Sword & Sorcery & Godot



(un breve racconto "sword & sorcery beckettiano")

Cinno legò i nodi dello straccio sozzo e logoro che si ostinavano a chiamare stendardo e onorare come tale; Gaus tirò la fune, la carrucola stridette: e la bandiera restò a mezz'asta sotto un cielo di antracite che le folgori sventrarono in violento temporale, scrosci torbidi gelati che allagarono il cortile.
«S'è bloccata.»
«Come tutto. Che cos'è che non è rotto?»
Una pioggia puzzolente di concime e solfatara. Gocce fredde, sabbia, sale sulla pelle e sui vestiti. Loro, lì - due deficienti - che esitavano al saluto dell'Impero e delle insegne. Si scambiarono uno sguardo, si interrogarono sottovoce: superstiziosi che le parole concretizzassero in profezie, si dissolvessero nella mota, le pozzanghere, nei muschi tra le pietre, e avvelenassero la terra e il tempo della rovina del loro mondo.
Se ancora c'era un mondo.
«... ma a mezz'asta è per i morti», Cinno si incupì.
«Noi lo siamo, pressappoco.»
«Prova ancora.»
«S'è incastrata.»
«Dài, tagliamola.»
«Cadrebbe: è un augurio più funesto.»
Insistettero a tirare, scuotere, e a calciare il piedistallo e l'antenna perché il cencio nazionale salisse in cima o scendesse; per riporlo nel suo scrigno o ritentare di issarlo: fu inutile. Il temporale gonfiò i brandelli di un'araldica, i colori, crivellati e bruciacchiati da battaglie millenarie; nomi d'oro di imperatori, in caratteri rotondi, che i soldati che li obbedivano non sapevano più leggere.
A entrambi loro non importava granché, da analfabeti qual erano.
«Non possiamo issarla più», disse Cinno, che si struggeva all'insegna floscia inzuppata con la pena di un addio, «non abbiamo più ragione di combattere e morire.»
Quei due verbi strani, vuoti, tuttavia pericolosi, sulle lapidi dei martiri e gli incunaboli dei giuramenti; nei sermoni dei sacerdoti cui si inchinarono decenni prima.
«Non possiamo più ammainarla, sembra a me», Gaus scrollò le spalle, «non possiamo più mollare.»
«Né restare qui all'aperto con questo tempo di merda», decisero: ritornarono al torrione e risalirono ai loro alloggi, si asciugarono la testa, si infilarono camicia, calzabraga pulite e riempirono le tazze di feroce caffè nero. Si fumarono due paglie.
Lo squallore della stanza, l'abitudine all'allerta, li alternarono alla trifora che si affacciava al deserto, al confine; il bordo grigio di cielo e cenere tra i pensieri e la barbarie. E si sedevano, a cavallo al davanzale, con una gamba a pencolare nel vuoto come se buttarsi potesse essere un'alternativa.
Cinno oliò e pulì i falconetti mitragliatori, Gaus si assicurò che alle loro banderuole non mancassero cartucce per i gladi a canne mozze. Lucidarono i morioni di vetroresina aerografata, con pin-up le meglio fighe dalle atellane di Tinto Brassus. Verificarono i moschettoni delle armature di kevlar.
«Regolare.»
«Regolare.»
Quello scambio di routine.
E il sospetto, il déjà-vu, di ripeterlo nei secoli.
«Il temporale non ci voleva», Cinno si immusonì: puntò a caso i pezzi di artiglieria contro un muro cinerino d'acqua fitta e di foschia, la lattigine lontana della polvere e dei nembi. I proiettili di pietra dei cannoni, e i cartocci di chiodi e vetro delle scariche a mitraglia, si sarebbero smorzati contro un nulla invulnerabile, «sprecheremo munizioni, non c'è visuale, li mancheremo.»
«Ti ricordi cos'è successo a Teutowald? I bastardi hanno attaccato con ordigni talmente enormi che li videro a chilometri nonostante la nebbia fitta: è impossibile mancarli, è impossibile...»
«... sconfiggerli.»
«Ci proveremo.»
«Resisteremo.»
«Sappiamo entrambi che è una cazzata.»
Osservarono, in silenzio, quelle rovine di fortilizio: il portone erano travi che marcivano al maltempo con rinforzi di metallo che cadevano ossidati; le grottesche delle borchie - volti umani, musi equini - appiattite e cancellate da un'usura secolare. Dal barbacane crollava a terra, ai due lati della torre, un semicerchio di mura e spalti pericolanti al troppo peso dei condor; qualche notte li svegliò lo schianto orribile improvviso delle pietre e dell'assito che slabbravano una breccia. Poi, col tempo, non ci fecero più caso. La sezione occidentale scomparì sotto la sabbia, i tarassaco e i detriti seppellirono le stalle. Autorimesse per carri armati che non sarebbero mai più tornati, che non erano partiti; foraggio secco per i cavalli dei catafratti che giacevano, carogne, su un altro campo del tempo. Nelle cisterne stagnava un'acqua dal sapore di benzina, e il cortile era un mosaico sprofondato sotto un trogolo con piramidi di casse d'orzo in scatola e di farro, le lattine di Falerno, gli otri gonfi di Coca Cola e il piedistallo della bandiera che si inclinava nel fango.
«È indifendibile.»
«La torre regge.»
«L'ultima volta la bombardarono.»
«Non c'è stata un'altra volta.»
«Non eravamo di guardia qui.»
«Siamo qui da...»
«Sempre. Insieme.»
Il bunker di cemento - la loro postazione - coronava un'impalcatura di cordame e grandi tronchi, su un campanile di cattedrale con un rosone di luci strobo. Rafforzato, nei decenni, di rivetti e di tondini; con spatolate di calcestruzzo sugli archi gotici ed eternit sulla quercia. Una gabbia da affamati, residuato di prigioni, proteggeva antenne magiche crepitanti che lenivano l'angoscia, la noia e la loro solitudine: riceveva pop peana, sit-comediae di Maccio Plauto, commentarii pomeridiani e film di un'Ellade in bianconero.
«Saranno un'orda, ci investiranno, noi non siamo che uno scoglio.»
«L'importante è che perdano un po' di tempo per sommergerci o aggirarci. Dobbiamo ritardarli.»
«Ho sempre un dubbio, però.»
«Qual è?»
«A proposito di Teutowald.»
«Un massacro, una batosta. Che ci è stata di lezione.»
«Sì, ma... c'eri, tu
«No, non credo. O non ricordo.»
«Io sì. Ma è come se fossero le memorie di un altro.»
Buccine e timpani, corni e sistri crepitarono alla radio. La voce elettrica del Comando, da un apparecchio all'altro capo del Continente, li chiamò ché riferissero sul niente quotidiano.
«Qui ridotta: vi ricevo», Gaus, ad occhi chiusi, sbadigliò nella cornetta. Snocciolò qualche parola, ma un tacete! lo azzittì:
«Scocca l'ora. Attaccheranno. Consistenti avanguardie di Necrogoti.»
«Sarebbe a dire?»
«Sarete pronti.»
«Lo siamo sempre, ma siamo soli.»
«Ma soldati. L'impero e l'imperatore contano su di voi; la patria, gli déi mani... questo genere di cose. Spose e figlie, padri, madri...»
«Ci occorrono rinforzi.»
La radio ronzò. Tacque. Il sospetto di un cachinno che echeggiasse dall'altra parte.
«Ci serve una coorte, la torre è una rovina. Mandateci qualcuno!», Gaus sbottò al microfono.
Altri lunghi, muti istanti. Quel riverbero di risa.
«Uhm, d'accordo, sì: qualcuno.»
«Molti uomini. Genieri.»
«È stimato che il nemico vi investirà tra sei giorni.»


La campana della angoscia rintoccò per cinque notti, li svegliò l'infido flauto di un'attesa disperata. La sensazione di una condanna che non sarebbe finita mai, di una pena già vissuta.
L'uomo piccolo, solo, claudicante, con un femore di mammut per bordone, apparì innanzi le mura un ventoso lunedì: nel crepuscolo sconfitto, taciturno e polveroso di un altro giorno di guardia al nulla dalla trifora del bunker.
Gaus gli puntò contro il falconetto mitragliatore; Cinno - con il gladio a canne mozze - scese svelto al barbacane a incontrare lo sconosciuto.
«Ha i colori della morte, cenci, l'osso», bestemmiò: gli puzzava di sciamano dei selvaggi mangiamorti.
Trovò l'uomo nel cortile: come avrebbero anche fatto le orde barbare, domani, scavalcò senza rispetto le macerie delle mura, gli andò incontro zoppicando sul mosaico limaccioso.
«Cazzo, sparagli!», lui gridò al compare. Ma vide Gaus interdetto all'artiglieria che scrutava nel mirino: gli sembrò fosse stupito.
Armò la lama, puntò, mirò, riuscì a fermarsi in tempo: e sputò un «mavaffanculo» su quel nero e tetro zoppo. Riconobbe, più vicino, l'anello d'onice di un Legato.
Sembra un augure, indovinò dal mantello nero; dagli amuleti d'argento e rame che portava attorno al collo.
«Sii il benvenuto», rinfoderò, «dove sono tutti gli altri?»
«Gli altri quali?», disse stanco il Legato. Non sembrava lo affliggesse la fatica di una marcia: la sua voce era spezzata da una pena più profonda.
«I furieri, i genieri, gli armieri... o insomma mano d'opera. Ci serve materiale, e erigere difese. Le truppe arriveranno, spero? Abbiamo poco tempo.»
«Non serve nessun altro.»
«Vorresti che noialtri...»
«Riguarda solo me.»
«Hai visto la ridotta? Ci vorrebbe un miracolo, sei capace di compierne?», Cinno scoppiò frustrato. Gaus, dalla torre, gridò di farlo adesso:
«Arrivano, al riparo! Ai posti di combattimento!»
Non li videro neppure, l'orizzonte rimbombò. Forme enormi, meccaniche e animali alitarono veleni e infettarono il terreno. Dal deserto brulicante, rumoroso di tamburi, salì lo strepito di picche e zoccoli e il tossito di motori, fu un'orchestra di coltelli sugli umboni degli scudi. Le insegne di legioni. Fischi cupi di proietti, scie nitrose di lance napalm precedettero i cannoni, le granate e i lanciarazzi, le parabole di pietra di baliste e catapulte. L'Augure si accese di un'aura scintillante, e le piogge di pallottole si spensero ai suoi piedi.
Gaus scomparve in una nube di cannonata.
Fuoco. Polvere. Asfissia. L'oscurità.


Cinno, faccia a terra, nel cratere di un'esplosione, si sforzò di alzarsi in piedi ma le gambe non gli obbedirono. Strisciò bocconi da quella buca, gli sanguinava la testa. Vide l'Augure incolume, col mantello strappato, che si affannava alla base della torre tra le assi e le macerie sparse ovunque dalle bombe. Un trabucco da ottantotto - inghiottì: non ci si salva... - doveva avere centrato in pieno la postazione di Gaus. E quel corvo, con fatica, lo toglieva dai detriti.
Senza faccia, déi degli Inferi. Una poltiglia di carne nera. Solo il torso. Solo un braccio.
Dal ventre esploso sgorgava un siero dai riflessi iridescenti, fil di ferro e di caucciù dalle membra mutilate. Aveva viscere di gomma e ottone suturate a quelle vive, una gabbia di metallo imbullonata con il costato. Lo fissava col solo occhio riconoscibile in quella polpa: era un occhio di cristallo incastonato in un teschio umano.
Cinno rotolò nel fango nero e fumante, quel pantano di cordite, pece, fosforo, letame, orme sparse dei cavalli e di stivali dei Necrogoti. Affondò nei solchi larghi, profondi e vittoriosi delle quadrighe trainate da Harley Davidson dei selvaggi signori della guerra.
Che li avevano travolti. Che li avevano sconfitti. Che sciamavano affamati nelle terre dell'Impero, a quest'ora.
Quanto tempo è trascorso?
Poté guardarsi le estremità: tubi ritorti di zinco ed osso. Pistoni idraulici, incarniti nei polpacci, fusi ed ustionati dal fuoco degli ordigni.
Gridò.
L'Augure, interdetto, lasciò perdere il compare: una bega cui magari tornare dopo, ma indifferente. Gli venne accanto con un sospiro per quella ennesima seccatura.
Posò a terra il femore di mammut ed estrasse dalla tasca ferri orribili e ricurvi, bisturi incisi di rune magiche e arthamé sterilizzati. Un turibolo di incenso, cloro, aloe, cloroformio; sussurrò nomi infernali e le sequenze di zero ed uno.
«Questo mondo è compromesso», gli disse triste incidendo l'inguine, perforando con il trapano nel serbatoio avvolto dagli intestini. «ridotto a una rovina.»
«Non sento nulla!», lui gridò impazzito, le cose orrende che fece l'Augure non gli causarono nessun dolore, «Il mio cazzo... un rubinetto! Ho un'autoclave nelle budella!»
«Farò in fretta, se stai fermo.»
«Sono vivo. Sono vero!»
«Come prima, certo. Buono.»
«Questo è un incubo.»
«Ma no. Tornerà tutto daccapo.»
L'Augure insistette: cuciva, recideva, sciacquava le interiora, saldava cartilagini. Cinno sentì i ricordi e i pensieri regredire; qualche cosa, nella mente, gli si spense in ottusa calma. Ritornò ad un indomani di sentinella tra le macerie.
«Verranno i barbari.»
«Che vanno e vengono.»
«Il nostro impero.»
«Dobbiamo pure tirare avanti. Ci dev'essere un motivo. Non c'è più nulla, ci resta l'uomo: io riparo l'uomo», disse l'Augure solenne.
Gli raccolse le cervella con del nastro da imballaggio.


Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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