Thanatolia - Frammento di Lodovica




Lodovica accettò il fatto che quei ricordi del primo giorno fossero un incubo della fatica, dello stress, dell'emozione; del viaggio scomodo in intercity, del mal d'auto e la campagna. Si era assopita sul treno e in taxi, era in pratica a digiuno, tesa, in ansia e spaventata da Schwarze Dame.
Preoccupata di deluderla e fallire in quel colloquio.
Tempo e memoria le colorarono Villa Borri e quel mattino di horror nero e rococò: i soldati, il labirinto, le dieci sephiroth sull'architrave, le impossibili istantanee da Radetzky a Matteo Renzi; lo struzzo-alieno impagliato in camera e i neonati con la barba. La sua giornata, probabilmente, era iniziata da quel contratto; le stanze spoglie e pulite bianche cui tornava già da un mese, porte ed infissi e divani in plastica da archistar anni Novanta.
Tutto il resto era sepolto sotto coltri di abitudine.
Anche il fatto che ignorasse cos'è una sephirah e perché un uccello alieno.
Quando incontrava la Dottoressa che si aggirava nell'Istituto, la ascoltava monologare col cioccolato che si freddava, sorrideva intenerita a quella fragile vecchiezza, che bruciava di passione, intelligenza e fedeltà. Alle 18.00 era già a dormire, se mai dormiva era sveglia all'alba. Lodovica era convinta che campasse a pane e acqua; pasti oscuri d'uva, fichi, melograne e vino rosso come il pranzo dei fantasmi nelle tele del Seicento. Sempre quell'abito stupendo e nero ma sforacchiato di povertà.
Quando lei dalla sua stanza al pianterreno dell'edificio si affacciava, già alle 07.00, al cielo porpora di quell'inverno, la trovava ad annaffiare la siepe secca di rose rosse. Acqua nera densa e dolce da un ricurvo annaffiatoio. E il bastone da passeggio le alleviava la fatica, l'ingiustizia ed il dolore dei decenni e l'ignoranza. La tormentavano il ronzio cretino dei giornali e i siti internet, il chicchirìcchi dei social network e le sassate dei sovversivi. Le denunce intelligenti del famous journalist U.S. or british; quello che all'estero si sa e si dice leggete tutti poi diffondete!11!!11!
Legioni d'odio per "la Tedesca", nubi d'insulti per Clara Muttertod; maschi da keyboard e webeumenidi che la scopassero, la brutta troia!
La Madre Oscura del Pointless Act.
Lodovica invece seppe - col groppo in gola, pietà, con pena - che la Signora non esisteva manco per l'ASUR, il Fisco o l'INPS:
«Ho i miei risparmi, non ho pensione.»
«L'Istituto è dedicato al Ministero degli Interni!»
«Lo finanziano, ché devono, ma se ne tengono ben alla larga.»
La solitudine di Clara Muttertod sembrava eterna, spietata, eroica.
Le stupidaggini che da imbecilli ci raccontiamo seduti al bar, le proteste a voce grosse; le nostre sciocche e spavalde idee! Questa vecchia si sacrifica, è una donna eccezionale: come posso non amarla?!
E ogni sera, nel giardino, fra gli olivi ischeletriti, si congedavano con un bacio e la promessa di non tradirsi.
che poi 'sta lagna, 'sta indignazione; questa misura totalitaria...
Nella clinica ordinaria qual era in ultimo Villa Borri, Lodovica si convinse che il disagio fosse il loro: di irresponsabili e presuntuosi pervicacissimi all'evidenza. Volere vivere allo stato NEET - not in employment, education or training - è un problema del carattere, è una peste del sociale: vedi noialtre; pensò alle amiche, si riflesse in uno specchio: la guardò, fredda e severa, quella sé stessa di quarant'anni.
Rossetto e rimmel e il fondotinta non le nascosero un'ipocrisia, l'attardarsi in un'età che non voleva lasciare ad altri. Rise di Micol e di Hristina; quelle cretine di Chiara e Monica.
Ne sono uscita, chinò lo sguardo, e appartengo al mondo vero.
Indossò il camice, la mascherina, la cuffia sterile e gli occhiali d'onice: la protezione dai raggi strani dei teleschermi dei detenuti. Quando un sole più insistente penetrava le finestre, ante e scuri spalancate per fare entrare un po' d'aria fresca, le sembrava che i visori scintillassero di buio.
Non c'è segnale, non c'è un impulso; non trasmettono un bel niente.
La suggestione, tuttavia, guardandoli, di Cristi in croce con teschi ai piedi; corvi neri che beccavano e una scritta: l'OPVS NIGER.
La routine era crudele, si occupava degli armenti. Fissò gli aghi, l'USB, i morsetti e i fili elettrici nelle tiare di cristallo dei dieci giovani in quella stanza; drizzò le flebo di brodo blu che li nutriva per endovena. Pulì la cispe dagli occhi chiusi che tremavano di sogni, batté il diapason sui caschi e le sembrarono più tranquilli. Quei volti pallidi tutti uguali e strafottenti nel silenzio, nella loro ottusa colpa di cui prendersi la briga. Di curarli, di accudirli; la redenzione di adolescenti. Rughe, e piaghe da decubito, che li affliggevano in quel loro sonno; corpi esausti ed anoressici di desideri e pretese obese.
Quel mattino, ad occuparsene, si sentiva una cretina. C'erano giorni - più spensierata - ch'era convinta del proprio genio. Non osava interpretare la scienza immensa di Dame Muttertod, ma quelle macchine, le corone... più le osservava più dubitava che funzionassero; fili di rame e rottami e cocci messi insieme con lo scotch. La Dottoressa le aveva detto:
«Hai ragione, pop-neurologa: sono proprio strampalate. Tu per questo puoi capirle, ti ricordi la tua tesi?»
«Come funzionano, esattamente?», osò di chiederle la buon'ora.
«Perché lo vogliono», le rispose. E accarezzò con le mani vizze le fronti madide dei suoi pazienti, inghiottì, si leccò i labbri e imbarazzata trattenne un rutto.
Poi, più tardi, rifiutò la cioccolata:
«Vado a letto senza cena.»
«Come mai, signora Muttertod?»
«Sono sazia. Appesantita.»
Barcollò nelle sue stanze.
Lodovica andò al pc per registrare quei dati odierni: rispetto al solito parecchi sbalzi, c'era un aumento di pulsazioni, una più intensa attività cerebrale e cifre assurde riguardo il REM. E peggio ancora le apparì la scheda di un undicesimo detenuto - di un paziente, di un soggetto: scrollò la testa, si sfanculò - che a dar retta a quel computer era seduto là in mezzo agli altri.
MARCO ALESSI - 50 ANNI - 25.05.1980. PROFESSIONE: DOCENTE UNIVERSITARIO. INCORONATO 28.08.2030. FORZA 10 COSTITUZIONE 14 SAGGEZZA 12 INTELLIGENZA 14
Tutto in tilt, per un momento.
Ma tornò a leggere dati esatti.
Alzò lo sguardo agli stucchi d'oro e i cassettoni del soffitto, le crepe e l'edera sugli affreschi e gli arazzi alle pareti.
Tornò ad essere di fòrmica, e metallo e cartongesso.
«Lei, Lodovica», la voce stanca la apostrofò, «dovrebbe fare molta attenzione: è ormai più spettro del sottoscritto!»
Avvoltuomini in livrea con una monade geroglifica, le alabarde e i bacinetti di un armigero di ronda, le trascinarono incatenato quel gentiluomo in parrucca e tacchi, nastri, zuava ed alamari e il volto cerulo imbellettato. Gli occhi vispi da canaglia che scrutavano i Misteri, pronti a conoscere un'altra Isis nel volto limpido di una ragazza.
Buttato a terra dai carcerieri che lo pestarono con gli artigli.
«È tutto nitido, pulito e in ordine: mi faccia ridere, quella stronzetta! Lei le crede, Lodovica? Vede solo i suoi sepolcri.»
Era impietrita dallo spavento. Restò zitta, istupidita.
L'Uomo Barocco si alzò di scatto, distrusse i mostri con una formula, parole ebraiche e diagrammi rossi per prevalere sui suoi nemici. Si spazzò la giacca ricca col fazzoletto di seta candida. Si inchinò in un baciamano.
Quell'ectoplasma sui guanti in lattice.
«L'ho accompagnata nel labirinto, la prima volta: non si ricorda? Sono Giuseppe Francesco Borri, è la mia casa, non è un motel. Sono io che l'ho addestrata.»
La svegliò un ceffone energico e quell' «achtung!» catarroso, la Dottoressa la scosse forte:
«Mach schon, mach schon Lodovica!»
Udì il crac di pietre infrante: gli occhiali d'onice sul pavimento, nella macchia imbarazzante calda e gialla di pipì. La sensazione di sporco ed umido sulle cosce e le collant, la foia morta di quel fantasma che scompariva fra la realtà.
I bip monotoni e gli occhi chiusi delle macchine e i pazienti; l'odore d'alcool, della amuchina e un nitore luminoso.
«L'ho avvertita, lei lo sa, di non guardare nei teleschermi!»
«Io... non ero», lei balbettò, «stavo soltanto inserendo i dati...»
«È imbambolata da un quarto d'ora, ja? Senza lenti ist sehr gefährlich.»
«Le indossavo.»
«Credo no. Jetz, si deve riposare.»
Le tenne il braccio, la accompagnò: ogni passo era un dolore, mortificata per il suo sbaglio ed accudita da una vecchina. Ma le scale e i corridoi fino a raggiungere la sua camera le sembrarono caudine di una sconfitta più disastrosa.
«Sono una stupida, mi licenzia», Lodovica si umiliò.
Clara Muttertod sorrise, le aprì l'uscio della stanza: la serratura rispose ACCESSO a quel suo codice-passepartout, con cui poteva – praticamente - entrare ovunque nell'Istituto.
L'incubo orribile e ricorrente che fosse in piedi lì accanto al letto.
Ogni profonda e gelata notte.
Terrea, muta.
Mentre lei dormiva nuda.
La sensazione non fosse un incubo fosse accaduto già molte volte.
«Si riprenda, ha il giorno libero, ché non è cosa da poco.»
«Grazie. Grazie, dottoressa.»
«Ein moment.»
«Sì, prego, dica.»
«Cos'ha creduto di avere visto?»

Prima che il sonno la sopraffacesse giocò con l'i.phone a fare niente, sciocchezze messenger a "quelle sceme" senza accennare a quell'incidente. Porchiddii di Chiara a scuola che ha fatto a pugni con gli studenti, Genette e Camus e Albert Camus nei meme chic che postava Monica. Duecento foto di pochette e scarpe e «quale metto?!?!?!» di Hristina, che non sapeva cosa indossare per «incontro di politica». Molti like per uno scambio con un'amica di Stettino; l'intervento in stampatello di un cinquantenne dall'occhio Innsmouth:
«Lì in politica c'è uomini?»
«Sì che c'è ma un po' sfigati.»
«Puoi andare con pantofole.»
«POSTA FOTO DEI TUOI PIEDI.»
Silenzio strano, da molti giorni, sul palcoscenico di Micol.
Poi, chissà perché, le corse il dito all'icona Google.
Wikipedia.
Digitò F R A N C E S C O B O R R I
Squillò il telefono, lasciò perdere e rispose alla chiamata:
«Ciao, Lodovica: sono io. La mia scheda mi dà per morto nel milleseicentonovantacinque, ma ho completato la Grande Opera, sono vissuto per qualche secolo. Sono morto in quel di Seveso nel millenovecentosettantasei, quando Leone e Cossiga e Moro mi consultarono per il disastro. Troppo grave anche per me: la sporca chimica capitalista, una repubblica asservita al clero, la mia anarchica alchimia. Sempre pensato che in quel decennio siano accadute gran brutte cose.»
«È uno scherzo! Ma chi parla?!»
«Statti zitta bimba, ascolta. Cent'anni prima ho iniziato lei, combattemmo i seleniti: qualche mese di una storia che non c'è sui sussidiari. La ragazza era dotata, è un talento naturale. L'ho lasciata ad accudire questo povero paese. È una femmina, però: voleva figli, non gliene ho dati. Sta marcendo e fa la mamma: questo spiega molte cose.»
Lodovica buttò il telefono. Anzi: era esanime, le cadde a terra.
Perché stava già dormendo.
Clara Muttertod, conserta, pallida e muta là a pie' del letto, raccolse l'i.phone e toccò CALL; sputò curaro nell'apparecchio:
«Non ti azzardare a chiamare più.»
La accarezzò e le baciò le palpebre.

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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