Thanatolia - Frammento di Pattini e Hristina, 5.2


5.
Affacciato alla finestra con la mug di americano, masticando il nono Oreo dei quattro al massimo che si era imposto, guardò la bionda che messaggiava all'altro lato della strada, ferma là da un quarto d'ora con una smorfia da spazientita.
«Anche in ansia un po', però», vuotò la tazza Alessandro Pattini: pensò attendesse un ritardatario o che la avessero bidonata, si sfregò la barba e il naso dalla poltiglia di cacao-vaniglia. Trattenne il rutto delle 10.30 e le diede un'altra occhiata: ché si capisce che è una gran fica fino a qui dal sesto piano.
Meglio muoversi, però: le incombenze quotidiane. Si grattò il pacco, tornò in cucina, guardò alla wasteland del frigorifero; piatti ed abiti in soggiorno e scatolette fra le coperte, torri di coni di Saikebon e una coltre di calzini. Action figure, cofanetti, le edizioni feticistiche brillanti d'alcool e un panno umido fra scaffali di fumetti; la luce incerta di tardo autunno sugli involucri di cellophane.
Sciacquò la faccia, si lavò i denti, si vestì e calzò le Camper. Scese le scale verificando la carta pay-day ché ci fossero i quattrini per le cibarie di almeno un giorno, la sua dieta post-atomica a base plastica e lattine e polvere, quei suoi pasti duri e nomadi da episodio di Kenshiro.
Uscì in strada ed era lì: ma dal suo lato del marciapiede. La biondina proprio-platino, affilata, coi fanali verde assurdo, troncò al telefono con chissàchestronzo in poche frasi taglienti e slave:
«Masz rację, on wyszedł, tak: jestem za nim, dziękuję Pavel.»
… e ti pareva che una topa simile - lui rise becero, scrollò le spalle - non fosse ucraina, kazaka o russa? Quell'erotico razzismo da pop-up sui siti internet. Se ne andò, senza voltarsi, lungo la strada per il discount: seicento metri di palazzine e di pensieri tormentosi.
Ché è stasera.
È per stasera.
C'è la riunione del comitato.

Ma guardacaso, lo infastidì, dopo uscita l'intervista.
"Nuovo corso" e "gesti forti", la "lotta armata" di quei coglioni, si erano spenti da almeno un mese nell'entusiasmo per Lucca Games; l'ansia spasmodica per Justice Odissey e l'Episodio XXII. Onde evitare illazioni e spoiler fake e rumors e preview - che si sa quanto inasprissero il dibattito politico - il forum-base del Movimento No Pointless Act aveva inteso di rimandare dopo tutte le convention. I ragazzi di MI e Roma, private message coi vari admin, insistettero ad agire solo dopo Stranimondi, Romix, Comicon e se possibile Verona e Napoli.
«Ci sta bene, okay raga'»: la base manga Martina e Chicca aveva subito dato assenso; Marzio e Stefano, «vabbé», ne approfittarono per dare esami: quei dispendiosi quattordici anni fuori corso in Facoltà. Quanto a Irene, aveva chiesto che ne pensasse il compagno Jacopo: quello, da camerata, troppo offeso per l'epiteto, le aveva tolto l'amicizia su tutti i social e bannato lui medesimo per non essersi schierato. E perciò l'attività di quella cellula cittadina era in pericolo da settimane:
«Sta per vincere il sistema», li ammonì terrorizzato, «voi non sapete com'è laggiù, non potete immaginarlo.»
Ma i compagni gli risposero che non li avrebbero catturati, e che comunque si continuava a lottare sempre e fortissimamente in silenzio dai raduni di cosplayer e i sotterranei del roleplaying game; lo stesso spirito le stesse idee la stessa grinta degli anni '80, per esempio.
«Sta per vincere il sistema», ripeté, «o forse ha vinto.»
Ma stasera, all'improvviso, c'è un incontro straordinario.
Un ticchettio regolare e sexy spezzò la serie di quei pensieri: la bionda platino in cosce a spillo lì sull'ingresso del supermarket.
Tornò ad essere un Paladino di ventottesimo livello, e le cedette le fotocellule e il linoleum della soglia. La rastrelliera con i carrelli e il lettore delle impronte.
Lui odiava il si bemolle di quel sistema di sicurezza che gemeva del suo pollice di ex-dormiente in Thanatolia; la luce arancio ed il bip sinistro che attiravano avvoltuomini. S'era abituato a comprare i viveri che riusciva a trasportare.
Lo evitò.
Lei pure, vide.
La scommessa, un po' maligna, che non fosse regolare.
Si abbandonarono alla folla spenta che vagolava fra gli scaffali, i girotondo agli espositori ed il becchime dei vari assaggi promozionali. Bambini ciechi di mali elettrici, morbi web, televisivi, che strillavano alle mamme perché scialassero in illusioni, li ingozzassero di chimiche e li marchiassero di griffe; jeans e felpe e giubbe e scarpe suturate sulla pelle. Quando sceglieva quegli aggettivi per definire ciò che vedeva, adesso, o sorprendeva ghoul grigi magri sugli scaffali dei prezzi bassi, si impensieriva di non essere ancora sveglio e ingobbirsi alla corona con i capelli rasati a zero. Ma i flaconi e le lattine, ma i detersivi, le Coca-Cola, le zuppe in busta ed il pane in cellophane lo yogurt copto ed il sushi in tetrapack erano tanto e così reali da fugargli ogni sospetto. L'Uomo-Uccello gli ammiccò dalla corsia della cosmetica, dove offriva campioncini di necrotina e di fondotinta.
«Degli ipermarket faremmo dungeon... non fosse infatti che lo sono già.»
La bionda slava abissalecosmica gli venne accanto, gli si strusciò. Gli tolse un pacco di Pan di Stelle:
«Questo è l'ultimo: tu prende?»
Quell'accento da Von Carstein.
Continuò a pestargli i piedi al frigorifero dei sofficini, degli Yomo, dei piselli e sui bastioni di carne Simmenthal; i Buondì di cioccolato e i Tegolini ma-di-fondente. Alessandro, in erezione, sputò accaldato la frase stupida:
«Ciao, ma ti conosco! Vieni spesso qui al discount?»
Ne ho molte altre, se non rispondi.
«Tu innanzi tutto è terrorista che fa pena, se ha creduto che è per scopare che ti ha seguito fin qui da casa. Sei criminale con i biscotti, fai tanto ridere, Alessandro Pattini.»
Si ammosciò dalla paura, gli si torsero le viscere, sudò freddo impallidito e le rispose pulcino e stridulo:
«Tu chi sei?! Che vuoi da me?!»
«Hristina Ganeva: non sono sbirro. Dài, paga la spesa: ce ne andiamo per parlare.»
L'avvoltuomo spiccò il volo con un grido spaventato, e scomparve in fumo e cenere tra i pannelli del soffitto. Con in grembo un'immondizia sigillata e inscatolata - la scadenza ai mesi estivi del 2068 - si accodarono, lei dietro, a un pilastrino per il pagamento; l'occhio rosso digitale scansionò quelle schifezze.
«La pay-day è insufficiente», lo accusò la voce elettrica, «inserire un'altra carta.»
E Alessandro si frugò grondando porpora dall'imbarazzo tasche e taschine dei pantaloni e il giubbotto e la camicia: scontrini esosi di fumetteria, data-sheet dei Personaggi, liste illeggibili di promemoria e un cartoncino del suo dentista.
«Non ho un euro», pigolò, «riporto a posto i Cornetti Algida.»
Fu attorniato da una folla che lo fissava con sdegno e rabbia: quella bestemmia, quel sacrilegio, presso un altare di Notre Lidl. Dietro i teschi, messe in piega, gli ovali attoniti delle bambine, galleggiò il berretto blu di un vigilante di sicurezza:
«Cassa quattro, sì, ci vado», lo sentì ansare nel walkie-talkie, «c'è un problema? Che problema?»
La nosferatu lo tirò indietro, frugò in borsetta, cavò tre carte: quella plastica dorata di un conto in banca con molti zeri. Ne inserì una nel pilastrino che le rispose con l'Alleluia di Buxtehude: sul display la faccia idiota di un primogenito di papà che sorrideva da un tempio a Delhi con un diadema di bacche e fiori.
«L'hai rubata!», lui ringhiò.
«È mio moroso», sbuffò la stronza.
Lo spinse fuori dal discount, in strada, con la sua sporta di cancri al fegato.
Si incamminarono tra i condomini sotto i terrazzi di panni stesi, le paraboliche e le biciclette e i gerani e cani tristi. Donne grasse in canottiera coi mozziconi di sigaretta, che aggiungevano alle nubi un altro cielo di nicotina. Si fermarono a un muretto arrampicato di lumache.
E Alessandro si stupì che fosse tutto così vuoto.
Si guardò in giro, ascoltò e sbirciò ché sbirri veri non li osservassero. Poi pensò - sono un coglione! - che era lei Carabiniere: poteva illudersi che negandolo non lo avrebbe sospettato?! Sicuramente c'è un addestramento: per cui lo sanno che se ci mentono noi sappiamo che ci fregano, noi perciò non ci caschiamo! Ma 'sta figa ossia 'sta fifa - a elucubrare si ingarbugliò - mi ha detto subito cos'era o no: perché sapessi che cos'è in realtà!
«Adesso smettila», lo apostrofò.
Gli sembrò d'essere un racconto giallo che le annoiava quegli occhi verdi.
«Ti sei sbagliata, non mi conosci. Stai cercando un altro uomo.»
Lei gli recitò, con esattezza da ufficio anagrafe, data di nascita e cognome e nome domicilio e residenza; capo d'accusa in nullafacenza e detenzione nel Continente; nuovo lavoro e contratto social che gli toccavano per reinserirsi.
Gli altri membri della cellula.
Il loro covo in garage da Chicca.
Gli fece il nome del professore, dei magrebini, del finlandese, che reclutò per l'azione estiva e come fosse finita male.
«Sei proprio giuda, tu.»
«Sai tutto quanto, ma come hai fatto?!»
«Ho un ex ragazzo in Organizacija: cattivo vero, tu sei fichetta. Loro sa affari di chicchessia, se vuole: ride tanto, di voialtri.»
«Vuoi ricattarmi!»
«Con cosa paghi? Tue figurine di Yu Gi Oh?»
«Vuoi che tradisca! Che venda gli altri!»
«So dove dormono, non l'hai capito?»
«Non puoi cavare granché da me.»
«Ma tu sei l'unico, di vostro gruppo, che ha sofferto la corona. Io viene da posto che c'è regime totalitario: ti compatisco, vorrei lottare.»
«Oh... Io ti ringrazio...»
E all'improvviso tornò sereno. Prìstina, Cristina o come cazzo si chiamasse lo guardò fisso negli occhi bruni e gli sedette un po' più vicino, quelle sue dita rosate e splendide su una sua spalla immalinconita. E Alessandro le fu grato, fu felice che finalmente certe parole, certe esperienze, quei fatti gravi del suo passato fossero veri per qualcun altro. Pensò ai dibattiti con i compagni: la nostra vita non pesa nulla; ci consegniamo alla Madre Sterile che ci punisce coi nostri sogni. Guardò a quel volto di giada e pesca cicatrizzato da un mondo autentico: vide il cielo, tra i palazzi, mai più infestato dagli avvoltuomini. Scacciò commosso il progetto squallido di riprovarci e portarla a letto. È una mafiosa, non converrebbe: teste di grizzly fra le lenzuola.
«E c'è anche peggio: che anch'io c'è stata.»
«Non ti ho mai vista in Handelbab o Tjaratur.»
«Io non capisco», scrollò la testa, «sono stata in quei cunicoli.»
«Quale dungeon?»
«Quell'ospedale. Vi ho visti morti su quelle sedie. Quei caschetti e teleschermi, quelle luci e quei morsetti. Sul web si sparla, io visto vero.»
«Tu sei stata sveglia negli istituti di Clara Muttertod?! Come sei tornata viva?»
«Sì, fatto infermiera. Poiché è polacca non li interesso.»
«È straordinario!»
«Mostruoso, orribile. Io non credevo fin questo punto. Rischiamo tutti, bisogna opporsi.»
«Beh, lo sai: lo sto facendo.»
Ma quel "bisogna" in accento lugubre, quella forza di non cedere, gli sembrarono più duri di uno scontro da keybord; dei discorsi in stile Efialte da condividere linkando YouTube. 
«Voi fate sit-in, vi confrontate. Molti incontri informativi. Qualche cazzotto coi poliziotti, qualche fumogeno nei tafferugli. Voi performance, voi sondaggi, belle parole di testimonial. Ma è troppo comodo: bisogna agire.»
«C'è chi lo pensa e vorrebbe battersi. Irene e Stefano son per le bombe.»
«Due cretini!», rise forte.
«Hai soluzioni?»
«Vorrei proporne. Mi introduci nella banda?»
«Questo no, non è possibile.»

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

Nessun commento:

Posta un commento

Edited by K.D.. Powered by Blogger.