Thanatolia - Frammento di Lodovica, 2.2



Il ritratto imparruccato e canagliesco nel salone, quel sorriso del Seicento incorniciato di legno e d'oro, le ammiccava di lussuria da un fondale d'ombre e colli; gli occhi neri impertinenti e l'intenzione di un cunilingus.
Lodovica, una mattina, gli passò accanto e mostrò le fiche; chiunque fosse 'sto schifoso che mi molesta da quattro secoli.
La sensazione di dita fredde sui capezzoli e il clitoride. Lacrime d'oboe, di chitarrone e la putredine endecasillaba.
«È un maiale rococò che mi tormenta nella mia stanza», confidò alla Dottoressa, «l'ho sognato credo spesso, sono notti faticose: mi sta addosso, si masturba e mi sussurra di aprire gli occhi. Dovrei conoscerlo.»
«Mi sembra assurdo.»
«Continua a insistere che è così.»
«Da quando dura quest'ossessione?»
«Da quel mio sbaglio», lei si arrossì.
«Non l'ha mai visto, non lo ricorda.»
«C'è il dipinto, le iniziali: ma chi sia stato...»
«Non è nessuno.»
Schwarze Dame acconsentì che si rialzasse dal lettino, strappò il foglio con gli appunti:
«Lei sta bene: sogni indotti, direi quasi automatismi. Vede il ritratto continuamente, è un perturbante di tutto il resto: dieser barocke lächerliche schrott in una clinica così moderna. L'effetto ipnotico delle mie macchine dura a tutt'oggi: scomparirà. Legga un libro, Lodovica.»
«Era alchimista», che ne sapeva?, «per cosa stanno G, F e B?»
Ma Clara Muttertod scrollò le spalle:
«È qui da un pezzo, non lo ricordo. Su', torniamo a lavorare.»
Lodovica il giorno dopo trovò il quadro rovesciato, fissato al muro coi chiodi grossi ma arrugginiti che si tolgono alle bare. Udì un grido nei pensieri, «upto in terra pater noster!», colpi sordi e maledire come un'eco nella notte. La faccia lubrica sorrisi porci confitti e spenti nella parete.
Sopra un tavolo un martello, la Signora era seduta. Le sembrava insonne, esausta e le tremavano le mani sporche.
L'improbabile sospetto di uno spettro, una presenza, tuttavia si smorzò presto nell'iter grigio dei giorni dopo; piogge, nebbie e sere tristi che annunciarono dicembre. Nei trenta gradi, le luci neon e odori asettici del dormitorio; badanti mute e inservienti tardi su una navetta del Ministero. Pettinavano, sbarbavano e lavavano i pazienti; e scaricavano le deiezioni dai pappagalli nel gabinetto. Sanitari, pavimento e una passata alle finestre. Ripartivano su un autobus pilotato da un demente, verdi rigagnoli di bava e menta sulla scucchia e sul volante. Scorta armata dei San Marco in pieno assetto da combattimento, quattro tori coi Beretta che non entravano nella villa.
Lodovica vide uno impallidire e grattarsi il pacco quando Muttertod, una volta, uscì sul portico a respirare. Schiacciò arrabbiata la sigaretta e andò furente per massacrarlo, «questo fascista testadicazzo maschilista e irriverente». Lei ridacchiò che «sì, gli ci vuole una lezione», ma la trattenne e riportò dentro senza insultarlo e spaccargli il muso.
La vecchia radio degli anni '30 sul comò di Schwarze Dame, il giorno dopo, pianse retorica nei notiziari delle 08.30 di una navetta decapottata ed incendiata sulla Polense.
Solo un morto: un militare.
È un TGR, non ha le immagini: Lodovica, tuttavia, vide la faccia di quello stronzo. Il suo cadavere carbonizzato negli occhi opachi degli inservienti, lo circondavano istupiditi che sfrigolava su quell'asfalto. Sentì il puzzo di benzina di pneumatici e di carne.
Corse in bagno, Gesùcristo!
Proseguì gli astrusi dialoghi con i computer del dormitorio; tradusse i dati, le cifre e lettere che ticchettavano nelle corone. E i primi giorni fu come un'estasi tornare ai libri, i pensieri agili e uno zefiro di studi che profumava di ventun anni. Tornò ad illudersi di quella ellisse luminosa ed egocentrica, che si era spenta col centodieci e flessa triste nello studiolo del professore.
Proprio no: non c'è entusiasmo. Sono solo un'impiegata. Una statale di magia nera che timbra l'anima al Ministero.
Ma che accidenti mi viene in mente?!; tornò a occuparsi dei suoi pazienti.
Si accostò ad un'altra sedia con il diapason e l'i.pad, stimolò con lo strumento i ricettori della tiara. Il casco vitreo brillò ceruleo, e il teleschermo scintillò di rose e mandala. Sulla scheda del paziente, PRIMO IMMOBILE NUMERO QUATTRO, crepitarono conferme di una intensa fase REM.
Era curioso che Schwarze Dame avesse usato, come icone delle molte procedure, quei logo sciocchi di serie comic, roleplaying game e videogame; font saettati da Harry Potter e rune Klingon, Dawi e Sindarin. Lei pensò al lavoro di qualche anonimo programmatore; pensò a stagisti ragazzini e geni che la precorsero a Villa Borri.
«Cose loro, è tutto loro: io non leggo questo software», le rispose Clara Muttertod, «se lo scrivono da soli.»
Passò ad un altro, toccò col diapason: il PRIMO IMMOBILE NUMERO CINQUE spalancò gli occhi le strinse il polso, gridò rauco, si contorse; la lingua bianca gengive gonfie.
Lodovica, spaventata, lo spinse a terra e strillò arretrò. Urtò il PAZIENTE NUMERO SETTE con gli occhi aperti sulla poltrona, la fissò con odio muto. Si sbatté di convulsioni.
Cavi e schermo scoppiettarono e fumarono bruciati, un vapore e il puzzo acre e velenoso nella gola. Il pc scrosciò di errori, la accecò di intermittenze, ronzò e gemette e fischiò assordante finché si estinse in schermate nere.
Non sembrò soltanto spento: è una fossa, non un monitor!
Da quei rottami di tv color che ipnotizzavano i detenuti si rovesciarono sul pavimento re e regine e croci e stelle, pesci bipedi, monatti, capre e déi testa all'ingiù. Le lune lesbiche, i soli ciechi e i serpenti con gli zoccoli; le sarte perfide nelle radici e un accattone masochilosofo. Le mucche in piedi coi tamburelli e la stagista con un abaco di corna; beccolungo occhiali e libro e lo scolaro di Cefalù. Copiava i compiti da un pachiderma. Ruscellarono le aquile e i leoni col taccuino, L'angelo scalzo ma ingioiellato e il bue tardo con la tonaca. Rotolò sul brodo psichico una ruota retroversa, sei pupazzi con il fango consumati a un candelabro. Lodovica - sto impazzendo! - si sforzò di non svenire. Si trascinò nella pozza gelida, crepitante e iridescente che si allargava sul pavimento leccava i piedi dei detenuti, sopportò i lampi lisergici che schioccavano al soffitto.
Chiuse le porte di sicurezza, restò stordita da quel marasma. Sulla lastra frangifuoco bruciò e si spense una stella nera, croci e uncini destrofedici che irradiavano di buio. Due sozzi amanti la pelle d'ebano che copulavano in un'ampolla, batté sul vetro gridò di uscire un mendicante con ambo i piedi amputati. Tre gobbi ciechi si liquefecero nella pozzanghera colorata, sieri e pixel sali e zeri che galleggiarono nella brodaglia. Un trombettiere fluttuò al soffitto con cartoncini da sposalizio, e un uomo nudo marchiato a fuoco con un aleph sulla fronte - l'addome piatto senza ombelico e i denti d'Eva sul pene eretto - affondò fino alle cosce in un quadrato di bitume. Gesù il Cristo © aveva in mano il cucchiaino insanguinato e l'occhio azzurro pantavedente tolto dall'orbita da sé medesimo; in milioni si accucciavano a un'ignara punizione nella scatola di ferro che si chiuse in dormitorio. E un orango spaccò il cranio con la bipenne dei micenei a una ragazza di umore alterno attorcigliata di serpenti.
Stornò lo sguardo, volò alle scale, salì alle stanze di Clara Muttertod:
«Dottoressa!», batté all'uscio, «C'è un errore nel sistema!»
Schwarze Dame uscì in vestaglia, scarmigliata, gli occhi gonfi; era un maggese di vecchia pelle impiastricciato dei suoi decotti. La afferrò per la collottola e ritornarono al pianterreno, così veloce e così furiosa che a Lodovica sembrò fluttuassero.
E quei cachinni rococò beffardi nel corridoio che regrediva, lo spaziotempo si accartocciò: l'acciaiovetro tornò ceramica. Il linoleum si scioglieva negli interstizi del vecchio assito, e le alogene al soffitto si trasformarono in ottone e cera.
Lodovica, in dormitorio, dovette smettere di pensare. Sentì il senno sfrigolare e evaporare la propria anima.
Era un mare sconfinato di colori e 01; lettere ebraiche e latine e greche e ideogrammi e geroglifici. Nelle schiume e i file in C che ruggivano in procelle si inabissavano e riaffioravano i dieci corpi dei detenuti; sguardi vivi e inferociti che sanguinavano risposte. Galleggiavano, annaspavano, riaffondavano ed emergevano nella plastica e la carne e nello strepito di monadi. Quell'oceano ribolliva sotto un cielo tenebroso, nubi gravide e cineree partorivano meteore; piogge amniotiche e sabbiose su una riva desolata, conchiglie e ciottoli relitti ed alghe che imputridivano nei pleniluni. Due lanterne di crateri in quell'empireo di gas notturni. Sotto i raggi delle lune, a un orizzonte inimmaginabile, si presentivano i vascelli immensi scarificanti la pelle cupa di quel Pacifico; scafi erosi di teredini su una rotta accoltellata. Chiatte nere di chilometri in lunghezza ed in altezza, che deportavano al Continente defunti afflitti nei loro feretri. La marea sbatteva pigra al vetro opaco e la ghisa grigia di quella porta di sicurezza.
Le realtà ed il Mortirreno.
Quell'altro mondo franava lì.
A Lodovica fulminò dentro un'avventura di negromanti vissuta l'attimo di una sera che accettò e che lesse un volantino. L'illusione seppellita sotto un battito di ciglia, l'evidenza rifiutata sotto i decenni della sua vita.
Era immersa in Thanatolia.
Come gli altri. Come tutti.
Volse lo sguardo terrorizzata e inebetita a Clara Muttertod. La Dottoressa le lesse dentro, sembrò incapace di quel disastro:
«Ormai è inutile che finga ancora. Viene il Regno e la Regina.»
La vecchietta si afflosciò come una veste di carne vizza, di verruche, pus, di denti marci, unghie nere ed incarnite e vene gonfie e varicose. Lo splosh schifoso del grasso e i visceri, gli icori gialli sul pavimento, il rotolio delle tibie e femori come i dadi in un piattino.
C'era al suo posto una donna splendida con il viso da bambina, nuda: la sua pelle era un vestito che scampanava in sottana e strascico tutto tatuato di EN GIRO TORTE; TENET OPERA e di VITRIOL. Una mannaia per spada giudice ed una lapide per orbe regia, tacchi quindici di vetro terminanti in due siringhe. E cingeva una corona come quelle dei dormienti, i cavi elettrici i morsetti ed aghi la connettevano a tutti loro. Una criniera di gomma e rame di miliardi di spinotti, che affondavano in ferite nel cranio oblungo deforme e calvo. Le labbra piccole rubino schiuse in un conato di scarafaggi. Un feto informe già morto dentro nel ventre tondo ma trasparente. Era sudata di onnipotenza e maestà terrificante.
E tutto il buio che io conosco, lei tremò, è la sua ombra.
Lodovica corse cieca e disperata nella corte, dove sapeva c'era un portone poi fuori scale roseto e viale. Carabinieri l'autopattuglia cartelli gialli di interdizione. Automobili, l'asfalto e l'aria fetida di inquinamento. Gridò «aiutatemi!», strabuzzò; credano pure che sono pazza!
Psicofarmaci.
Internata.
Nelle fauci della Muttertod.
Ma una catena la tratteneva, le inferrava una caviglia. Cadde a terra e batté il muso su un granito di prigione.
«Oh santo cielo, che fai tu qui?!»
Micol le strisciò incontro dal buio lurido di quella cella. Si abbracciarono. Poi piansero. E gridarono, piangendo.

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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