Scegli il tuo fentasi - un gioco


Per la serie: gli scrittori che scrivono "difficile" e non "come imparano i manuali", oggi vi propongo un giochino. 
Qui di seguito trovate due versioni della stessa pagina fantasy (ennesimo frammento di Thanatolia) che ho appena completato. La prima è nel mio "ostico", "compiaciuto" e blablabla stile a preferenza dei detrattori; la seconda è come vorrebbero si scrivesse (come si deve scrivere!) le bimbefentasi  e i gorilla da tastiera che sbraitano su vari blog, community e socialnetwork e recensiscono a mezza stella su Amazon.
Tanto per dimostrare che anche noi autori sperimentali conosciamo e pratichiamo la grammatica e sintassi, e che volendo potremmo andare in onda in forma ridotta per andare incontro alle capacità mentali di certo presuntuoso, supponente e arrogante pubblico.
Che cosa ne pensate? Grazie!

VERSIONE 1:
Il mattino illuminò quell'aula grigia di solitudine, le mummie inerti dei Cavalieri che sedevano alla mensa. Solo polvere, abbandono, la luce livida dell'aurora e un vento freddo spietato e cupo che penetrava dai vetri rotti.
Markus Ahler aprì gli occhi, dolorante e intirizzito, che era supino su di una botola di quercia e ruggine sul pavimento, quasi al centro della tavola innanzi il macabro banchetto. Era aperta su una rampa che scendeva al pianterreno: da finestre e feritoie, dal portone della torre, vide il giorno e sentì l'aria che risanava quel mausoleo; voli di rondine e storni e passeri fra le volte affumicate.
Bastava andarsene. Bastava uscire. La notte prima però non c'era.
Pensò che il buio la magia quell'incubo gliela avessero nascosta.
Sussultò di un uomo armato che comparve in una nicchia.
Saltò in piedi - spalle al tavolo! - cercò a terra Disillusa: scattò alla spada e si mise in guardia contro...
«... è solo un manichino!»
Quel fantoccio di assi in croce era vestito di un'armatura, elmo, scudo, lancia e stocco come quelli degli spettri. Sull'umbone e il pettorale c'era quell'occhio mostruoso vivo; forme orribili di insetti, pipistrelli, ragni istrici e caprioli cesellati ed abbruniti su schinieri e su spallacci. Uno specchio impolverato lo invitava a quelle armi:
«Prova, indossale», gli sembrò che sussurrasse.
Le temeva. Le bramava.
«È una splendida panoplia»: ma il terrore di un incantesimo lo tratteneva da impossessarsene; «forse sono maledette... come i loro proprietari.»
Tuttavia guardò Kether seduto a desco con i Fratelli: erano ognuno per sempre chiusi in quelle vesti di ferro e tenebra, e i loro scheletri sepolti in quelle come impossibili da rimuovere.
La sua cotta era già lacera da troppi scomodi vagabondaggi, le piastre nere una volta splendide gli cigolavano ammaccate addosso. I fiori d'oro che le adornarono erano spenti e grattati via, la limatura pagata a un oste: bicchieri e pane per qualche grammo; lo scudo inutile perduto ieri contro l'orda dei fantasmi.
Disillusa era perfetta, quanto al resto...
L'armatura di tuo padre.
«Bah, rottami!»
Si spogliò della corazza, della maglia e restò in lino: le lunghe brache ed il camicione su cui vestire quel ferro scuro. Lo inquietarono quegli occhi, lo impensieriva che non si aprissero: forse - sospettava - è stata un'altra stregoneria; forse adesso sono finti, sono solo di metallo. La maestria di un incisore di scolpirli come accesi.
Legò i bracciali, si cinse il fodero, si calzò l'elmo e imbracciò lo scudo. Vestì la tunica e il mantello nero: molto migliori di quei suoi stracci! Lasciò la lancia e lo strano stocco che scintillava di luce verde: si fidò della sua spada.
Ora il vuoto, la tristezza, lo squallore della torre gli riuscirono insopportabili:
«Devo andarmene di qui: non c'è più nulla di misterioso»; la magia di quella tomba si dissolse e si disfece, restò il puzzo dei cadaveri, i licheni e di sepolcro; i grumi bianchi di larve e vermi si attorcigliarono nei cibi marci.
Nei cavalieri, nei loro corpi.
Ne tracimarono dai loro elmi.
Dagli occhi fondi dei loro teschi che non ardevano di alcuna fiamma.
Il soffitto e il pavimento scricchiolarono. Più forte. Scricchiolarono le scale.
Markus corse i piani, superò il portale gotico: l'architrave gli crollò dietro l'istante dopo che saltò fuori, l'edificio fu inaccessibile. Massi enormi di granito. I terrori ed i segreti di quei mistici guerrieri - tutto ciò che mi è successo, se davvero m'è accaduto - restò chiuso a molti metri più in alto di una liscia, inattaccabile e impossibile parete.
Fra le lapidi e le stele, gli obelischi funerari, pareva attenderlo un cavallo nero legato al ferro di un crocefisso. Sbuffava cupo e scalciava ombroso il fango secco del sepolcreto, insofferente dell'Harley-Davidson parcheggiate tutt'attorno. Anche le moto a guardare meglio si arrugginivano tra la gramigna, gomme sgonfie in quella palta, gommapiuma dai sedili, serbatoi vuoti essiccati con i tappi ormai perduti. Ne vide alcune in rottami a terra calpestate da scoiattoli.
Il destriero era magnifico, con una barda di cuoio nero, orecchie e muso corazzati in ferro a farne corna di un grande antilope, e il becco corto e tagliente e curvo di un rapace della notte.
Rispose docile alle sue carezze. Lui lo sciolse, lo montò.


VERSIONE 2:
Venne giorno, e il sole illuminò la grande stanza grigia, deserta, e le mummie dei Cavalieri che sedevano attorno al tavolo. C'era solo tanta polvere, abbandono, la luce fredda dell'alba e un vento gelido che penetrava dai vetri rotti.
Markus Ahler aprì gli occhi, dolorante e infreddolito, che era steso su una botola di quercia e metallo arrugginito sul pavimento, quasi al centro della sala davanti al tavolo del banchetto. La botola era aperta su una rampa di scale che scendeva al piano terra: dalle finestre, le feritoie e dal portone della torre vide la luce del giorno e sentì l'aria che risanava quella tomba; vide rondini, storni e passeri che volavano fra le volte annerite dal fumo.
Bastava andarsene. Bastava uscire. La notte prima però non c'era.
Pensò che il buio, la magia e quell'incubo di cui aveva sofferto gli avessero nascosto quell'uscita.
Sussultò alla vista di un uomo armato che comparve in una nicchia a una parete.
Saltò in piedi, si mise con le spalle al tavolo e cercò a terra Disillusa: scattò alla spada e si mise in guardia contro...
«... è solo un manichino!»
Quel fantoccio di bastoni incrociati era vestito di un'armatura, un elmo, uno scudo, una lancia e una spada corta come quelli degli spettri. Sulla borchia dello scudo e il pettorale c'era un mostruoso occhio vivo; sugli schinieri e gli spallacci erano cesellati con orribili insetti, pipistrelli, ragni, istrici e caprioli. Uno specchio impolverato lo invitò a indossare quelle armi:
«Provale», gli sembrò che sussurrasse.
Markus le temeva, eppure le desiderava.
«È una splendida panoplia»: ma il terrore di un incantesimo lo tratteneva dall'impossessarsene; «forse sono maledette... come i loro proprietari.»
Tuttavia guardò Kether seduto al tavolo con i Fratelli: erano ognuno chiusi per sempre in quelle vesti di ferro nero, e i loro scheletri erano sepolti in quelle armature come se fossero impossibili da togliere.
La sua cotta di maglia era lacerata a causa dei molti scomodi vagabondaggi che aveva affrontato, le piastre nere, che una volta erano splendide, gli cigolavano addosso ammaccate. I fiori d'oro che un tempo le adornavano erano sverniciati e erano stati grattati via: qualche grammo di limatura gli era bastato per pagare a un oste il vino e il cibo; e aveva perduto lo scudo, che comunque non gli era servito a nulla, nel combattimento del giorno prima contro l'orda di fantasmi.
Disillusa era in perfette condizioni, ma il resto...
«È stata l'armatura di mio padre!», pensò: «Bah, sono solo rottami!»
Si tolse la corazza, la cotta di maglia e restò con solo la tunica di lino addosso: le lunghe braghe e l'ampia camicia su cui indossare quel ferro scuro. Lo inquietarono quegli occhi, lo preoccupava il fatto che non si aprissero:
«Forse», sospettò, «è stata un'altra stregoneria; forse adesso sono finti, sono solo di metallo.»
E pensò che l'incisore che li aveva scolpiti erano stato davvero bravo, perché gli erano sembrati veri!
Si allacciò i bracciali, si cinse il fodero, si mise l'elmo e imbracciò lo scudo. Indossò la tunica e il mantello nero, e pensò che fossero molto migliori di quei suoi stracci! Lasciò dov'erano la lancia e lo strano stocco che scintillava di luce verde: preferiva la sua spada.
Ora il vuoto, la tristezza, lo squallore della torre gli sembrarono insopportabili:
«Devo andarmene di qui: non c'è più nulla di misterioso»; la magia di quella tomba si dissolse e svanì, restò solo l'odore dei cadaveri, di muffa e di sepolcro; gli sciami bianchi di larve e vermi si agitarono nei cibi marci.
Nei cavalieri, nei loro corpi.
Ne uscirono dai loro elmi.
Dagli occhi profondi dei loro teschi che non ardevano di nessuna fiamma.
Il soffitto e il pavimento scricchiolarono. Più forte. Scricchiolarono anche le scale.
Markus corse giù attraverso i piani della torre, superò il portale gotico: l'architrave gli crollò dietro l'istante dopo che saltò fuori, l'edificio divenne inaccessibile a causa degli enormi massi di granito che ingombrarono la soglia. I terrori e i segreti di quei magici guerrieri - tutto ciò che gli era successo, se davvero gli era successo - restò chiuso a molti metri più in alto di una liscia, inattaccabile parete impossibile da scalare.
Fra le lapidi, le pietre e gli obelischi funerari trovò ad attenderlo un cavallo nero legato al ferro di un crocefisso. Sbuffava e scalciava nervoso sul fango secco del cimitero, insofferente delle Harley-Davidson parcheggiate attorno a lui. Anche le moto, a guardare meglio, si stavano arrugginendo tra l'erbaccia, affondavano a gomme sgonfie in quel fango, la gommapiuma usciva dai sedili e avevano i serbatoi vuoti, essiccati e senza tappo. Ne vide qualcuna a terra ridotta in rottami e calpestata da alcuni scoiattoli.
Il destriero era magnifico, con una bardatura di cuoio nero. Le orecchie e il muso erano corazzati in ferro con protezioni a forma di corna di antilope, e di becco corto, tagliente e curvo come quello di un rapace notturno.
Markus si avvicinò, il destriero rispose docile alle sue carezze. Lui sciolse le redini dal crocefisso e montò in sella.

(...)

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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