del narrare, appunto, sotto qualsivoglia forma artistica o matematica.
Ed è perciò evidente il valore di una sinfonia di voci come quella di questa raccolta: nella fragilità e confusione della vita dell’uomo odierno, si erge come una ginestra sul liminare dell’abisso, perché domani vi sia un ponte, o un volo, non una caduta.
My rating: 4.5-5/5

martedì, giugno 06, 2017

Xpo Ferens - recensione di Lorenzo Davia



Recensione di Lorenzo Davia dal blog Rivangare il Futuro

Alessandro Forlani ha preso una figura storica come Cristoforo Colombo, ci ha aggiunto un po' di Miti di Lovecraft e suoi miti personali, e ha tirato fuori un romanzo breve dalla lettura piacevole, interessante e con una serie di personaggi ai quali ci si affeziona. Parliamo di Xpo Ferens (Acheron Books).

Il giovane Cristoforo Colombo e suo fratello Bartolomeo, mercanti e navigatori, a seguito di un attacco di pirati saraceni raggiungono una strana isola dove rinvengono la mappa di un continente sconosciuto, situato al di là dell'Oceano Atlantico. I due fratelli decidono quindi di partire alla scoperta del misterioso continente. Braccato dall'Inquisizione, e alla guida di un bizzarro manipolo di marinai provenienti da mezzo mondo, Cristoforo Colombo troverà il sostegno del più pericoloso armatore che si possa immaginare, e che sembra molto interessato alla meta finale: Abdul Alhazred, l'Arabo Pazzo... Orrende negromanzie, equipaggi zombeschi, relitti di navi impossibili popolati da creature antidiluviane... il genio weird di Alessandro Forlani, premio Urania 2012, ci trasborda in una navigazione da incubo, che mescola e reinventa le suggestioni del fantasy avventuroso, del romanzo storico e dell'horror lovecraftiano!

Non scrivo questo post per convincervi a comprarlo, anzi farò finta che lo abbiate già letto e condividerò con voi qualche impressione. Se non lo avete letto, continuate a vostro rischio e pericolo!

Intanto già mi piace che l'autore abbia preso Abdul Alhazred come personaggio principale: perché limitarsi a imitare i Miti di Cthulhu quando puoi avere l'originale? Perché fare una brutta copia del Necronomicon quando puoi avere l’autore, addirittura disponibile a firmare autografi? E poco importa che l'Arabo Pazzo sia ufficialmente morto nel 738 divorato da una creature invisibile: l'Alhazred di Forlani si mantiene "vivo" e vegeto grazie alla magia nera e: "sono pazzo di conoscenze che mi guidano ad altri mondi". Ed è proprio in un altro mondo che vuole farsi portare, usando le mappe che Bartolomeo porta nella sua testa. Mappe di un continente al di là dell'Oceano, ma non nel nostro mondo. L'America dove finisce Colombo e la sua ciurma è altrove, popolata da altre creature che in passato costruirono simulacri per aiutarli nei lavori, fino a delegare ad essi la loro stessa esistenza:

(…) molte scene si spopolavano di creature del tempo antico e stipavano, invece, di accumuli di oggetti. Molte erano macchine, alleviavano gli sforzi; ma gli amenicoli moltiplicavano in ogni parte di quel
mondo. Cose inutili cui quelle genti si dedicavano con cure insane: e la espressione sui loro volti, di intelligenza benché mostruosa, era adesso di ottusa e entusiasta acquiscenza.

Beh, forse non sono finiti proprio in un altro mondo... D'altra parte, come dice Abdul Alhazred: "Tutti i popoli evoluti sono stupidi e vanesi."

Mi diverte anche come l'autore lanci delle stilettate contro certe manie e fobie contemporanee, ma intessendole talmente bene nella scrittura che più di qualche volta rileggevo il paragrafo chiedendomi: ma lo ha fatto veramente?

Abdul Alhazred gli confessò, indispettito, un errore di calcolo relativo alle pile elettriche:
«Che cosa sono le pile elettriche?!»
«Quelle anforette di terracotta: hanno esaurito l'autonomia; credevo che bastassero, fino al prossimo scalo...»

Io quando viaggio, uguale.

In tutto il romanzo si respira forte l'atmosfera dei film di Alien. Lo strano veliero trovato in mezzo alla giungla ricorda l'astronave degli Ingegneri nel primo Alien. Anzi, sembra che Alien: Covenant abbia copiato più di qualche scena da Xpo Ferens, come l'astronave in mezzo ai boschi o le creature morte nella città abbandonata.




Non sono del tutto sicuro che Forlani e Ridley Scott si siano messi d'accordo, ma non si può mai essere sicuri al 100%. Magari è quel classico caso in cui certe idee sono nell'aria e più di una persona le raccoglie.

Sia negli ultimi Alien (ok, l'ultimo Alien e il primo e unico Prometheus) che in Xpo Ferens si parla di Creatori, Creature Create e le conseguenze della Creazione.
In Alien, Peter Weyland crea David. L'uomo crea la macchina, poi la macchina David (ri)crea lo Xenomorfo perfetto, che uccide l'uomo. È la creazione andata a male, la nascita di un cancro che uccide il creatore.

Somiglia (almeno ai miei occhi) a questo brano:

Il peggio era che i demoni servivano quelle genti, in simbiosi disgustosa con le abitudini più nascoste... si ingobbivano sotto i pesi, trascinavano, li issavano; accontentavano i commensali ai banchetti fino a ingurgitare i loro cibi e i loro sidro; li rigettavano nelle gole degli inetti e crapuloni. Quadri osceni di ripugnanti fornicazioni fra quegli esseri famelici e maschi e femmine degli antichi: lo scultore aveva reso l'ossessione, la rassegnata e colpevole accettazione, che quei diavoli dal cranio cavo pervertissero ogni aspetto della vita.

E, più avanti:

«Indovinate cos'è accaduto? (...) li ossessionarono; non riuscirono a farne a meno, demandarono a questi esseri tutto ciò che era un anelito, sostituirono le loro vite. Finché entrarono loro dentro e li privarono dell'anima: se foste un uomo di un altro secolo direste invece l'identità. Quando furono completamente svuotati, e la loro civiltà è collassata su sé stessa, provarono a liberarsene imbarcandone su quelle navi: ne fecero commercio... Trasportandone negli altri mondi naufragarono nel vostro.»

Non per niente è uno come Abdul Alhazred che vuole (spoiler spoiler!) costruire altri mostri,:

"Ma a Cristoforo insospettì che guardasse alle sculture con il disprezzo, con il fastidio, che aveva sempre per ciò ch'è pratico e ch'è concreto; la insofferenza per le manovre durante il viaggio e l'impazienza finché montarono l'accampamento." 

Uno come Alhazred, insomma, che disprezza il lavoro pratico fatto dall'uomo, che vuole automi al suo servizio e che, nonostante la sua antichità, somiglia troppo a certi datori di lavoro moderni.

Questo rispecchia quello che diceva Frank Herbert riguardo le macchine, ovvero che "i costruttori di macchine corrono sempre il rischio di diventare loro stessi macchine". E questo perché lavorando con le macchine si finisce per trattare anche gli altri esseri umani come macchine, e a pretendere che si comportino come tali.

Da ricordare, al giorno d'oggi, tra automazione e crisi del lavoro...