1 - Ettore



1.

Ertan tirò in fronte al ministro Demirel, colpì al cuore il presidente Ariburun e ficcò quattro proiettili in corpo al professore Nihat Emin. Si scostò di dieci passi da quelle sagome di cartone, fotoritratti dei traditori in poltrona all'Assemblea Nazionale. Caricò la Luger calda e riprese il tiro a segno, sparse i bossoli d'ottone sulla ghiaia del cortile. Ma al balcone vide mamma:
«Sali», disse, «ho da parlarti»; tornò velata nell'ampie tende di rosa antico che ondeggiavano alle imposte di una stanza al primo piano.
Lui posò la sua pistola, quei fantocci crivellati. Superò la porta ad arco, la corte interna, salì le scale di una villa settecentesca ricoperta di stendardi, di panoplie, di ritratti di visir; baffi atroci di giannizzeri e strateghi di Gallipoli, comandanti delle mosche che sconfissero gli inglesi. Le canzoni di Aşik Veysel da chissà dove su un giradischi.
Mamma era seduta alla specchiera della coiffeuse, lo chignon di ricci grigi sullo stelo delle spalle. Volto sepolto di hennè e di fard in un enigma di sfinge egizia, la veste panna e le mani in grembo di un dagherrotipo esterrefatto. Il busto esile e la schiena dritta da imperatrice nel suo salotto; sotto il lino i fianchi larghi di una fertile anatolica. La miniatura di un barboncino dal pelo nero fra i ritratti delle nonne sul damasco alle pareti. La penombra di un privato che la luce non violava.
«È tornato molto tardi. Molto presto. Quasi l'alba. Mi hanno svegliata lo strombazzare dell'automobile e gli schiamazzi degli ubriachi.»
«Suoi amici?»
«Peggio ancora: c'è una donna. Porta in casa le sgualdrine.»
«Adesso è in camera? Con quella lì?!»
«Non si è tolto manco le scarpe dai piedi, figurati. Io non credo si sia accorto che è suonato mezzogiorno. È nel soggiorno, fa colazione, il suo risveglio da debosciato.»
«Lo raddrizzo.»
«Mi ferisce. È mio figlio e di tuo padre, ma...»
Mamma sembrò cercasse fra i flaconi di cosmetici, i barattoli, la squisitezza rococò dorata del suo tavolo-toilette, le parole e abbastanza senno per sopportare quello sfacelo.
«Non hai colpe», le si inchinò, «è il paese, è quest'epoca.»
La lasciò, senza voltarle le spalle, e seguì di stanza in stanza un profumo di biscotti, il tinnio di porcellane e cucchiaini di argento antico.
Il ritratto di suo padre in uniforme immacolata, scalzo tuttavia, col lungo fodero ma senza sciabola e lo sguardo fisso ad oltre, li vegliava dal soggiorno da un altare di bandiere, un turibolo, candele e gli asfodeli in un vaso d'oro. Stella bianca in campo sangue fra le fauci della luna. Quella data impressa a fuoco su una targa color osso, 27.05.1960, a tredici anni dall'Atto Eroico sembrava il termine di tutto il tempo, della computa dei secoli, inchiodava i mesi e i giorni su una croce di martirio.
Era la foto di un ghul glorioso col sudario di medaglie. Quando il sole a mezzogiorno penetrava le vetriate gli sembrava scomparisse fra quei raggi sonnolenti. Dopo il tramonto a volte lo spaventava. E sapere che di notte era ancora nella casa - che avrebbe udito i suoi stivali nel corridoio, che sarebbe entrato in camera, ad arruffarlo con dita gelide, e per guardarlo con occhi vuoti che secernevano orgoglio ottuso - nelle tenebre invernali fu un sentire terrificante.
Ma per mamma era un'icona, l'ombra miope dell'Altissimo. Ertan non comprendeva perché fra tante fotografie avesse scelto la più sinistra:
«Perché in questa è benedetto.»
«Lo sappiamo che lo è.»
Trovò Perin sul canapè con la nuova fidanzata - bionda, pallida questa volta: uno splendore da rotocalchi. Lui volgare, seta ed oro, coi capelli impomatati: sudore ed alcool di notti indegne gli impregnavano la giacca; la cravatta e la cintura sciolti al saz, le zurne e il canto. Lei gli sembrò reduce da un parrucchiere di strade povere: era lo stesso talmente bella da sopportarne la schiatta infima.
Sono sozza, ma una fica, dice il Cantico dei Cantici.
Sorseggiavano il caffè.
«Ti presento mio fratello», disse Perin alla bionda.
Non si strinsero la mano.
Ertan prese Perin da una parte, sottobraccio. Lo portò sulla terrazza. Un vento caldo sfogliava Omero abbandonato su un tavolino: la rampogna ad un vigliacco nel canto terzo del suo poema. E il mattino luccicava sui minareti di Ahmet Camii e il canale azzurro-argento fra le rive di due mondi. Folate fritte di peperoni venti aciduli di yogurt. Batiscafi di turisti.
«Io non credo che nostro padre ti approverebbe», lo accusò.
«Non possiamo assomigliargli, i nostri giorni non gli somigliano. Tento d'essere me stesso, che sarebbe già qualcosa.»
«Io non posso.»
«Tu lo neghi.»
«È perché sono il maggiore.»
«Ma papà fu capitano»: Perin lo avvelenava, con quel gioco di parole, «neppure morto lo eguaglieresti.»
«Ho uno scopo?»
«Parrebbe no. Ma chiedi in giro, se ne ha qualcuno.»
«Questa tua vita dispiace a mamma. L'ha molto offesa la cagna in casa.»
«Ascolta bene: è la mia ragazza.»
«Come no.»
«Dovrete farvene una ragione. C'è dell'altro?»
«Ce n'è eccome.»
«Dài, sentiamo la ramanzina.»
«Bruci soldi nei vestiti, nei locali, nelle donne e i casinò: non mi interessa, ti stancheranno. Ma che sprechi il tuo vigore, non onori il tuo cognome, che non ti sforzi di dare un senso a chi sei, l'educazione che ci hanno dato...»
«Se ne avessi l'occasione, se ci fosse, un'occasione, se il nostro gesto sortisse effetti, andrei da solo, con il fucile di nostro padre, contro le porte del parlamento a urlare a Korutürk di alzarsi in piedi. Per sparargli in mezzo agli occhi. Per riprenderci il paese. Come hanno fatto papà e Başbuğ, trentasette coraggiosi. Per cessare queste chiacchiere di intellettuali e politicanti. Questo, ha senso.»
«Sei sincero?»
«Ma vaffanculo!», Perin rise forte.
Ertan, ora, gli avrebbe subito spaccato il grugno. E lo avrebbe trascinato pesto e zitto dalla madre, e costretto a genuflettersi all'altare di suo padre. Lui però lo abbracciò stretto, gli sorrise, lo arruffò, lo afferrò per i coglioni e lo aggredì di troppo amore da mascalzone. La baruffa di due cuccioli.
«Ma per fortuna ci sei qui tu, che ci proteggi dai comunisti!»
«La porti a casa», si arrese Ertan: guardò torvo alla ragazza, «o dovunque l'hai trovata: non lo chiedo per decenza. Torni subito, ti lavi. Metti un abito pulito, decente, e tra un'oretta pranziamo insieme. Con la mamma. Poi diremo le preghiere, siamo buoni musulmani.»
Perin batté i tacchi in un saluto militare. Come facevano da bambini in una casa che non crollava. Tornò dentro, prese per mano la preda bionda ed un po' confusa accompagnandola con suadenti «vieni, cara». La ragazza arrossì e chinò lo sguardo.
Forse è buona. Forse è onesta. Era un peccato pensarne male.
Li sentì scendere le grandi scale e udì il rombo del motore. La Ford Taunus melanzana varcò il cancello ed uscì nel viale.


Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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