Thanatolia - Frammento di Markus

Illustrazione di G. Attinà per il progetto Crypt Marauders Chronicles

Markus Ahler scattò in piedi con la spada stretta in pugno, solo uno straccio buttato addosso ma l'importante era il ferro in mano:
«Ti ho sentito, vieni avanti.»
La sconosciuta esitò nel buio dei tronchi fitti della pineta: finalmente mosse incerta, vergognosa e spaventata nel cerchio arancio del suo falò ridosso a un dolmen di massi infranti.
Era una bimba di ricchi panni profumata e ingioiellata, con gonnella e giustacuore di filo d'oro e velluto blu. Gli sembrò così spocchiosa, blasonata, di antica stirpe che manco il fango o fogliame marcio ne inzaccheravano le babbucce, né c'era un ramo o sterpaglie e spine che le guastassero la messa in piega. L'aria calda, appiccicosa, puzzolente di campagna non le sudava la fronte altera e il volto ovale color di pesca.
Molto nobile. Di più. Ma non bastava a fregare lui:
«Fai uscire allo scoperto anche gli sgherri che ti accompagnano.»
«Sei molto abile, cavaliere», la mocciosetta restò ammirata.
«Siamo a due miglia dalla città, 'sto posto è sozzo, la strada è incerta. Se sei restata così pulita viaggiavi in sella, magari un cocchio. Quello stiletto, nella tua cinta, farebbe ridere i pettirossi: ma viaggiare qui, di notte, è come stendere testamento. Dove sono le tue guardie?»
Elmi, spade e *torce elettriche scintillarono nel bosco, balestre svelte ed aguzze lance e l'alabarda di un sergente. Scudi rossi a bande d'oro di un potentato efficiente e saldo.
«Venti uomini», contò, «mi era sembrato che foste il doppio. Avete fatto un gran bel casino per appostarvi per questo agguato.»
La bimba bionda restò colpita da quella ennesima spacconata. Ma alla luce delle torce, sotto il *kevlar degli elmetti, bastò uno sguardo di quei soldati a rassegnarlo di non barare.
Siete in gamba, okay ragazzi. Ci son cascato, non vi ho sentito. Avreste potuto beccarmi nudo manco svegliarmi e accopparmi qui.
«Io sono Hecaterina, principessa di Ishbaystan: sei tu l'Ammazzamorti?»
«Le voci volano.»
«La tomba è piccola. E non ci sono così tante spade, in giro, che feriscono gli spettri e li bandiscono dal mondo. Ho un lavoro, cavaliere.»
«Io non sono un mercenario: ho una missione, non capiresti.»
«Per trovarti ho fatto il giro dei tavernieri cui devi soldi. Dormi all'aperto fra quattro pietre per sottrarti ai creditori. Hai più pericoli in tribunale che in queste tenebre desolate.»
«No, sono un romantico: mi commuovono le stelle. Ho un gran gusto a stare solo e di pensare alla mia mamma.»
«La tua crociata ti ha reso noto. Quanto al pane...»
La principessa schioccò le dita ad un armigero del seguito, che sfilò dalla cintura quella bisaccia sonante e gonfia. Gliela gettarono ad aprirsi ai piedi come un involto di cartastraccia: mille astragali, di più. Conosceva avventurieri crepati male per molto meno.
«Paghi bene.»
«È una caparra. Mi basta solo la tua parola.»
«Porta a termine il lavoro», il miliziano lo apostrofò, «ce n'è parecchi, se sarai bravo.»
«Se rifiutassi?»
Markus Ahler tese i muscoli a una risposta di frecce e lame, perché sapeva che a certa gente non gli sconfifera di udire un "no". Ora, i balestrieri gli avrebbero subito atrocemente trafitto o le natiche o le spalle; lui, stretti i denti e bestemmiato, avrebbe sparso budella e sangue per la radura fino a prendere per il collo quella bimba un po' viziata, ribadito il suo rifiuto per tornare ai fatti propri.
Fame e esilio, notti e morti e il fuoco sacro di Disillusa.
Ma Hecaterina e i suoi soldati, come sconfitti da quel diniego, si guardarono in silenzio e sconfortati da una mancanza di alternative.
Ah. Si arrendono così?
Quell'abitudine a comprare gente, cose, senza mai essere contraddetti. Anche lui, nell'altra vita - rampollo stronzo di un altro mondo - si comportava allo stesso modo. Ma in Thanatolia, ma in questa tomba, pensano tutti che sia normale.
Quei poveracci lo impietosirono. E ormai sapeva anche che il suo destriero dal manto nero, quella potente *motocicletta di carne e ferro e stregoneria, lo conduceva per quei sentieri ch'era previsto che percorresse, ventidue tortuose strade come un serpente che scenda un albero.
«Qual è il problema?»
«Ho due fratelli. Che sono morti. Tu perciò li devi uccidere.»

Doveva ammettere che la faccenda non sembrava granché chiara, né Hecaterina né i suoi soldati gliela vollero spiegare:
«Devi vedere con i tuoi occhi.»
Attraversati i domini fertili di Handelbab delle Botteghe - quel cimitero educato a campi, boschi cedui ed uliveti; vigne dolci e girasole fra rade tombe dimenticate; quei maggesi, le risaie, con lastre e lapidi che affioravano - si inoltrarono nel nulla delle pietre e i mausolei, dove davvero la terra grigia era un marasma di sepolture, ogni tumulo e burello brulicava di abomini.
Markus Ahler si stupì che la biondina vezzosa in sella attraversasse la gora morta con serena indifferenza. Croci ed ossa in Thanatolia non deprimono nessuno, ma il cammino era segnato, a intervalli assai frequenti, dai cadaveri recenti dei tombaroli finiti male, lame e pallottole nei corpi caldi carni e viscere mangiate. Non ostentava di non curarsene, né i suoi soldati allo stesso modo: questa gente ci ha le palle; non si atteggia, c'è abituata.
Quando lui vide il castello coi colori di Hysbaistan, quella rocca di cannoni che turriva una collina, si rese conto che vita ingrata sopportasse Hecaterina.
«Ah, capisco poveretti: siete un feudo della Cinghia.»
«È un privilegio.»
«È un grande onore», le disse ironico: la ragazza non capì. Ma i miliziani che la attorniavano, più abbrutiti a certi scherzi, gli scoccarono occhiatacce ché per favore non li sfottesse.
Millenni or sono, secoli fa, *l'ultimo schema di un videogame, le ricche Gilde della Città si impadronirono del Continente. Ma difendersi dai morti, coi quattrini, non si può. La vecchia altera nobiltà guerriera fu messa innanzi a un'alternativa: o la vedetta ai notturni orrori o la vergogna, la ghigliottina.
Va da sé che ai discendenti la raccontarono più eroica e tragica:
«Siamo il cinto di fortezze che tiene a bada maree di demoni. La mia famiglia ha difeso un tratto di questo Limes Coemeterii da centododici generazioni», Hecaterina insisté orgogliosa.
Lui pensò intristito quante ragazze le assomigliarono - che sorrisi, che talenti, che luminose opportunità - seppellì il silenzio duro di quel fossato e di quelle mura, quelle infide feritoie e il levatoio che li accoglieva; «sono sola, non ho figli: questa fortezza cadrà con me. Da questo lato dell'oscurità verranno al mondo i peggiori incubi; il nostro mondo si sfalda qui, di là da noi c'è deserto vero.»
«I tuoi fratelli sono caduti di sentinella a codeste tenebre?»
Attraversarono il barbacane e si fermarono a un cortile interno, vi lasciarono i cavalli. Congedarono i soldati e li attorniarono domestici, coppe e bacili ed asciugamani per pulirsi e dissetarsi. Hecaterina si cambiò d'abito e corona quattro volte: un rituale di finezze contro il caos sotto i bastioni.
Lui, chissà perché - né a dire il vero la sensazione gli piacque affatto - si sentì molto più solido nella corazza di orrore nero che lo vestiva da quella notte di giuramenti nel *grattacielo. Gli sembrò che Disillusa gli ardesse ansiosa nel lungo fodero.
La ragazza impose ai servi che li lasciassero da soli. Lo condusse ad una rampa fino alla cima di un torricino.
Dalle moresche dai vetri rossi che insanguinavano le mura spesse si azzardò a sbirciare, fuori, all'altro lato di un mondo insano. Gli sembrava già pazzesco che il cosmo piccolo che conosceva fosse cosparso di tante fosse e monumenti e mausolei. Ma al di là c'è solo cenere, c'è un infinito di sepolcreti: la sua forza, la crociata, gli sembrarono idiozie.
Non è possibile affrancare i morti. Siamo morti quanto loro.
La scalinata finì a una porta di legno rosso laccato e lucido, con un numero di ottone come quelle degli *hotel. Al di là si udiva un canto, colpi, c'era qualcuno che si affannava. E quel rumore da voltastomaco che conosceva fin troppo bene, lame e ferri nelle carni che slabbravano ferite. Quelle sillabe sgradevoli e quel frasario da magia nera.
Hecaterina bussò alla porta, quello strazio si interruppe.
Venne ad aprirle un energumeno sudato e lordo a metà tra il macellaio, il negromante e il *colletto bianco. Due pettorali da bipenne e risse nel sottanone di medagliette, di santini, di amuleti e pergamene con versi sacri. Gli occhiali tondi di *celluloide e il *nodo grantchester alla cravatta. E un cigarro - su un orecchio - per una pausa dal mattatoio. Gli annodavano le dita tirapugni insanguinati, con pentacoli e sigilli cesellati nel metallo.
Si inchinò alla principessa. Lo guardò con diffidenza.
«Cavaliere, questi è Sotah, ed è il legale del mio casato», Hecaterina li presentò.
Non si strinsero la mano.
Il bestione li introdusse a quella camera di orrori.
Su due scranni di velluto, ridotti quasi in poltiglia rossa, c'erano i corpi di due ragazzi che assomigliavano a Hecaterina. Il carnefice - un esperto - li aveva proprio tritati bene, ma il volto cerulo e freddo e bello restava intatto in una nobile fissità. I tronconi di due lance, o esattamente di due spiedi da cacciatore, erano ancora ficcati a fondo nel costato di Michail, trapassavano lo stomaco e le schiena di Kirill.
«I miei fratelli.»
Sotha il bastardo ci andò giù duro: un altro pugno sui due cadaveri, un enchiridion di cristi e buddha mentre aspergeva con l'acquasanta
«È uno scempio, siete pazzi! State infierendo su questi morti!»
Lui strinse schifato l'elsa dorata di Disillusa, la sacra rabbia di devastare e dare al fuoco quel luogo folle. Sterminare quei dementi. Ciò che accade nei castelli dopo secoli di incesto, solitudine, di assedio e di troppa assiduità con il Deserto delle Ceneri.
La belva Sotah scattò a una scure, ma Hecaterina li fermò entrambi. Lo guardò supplice, si inginocchiò:
«Guarda bene, prima di giudicare. Poi condannami, se credi; se pensi ancora che sono pazza. Si sono uccisi in un incidente di caccia...»
Già: un incidente. Uh, che sbadato: ti ho sbudellato con la mia lancia. Ahi, che guaio! sei inciampato sulla spada. 'Sti inconvenienti fra consanguinei che si spartiscono l'eredità.
«... sono entrambi ancora vivi.»
«Déi, è vero!», Markus si inorridì.
Non parlavano, gelati, dissanguati e fatti a pezzi. Ma lo guardarono con gli occhi bruni malinconici e coscienti.
«Sotha ha fatto ormai tutto ciò che è in suo potere: qualche incantesimo che conosceva...»
«... e i buoni metodi tradizionali», Markus approvò, «ma non basta.»
«Puoi salvarli?»
Disillusa si incendiò di benedetto fuoco verde, fendette il cranio dei due cadaveri che avvamparono in un grido. Ne restò schiuma sul pavimento.
«Ecco, è fatta.»
La sensazione non fosse vero.

Insistettero a ospitarlo fino a che venisse giorno: cibo, un tetto per la notte gli era il minimo dovuto.
Markus restò a fissare sdraiato a letto candele spente l'enorme gruzzolo sul comodino nella bisaccia di daino morbido, le ottomila piotte d'oro per il rogo di quei morti. Le monete luccicavano alla luce delle lune, nella fauce del sacchetto che non bastava per contenerle. Com'era comodo, per una volta, dormire in camera su un materasso! frutta fresca, un pasto caldo e della birra che non era orina. Lenzuola e coltri di seta e lana contro il morso della notte, acqua calda e una lametta per grattarsi dalla rogna.
Ma da domani, giurò a sé stesso, non gli sarebbero mai più mancate.
«Mi sta bene che è una cerca: sono errante, non balordo.»
Dalla finestra echeggiò la squilla di una messa nelle tenebre, le martinelle e parole d'ordine dei soldati a sentinella. Gli scoppi secchi di colubrine che contavano ore buie, e il batacchiare di caditoie sotto il vento del deserto. Per quanto cupo sinistro nero - le architetture di arcate gotiche - gli sembrò che quel castello si addormentasse rasserenato, fugata un'ombra di magia nera da una casa affatturata.
Nel torricino di Hecaterina scintillava una lanterna, le orazioni della sera di una bimba spaventata.
Soldi in tasca, mostri uccisi, la pancia piena e un'impresa a termine. Ma lo pungeva un pensiero insonne e un colpevole sospetto:
Non è stato troppo facile?
Sguainare spade e spaccare teste fa sempre effetto, son buffonate. La sua posa da San Giorgio sui resti in cenere di quei fantasmi, la contentezza della ragazza e quei suoi *selfie con un eroe. Poi, dopo il banchetto, nei fumi pigri del doposbornia, la solitudine e il buio e il freddo lo tormentarono di domande:
«… e perché Kirill e Michail si trovavano in quello stato?»
Gli scappò di andare al bagno, già dal momento che ce n'era uno: la beatitudine di una turca anziché accucciarsi in greppi. Si alzò dal letto in camicia e spada - quell'abitudine a temere sempre - coi piedi nudi callosi e sudici sul marmo gelido del pavimento. Mise addosso una coperta: 'sto freschino dei castelli; grugnì accidenti allo *sword & sorcery di quei luoghi inospitali.
*insert coin, uscì nel buio: il corridoio di foresteria.
Trascinò la spada, goffo, fra le sedie e i tavolini, gli spettri chini a caffè e cornetti succhi di frutta cappuccini e spritz. Fidanzate e fidanzati che sedevano in silenzio, ipnotizzate da auricolari e sprofondati nella "Gazzetta". Ciclisti anziani in tutine azzurre con il casco e occhiali ray-ban, pappagalli alle bariste e un Molinari nel bicchierino. I neomelodici fluttuanti in aria le news del giorno in TV via fibra, barboncini sotto i tavoli a lappare da scodelle.
L'orrido Sotha sedeva assorto a una cartella di documenti, grimori e cabale vodoo e la wicca con il CUD degli Ishbaystan. Si bagnava i labbri fini ad un bicchiere di vodka e ghiaccio, lo alternava a sigarette e a mugugni al cellulare. La sua scure riposava poco in là, nel portaombrelli.
Kirill e Michail e Hecaterina erano allegri all'aperitivo, taralli e wurstel e olive e arachidi con le mosche nelle ciotole. L'acqua frizzante il dolcificante salati e dolci ginseng e soia, quattro calici di rosso, il fruscio dei quotidiani. Le cameriere sudate e esauste con quelle macchie sulle t-shirt; quello stuolo esasperato di immigrati sub-sahariani che si accasciavano fra le sedie e imploravano elemosina. Le adolescenti annoiate & d'oro li accontentavano di VISA esangui, gli ultimi spiccioli su un istant bank che si esauriva il mattino dopo. Il chiacchiericcio banale e esausto e il tinnio dei cucchiaini. L'orologio e il calendario, su un pannello luminoso, che segnavano un week end di fine autunno 2030. Le biciclette, i bambini i vecchi in un passeggio domenicale.
I fratelli erano mummie, continuavano a bruciare; la carne secca dei loro visceri si inceneriva sul parquet lucido. Hecaterina, lì in mezzo a loro, con in grembo un analcolico, fissava il niente senza una sillaba come affondasse in un altro sogno.
Era questo, lui capì.
Snudò la spada a quei due dannati:
«Non è stato un incidente, siete morti combattendo.»
«Fino all'ultimo respiro. Sulle lance di quei demoni.»
Sulle vetriate di quel locale, come un velo d'ombra e fumo, Markus vide il sogno, l'illusione di una legione che marciava contro l'Ishbaystan sotto le insegne di Sottoterra, gli stendardi bianchi e sporchi di Colei Che Abbraccia gli Orfani.
«E che ne è stato della fortezza?»
«Ha ceduto al loro assalto. Nostra sorella, tutti i suoi sudditi, sono già morti un trentennio or sono.»
«Sta accadendo ancora adesso.»
«Che cosa importa?», battibeccarono Kirill e Michail.
«Vi ho bandito. Esorcizzato.»
«Ci hai riportato dov'eravamo. Dove entrambi, addormentati, ci illudemmo che esistessimo.»
«Mi sembra un limbo.»
«Ne siamo immersi. Ma il problema della tua spada, professore, è che rende consapevoli.»
Si volse attorno, li guardò bene, riconobbe alcune facce: fantesche e militi, stallieri e fabbri, gli inservienti del castello; la stessa gente che lo accudì, gli servì il cibo, strigliò i cavalli spazzò i vestiti.
Tutti morti da trent'anni.
Tuttavia senza saperlo.
«A Thanatolia chi cade svalvola, ha le traveggole di un altro mondo. Sono fantasmi su entrambi i piani, e li stanno confondendo.»
Markus Ahler sbatté la spada sul tavolino dell'avvocato:
«C'entri tu con tutto questo?»
«Come tutti, cavaliere.»
L'orrendo Sotha scattò alla scure, incrociarono l'acciaio, lui parò i calanti di quell'arnese da macellaio e affondò con Disillusa nel doppiopetto dell'avversario. Sangue, grasso, il ventre enorme scrosciò di icori: si aspettò che stramazzasse e quel bastardo restava in piedi! Le grida rauche bestiali e folli di agonia per le ferite, già marcio gonfio ed invulnerabile per il tocco della morte. Markus senza armatura si muoveva più veloce: ma la lama più pesante, inesorabile dell'altro, colpo a colpo lo sfiatava, lo piegava e indolenziva. Gli morse i reni, le cosce e il collo, lo spaccò con un fendente: Sotha era ridotto ad un orrore di poltiglia barcollante in due bistecche da una scapola a una natica: l'avvocato dimezzato, lui ghignò.
Però cedeva.
Mentre il mostro, quel cadavere, quell'orchidea di budella ed ossa, continuava, macellato, ad assalirlo con la sua scure.
Gli occhiali tondi appannati intonsi ben inforcati sul naso a punta, e il fazzoletto piegato e candido nella giacca lorda e zuppa. Gli occhi infelici benché assassini obnubilati da un altro mondo.
La lama nobile della sua spada si intestardiva agli umori e i visceri: era inutile, è un carcame, ma quello schifo lo soffocava.
Hecaterina lasciò il bicchiere, torse la testa, lo supplicò:
«Colpisci l'anima, professore.»
Disillusa si incendiò, scricchiolò fuori il costato, i gloglotti disgustosi di interiora liquefatte. Cercò lo spettro di quella bestia che infestava due realtà. Penetrò nel cranio rotto, consumò la pineale: né un non-morto combattente in un quartiere degli affari né un colletto inamidato in una saga di guerrieri.
Era limpido.
Era chiaro.
Il fuoco verde lo consumò.
Un laureato in giurisprudenza si svegliò su una poltrona.

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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