Thanatolia - Frammenti di Hristina



Era immobile sul letto. Le tremavano le gambe. L'imbrunire si insinuava nella stanza silenziosa. Le palpitava atterrito il cuore e era fredda di paura: quei cadaveri, nel buio, le traboccavano dagli occhi verdi. Piangeva i visceri, piangeva il sangue, gli icori neri che la imbrattavano; scarpe e soprabito che non si era tolta crollata a casa sulle coperte. Oh santa vergine di Czestochowa oh santo padre Giovanni Paolo. Tenebre e gelo, quel groppo in gola: tocca a me, verranno a prendermi.
Il ronzio del frigorifero. Colpi ovattati al secondo piano. Fughe e voci sulla scale. Cartocci e plastica che scricchiolavano. Freni d'auto, gocce e rondini, lo stillare in un lavabo, il frinio di lampadine e le pavane delle vespe. Ogni spiffero una colpa, la angosciava ogni respiro. La nausea dolce e l'olezzo chimico di quell'orrore che la sporcava.
E Hristina finalmente corse in bagno a vomitare.
In ginocchio alla ceramica sotto lo scroscio di cloro ed acqua, quell'illusione di viole e rose da una sferetta di cera e plastica, lenì il morso dello choc nella carne e nei pensieri, l'acido lattico e l'adrenalina la scossa elettrica nelle vertebre. Le sembrò di rigettare le membra sparse di quei ragazzi, di imbrattare il wc bianco di poltiglia e di cervella. Quel brodo azzurro, gelatinoso, e la pozzanghera di siero ed alcool. Gli aghi, i cavi, il vetro fino ridotto in polvere: ce li avevo nello stomaco, resteranno nei miei incubi.
Ma va meglio, sì. Va meglio.
Le voci, i volti di quella donna e dei tre medici che la soccorsero. Quell'ammoniaca nelle narici e la carezza di un panno fresco. Il rollio della barella nel corridoio di porte rosse. La Bambina degli Aborti, quella Dea nel quadro orribile, che sembrò la salutasse quando entrò nell'ascensore.
Quel quarto d'ora di bicchier d'acqua poltrone comode e parole miti. Cristo e Shiva, Luther King e Stalin nei medaglioni che luccicavano tra i seni enormi dell'infermiera.
«È stata esposta all'irradiazione degli ipnoschermi dei detenuti; dei pazienti», si corresse un barbagianni con un camice immacolato, «lei, probabilmente, soffre di crisi di epilessia.»
«Mai», disse Hristina.
«Non riesco a immaginare che cosa ha visto o cos'ha creduto.»
«Fatti a pezzi, in quella stanza!»
«Oh mio dio, povera figlia! Qualche trauma del passato. Ne ha viste brutte, nel suo paese: quando affiorano i ricordi...»
«Anche lei mi ha detto che...»
La caposala abbassò lo sguardo, diniegò, restò in silenzio.
«Che ne vuole ne sappia!», rise il gufo, «è un'infermiera.»
«Questo è sangue, su mia camicia. E cosa appiccica le mie scarpe?»
«Ma l'importante è che lei stia bene.»
Riuscì a persuaderli che era lucida, «sono calma, mi è passata»; graffiò di firme cinquanta moduli e chiese un taxi, per cortesia. Le accreditarono la giornata e acconsentirono che se ne andasse. Ascoltò un ultimo scambio tra il donnone e il vecchio medico: certi accenti polizieschi non le piacquero granché.
E come poi avesse fatto a tornare a casa, quel mattino, buttarsi a piangere e tremare a letto fino ad ora, a tarda sera... Forse era lì morta da sei ore nelle tenebre.
Ora è notte, si calmò, cala l'ombra e mi risana. Si alzò dal water, sciacquò la faccia, levò lo sguardo dal lavandino: si sorrise, un po' sbattuta, dal cristallo dello specchio.
Fame e sete, all'improvviso, la costrinsero in cucina, a rovistare nelle dispense e nel cestino della frutta: tornò ad accorgersi di avere ancora l'impermeabile e imbriciolarlo di pavesini, lo chiazzò del succo verde dei morsi avidi ad una mela.
«Cazzo, è Prada!»
Ed era scomodo.
Lo tolse.
Il fruscio di banconote o di una pagina nelle tasche. Quelle decine di documenti che era costretta ad aver con sé. Timbri a mano. Firme a mano. Ventinove anni più tardi l'Odissea di Clarke e Kubrick.
Affondò a frugare i fogli.
Quella pallottola di arcobaleno.
Quei volantini stropicciati e sporchi di quella sera del ventotto agosto.
TI ADDORMENTANO REAGISCI. È IL SONNO FACILE DI QUALCUN ALTRO. Quelle parole gridate e semplici che anche un bambino saprebbe dire.
Se volesse.
«Io, lo voglio?»
La mela verde le cadde a terra, rotolò sul pavimento. Quei momenti così topos di Biancaneve della Walt Disney.
Crollò seduta e restò lì a leggere sopraffatta dalla rabbia.


Chicca e Martina ed Irene e Giulii - anche lei era newbie: Collettivo I Nostri Amici Pelosi; militante in Odio Tutti Ma È La Gente Che Fa Schifo; ma una ragazza molto speciale, molto dolce e intelligente, come giurava il gioiello Hogwarts che le pendeva sui seni piatti - la infilzarono di sguardi in salamoia nell'invidia, le stillarono «sì, ciao» e non le strinsero la mano.
Si sedettero un po' stretti ai tre lati del garage, ché quella sera la Cayenne Turbo era lì nella rimessa:
«Mia sorella resta a casa», si scusò la Sailor Moon, «c'è la finale di Rap Star Factor. Anzi: attenzione di non rigarla eh?!»
Suonò la tromba e ruggì il motore di un X-Max della Yamaha: Jacopo Muti sgasò nel viale e salutò romanamente:
«Eia eia!», batté i tacchi, «Per le nuove camerate!»
«Io polacca», lei rispose.
«Ah. Comunista», si schifò il nazi.
Ma a Hristina non dispiacque che almeno uno di quei carciofi non la guardasse con gli occhi lucidi ed un coniglio dei pantaloni.
«Io non proprio.»
«Devi esserlo. Sei comunista, ma non lo sai. Voi dell'Est lo siete tutti, no?», le mappe immobili dell'Europa, «ma non importa: si marcia uniti».
Stese gli anfibi sulla sua seggiola. La invitò a sedergli accanto.
Lei pregò che Pattini, la buon'ora, la introducesse ai compagni d'arme. Ma il buono a nulla restava là a guardarsi attorno e strizzare gli occhi con un sorriso da inebetito: come incredulo, incapace, dell'ovvio squallido che aveva attorno. Si corrucciava e grattava il mento come affondasse in pensieri grandi. Lei lo sapeva che non ne aveva.
«Di', stai bene?»
«Credo, sì.»
«Questa sera è tua serata: sei preoccupato? Ti fanno il culo.»
«Loro?! A me?! Ma va là, sono pivelli. Solo io...»
«... sei stato in carcere. Non li interessa, non lo capiscono.»
«Ho una strana sensazione. Sembra tutto... come prima.»
«Quando, prima?»
«Quando mi immersi. Duecento anni.»
«Ti ho detto smettila.»
«Con te è diverso.»
«Sempre i modi per scopare.»
«Gli avvoltuomini non vengono, questa loggia... beh, è un garage. Noi non siamo gli stregoni.»
«Solo poveri coglioni.»
«È successo anche al discount: l'uomo-uccello se n'è andato; fuori, in strada, era normale; sembra proprio il mondo vero.»
«Tu sei tocco.»
«Non funziona. Su di te non ha potere!»
«Tuoi amici già allupati, vostre amiche è molto stronze. Dài, presentami.»
«Ciao, compagni. Hristina Gàneva è un nuovo membro. L'ho reclutata in un supermarket, ci ho chiacchierato: ha buone idee. Vive in Italia da poco tempo...»
«Sono dieci anni», lei pispigliò.
«... ma ha già capito che subiamo una dittatura.»
Lo guardò male.
«... da molto tempo. Come noi, finalmente, si è decisa per la lotta!»
«Che serie guardi?»
«Che manga leggi?»
«Io sono timida con le persone. Parlo coi cani però, ché sono meglio.»
«DC o la Marvel?»
«Conosci Tolkien? C'è una metafora.»
«Mi ricordi una canzone dei Modena City Ramblers.»
«È molto bionda.»
«Sembra un anime.»
«Niente abbracci, non mi piace: io non voglio che mi tocchino.»
«Sa un po' Black Widow.»
«È più Red Sonja. Le conosciamo, le idee di Howard.»
«Le ragazze dei piloti dei super-robot anni '70: sono allegoriche.»
«Mi piace il vino, la cioccolata, e sono allergica ai latticini.»
«C'è quella strofa dei Negramaro.»
«Giochi a Magic? Scambi carte?»
Finì il balletto di benvenuto e ritornarono sulle sedie. Hristina era stordita dall'impressione, la leggerezza, che in realtà le avessero tutti soliloquiato di sé medesimi, Salvo Marzio, Fascio e Stefano che continuavano a scandirle il culo.
«Tutto bello, pace fatta, siamo contenti ci sia Hristina», esordì Giulii con l'entusiasmo di un post misantropo su un socialnetwork, «ma adesso vattene, per favore, perché noi dovremmo parlare delle nostre cose del nostro gruppo di noi che siamo amici.»
Si aspettò che tutti gli altri le restituissero quel sorriso da Scuole Medie. Ecco Jacopo - facepalm - che si alzò e corresse il tono:
«Devi scusarci, camerata Gàneva, è un dibattito spinoso. Il camerata Alessandro Pattini», lui storse la bocca, «è accusato di tradimento.»
«Ci ha delusi.»
«È stato falzo.»
«I cani e i gatti non ti abbandonano.»
«È un infame.»
«Ci ha mollato.»
«Hai avuto un atteggiamento selfegotico e destrorso.»
«Dài, parlate chiaro», Alessandro si spazientì.
«Abbiamo letto la tua intervista su "Social People" e sul blog "MicoCheMito". Hai voluto il tuo momento warholiano, eh? Basta, basta con 'sta storia che hai sofferto solo tu!»
Irene e Giulii sfarfallarono con gli occhietti dritte a Stefano: che sfoderava, oliava ed affilava lo spadino da dialettica nelle arene autogestite. Marzio e Jacopo, accigliati, fantasticavano saponi e corde; Chicca e Martina seximbronciarono che sarebbe un po' giustissimo di cacciarlo dalla cellula, Whatsapp e di bannarlo.
Hristina pensò alle lacrime, le liti e la passione di donne vere e di maschi brutti che si riunivano nella sua casa, quand'era una bambina. Le parole a luci spente che ferivano il regime, fotocopie sotto un asse del pavimento della cucina. Corse al buio in bicicletta fra le fauci dell'inverno, maglioni smorti di lana grezza blu-jeans lisi e lenti spesse. Il terrore è un campanello che friniva nella notte: quei volti grigi in impermeabile che le chiedevano «dov'è tuo padre?» Quella scatola di scarpe in un cassetto inaccessibile; «non la toccare, non devi aprirla, non cacciarci il naso mai!» Scoppi orrendi di fucile dietro un muro nel quartiere, l'alternarsi in un cortile dei plotoni di esecuzione. Quei ragazzi e le ragazze impoveriti di paura, e i rettangoli di cielo che scomparivano dietro i ritratti di un Presidente. Ma nel buio ricordava il luccichio delle pupille di suo padre, di sua madre e gli amici intelligenti; le fughe, i canoni dei concetti sullo spartito dei loro dialoghi.
Quei ragazzi di vent'anni in una vecchia fotografia.
Guardò alle rughe e i capelli grigi sotto la zazzera di Sailor Moon, e i braccialetti da feste in spiaggia e concertone di Irene e Stefano. Quella pancia da calcetto e da abitudine di Marzio; la fototessera quarantottenne ch'era la faccia di Alessandro Pattini.
Ripensò alle sue pareti, nella casetta di Wloclawek, inquietate dai sorrisi di Alfons Mucha e di Topor. Pensò a papà che fumava Pöschl, nella poltrona di damascato, che piangeva con Bulgakov e esplorava la Szymborska.
Sulle teste dei compagni, che discutevano animosamente, c'erano i volti di Nimoy e Shatner fissi in un'estasi deficiente. Gli sgabelli scricchiolavano di manuali di AD&D.
Si vergognò con suo padre e mamma come se fossero ancora vivi. Come colpevole di un quattro a scuola.
«Parlate a vanvera! L'avete letta?! Non ho parlato del movimento!»
«Non l'hai postata! Non ci hai taggato!», rimproverarono Martina e Chicca.
«Non hai diffuso.»
«Va condivisa. Linkare a tutti le nostre pagine.»
«A me non piace che mi si tagghi: mi intasate la bacheca. Devo postare importanti appelli per il voto agli animali. Già da cuccioli alla Camera, dai sette anni per il Senato: perché è così che sconfiggeremo questa tirannide del Pointless Act.»
«Hai spoilerato.»
«Si sa di noi.»
«Credo dovremo espatriare tutti.»
«I meme veri che La Gente È Il Male e I Ragazzi Che Ci Provano.»
«I camerati schierati in piazza che fanno a botte coi celerini vogliono i selfie con i caramba, ché visualizzino manganellate.»
«C'è un clip nuovo con Tom Hiddleston!», si sciolse Giulii scorrendo il touch-screen: corse fuori per goderselo ché in garage non le prendeva.
«Della tua faccia non ci interessa, hai parlato di te solo.»
Gli puntarono gli i.pad con quella pagina di "Social People"; poche righe inoffensive in un grassetto rumoroso.
«Queste è cose scritte in internet», disse Hristina, «copiato tutto. Io conosco giornalista: molto amore, ma cretina.»
«Ti sei scoperta: è un'infiltrata», sherlockò Marzio con tono british: quelle fiction di detective mamoltofighi perché asociali; «Sei la serva dei giornali, sei venuta per spiarci.»
Lei scorse nell'i.pad centinaia di altre pagine che riportavano lo stesso articolo già il 2025; qualche sinonimo buttato a caso da un dizionario più cheap e glam.
«È proprio Micol», sorrise perfida.
Sailor Moon lagnò che «questo non significa un bel niente!11!!11!»; Irene e Stefano, con più buonsenso, lessero almeno keyword ed hashtag:
«Hai ragione: queste righe... è un nostro vecchio comunicato»; chinò lo sguardo più rosso in viso della sua t-shirt dei CCCP, «per il kickstarter del Movimento in occasione di Cornetto Festival.»
Un dizionario da arrabbiati wired da "app in rete" a "zarathustra". Volantini arcobaleno con l'appello JE SUIS PATHEMET.
«'Sta roba insomma l'hai scritta tu. Ero all'inferno, con la corona, senza sapere manco il perché. Ero una vittima, 'fregava il cazzo e m'hai spacciato per negromante», Alessandro si sbigottì.
«Per terrorista», lei lo corresse.
Sentì l'impulso di accarezzarlo.
«Ti ho dato un ruolo.»
«Uh, prendo i dadi!»
Giulii tornò dentro, frugò nello zainetto: il suo set azzurro e viola di poliedri da roleplaying.
«Sta di fatto», incalzò Jacopo, «che l'intervista ci ha compromesso.»
«Non è stata un'intervista!»
«Ora ascolta, non ti offendere: tu sei bella, sei simpatica. Ma è una faccenda fra nostri amici. Non li conosci, però li giudichi.»
«È come Boromir con Faramir: bisogna leggere tra le righe.»
«Ho capito: vi ho ferito», mugugnò Alessandro Pattini.
«Molto, molto.»
«Ma non importa eh? Tivutitìbi!»
«... ma resta inteso», sentenziò Stefano, «che serve un gesto per riscattarti.»
«E che cosa dovrei fare?»
«Postare scuse e taggare tutti.»
«La cena sushi. Ma lei non viene.»
«Un incontro, a Casapound. Se però non sei d'accordo, ché temi, dopo, ti dian del fascio... sei l'ipocrita che sembri.»
«Una giornata da volontario nello strazio del canile. Poi lo vedi, poi lo impari, cos'è il dolore di amici veri.»
«Un'altra performance come in agosto. Ma più dura», disse Irene.
Hristina respirò: c'era una che - pareva - aveva un minimo di sale in zucca. Le sembrò fosse il momento di provare il loro fegato:
«Dovete entrare e spaccare tutto. Nei dormitori. Coscienti e vivi. Filmare tutto, mostrare tutto poi distruggere le macchine. Serve spranga, no pistole.»
Martina e Chicca ed Irene e Stefano, Jacopo pallido ed ammutolito, le somigliarono - la buon'ora - a gente viva con fifa vera. Si scordarono i patemi sull'uso e accumulo di experience point, serie sospese a metà stagione, lotte di classe fra Alleanza ed Orda, conflitti edipici con un padre disegnato da Go Nagai:
«Questo sì, che fa paura.»
Solo Giulii, indispettita, aveva sempre la stessa faccia. Perché lei è la ragazza speciale dolce ed intelligente che non sarebbe cambiata maimai, «sono me stessa, ma io però!»; la gobba prona alla soma onirica dessert vizioso di Necromadre.
Ma si sa: Giulii è così. Un autismo narcisistico.
«È impensabile, è infattibile», rantolarono i codardi, «i dormitori non si sa se esistono...»
«Voi neppure, allora, ha senso.»
«Anche se esistono non ci si entra. Sono a Roma.»
«Sono ovunque. Io conosce dove sono, ci sono stata, vi porto là. Sarà tua prova, Alessandro Pattini. Voi d'accordo, no? Bel gesto forte. No bombe accazzo: terrori veri.»
Entrò il vento dal basculante semichiuso sulla notte. Staccò dal muro il manifesto Fight Club con il logo di una major.

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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