Trenta Pagine Mancanti (racconto completo)


Il regionale fermò stridendo alla stazione di San Terenzio.
Quello scalo era di fatto una facciata di mattoni con un cartello sbiadito azzurro e la bacheca dal vetro infranto. La tabella di cartone degli arrivi e le partenze, ch'era aggiornata e corretta a mano a tratti grossi di pennarello, era firmata da un funzionario che garantiva per quelle errata: ma anche questo, risi, probabilmente, era lo scherzo di un viaggiatore che aveva perso le coincidenze.
Al di là c'era campagna, sterpi, pini e una sterrata, la pensilina arancione e verde di una navetta per il paese. Un manifesto delle Big Babol con la Goggi in calze blu.
«La prima corsa fra un'ora e mezza»: avrei potuto tentare a piedi. Guardai lontano le vecchie case e i tetti bruni di San Terenzio e la strada attorcigliata che scompariva in un'erta folta. Ero stanco ed accaldato da quattro ore di viaggio in treno: mi sedetti ed aspettai.
A rileggere le pagine di quel gualcito dattiloscritto.
"L'Unità" ingialliva al sole in una tasca del mio zaino, l'avevo scorsa lungo il tragitto da Milano a Macerata per distrarmi da un pugliese e la sua lectio salentina:
«L'olio è meglio, il pane pure: ce li abbiamo solo noi!»; una panoplia di cartoline di spiagge e chiese e una cortina di fumo bianco di Marlboro e Nazionali. Le incisioni seicentesche di Loreto, Mantova e Messina nella fòrmica nocciola sui poggiatesta di panno rosso.
L'editoriale di Pavolini, le istantanee a grana grossa, mi deprimevano di battibecchi e di sconfitte sindacali, Mina se ne andava, l'urbi et orbi di Luciani su un'Italia col talare. Courier New fitte e persone nere sui fogli grandi su sfondo grigio. Gli orizzonti di formiche. Le sparatorie dei brigatisti come lotte in una buca. In quei fogli avevo altro: promettevano gli abissi.
Il tossito di un motore mi svegliò dall'immersione.
Salii sull'autobus, partì a fatica: un littorino riverniciato. E il conducente scrollò le spalle che beh, se non avevo duecento lire per il biglietto, «o un gettone, fa lo stesso: ma non le cambio le banconote», gliele avrei restituite ad una prossima occasione.
«Ci si conosce, qui. Ci si rivede.»
Trovai un posto fra donne anziane con un vestito da cimitero, ragazze tonde con gli occhi bassi e ragazzini con le bretelle. Uomini ruvidi in tute blu che discutevano a «ma va là?!», tiri goduti di sigaretta.
La sfacciata confidenza fra abitanti dirimpetto.
Attraversammo maggesi incolti e gobbe arancio di girasoli; quattro mura, poche lapidi e fermammo in una piazza. La fermata era l'insegna di un bar cordiale di tende bianche col menu di latta azzurra dei gelati Sammontana, il bianconero di una TV su un cavalletto di legno e zinco. Le porte verdi nocciola ed ocra degli edifici bicentenari. E un campanile dal crocefisso ossidato, piegato verso il basso, dalla sferza di un temporale sotto il tocco delle folgori.
Ma una targa, sulla chiesa, ne incolpava un meteorite: un incidente nel '58 in una notte di mezza estate.
Gli anziani miti seduti ai tavoli mi salutarono con un sorriso, ritornarono alla briscola, i giornali e una tappa della Vuelta. I posacenere della Cinzano che traboccavano di mozziconi, l'aroma forte di Jägermeister dai bicchieri in vetro opaco.
Chiesi al barista un caffè, un panino, una bottiglia di Coca Cola e se per caso sapesse dirmi dove abitava Diletta Vetri.
«È la scrittrice», si inorgoglì.
«Vengo per conto dell'editore. Sta lavorando ad un bel romanzo, sa?»
«Ne ha scritti molti.»
«Sarà l'esordio»; sventolai le cento pagine che avevo ancora piegate in tasca: mi guardò con gli occhi accessi, un'amicizia incondizionata, «è una gran cosa, faremo colpo.»
«Ah, è famosa?»
«Lo sarà.»
«Parleranno del paese», disse uno a un tavolino. Alzò il mento alla TV.
«Potreste leggerlo sui giornali.»
Mi sembrarono abbacchiati, non insistettero sull'argomento. Il barista incassò i soldi che gli dovevo, «tenga il resto», con una smorfia di delusione. Uscì in strada a indirizzarmi:
«Vive sola, è complicato. Deve uscire dal paese.»


Da quella piazza e le propaggini di San Terenzio, in effetti, si trattò di ridiscendere verso le rive di un fiume verde, per un selciato delimitato da staccionate fra le polveri dei pioppi in un intrico di canneti. Aironi grigi, cornacchie e merli si riposavano sui rami bassi. Fra gli sterpi erano cacce di lucertole e ramarri, che litigavano coi biacchi neri le lumache e cavallette. Poche tracce di pneumatici e biciclette sul fango secco, qualche impronta a piedi nudi e lo stivale di un pescatore. Una mezz'ora di passeggiata. La stradicciola si arrampicava su una collina di tufo giallo che fioriva di ginestre e adombrata dai cipressi: lassù in cima - mica male... - c'era il nido dell'autrice.
Più da vicino notai le crepe, la solitudine, l'inesorabile sfacelo lento dei rifugi di campagna alle intemperie dell'abbandono. L'altalena, le lanterne e una cassetta delle lettere arrugginivano di piogge e buio nel cortile delle ortiche. Una sdraio cigolava. Le tre finestre del primo piano erano cieche ed impolverate, sigillate da un cartone scolorito dalle estati.
Calpestai la ghiaia sporca di un vialetto semisommerso di margherite, il campanello gemette triste. Non mi sembrava annunciasse visite, ma che qualcuno si congedava.
Il soggiorno al pianterreno, dove la Vetri mi ricevette, era in ordine e pulito quanto basta a una scrittrice.
«Ha ricevuto la nostra lettera, vorrei sperare?», mi presentai.
«Potrete leggere la mia risposta quando lei tornerà in sede: sa com'è la posta, qui. Mi fa piacere che sia venuto.»
Ci accomodammo su due poltrone che odoravano di sonno, fra i braccioli ed i cuscini c'erano i gusci di noccioline. Servì i biscotti in un piatto cupo per la minestra e tirò fuori da una dispensa un repertorio di merendine: le Girelle, i pacchi, il cellophane in quel luogo così lontano.
Ebbi il lieve capogiro di realtà non coincidenti.
Doveva essere per la stanchezza: ero in piedi dalle quattro, e un orologio su uno scaffale ticchettava alle quattordici.
Lei, con aria complice, versò il tè nelle due tazze. Stese le gambe su uno sgabello, sprofondò nel suo cuscino:
«Ci incontriamo, finalmente.»
Lessi i racconti di quella donna la prima volta nel '76, collaboravo con "Monolite" come editor e correttore di bozze. Storie brevi, spaventose, sulla provincia del dopoguerra: cose aliene e tenebrose in quell'Italia del Neorealismo. La cinepresa di un Rossellini nei gironi dell'Inferno; la poesia di un Pasolini sulle labbra di un alieno. Fra tanti autori che pubblicammo sulla rivista - un bimestrale di fantascienza, del fantastico e del gotico - Diletta Vetri fu la migliore fra gli italiani. E il direttore Luciano Frutti, dietro mio suggerimento, si arrischiò a commissionarle ed investire su un suo romanzo.
Ero partito per incontrarla con la sinossi e le prime pagine.
Mi aspettavo fosse eccentrica, una giovane arrabbiata, pose lugubri, sataniche; candele, ciondoli, grimori e libri. Foto esoteriche in bianconero come Landolfi con la civetta.
«Non ho il telefono, ma c'è la posta. Ho traslocato un po' fuori mano. È un viaggio scomodo, mi rendo conto: ma posso scrivere solo qui.»
Strinsi la mano e prendevo il tè, al contrario, con una donna di quarant'anni: che per l'anagrafe ne aveva meno, forse, ma che in volto era più vecchia. Il gusto grigio, l'aridità, di un'infelice professoressa di matematica. Notai le mensole di vecchi libri di astronomia, di fisica, di medicina, e le custodie di telescopi che impolveravano su un armadio. Pochi testi del suo "genere" e falde intere di manoscritti, quei caratteri nervosi quasi incisi sulla carta.
Avrei giurato che c'era rabbia, in quella piccola calligrafia.
Una ragazza che non fu bella e che sfioriva in pullover bruno, quei segni rossi sul collo e i polsi ma nascosti dalla lana. Era curva, spenta e stanca.
«Il mio compito è penoso.»
«Siete contenti di quei capitoli?»
«Sarò sincero: così non va.»
«Qual è il problema?»
«È il suo stile, la sua prosa. Ma il romanzo non è un horror.»
«Che cos'è?»
«È un racconto autobiografico, Diletta: lei lo sa.»
«Arrivati a una certa età», sospirò come sconfitta, «si vuole scrivere la propria vita.»
«Avevamo un altro accordo. C'è un contratto, una scadenza.»
Diletta Vetri mostrò la risma sulla tavola in disordine, fra la macchina per scrivere, la Treccani e il dizionario:
«Ho finito. Quasi, insomma. Tutto l'horror che volete: so solo scrivere di certe cose.»
«Ho tre capitoli di anteprima: fino a qui non trovo niente. C'è una bambina di tredici anni in un paesino marchigiano: questo, immagino.»
«Da ragazzina abitavo qui.»
«La solitudine, l'isolamento, la passione per il cielo.»
«Poi, purtroppo, non mi sono laureata.»
«Pagine e pagine di racconto di una notte di comete.»
«Sì. Poi viene il brutto.»
«Non va bene, è troppo lungo. Tutto il romanzo va ripensato. Ho preferito ne discutessimo: costruiremo la sua storia.»
«Lei non crede che possa fare molta paura vivere in un mondo ch'era a misura dei nostri limiti, comprensibile ai nostri studi, ma trovarsi all'improvviso sotto un cielo scoperchiato?»
«È poesia, dov'è l'orrore?»
«Sta accadendo, e pretendete che lo si esprima a parole innocue.»
«Stimo molto il suo lavoro, non si offenda. Ma abbiamo dei lettori.»
«Dei clienti.»
«Li disprezza.»
«Legga il resto, prima. Vuole? Troverà che è spaventoso.»
Il manoscritto le tremò in mano, cadde a terra qualche foglio. Mi chinai per aiutarla ma strillò che non dovevo.
«È una sorpresa. Non l'ho mai detto.»
«Detto cosa?»
«È un fatto vero.»
«Come, vero?»
«Deve leggere. Vedrà.»
«Parliamo sempre di fiction horror. Narrativa.»
«Certo, sì. C'è un episodio: non sa nessuno che...»
Ci sorprese una folata, quell'odore nauseante: un dolciastro vegetale e le escrescenze delle cimici. Sulla soglia ci osservava quella strana ragazzina: sporte piene nelle mani, scarpe sporche e lo sguardo torvo. La brezza calda soffiò in soggiorno foglie, pollini e lanugine: era lei, però, a puzzare; sudai freddo dalla nausea. Pensai che il fango che la imbrattava fosse mischiato con erbe marce, con gli escrementi di un animale.
«Ti sembra il modo? Pulisci i piedi», Diletta Vetri la apostrofò; «È Lucia, la mia domestica: una ragazza... particolare.»
L'imbarazzo e molta pena di pronunciare quella parola.
L'altra, zitta, schiena curva ed occhi bassi, si scalzò dell'espadrillas e posò a terra le borse piene. Pane e latte e pasta e uova frutta e verdura per la dispensa. Stornai lo sguardo, mi spaventava: aveva gli occhi davvero grandi; troppo distanti rispetto al naso schiacciato e non aveva sopracciglia. Il viso lungo rettangolare e le labbra pronunciate. Mi sembrava masticasse, come avesse in bocca un chewing-gum. Aveva gli arti sproporzionati, lunghi, esili e aggraziati. Si muoveva troppo a scatti. Era goffa, ma in qualche modo elegante; in un vestito di stoffa verde da mercatino di una taglia troppo grande.
L'incarnato olivastro dai riflessi pistacchio. E i capelli crespi e bruni tagliati corti con il rasoio.
Aveva addosso il cattivo odore. L'umore fetido dei coleotteri. Vuotò le sporte su un tavolino e riempì scaffali e freezer.
Continuava ad osservaci diffidente nei miei confronti.
«Questo signore pubblicherà la nostra storia, Lucia.»
«Posso avere il manoscritto? Lo vedrò in sede con tutta calma. Ha promesso di stupirmi.»
«Mi manca poco. Lo avrà domani.»
«Un altro viaggio di dieci ore.»
Posai sul piatto una tazza vuota e un biscotto masticato. Il sole caldo del pomeriggio entrava obliquo dalle finestre, e accendeva i libri, e i mobili, di un arancio malinconico. Una polvere sospesa e una luce da incantesimo. Diletta Vetri sembrò invecchiare fra le sue cose. E Lucia, nel cucinino, sistemava i suoi barattoli. Mi sembrò tardi, volevo andarmene.
«Le converrebbe fermarsi qui.»
Sentii l'urgenza di qualche scusa per declinare quella proposta. Immaginavo un lettino stretto e puzzolente di naftalina, in una camera ammuffita e vuota al primo piano di quel tugurio. La tristezza silenziosa delle sere della Vetri. Quella ragazza che in piena notte spiccava salti nel corridoio.
L'odore acidulo degli insetti.
Perché ho pensato "spiccava salti"?
Lei aggiunse, per fortuna, che «a San Terenzio c'è un buon albergo. Economico, pulito: lo gestisce la parrocchia.»
La domestica andò via senza neppure salutare.
«Ah, non abita con lei», credo dissi sollevato.
«Qui vicino. Con il padre. Ci vedremo domattina.»
Col bisogno di tornare alla macchina per scrivere, e una certa scortesia – disabituata ad avere un ospite – Diletta Vetri mi spinse fuori e chiuse l'uscio con tre mandate: giri di chiave per me ed il mondo e il trascorrere di ore. Quanto occorreva per un epilogo, quattro maiuscole per dire FINE.
Scesi il colle di ginestre e tornai indietro sul lungofiume: con l'impressione di udire sempre, nel fruscio di foglie e canne, un malevolo ronzare e insistiti strofinii.


Avvertii casa che non tornavo, contattai la redazione: mille lire di gettone e un quarto d'ora di interurbane. Alla cabina blu-gialla SIP nell'atrio spoglio del municipio – cubo fascista di marmo grigio coi littori scalpellati – c'era un elenco dell'anno prima ma con le pagine immacolate. Un timidissimo W JUVE a pennarello sul vetro spesso.
Passai la sera seduto al bar con Ma che sera su Rete 1: sull'altra rete era in onda Sandokan, avrei perso la puntata. Ma il plebiscito degli avventori scelse le gambe della Carrà.
La croce china del campanile mi pendeva sulla testa.
«Com'è andata la faccenda?», domandai ad un anziano.
«Cadde un sasso dalle nubi. Colpì la torre, finì nel bosco. C'era un brutto temporale, fu un alluvione, morì qualcuno. I genitori della Diletta, per esempio.»
«Ah. Com'è successo?»
«Brutto a dirlo: è colpa sua. Con quella fissa per le comete, le meteore e queste cose: uscì di casa nella tempesta per cercare quella pietra. Una bambina di tredici anni! La inseguirono nel folto.»
Inghiottii. Versai da bere:
«Questo Varnelli gliel'offro io.»
«Li trovarono più a valle, due giorni dopo: li portò il fiume. Gonfi d'acqua e tagliuzzati: lo sa le bestie, con i cadaveri...»
«... ma lei?»
«Morsi e graffi in tutto il corpo. Molto sangue fra le gambe. La gente chiacchiera, assurdità. Qualche mese all'ospedale. S'è risvegliata ed è la Vetri che ha conosciuto. Sempre sola, strana schiva, con le sue storie che non ci dormi. Per qualche tempo restò coi nonni, a diciott'anni li aveva persi. Torna qui abbastanza spesso.»
«Sì, per scrivere.»
«In quella casa non potrei vivere.»
«E il meteorite?»
«Chi l'ha mai visto?»
«E la domestica?»
«Non ha domestiche. C'è una zingara, ogni tanto...»
Si fece rigido, tornai in albergo: triste, nitido e severo. Si potevano contare, su un intonaco ingiallito, le larve rare che in due-tre secoli pernottarono in paese. Gli spettri magri canuti e miti di qualche parroco di campagna, veterinari in soccorso a mucche e una banda di soldati. Dieci rintocchi di campanile e chiusi gli occhi angosciato e esausto.


Mi svegliai al cielo grigio che borbottava di temporale. La marmellata e il caffelatte della parrocchia mi rinfrancarono dai sogni cupi già sepolti nell'inconscio, e il racconto spaventoso sull'infanzia della Vetri. Ora, se non altro, potevo leggerla con più coscienza, lavorare in modo nuovo a quel romanzo che mi attendeva.
«Se deve scendere di nuovo a fiume», disse il parroco, preoccupato, «le conviene fare in fretta: ché l'aria è brutta, finisce male.»
San Terenzio era spazzato da una brezza polverosa, cui sbattevano le imposte e rimbombavano le tende. Soffi umidi e improvvisi che mordevano la pelle. Un cane attonito e mugulante si aggirava per la piazza, un poliziotto municipale, con il berretto schiacciato in testa, si ostinava a sentinella contro il plumbeo delle nubi. Udii lontano fischiare il treno che si fermava a quello scalo fra i girasoli, e il tossito del motore di quell'unica corriera. Tre sole corse per tutto il giorno, tre partenze: poi la notte.
«Sù, si muova», insisté il parroco. Mi prestò una bicicletta.
Pedalai fin la collina, e sulla casa si fece buio. Vapori neri di temporale e gli squarci di saette. L'ululio del vento freddo nel canneto e la foresta, una tempesta di foglie e petali dai cespugli di ginestre. La camicia, i pantaloni, la giacca frusta di lino beige mi si gualcirono sulla pelle e si macchiarono di fango, spruzzi d'acqua verde e fredda dal fiume grosso che si increspava. Le folate erano pugni, mi volò il panama: lo avevo perso; già affondato nella mota fra le ortiche e le radici.
Il cancello, l'altalena, la vecchia sdraio, le cole e i coppi sbatacchaivano e gemevano nel cortile trascurato. Le margherite si rattrappivano sulla ghiaia scricchiolante. Tende accostate e persiane chiuse alle finestre del pianterreno.
Ma il portone spalancato sul soggiorno a luci spente.
«Questa è matta», bestemmiai.
Lasciai la bici sul prato incolto, chiamai Diletta. Entrai trafelato. Ero fradicio, infangato e mi accorsi che tremavo.
Ma la stanza era deserta.
«Signora Vetri... Lucia!», mi azzardai di gridare. Anche trovare quella ragazza sarebbe stato rassicurante. Più del silenzio o l'oscurità che opprimevano la casa.
Salii di sopra: nessuno, vuoto. La stessa cosa in cucina e in bagno. Scoprii sul retro un'autorimessa con qualche attrezzo da giardiniere, qualche utensile da fai-da-te. Un'incerata copriva un'auto, probabilmente una piccola utilitaria. C'era anche il caso che fosse un sidecar, sospettai da quelle forme. Odor di polvere, trielina, grasso e di metalli che arrugginivano.
Sussultai per il boato dell'acquazzone che rovesciò. Chicchi di grandine sul tetto fradicio e le vetrate che si incrinavano.
Ero solo, ma al coperto: corsi a chiudere il portone. Accesi lampade ed abat-jour che scoppiettarono sfulminate. Vidi il fiume tracimare e circondare la collina, la lunga strada per il paese che scompariva nel verde torbido. Tronchi e piante si spezzarono in caudine inaffrontabili:
«San Terenzio è irraggiungibile. Tornare a casa non se ne parla. E questa stronza non ha il telefono!», caddi piangendo su una poltrona.
Ero in panico. Scioccato.


Quella tempesta durò per ore, ebbi il tempo di calmarmi. Ero asciutto, avevo cibo. Era caldo, in quella casa. Trovai fiammiferi, candele e lampadine e scoprii, rassicurato, che la stamberga restava solida. Diletta Vetri non ritornò, la sua domestica neppure: mi sembrò fosse normale, mi augurai fosse al sicuro.
"Qui vicino", aveva detto. Con il padre di Lucia.
E, considerata la situazione, mi sentii di curiosare quell'accidenti di manoscritto.
C'era il disordine di fogli e libri che avevo visto già il giorno prima, le stesse cose allo stesso posto sotto coltri di abitudine. E quella risma dattiloscritta, corretta a penna, voluminosa, che sperai mi spaventasse più di quanto lo ero già.
Un bel pensiero. Mi fece ridere.
Presi il pacco e lo sfogliai.
Proseguii nella lettura dopo i capitoli che conoscevo: quella "notte di comete", quel segreto doloroso... che potevo interpretare quasi sapendo la verità.
Girai la pagina centouno. Trovai la pagina centotrenta: una Diletta di sedici anni fatta dimettere da un ospedale.
«Non è possibile che il temporale abbia disperso le trenta pagine», pensai: tutto il resto era lì in ordine, benché il portone fosse per tanto restato aperto. Carte, briciole e cuscini e buste usate di Lipton verde.
Su qualche foglio un'impronta bruna, ditate sparse di inchiostro rosso. Rifiutai di pensare che fosse sangue: non mi dovevo lasciare suggestionare.
«... ma è la prova», risi, stupido, «che la storia è scritta bene.»
Cercai anche nel cestino fra le cartacce appallottolate, bucce nere di banana e le stagnole di caramelle. Risme sparse in libreria fra i volumi di ostetricia: che - con i trattati di astronomia, schede a colori sulle caeliferae e sugli ortotteri - erano forse più numerosi. Le letture discontinue di un dilettante in tutte quelle discipline. Molte pagine segnate e righe rosse di pennarello; studi inutili, rabbiosi. Era l'aspetto dei sussidiari dei tredicenni bocciati in matematica. Li trovai un po' inquietanti, sugli scaffali di una donna di quarant'anni... Una carta assottigliata da trascorsi malinconici.
Ma i capitoli non c'erano.
«Non li ha scritti. Mi ha mentito.»
Ciò che avevo, tuttavia, si interrompeva e ricominciava con due parole spezzate: la lineetta di un "a capo" che taceva in un mistero. Ero una volpe coi tralci d'uva:
«Sì, li ha scritti. E non li trovo. Ma dov'è andata con questo tempo?»
Pioveva meno, sembrò schiarire, l'acqua melmosa si ritirava. Guardai fuori, nel cortile, e mi dispiacque di non trovare la bicicletta. Una scia di fango e sassi che me l'aveva portata via. Erano quasi le 17.00, non sopportavo di stare fermo.
Non mi azzardavo ad andare a piedi. Mi venne in mente l'autorimessa.
«È pur sempre un tentativo.»
Conoscevo le 600 e la Benelli di mio cugino: un'altra moto o un'utilitaria avrei saputo guidarle. Tolsi il telo polveroso, ma rimasi inebetito.
Era una noce aggrinzita ellittica di metallo verde scuro, dai riflessi iridescenti in quell'alone di lampadina. Lunga circa un metro e ottanta ed incrostata di radici, foglie, terra e minerali secchi almeno da un decennio. La superficie rugosa e fredda era segnata da graffi e colpi: scrostata, pallida a un'estremità ma annerita da quell'altra. La parte scura appoggiava al suolo fuori dal cerchio della debole luce elettrica: mi chinai a esaminarla, quella cosa mi schifò. Il metallo della noce pulsava morbido stillante liquido, un olio fetido lattiginoso che suppurava sul pavimento. Era un utero, un oblò. Per il ribrezzo mi trassi indietro, urtai la macchina, la rovesciai. Dall'apertura vidi l'interno di specchi concavi, globi ed escrescenze che sembravano strumenti sul quadrante di un aereo.
Udii un tonfo alla parete, colpi insistiti sul basculante. Lo scatto oliato della serratura: l'anta di ferro si sollevò. Puzzo di insetti, di fiori marci.
Entrò Lucia spingendo un montacarichi inzaccherata fin le ginocchia.
Era fradicia, sfiatata, col volto gonfio per la fatica. L'abito verde bagnato e lacero con macchie secche di sangue nero. Croste scure sulle unghie.
Guardò la noce caduta a terra e poi me con occhi torvi:
«Ha detto il padre non la toccare!», sibilò, «Ha detto altrove! La nascondiamo!»
Mi venne addosso col montacarichi.
Scattai d'istinto alla parete degli attrezzi e mi difesi con un forcone. Ululai terrorizzato. Lasciò il carrello, scappò nel bosco. La inseguii sotto la pioggia nel marasma del fogliame, rami curvi di tempesta e la trappola di mota. L'acquazzone si era spento in una doccia appiccicosa, calda, soffocante; grida e fischi degli uccelli mi assordavano, impazziti. Ero cieco di sudore, mi sentii mancare il fiato. L'argilla grigia fin le caviglie, scivolavo, incespicavo. E la ragazza saltava svelta, dinoccolata, disturbante su quegli arti irti di peli troppo lunghi e troppo magri. Si fermò solo un istante, torse il collo in modo spaventoso. Mi fissò con gli occhi scuri che scintillavano di ostilità. Di feroce indifferenza.
No, non era ritardata: era lo sguardo di un animale. L'inesorabile voracità delle mosche e cavallette.
Sparì fra gli alberi, ma scoprii dove. Duecento metri di arrampicata dietro a me, sotto il velo della pioggia, vidi il tetto rosso e sghembo della casa della Vetri.
Qualche metro un po' più in alto di dove adesso mi fermavo a respirare, con la schiena ad un castagno ed aggrappandomi disperato al mio forcone, si intravedevano le lamiere e gli assi grigi di una squallida baracca. Sullo scheletro incompleto di un villino abbandonato.
Più distante, laggiù in basso, silenzioso, già luccicante del sole tiepido del pomeriggio, c'era il cotto ed il mattone degli edifici di San Terenzio: mi sembrava irraggiungibile; un pianeta all'altra curva dell'universo che all'improvviso perdeva senso.
Proseguii, perché era folle. Sono un lettore di fantascienza.


Più salivo alla baracca più l'odore mi stordiva. Quel dolciastro nauseabondo stomacava, ma mi attirava. Sonnolento, accalorato, col sesso turgido nei pantaloni:
«Ma che accidenti mi viene in mente?»
Mi si stringevano le budella e mi tremavano le gambe, palpitavo, ma avevo un'erezione. Stavo perdendo lucidità, sragionavo. Non so più rendermi conto quale parte della storia sia distorta dal delirio: probabilmente è tutto finito col temporale, sono crollato per lo spavento su una poltrona di casa Vetri. Dove il parroco, il barista ed un dottore mi hanno trovato il mattino dopo e caricato su una barella.
Ma ho ricordi un po' diversi.
Sulla soglia del rifugio c'era a attendermi Lucia, con un'altra ragazzina che sembrava sua gemella. Uscì una terza, rabbrividii: si somigliavano, e somigliava a Diletta Vetri, ma con gli occhi ancor più grandi quasi ai lati della testa. Aveva gli arti sproporzionati anoressici con le ossa delle gambe che piegavano all'interno, peli bruni sulle braccia come setole suine. Fissai attonito i loro volti disgustosi che però, più li guardavo, più ricordavano i tratti dolci della madre. Si tenevano per mano. Le dita piccole della gemella di Lucia erano aguzzi runcigli neri.
«Una bambina trovata in coma con il ventre insanguinato. Nel cinquantotto. Pressapoco la vostra età. La meteora, l'ostetricia, quegli studi sugli insetti. Quell'oggetto, sotto il telo, che non era solo un sasso...»
«Lo aveva scritto, lo avrebbe detto, ci ammazzerebbero. Nostro padre non lo vuole.»
«Dove sono quella pagine?»
«Gliel'ho rubate. Le vuole il padre.»
«Lei dov'è? Voglio vederla.»
Biascicarono. Fremettero. E poi guardarono, innervosite, a una catasta di pietre e legna che franava in un fossato. Fra quei ciocchi chiari, marci, si indovinavano due piedi nudi. Freddi, gonfi. L'incarnato dei cadaveri.
Le ebbi attorno poi addosso che neppure capii come. Mi strapparono il forcone, mi spintonarono nella baracca. Le vertigini e la nausea del terribile fetore. Ebbi un conato, caddi in ginocchio. Poi, carponi, mi trascinai nel labirinto di lamiere, calcestruzzo e pannelli d'eternit in una stanza più buia, fetida, con una tavola su una cassetta da fruttivendolo. La luce diurna la penetrava da una ferita del laminato: illuminava trenta fogli dattiloscritti con i margini annotati da una minuscola calligrafia. L'orlo piegato con il numero 102 e una pagina gualcita con il 129.
Quel masticare e lo strofinio dal nero angolo di oscurità. Quell'odore velenoso. Il pene eretto nei pantaloni e le ragazze che sorridevano.
Tesi il braccio alla cartella. Dovevo essere rimbecillito. Dalle tenebre scattò sui fogli una zampa, schiocchi d'elitre e di ali. Affiorò la testa enorme, ripugnante e chitinosa di qualcosa che assomigliava a una locusta con i tratti antropomorfi. La gorgiera e il vetro infranto di una specie di scafandro.
Un'artigliata mi rovesciò, strisciai sui gomiti impazzito per quell'orrore.
Ebbi addosso le sorelle. Graffi, morsi. Persi i sensi.


A San Terenzio si sussurrava che la Vetri fosse morta d'acqua e fango come accadde ai genitori, ma sulle rive nessun cadavere.
«Cani e corvi fanno presto: c'è da augurarsi sia andata a fondo»; tristi segni della croce che esorcizzavano quello scempio.
L' "infelice" e "handicappata" che vedevano ogni tanto in paese, a fare spese per la scrittrice sempre sola in quella casa, non si sarebbe più fatta viva, scommettevano:
«Solo lei la sopportava: fa impressione, poveretta. Sembra manco un'italiana»; i modi bruschi, il cattivo odore e le evidenti deformità. Era sparita per le campagne come accadde già altre volte.
Mi medicarono la botta in testa, gli ematomi, e insistettero perché restassi fino a guarire da un'influenza.
Il temporale mi aveva colto sul lungofiume, mi convinsero: ho rischiato di annegare; sono arrivato per un miracolo da Diletta e ho fatto un tonfo sul suo divano:
«Una pellaccia!», scherzò il dottore, «io, per esempio, sono sicuro che sarei morto.»
A Milano, in redazione, si intestardirono che quella storia dovevo scriverla, pubblicarla. E qualcosa mi inventai: Dischi Volanti nel Marchigiano. Le copertine di Chiara Tolli con un mostro con le squame.


Soffro di un incubo di me, nudo, su un materasso sfondato e lurido. Sono madido, e mi dolgono le reni. Ho una squallida, colpevole, disgustosa spossatezza. Sento il ventre appiccicoso, il mio sesso è rattrappito. Nella stanza che è un porcile, con la muffa alle pareti, tre bambine che sghignazzano e si rivestono di stracci verdi. Le schiene lucide e setolose e le pance che si ingrossano.
Ieri sera, poco dopo l'ultima corsa della metro, ha suonato il campanello e ho fatto entrare le tre sorelle. Ci hanno messo nove mesi, a rintracciarmi: sulla scia dei feromoni.
«Siamo incinte, dice il padre. Sta per nascere, lui dice.»
Restano ore con me in cucina, fino all'alba, a rivelarmi segreti cosmici. Servo il tè, sgranocchiamo le noccioline. Leggo manuali di medicina, sugli insetti e d'astronomia per aiutarle a ritornare alle stelle e infestare il nostro mondo.

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

Nessun commento:

Posta un commento

Edited by K.D.. Powered by Blogger.