Thanatolia - Frammento di Alessandro Pattini, 1


«Io non ci torno laggiù, non ci ritorno!», ringhiò Alessandro Pattini a quei coglioni dei suoi compagni.
Er Murena si annodò la kefiah sporca attorno al volto, si imbottì il giubbone nero coi volantini appallottolati. Brandì la spranga, gettò un petardo e lo trafisse con gli occhi azzurri, che luccicavano di febbre erotica di darle e prenderle dai celerini. Gli altri idioti – caschi e svastiche, falci e martello, pullover, bomber – gli si strinsero aggressivi coi bastoni e con i cric, cacciavite, serramanico, bombe carta e le catene. Sotto le fronti e le teste rase, sotto le rasta e le barbe hipster, scintillò la loro rabbia e il loro schifo per la sua scelta.
«Sei 'n'infame», gli sputarono, «vaffanculo; vai, codardo.»
«Te non credi al movimento.»
«Sei pure un giuda, secondo me.»
Spinte, insulti, calci in culo e buuuh arrochiti; tossiti ed ansimi per i fumogeni della *falange che caricava.
Lui volle rispondere eccheccazzo vi credete; quelle scimmie da cazzotti reclutate negli stadi; casepound, centri sociali e i condomini in periferia. Corsi serali di indottrinamento, di informazione e d'ideologia; la non-violenza, i diritti umani, lunghe sessioni con avvocati. Medici e tecnici e pompieri e "esperti" che, «se in caso di un incendio...»
Roghi finti, manichini, bende, stecche e il bocca-a-bocca.
Ogni sera una domanda. Con i piedi sulla sedia:
«Ma quanno annamo a mena' le guardie?»
Batti il cinque. Le risate.
Stai composto, deficiente; volle rispondere: ma inghiottì.
Vide i ranghi di *handelbab che avanzavano serrati, le *insegneporpora e le *sarisse delle *gildedeimercanti. Si sfregò gli occhi, scrollò la testa e vide file di poliziotti, che percuotevano gli scudi in plexiglas coi manganelli di gomma e ferro. Il funzionario in completo grigio col colletto inamidato, la cravatta e occhiali spessi sotto il casco da sommossa, marciava a fianco dei propri agenti con tetra flemma ministeriale.
Un ufficiale in parrucca e crine di una battaglia settecentesca, c'è una scena quasi identica in Barry Lyndon di Stanley Kubrick.
Quei miraggi che ti affliggono e che persistono nel mondo vero.
«Torno in sede. Riferisco. Disperdetevi.»
«Cor cazzo.»
«Hanno preso sei compagni. È andata male, è andata bene: molta gente ci ha notato. Ne parleremo, ci riuniremo.»
«Je famo er culo. Non c'è parlare.»
«Figghi e' bocchino!», gridò Gaetano.
«Sono un vostro dirigente politico!», Pattini sbottò; «siete solo manovalanza», avrebbe ancora voluto aggiungere. Ma un *dragobianco uscì dai ranghi dei *picchieri della *gilda, puntò il muso ai suoi compagni e li investì di fumo bianco. Il funzionario baroccoccò trillò al fischietto che aveva al collo, Er Murena e la marmaglia si lanciarono all'assalto.
Le grida il cozzo scalpiccio lo strepito lo inseguirono in un vicolo, e Alessandro non si fermò fino a che l'eco di quella rissa si smorzò nel chiacchiericcio di cinque amiche in un ristorante, lo sciabordio sulla spiaggia nera del lungomare dov'era corso.
Tutto il viale che da lì portava in piazza nel centro storico: sei chilometri, cristosanto! Gli scoppiavano i polmoni, era cieco di sudore e gli bruciava il catarro in gola. Ma non sarebbe tornato dentro per un'azione finita male.
Finita bene. La gente ha visto. È impressionata, ne parleranno.
Due passanti lo guardarono preoccupati, con sospetto, tirare il fiato appoggiato al muro pulirsi il viso poi ricomporsi. La camicia a quadrettoni che sbordava dai Meltin'Pot, le Camper brune slacciate e sporche e il giubbino sbottonato.
Tornò più lucido. Riprese il passo. Un qualunque avanti e indietro. Fra i locali e le vetrine che si serravano e si spegnevano.
Poca gente, quella sera, nonostante il venerdì.
Lo colpirono le fighe che incrociò fuori da Hachiko, tutte intente a messaggiare tranne una: malinconica; camminava dietro l'altre e le guardava con occhi tristi.
Lei, magari, non è neppure una loro amica...
Ma che cazzo te ne frega?! Ma che cazzo vai pensando?!
Evitò la spiaggia e i bagni pattugliati dai Marò; chissà mai – tirò col naso – abbiano avuto segnalazioni.
Ma mi hanno visto? Non mi hanno visto. Manco sapevano che ero lì.
Si fermò a una fontanella e bevve avido quei sorsi d'acqua: gelida, ferrosa ma che Dio mi benedica. Cavò di tasca l'e-cigar all'anice e sedette a una panchina.
Quel Murena e i suoi katanga non avrebbero parlato: troppo orgoglio, troppa fede, 'ste stronzate fascio e rosse.
Gli altri cinque erano nuovi, non sapevano granché: quei mareca, quel terrone, quel vikingo e il sessantenne.
La nostra causa conquista molti: è interclasse, intercultura; tirò di gusto il vapore acidulo e annuì guardando al niente.
C'è il professore: tutt'altra storia; gli intellettuali son le colonne! Se lo prendono e lo strigliano, se lui parla e l'addormentano...
Dovremo dare risposte forti. E il movimento sarà coeso.
L'avvoltuomo gli andò incontro da uno strappo nella sera, un rigo d'ombre e di oscurità, di improbabile e di forse, fra un'insegna luminosa e una strada troppo buia. Claudicò sul piede umano trascinandosi l'artiglio, l'ala enorme e spennacchiata che frusciava sul selciato. La felpa cenere e il cappuccio stretto gli nascondevano quei grossi bulbi, gli opachi con la cispe quasi ai lati della testa. La sciarpa, stinta di antichi derby, gli copriva il mezzobecco, le gengive e i denti gialli, i segni orrendi e però penosi di un incantesimo irresoluto.
Somigliava al vecchio Bird-Man dei suoi Masters of The Universe, ma liquefatto da un accendino per picciarsi il primo joint.
Si staccò un dito dall'altra mano, lo inghiottì, stridé e gemette: quel vizio orribile di divorarsi se non c'erano altri morti.
«Posso sedermi?», s'appollaiò.
Lui si scansò un poco da quell'obbrobrio di un altro mondo: che ne incontrasse su una panchina di fronte a Douglas ed Intimissimi era un sintomo non stesse bene; le emozioni, lo spavento e la fatica della fuga...
«Non mi beccare, sai? Ne sono uscito.»
Gli parlo pure, porcodio. Gli parlo.
«Sì, sei vivo, ma insapore e inconsistente: non mi sembri quasi vero», l'avvoltuomo gli gracchiò. Si staccò un'altra falange: sopportò, con quel boccone, la astinenza da anestetici; «Cristo, è dura passare qua! Spero che arrivino le infermiere. Ho bisogno di una dose e mi sistemino gli elettrodi. Banchettavo in una fossa e...»
«Puoi tornartene là sotto, fottuto effetto collaterale. Ne sono fuori.»
«Ma entriamo noi.»
«Io non sono la tua cena: sono vivo, è la realtà.»
«Potrei risponderti, se mi ascoltassi.»
«Quale risposte? Ti do anche retta!»
«Gli skinhead io non li ho visti: quelli sì, ci sanno fare. Se li prendessero avremmo squadre vikinghe o celte con le mg, udirei l'eco di scoppi e raffiche sui deserti o nei sepolcri. Non ho visto Armate Rosse di internati di sinistra: fino ad ora, mi è sembrato, solo zuffe all'arma bianca. Ma i tuoi compari col proiettore, quel professore universitario... è da un pezzo che ti cerca: cavaliere di ventura.»
«Cerca me? L'hanno arrestato?»
«L'hai fatta franca, non sei stato granché leale. E per il fatto che già sapevi cosa rischiassero, però non li avvertisti... beh, lui è la sword; tu sei la sorcery, mi pare chiaro»
«Ah, è così che sembro adesso lì sottoterra.»
«Ci sei stato molto tempo. Ci hai riflettuto, strumentalizzi. Ti hanno tolto fuori i preti...»
«Sono giudici.»
«È lo stesso: fra noialtri sei stregone.»
«Non può trovarmi: non sono lì.», Pattini guardò nervoso l'orologio allacciato al polso: la mezzanotte e quarantatré; «sarà al massimo un'ora e mezza che li tengono in questura, non addormentano così alle brutte, non siamo ancora arrivati a questo.»
«Ma tu ricordi che in Thanatolia lo spaziotempo va un po' così...»
«È un sopruso. Siamo ad Orwell. Il comitato ne va informato.»
Da una vita, alle riunioni, cercò pretesti per infilare nei suoi discorsi Nineteeneighty-four; finalmente!
«Tu sei lì, ti sta cacciando.»
«Sto parlando di politica con un uccello mangiacarogne.»
«Con chi altrimenti ne puoi parlare», l'uomo-avvoltoio di risentì.
«Sono sveglio. È il mondo vero. Io non sono su una sedia»; lui, esasperato, si batté il viso e arruffò i capelli.
«Ti intestardisci, non vuoi capire: è appunto quello che sto dicendo. Sono qui per avvertirti, la buon'ora.»
«Di che cosa?»
L'avvoltuomo non rispose, si scoprì il capo da quel cappuccio, graffiò il sedile con il runciglio e stese l'ala alla notte fredda. Gli fischiò, forse sorrise, con quel volto affatturato: metà coprofago e metà persona in una orribile indecisione. Sparse piume sull'asfalto su una cicca, un condom e un fazzoletto appallottolato: né quel mostro, né le cose, precedute da un asterisco.
Lo avvertiva che era lì.
«Cos'hai intenzione di fare?»

(...)

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante, roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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