Riscatto - un racconto per Dimensione Cosmica

Il mio racconto pubblicato sul primo numero della risorta "Dimensione Cosmica"

Virgil Walcott il Mangiapane guardava attonito, annichilito, la città, la spiaggia e il mare consumati dai fuochi chimici ancora ad anni dalla Catastrofe. La nube tossica e fuochi verdi, inesausti e inesorabili, rischiaravano la baia circondata dalla notte: un braciere di macerie, di rottami e di cadaveri nella muta, terrificante, universale oscurità.
Le parole erano queste, benché semplici e inefficaci. Forse, un tempo, ne possedeva di più impressive: ma non sapeva più pronunciarle o non le avrebbero più comprese.
Le schiume fetide di un mare nero si insinuavano fra le rovine: gli edifici e i grattacieli, ischeletriti dai bombardamenti, si inclinavano e spezzavano sotto i colpi delle onde. Le boutique, i viali, il lusso, l'intera intensa e vibrante vita di quel mondo - ormai perduto - sprofondava, giorno dopo giorno, nei fondali limacciosi dell'oceano e la memoria.
Si rese conto e pensò depresso, come ogni notte che raggelava di sentinella, che i ricordi e il significato del suo passato e di quel presente, ogni idea sul suo futuro, si sgretolavano all'abbrutimento di un'esistenza da superstiti.
Lo avrebbe scritto in un altro modo, quando aveva le parole. Chiuse in tasca la matita e un taccuino bianco e logoro.
Leonard Vigile schiacciò la cicca sulla lamiera della baracca, frugò in bisaccia e si accese ansioso l'ormai settima, l'ottava o la nona sigaretta. Controllò l'otturatore e la sicura del suo Beretta, grattò la ruggine dalle canne e il calcio liso e scolorito. Strinse il manico del coltello che gli pendeva dal cinturone.
Un'altra volta ed un'altra ancora.
«Mi innervosisci. Ti farà male. Starai da cane quando il tabacco sarà esaurito.»
«Me lo sento: è per stanotte; siamo morti Virgil, morti.»
Ripeté morti, lo sillabò, come un vocabolo di lingue estinte e dimenticate.
«Saremo vivi. Non accadrà.»
«Tre aggressioni in solo un mese, sempre più di frequente. Non ci temono, non più... quando mai ci hanno temuto. Non c'è modo di fermarli.»
Virgil grattò col piede la macchia bruna sul pavimento, tremò dei segni di artigli e denti sulla soglia e sugli stipiti.
«A questo tavolo, lo scorso sabato», Leonard Vigile insistette, «era seduta Martina Medico. Sei giorni fa. E vuoi non vengano, questa notte? Cazzo, un medico ci hanno tolto quelle cose! Credo sappiano, ci osservino, e che capiscano che senza i medici...»
«... ma Martina era qui sola con una mazza e la scacciacani. Siamo due, con un fucile», gli mentì per rassicurarlo. Tuttavia pensò al carcame di un mutato dalla Catastrofe che trovarono, sei mesi prima, sui cancelli del villaggio. Era qualcosa ch'era stata umana ma che ormai non lo era più; gruppi, branchi, sciami o nugoli di orrori si acquattavano nel buio folli e ciechi dalla fame. Il mostro morto era gonfio e livido per il gas, avvelenato; era bruciato da fiamme chimiche e consumato da radiazioni. E Shimon il Macellaio, che lo aveva dissezionato, dubitava che una pallottola potesse uccidere quelle belve.
«Quando usciranno all'assalto in molti, troppi, tutti quelli che adesso strisciano nella notte, la palizzata non reggerà, ci inseguiranno nei nostri tunnel. E sarà inutile rifugiarsi sulle alture o sotto terra. Puoi sopravvivere alla marea: questa è carne contro carne.»
«Se le studiassimo, le conoscessimo, smetteremmo di temerle.»
«Sono cose: non c'è un nome. Loro vengono, morremo.»
«Tu sei stato un poliziotto, sei tutore della legge. Hai giurato di proteggere e servire i cittadini.»
«Quando esistevano città e persone.»
«Non posso credere che tu ti arrenda.»
«Che cosa sono la legge e l'ordine?», scrollò la testa e sputò nel fango.
Alla luce dei faretti lungo il perimetro di fil spinato, sacchi, fusti ed assi cui grattavano le tenebre, Virgil vide un'ombra, quattro curve figure goffe, arrampicarsi sulla collina e ansimare penosamente.
Leonard puntò il fucile, mirò al recinto, si impallidì. Abbassò l'arma con un singhiozzo e con un gemito di sollievo:
«... non... non sono quegli orrori...»
Una coppia con due bambini incespicava fra gli sterpi. Trascinavano due trolley che scoppiavano di vestiti, di coperte, di barattoli e di un fascio di utensili. Erano sozzi smagriti e laceri coi capelli scarmigliati, le facce nere e lo sguardo vuoto e feriti e tremebondi.
Si accasciarono, stremati, nell'alone delle lampade.
«Acqua, cibo, bende e disinfettante! Cristo, è gente come noi!»
Si affrettarono a soccorrerli, li rialzarono da terra. Virgil lavò lo sporco dalla fronte di quell'uomo, bagnò i labbri della donna, spezzò biscotti per i bambini.
«Ma lo conosco: è Elettrauto Morrison!», Leonard si stupì, «Lei dev'essere sua moglie, questi sono i loro figli... Lavorava a un'autofficina nel distretto di nord-est. Morrison!», lo scosse.
«... Tu... sei Leonard, piedipiatti...»
«Il mondo è piccolo, non ci si crede! Ce l'hai fatta! Siete in salvo!»
«... Paola, i bimbi... non mangiamo da tre giorni...»
«Guarda, Morrison!», Leonard lo incitò: gli mostrò la palizzata, seicento metri più in alto, e quel cerchio di lamiere nel chiarore dei lampioni; «è il mio villaggio, è un buon rifugio, siamo quasi un'ottantina. Abbiamo tutto, sopravviviamo. Le nubi tossiche non ci raggiungono. Ce la fai? Ci arrivi là? Dài, l'ultimo sforzo: è una fortuna tu sia con noi! Un meccanico, perdio! Puoi fare molto per la mia gente!»
«Posso... farcela», si morse i labbri.
Strinse Paola, si abbracciarono:
«Posso muovermi», lei disse. Accarezzarono i ricci biondi dei due figli esausti e muti.
Virgil si specchiò negli occhi fissi e allucinati dei bambini che mordevano e inghiottivano i biscotti: vide le tenebre da cui fuggivano e che avevano sofferto.
Queste persone, diceva Leonard, abitavano a nord-est: batteri e ceneri, la guerra chimica. Dove gli attacchi di droni e robot erano stati più spaventosi, gli inesorabili rastrellamenti di incursori cibernetici. E i resoconti terrificanti di torture, di esecuzioni, immaginate contro gli uomini da intelligenze non umane.
«Forse», soffiò la moglie, indovinando quei suoi pensieri, «sopravvivere è stato peggio: non ci si immagina cosa abbiamo...»
Crollò a piangere. Tremò.
Leonard lasciò a Morrison sigarette e due lattine, metà gallette ed il cioccolato dagli scaffali della baracca:
«È il nostro pasto per questa note: credo serva più a voialtri. Forza, in marcia.»
«... ce la faremo, saremo salvi...»
l'Elettrauto prese in braccio la bambina, spaventata. Sua moglie Paola tirò col naso, sfregò le lacrime e strinse il figlio. Arrancarono al villaggio su un sentiero di ghiaino.
Leonard Vigile era allegro, era euforico per quell'incontro. Guardò la notte e le luci misere con uno stupido ottimismo.
«Morrison si occuperà di quei catorci nelle rimesse. Ripareremo le auto e l'autobus, potremmo andarcene, ci sposteremo. Credo sia l'idea migliore. Un meccanico, ed è in gamba! Lo ha portato qui Gesù! È un miracolo, ti rendi conto?»
«È un miracolo. Lo spero.»
«Dovresti metterci più entusiasmo.»
«Io non credo, sai, che altrove sia diverso? Forse è peggio: qui c'è terra. Forse altrove è solo oceano. La città ad ovest si è inabissata.»
«Che ne sai, Virgil l'Inutile? Non sai far niente, non servi a nulla. Lui metterà in sesto le automobili e il torpedone. Può portarci da qualche parte. Questo ha senso. Tu, ne hai?»
«Ero solo un'insegnante. Scrivevo storie di eroi e mostri. Ma mi sembra che ci restino solo briciole e rovine.»
Leonard fumò avido il mozzicone di sigaretta, lo buttò, lo raccattò e tirò un'altra boccata. Succhiò rabbioso la carta e il filtro:
«Tu pensi troppo, secondo me.»
I faretti allo steccato scoppiettarono e si spensero. Le lampadine a sessanta watt che illuminavano la baracca, pencolanti ai cavi neri fissi ai travi con chiodi e scotch, lampeggiarono, ronzarono e si freddarono nel buio pesto.
Leonard, colpo in canna, bestemmiò all'oscurità. Virgil cercò tentoni la lanterna a kerosene, l'accendino, l'accendiforno o una scatola di fiammiferi: l'odore d'alcool gli punse il naso, l'alone azzurro schiarì la stanza. Tornò fuori con il lume.
«Hanno guai con il gruppo elettrico. Si è schiantato un altro cavo. Ma al villaggio», disse Leonard, «non mi sembra ci siano guasti. È un problema solo nostro».
Alzò il mento alla cima brulla, fortificata della collina e le barriere e torrette e i fari che la cingevano tutt'attorno. Cercò cavi e tronchesine in una scatola di attrezzi, gliele porse, armò il fucile:
«Posso coprirti, ci pensi tu?»
«Non raccapezzo, potrei far peggio.»
«Mi chiedo spesso perché sei qui, Virgil-Bocca-Da-Sfamare: con quel poco che non abbiamo e con quel niente che non c'è.»
Si mise in spalla il ferrovecchio da caccia e scese, fra gli sterpi, fino al buio del recinto. Lui lo accompagnò a schiarirgli il passo con la lanterna.
«Punta qua: c'è il quadro elettrico.»
Il fascio pallido ferì la notte.
La cosa orrenda sbucò dal folto.
Poi un'altra. Un'altra ancora.
I volti bianchi deformi e gonfi né di umani né animali.
«Spara!», gridò Virgil.
Avanzarono abbagliate dal chiarore della lampada, sibilarono, ringhiarono e sbavarono di fame. Leonard crollò supino e inorridito dagli abomini, strisciò sui gomiti, gemette folle, si pisciò nei pantaloni. Il fucile restò a terra, calpestato nella polvere, dai runcigli, i piedi e zoccoli dei mutanti inferociti.
Lui gettò la lampada, Leonard strillò aiuto: lo invocava, supplicava; chiamò la mamma e strillò pietà.
Lo massacrarono.
Lo divorarono.
Il fiotto e il glottolo del sangue sparso e il crac del costato e cartilagini.
Lui corse al villaggio. Più veloce che poté. Senza voltarsi, non si fermò. E calciò, batté i cancelli senza fiato e terrorizzato.
Roberto Agronomo si affacciò da una torretta di osservazione:
«Cristo, aprite!», gridò a quelli del portone. Jussuf Computer e Irina Sarta spalancarono i battenti, Virgil entrò correndo, gridando allarme fra le baracche e i container, le roulotte e le incerate del villaggio.
Svegliò tutti, lo attorniarono:
«Cos'è successo? Dov'è Leonard il Vigile? Perché non sei restato alla baracca di sentinella?»
«... l'hanno ucciso quelle cose, m'hanno inseguito fin il cancello... Se vi affacciate potete...»
Maria Ramirez Agricoltore corse atterrita da un ballatoio:
«Sono qui! Sono decine!»
«Dobbiamo andarcene, stanno entrando!»
Ai battenti si accaniva un'orda pallida di belve, chele, fauci, becchi e corna che grattavano alle porte.
Pianti, guaioli e strilla di terrore.
Si strattonarono, si spintonarono, si calpestarono e si azzuffarono; corsero isterici alle baracche per raccogliere i barattoli, gli stracci. Quella inutile paccottiglia. Si arrampicarono alla palizzata, le lamiere, le murate, ma si ferirono e tagliarono con i cocci e i chiodi in cima. Insistettero ad avviare le automobili ferme e fredde, coi cerchioni che affondavano e arrugginivano nell'erba. Si rannicchiarono sotto i travi, nei cartoni, le latrine a supplicare e vagire e gemere di scampare alla mattanza. Cachinni isterici singhiozzi e lacrime.
«No, aspettate!», Virgil alzò la voce: tornò a pungerlo l'accusa che Leonard Vigile gli fece sempre: tu, a che cosa servi? Cosa fai per il villaggio? Se non lo avesse scoperto adesso, seppe, non lo avrebbe mai saputo. «Leonard», disse, «prima di morire, ne ha accoppate tre da solo.»
«Con un fucile! Ma noi abbiamo!...»
«Il fucile si è inceppato: le ha ammazzate con il coltello. Le ha affrontate con il coltello», si corresse, «l'ha abbattute a mani nude. Lui, da solo. Perché Leonard aveva fegato, era tosto. Con... coraggio. Possiamo vincere, prevarremo.»
Erano increduli, ma lo ascoltavano. Si ammutolirono a bocca aperta. Lui trovò in quegli occhi stanchi, spenti, vinti e rassegnati, una brace di emozioni che anelavano la fiamma; materia viva, orgogliosa e umana che attendeva di divampare. Cercò parole, argomenti e sillabe che lo nutrirono un evo addietro: in un'altra e sana vita che aveva avuto significato. Le ritrovò, ne capì il senso:
«Ha combattuto. Non ha esitato.»
Aureliano, Muratore, strinse in pugno il suo piccone.
«Stavolta basta», ringhiò, «ha ragione.»
Afferrarono i bastoni, vanghe, spranghe e i coltelli da cucina; impugnarono i martelli, ogni utensile era un arma. Virgil Walcott, il Mangiapane, seguì la folla alla staccionata.
Le creature schiamazzarono, fracassarono le porte, lamiere e cardini e legname e corde si schiantarono e spezzarono: non avrebbero retto a lungo.
Ma non sarebbero restati inermi.
Ecco, lui ricordò, cosa so fare e qual è il mio compito. Pensò a Leonard con gratitudine. Fu in prima fila, bandì una mazza:
«Spalla a spalla. Dài, compagni.»
Spalancarono i cancelli e si lanciarono all'assalto.


Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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