Omnes Una Mater Nox


(...) Cento metri innanzi a loro c'era un gazebo monumentale: ori e grottesche e pilastri tortili fogliame d'acanto sui capitelli, un quadrante di orologio su una cupola spezzata. Le lancette erano ferme un istante prima del mezzogiorno, o un domani o un'altra notte che non sarebbero mai scoccate. Dieci bimbi addormentati in altrettanti faldistori, cuscini rossi e velluti neri in un telaio di betulle.
«Il paese s'è ammalato di un eccesso di menzogne, così gravi e spudorate da ridurvi alla demenza. Oh, non pensi solo ai sogni rutilanti, le follie di un Don Chisciotte o Sigismondo nella torre! Quelle, adesso, sono solo scappatoie. Vi siete infetti decenni or sono, l'estate stupida dei gimme five; gli interrail, gli aperitivi, gli anni in erasmus e i talent show. Otteneste il televoto: lo scambiaste per i seggi. Quando vi illusero che il mondo tutto era a portata dei vostri voglio, che imparaste un'altra lingua, che eravate "bravi", "in gamba"; che bastasse una valigia e atterrare in aeroporto. Tornaste al nido con gli ossi rotti ma troppo tronfi di fallimento, riduceste a un weltanschauung i vostri aneddoti delle vacanze. Io non so che bieco amore, quale infamia, chi - crudele - vi ha ripetuto e poté convincervi che siete liberi se siete armento; siete speciali se siete inutili, non siete cacca fra gli stivali. Forse i vostri genitori: hanno peccato di una speranza, generarono narcisi, si dissanguano a nutrirvi. Fu il potere, fu il sistema: che è un concetto collettivo. È un onanismo di sei decenni, è la pretesa dei vostri nulla. Vi commuovete vi emozionate vi impegolate di voi medesimi; siete bulimici di opinioni, siete obesi di voi stessi. Siete anoressici dalla realtà. Mentre il mondo, quello vero, vi si sfalda sotto i piedi. Sta crollando, è la rovina: non c'è stata soluzione. Questo governo ha chiamato me: è un tentativo, c'è un caro prezzo. Gratto al mondo questa rogna.»
Clara Muttertod parlava, era un flauto fra le lapidi, e una pioggia silenziosa di foglie secche scarlatte e gialle ricopriva marmi e croci e monumenti sepolcrali. Inciampò sui sassi smossi del vialetto fra le tombe: «ahi!», gemette; Lodovica le offrì il braccio. Era solo una nonnina devastata dai ricordi, con troppa scienza ed intelligenza che le bruciavano nelle pupille.
Ma una vecchia, dopotutto: buona, innocua.
«Io non sono un'entità maligna: lo è Monostato, lo fu Sarastro, li ho combattuti per il paese.»
«Mi dispiace, dottoressa: questi discorsi non li capisco.»
«Non occorre, non importa. Ecco: io la vorrei qui.»
Arrivarono al gazebo. I bambini addormentati sulle sedie di velluto, poco più che appena nati, col cordone ancora intatto, la impressionarono per quelle rughe e quei volti grigi da uomo adulto; la barba ispida la cispe e il muco per un'incuria di qualche giorno. Un qualche intenso e profondo sogno faceva loro tremar le palpebre, li aggrottava, corrucciava, si agitavano sudati.
«Sono i primi: meine schätze, io ci sono affezionata. Selezionati da un algoritmo che indicizza acquisti on line» (...)

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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