Il migliore sulla soglia (racconto completo)


Harni Wasseloff si buttò a terra con le spalle ad una lapide, il proietto del bastardo gli fischiò sopra la testa.
«Per gli déi, se ci sa fare!»: caricò la sua balestra.
Manuel Herto, l'Apprendista, accovacciato a un menhir divelto, si fasciava bestemmiando una ferita all'avambraccio: la stoffa lacera della camicia e un'ustione sulla pelle.
Hunzi, Arianna, Duarte e "Il Cacciaballe" gli giacevano morti attorno fra le tombe e gli obelischi. L'eroico nordico e la bella arciera erano stati i più fortunati: due fori tondi ed abbruciacchiati in pieno petto ed in mezzo agli occhi. Lei - si spiacque Harni - ha incontrato un tiratore più preciso e più veloce. Lo spadaccino era steso a terra con la gola trapassata: era morto gorgogliando ai suoi déi di un altro cielo. E, in quanto allo sbruffone... beh, finalmente era alla fine di un repertorio di barzellette.
«Hai ragione», disse Harni, «né una freccia né un quadrello.»
«So riconoscere un dardo magico!»
«Un incantesimo non fa rumore.»
Albertello, innanzi a loro - acquattato in una fossa - insisteva di filarsela alleggerendosi del bottino:
«Ha quella canna di piombo e polvere che hanno portato quei Preti Neri dall'Occidente! È un vantaggio troppo grande! Via! Dobbiamo rinunciare!»
«Non può essere un archibugio, è troppo svelto a ricaricare.»
«Le razzie giù nelle cripte e antiche tombe dei grandi maghi sono sempre pericolose, benché molto fruttifere. Ma 'sta rapina a quel cronomante ci sta costando la pelle a tutti!»
«Statti zitto, ragazzino.»
«Ce l'avevamo già quasi fatta. Non c'è mai stato un guardiano, qui.»
«È solo un uomo, ma molto svelto.»
«Me ne vado! Io non crepo! Se li tenga, i suoi tesori!»
Il mortirreno salì la fossa e corse idiota ed in preda al panico.
L'eco metallica di quell'ordigno. Poi lo scoppio, il lampo e il fumo.
«Giù, Albertello!»
Crollò prono sulla ghiaia.
Con un foro nella nuca.
Harni Wasseloff si alzò di scatto, con l'istinto del balestriere, a approfittare di quel respiro per trovare il suo nemico: una figura furtiva e grigia là sulla cupola di un mausoleo, quasi invisibile sull'antracite stesa a prendere la mira.
Sì: una specie di archibugio.
Ma più lungo, più sottile.
Tirò il quadrello.
Centrò il bersaglio:
«L'ho colpito! Ti ho fottuto! Ti ho fregato, brutto stronzo!»
Manuel Herto, «bravo, cazzo!», si sporse fuori dal suo riparo: la figura sulla cupola, col verrettone ficcato in fronte, si voltò verso di loro e fece fuoco con quell'aggeggio.
«...mortalamamma!», lui si sbiancò: tuono, lampo, la certezza della fine; «stai a terra, ragazzino!»
Ma quel bastardo colpì il compare nell'occhio destro, lo abbatté col cranio esploso tra cervella e sangue sparso. Lui tornò a nascondersi, atterrito spalle al marmo:
«Non è possibile: io l'ho ucciso!», riuscì ad imporsi di stare calmo; la disciplina dell'addestramento nella milizia di Tjaratur, «come vincere un cecchino?»

"Quando è giorno in sepoltura, quando è notte dietro mura" era un proverbio di Thanatolia che si imparava fin da bambini: solo i pazzi e i necromanti - che sono spesso la stessa cosa - si avventuravano, calato il sole, nel Continente degli Inumati; le solitudini cimiteriali che si estendevano fuori porta, quell'impero di cadaveri e entità dell'oltretomba.
Ma Harni Wasseloff sapeva che un proiettile nel cuore era una morte più garantita del tocco gelido di un fantasma, degli artigli di un licantropo o del bacio di un'empusa.
Casomai che certi orrori, poi, esistessero davvero.
E stanotte i noviluni lo potevano salvare.
Restò immobile e paziente fino a quando venne buio: sdraiato a terra, con molta calma, si tolse l'elmo, la faretra e il giaco; usò dei rami, il proprio zaino e sassi per fabbricare un fantoccio rozzo sempre all'erta sulla lapide. Caricò la sua balestra, la imbracciò a quel manichino: ché i fuochi fatui del cimitero riverberassero sul metallo.
Un'altra scarica di quel bastardo gli confermò ch'era ben visibile:
«... ma questa volta, messere morte, hai colpito solo stracci.»
Si spogliò nudo e imbrattò di fango, brunì il coltello, lo legò al polso: strisciò nell'erba, nel sepolcreto, più lentamente che gli riuscì. Quando il vento muggì cupo tra le fronde ed i cespugli, a azzittire il crepitio dei rami rotti, i cigolii, vecchi cardini di cripte che gemevano schiantati, balzò in avanti e si nascose, e corse, più vicino al mausoleo.
Fu alla predella del monumento.
Colonne tortili e bugnature.
Lo scalò facile.
Salì alla cupola.
Il suo nemico appostato là.
Il bastardo se ne accorse: scattò in piedi, lui colpì. Ma l'avversario schivò l'affondo, gli fece perdere l'equilibrio, lo fece sbattere grugno al marmo, gettò l'ordigno e snudò una lama: un pugnale lungo e fino senza pomolo né guardia, luccicava di buon acciaio.
Era lento, molto stupido: gli diede tempo di alzarsi in guardia. Lo vide incerto o terrorizzato:
«Dài: adesso siamo pari.»
Gli sembrava il soldatino di una guardia nobiliare: quella casacca, quei pantaloni, quel colletto e le mostrine... non aveva un'armatura: solo un ridicolo baccinetto. Parò un fendente per puro culo, tentava colpi da dilettante. Harni gli inflisse sadico ferite lievi alle gambe, al petto: uno squarcio sanguinante per ognuna delle sue vittime, per ciascuno dei compari:
«Questo è Duarte, lei Arianna...»
Il rottinculo lasciò il pugnale, gridò parole che non capì: questi sporchi mercenari da chissà quali paesi! Gli spezzò il polso, lo stese a terra e gli sedette sulla schiena, lo afferrò per i capelli con la lama contro il gozzo.
Mise fine alla faccenda. Gettò il cadavere dalla cupola.
In quell'istante il cielo buio sul cimitero fu attraversato da una scia rossa che si accese di scintille: cento fiori di fuoco e fumo, spaventosi ed accecanti, illuminarono la pianura prospiciente il mausoleo. Gli si aprì, davanti agli occhi, un gorgo nero nella realtà; un paesaggio desolato e devastato dagli incendi.
Ma non era in Thanatolia.
E non era adesso e lì.
Harni vide carri senza buoi, cavalli o ciuchi che li trainassero corazzati di metallo e che eruttavano vampate, sormontati da torrette cui spuntavano lunghi tubi. Da altre canne vomitavano spurghi neri e puzzolenti, quell'odore di bruciato e certi oli dei deserti. Dietro i carri, in formazione, altre migliaia di quei soldati: con ordigni molto simili a quella specie di archibugio, in livree e con cervelliere di un'altra forma e di un'altra tinta.
Saltò all'indietro, terrorizzato, e levò istintivamente le braccia a scongiurare quell'incantesimo.
Vide che indossava un'impossibile casacca.
Gli stivali, i pantaloni e il cinturone del suo nemico.
Sentì qualcuno che l'apostrofava in quell'idioma di un altro mondo.
Tuttavia lo comprendeva:
«Henry, in gamba: tocca a te! Ora i crucchi verranno avanti coi panzer, noi dobbiamo sgomberare! Sono sicuro che puoi tenerli impegnati, figliolo!»
Poi qualcuno raccolse a terra il suo Enfield, glielo mise fra le braccia, gli calzò l'elmetto in testa mentre lui si appostava sulla cupola.
Il migliore tiratore sulla soglia dell'inferno.





Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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