Il Metodo Thanatolia (racconto completo)


... ma consideratelo il teaser trailer di un romanzo...

Nella sfera di cristallo avresti scorto cinque donne.
Riso insipido nel piatto, le pozzanghere di soia, nubi verdi di wasabi fiori in plastica e bacchette.
E l'eco nera di una marea dal lido buio di fronte a loro. Filo spinato sul bagnasciuga, mitragliatrici fra gli ombrelloni. I giocattoli, gli stracci e i salvagente sulla sabbia. I lampi arancio sull’orizzonte di torpedini e cannoni, che affondavano le chiatte degli emigranti sub-europei.
Lodovica alzò lo sguardo dai resti tristi del dopocena ai divisori di legno e tela con i dipinti di geishe e il Fuji, rotolò, con gli occhi verdi, fra le sedie e i tavolini: vuoti, la maggior parte, nonostante il venerdì sera.
Le cameriere in camicia rossa ferme in piedi alle pareti. O scivolavano a sbadigliare dietro i vasi di ceramica: color oro, perla, enormi, made in Taiwan, Ming o Tojiki. Lo aveva letto su una rivista.
La luce pallida e inospitale dei faretti alle pareti, l'alternanza bianco e bruno dell'intonaco crespato.
Chiara, Micol, Monica e Hristina si abbandonarono sulle sedie e si versarono il sake, affogarono il silenzio nel tè verde raffreddato. Gli argomenti, le novità, i dàièverooo?! settimanali finiti in briciole sulla tovaglia con i chicchi e la tempura.
Si guardarono, sorrisero e si distesero, finalmente. Si aggrapparono ai pad-phone sparsi muti fra le bottiglie, le teiere, le posate e i tovaglioli appallottolati. Chine sui touchscreen con gli occhi ansiosi le dita piccole e inanellate.
«Che fine ha fatto», lei domandò, «Nicola Vimini? Lo sapete? Stefano, Alessandro, Simone e Luca Fiesole: dove sono, chi li sente? Non li trovo manco in Facebook.»
L'amara e perfida curiosità degli assenti come morti.
«Luca», disse Chiara, «è andato a vivere a Buenos Aires. L'anno scorso.»
«Tre anni fa», corresse Micol: grattò sul tavolo con le unghie lucide smaltate in nero paillette e rosa, «ché stavamo ancora insieme.»
«L'hai lasciato. Se n'è andato.»
«Poi non so: ci siamo persi.»
«È in Argentina.»
«Io non lo so: può darsi pure che siano balle. Ma è scomparso, questo sì.»
«Passano gli anni e sparisce gente.»
«Nicola Vimini, sei mesi fa, s'era proposto di andare in Cina.»
«È già un semestre!»
«Non l'ho più visto.»
«Sarà partito.»
«Ma non ti ha detto?...»
«L'ho un po' snobbato.»
«Ché poi è inutile: se resta in Cina...»
«Abbiamo perso un bel po' di amici.»
«Succede sempre», troncò Hristina; scolò il bicchiere e ne bevve un altro, «città si svuotano, non vi accorgete?»
Lodovica sospirò alla notte calda e appiccicosa che leccava le vetriate e le lanterne del ristorante, l'insegna accesa con il sol levante e il cane akita di una favola giapponese. Un autunno pigro, incerto, un'inquietudine velenosa cospargevano i suoi pensieri di fogli persi di calendario, che infittivano con le foglie che si seccavano sui marciapiede.
Fasci e riverberi di fari enormi di camionette appostate in spiaggia. Le nere sagome dei Lagunari col plenilunio sulle Beretta.
Venerdì 28 agosto 2030.
«Anche a noi succederà: ci vedremo sempre meno. Ricominciano le scuole fra tre-quattro settimane. Ci manderanno a stocazzoinculo nelle campagne ed in mezzo ai monti.»
«Lavorerete?»
«Va là, figurati.»
«Io lo so: non ho contratti», disse Chiara. Si incupì; «resto a casa, per quest'anno: manco un giorno di supplenze. Lo sai che palle, papà e mia madre?»
«Fai un figlio: ti sistemi.»
«Non ti possono stressare, con il pancione e la carrozzina.»
«Studiavi Lettere: sei prof o mamma. Non c'è nient'altro tu possa fare.»
«Parli tu, che sei biologa.»
«… e che sei lesbica!», la punse Chiara: ma Lodovica era già abituata a certe uscite di quella stronza.
«Ho il blog, i follower e scrivo forse per "Cosmo" e "Wired"!», Micol provò a sforzarsi in un sorriso di entusiasmo: si spense subito, «ma sono spiccioli...»
«Rischiamo tutte che ci addormentino.»
«Ma va là! Voi ci credete?»
«Io ci credo, sì: l’ho visto.»
«Dove?»
«In internet.»
«Ma lascia perdere…»
«... ma proposito di soldi», si alzò Monica, «sganciate: dài, paghiamo e ce ne andiamo.»
Racimolarono i trecento euro, salutarono il titolare, si vergognarono dei sorrisi, e del sollievo del personale, che era lieto, finalmente, di sbaraccare e tornare a casa.
«Non potremo più permetterci 'ste cene giappo settimanali.»
«Ripiegheremo da Burger King», rise Chiara, «è merda uguale.»
Lodovica la guardò ballonzolarle tre passi avanti: le mani in tasca, t-shirt sudata e i pantaloni a cavallo basso. Il culo e il ventre le tracimavano dalle mutande di pizzo nero; sulla faccia accesa e gonfia, soddisfatta dall'All You Can Eat, una maschera insopportabile di consenziente menefreghismo.
Finché c'erano i quattrini da buttare in cibo e birra.
Cristo, un'insegnante.
La Specialistica su Guininzelli.
Per quanto ancora saremo amiche? Da quanto tempo? Perché lo siamo?
Si fermò, per un istante, ché le passassero tutte avanti. Illuminate dal bianco elettrico dei pod.phone che cinguettavano. I tatuaggi, i braccialetti, le microgonne e l'hennè di Micol. Lo chiffon, le ballerine e i brillanti di Hristina. Le sottanone e i gioielli etnici e il lino e canapa addosso a Monica. Le loro ineluttabili, incipienti e stanche rughe; le pupille che infiochivano e i sederi che si ingrossavano. E il colore dei capelli che non era più lo stesso.
No, non sono le persone che ho frequentato da studentessa. Neppure quelle, rabbrividì, con cui cenavo un minuto fa. Siamo diverse. Non siamo niente.
Quella vertigine di irrealtà.
«Muoviti, che ti è preso?», la tirarono fra loro. Dal lungomare sferzato e freddo di quel prodromo di autunno si tuffarono nel viale delle luci e dei negozi.
Mica tante, quella sera... nonostante il venerdì.
Le sembrò che il mondo intero si fosse chiuso in pigiama in casa: quella triste tenerezza da commedia con Meg Ryan. Tanta insolita inquietante e innaturale desolazione, che incombeva sui franchising, ne offuscava le vetrine, fu interrotta da uno strepito e sirene da una piazza. L'eco distorta di altoparlanti, casse azzittite o di microfoni ingarrotati, e una folla che all'improvviso fuggì a qualcosa:
«È un attentato!», strillò Hristina.
Quei filmati in hand-held camera da servizio di TG.
«Sembra invece uno spettacolo, una performance: la gente ride, c'è un gran casino!»
Chiara e Micol, sgomitando, corsero incontro al rumore e il fumo: lei e l'altre, incuriosite, le seguirono nella ressa. Fino a che i vapori bianchi le accecarono e bruciarono, e un *orconero con mazza e scudo vietò loro di proseguire.
«Cazzo, no... sono fumogeni! Ma che accidenti?!...»
«Via, sgombrare! Non c'è nulla da vedere!»
Quei celerini le allontanarono col fottìo di altre persone; si chiudevano a testuggine, verso il centro della piazza, contro un gruppo di scalmanati con un megafono e proiettori. Sulla parete di un edificio, benché interrotto dal tafferuglio, scorreva un corto dell'orrore o cyberpunk di torturati da un ordigno orribile; tiare metalliche con aghi e cavi e strane immagini intermittenti.
Cartelli e fischi, bengala e sassi, tamburi e trombe e *pavesi in plexiglas.
Il rumore era assordante, e i vapori insopportabili. Ma Lodovica riuscì a vedere quel primo piano di quell'anziana che, nei sottotitoli, parlava calma di un certo metodo.
«Li lasciamo in questo stato; Wir lassen sie in diesem Zustand.»
La schiera nera dei *poliziorchi serrò i ranghi e le scacciò:
«Girate al largo, ragazze. Brave...»
Calpestò quegli studenti, gli attivisti, le donne gli uomini gli anziani e giovani che difendevano il proiettore e un furgone colorato.
Il clip sul muro si accartocciò.
La vecchia tacque.
Tornò parete.
Lei, Hristina, Micol, Chiara e Monica si piegarono in un angolo a vomitare gli intossicanti, si sciacquarono la faccia con mezzo litro di minerale.
«Fortuna tu che l'hai sempre in borsa!», la ringraziarono tossendo ancora.
«Era un riot, perlamadonna!», Micol si sbigottì: quegli anglismi un po' di moda cui condiva i propri post; «ma cosa cazzo sta succedendo?!»
Le avvicinò quell'ometto calvo, la gobba vile e la giacca blu, con una risma di arcobaleno fra le mani che tremavano:
«Potete leggerlo», sussurrò. Buttò quei fogli. Scappò in un vicolo.
Le abbagliò la luce azzurra del lampeggiante di un cellulare.


«Io non voglio incoronarvi», disse loro il commissario: ma gli indiziati non gli risposero, si scambiarono un'occhiata, inghiottirono un'acqua sporca, rugginosa di rubinetto e si ostinarono a sguardo perso su cose inutili in quell'ufficio.
Il calendario 2030 dell'Esercito e dell'Arma. L'Alfetta in scala della Burago che impolverava su uno scaffale. Caramelle, sigarette e i lacci logori degli schedari. Il crocefisso, la mezzaluna e i Presidenti della Repubblica.
Le cinque seggiole di zinco e formica dove sedevano ammanettati.
«Non ne avrebbe alcun diritto!», Marco Alessi protestò: dolorante allo schienale e trattenuto con la forza. Gli sembrò che fosse un film, gli sembrò fosse fascista; finse un rigore che non aveva con una voce vigliacca e stridula.
E il commissario che da decenni leggeva facce e sudore e palpebre, labbra morse, l'unghie erose, l'odore acidulo di orina e fifa, si alzò dal tavolo e gemette mite e fece un cenno all'agente giovane, ritto in piedi sulla porta col berretto fino agli occhi.
Lo liberarono dai braccialetti, lui s'eccitò: dai braccialetti! Ma le chiamarono "manette" e basta in un accento ordinario e piatto. Quando il metallo gli sciolse i polsi, lasciando un segno sulla camicia, dovette ammettere che gli piacque e trattenne a lungo la sensazione; fu un'emozione da film e series romanzi e comics stratificati.
«Dài, cacciate i nomi: ché vi conviene e la fate franca.»
Il commissario gli venne accanto: la sua mano sulla nuca. Gli strinse il collo, tossì paterno, lo scappellotto, lo accarezzò. Gli anni bui di catechismo riaffiorarono all'istante, e dalle viscere e un'infanzia lesa lo afferrarono alla gola. Si chinò, mentolo in bocca, a sussurrargli in un orecchio:
«Fino a ieri lei scriveva i romanzetti con i robot, le astronavi, i draghi, gli elfi e questo genere di cose. Ed è un docente universitario: è mica un ceffo di quelli lì! Non li ha mai visti, non li conosce, vi abbiamo colti tutti insieme a caso. Vogliamo crederle sulla parola: c'è un grosso equivoco, professore.»
Gli indicò gli altri fermati che gli sedevano afflitti accanto: due magrebini, un russo o nordico, un settantenne e il napoletano.
«Ho creduto fosse un flashmob, l'ho trovato divertente.»
Il commissario scrollò le spalle, e gli sorrise impietosito, dai loro spettri su una vetriata già nera e triste per l'ora tarda. In quello specchio di oscurità, nel cerchio pallido di una lampada, Marco Alessi si scoprì stanco, appesantito, calvo, giallo e miserabile come mai - probabilmente - nei troppi ed ultimi ventun anni. Dieci lustri inesorabili lo ingrigivano e imbolsivano.
«Era un atto di eversione, c'è una pena detentiva.»
«Io non sapevo...»
«Reggeva il moccolo. Con volantini.»
Gli sbatté sulle ginocchia quella risma calpestata: fogli iridati, fotocopiati, con testi avversi alla Pointless Act.
«Anche voi», chiese irritato, «tutti per caso a quell'ora in loco?»
«C'era il signore con il proiettore... quel grosso cavo: mi ha chiesto aiuto...»
«Reggi 'sta scala: che sarà mai? Volevo fargli 'na cortesia.»
«Chiedevo solo che succedesse, ma non volevo attirare gente.»
«Non ho visto tutto il clip: ho gridato è inaccettabile!...»
«No, non era il mio furgone: stesso colore e modello e stickers, ma...»
Il commissario batté sul tavolo, faccia feroce, li ammutolì. Chiamò al citofono sei cognomi dall'Abruzzo alla Calabria, e altrettanti poliziotti si presentarono e sissignore.
«Questi qui», la tagliò corta, «in cinque celle da soli subito. Verrò fra un attimo: li striglieremo. Ma li ascolto uno per uno. Se dovrà essere una notte in bianco io, per me, sono abituato.»
Li trascinarono che protestavano in un falsetto già reo confesso: l'ultima stupida difesa inutile che impararono a quei corsi...
Marco Alessi e il commissario rimanevano da soli.
Ahi, siamo alle strette. Sudò gelato e si irrigidì.
Il poliziotto frugò un cassetto, nel frigobar e nel taschino della sua giacca. Si arrossì e grattò la testa con ipocrita imbarazzo:
«Lei non fuma, non beve alcolici né posso offrirle uno snack schifoso.»
«... e ho solo giacche, camice bottom e indosso nero, antracite e blu. Cos'altro ancora, che lei non sappia?»
Il commissario tornò a sedersi alla consolle del suo computer, girò il monitor verso Marco ché anche lui potesse leggere:
«Non mi interessano i file Susanna delle sue tresche con studentesse: posso stringerle la mano? Io non ho tanta fortuna. Non mi interessa 'sto file Arpàgone...»
«Arpagòne.»
«… dei suoi gettoni non dichiarati: ho in hard disk di molto peggio. Ma il documento Vu di Novembre...»
«… credo un cinque, commissario.»
«… dei suoi rapporti con terroristi... beh: siamo giunti ormai al punto che non posso più ignorarlo.»
«È mia libera opinione che quella gente non abbia torto. Io non sono un attivista. Non ho il carattere, non ho il coraggio.»
«Era in piazza, questa sera: con criminali, coi militanti... è stato complice e ha preso parte a un attentato contro-informativo.»
«Ma mi tremavano le ginocchia, mentre facevo volantinaggio.»
«Io non distinguo fra eroi e vili: sono solo un funzionario. E da ottobre a questa parte, benché a lei non interessi, è in vigore una legge sull'apologia di eversione.»
«Come a dire che approvarla è esso stesso ribellione.»
«Parrebbe sì, stando alle carte. Lei lo conferma: fa quanto può. Pensiero libero e questi slogan», il commissario sfogliò i pamphlet: «sono avvincenti! Li ha scritti lei?»
«Può riassumermi il concetto? »
«I superflui e gli eversivi sono soggetti alla stessa pena, ché siete inutili allo stesso modo. Le imporranno la corona.»
«È inumano!», lui sbiancò: 'ste espressioni da romanzo...
Gli strisciò innanzi, sullo scrittoio, la circolare dal Ministero: macchiata d'unto e caffè e ditate in un'inutile custodia in plastica.
«Per quanto tempo? Sei mesi, un anno?! Tornerò libero, sarò arrabbiato!»
«Crede che un anno non sia granché? C'è chi si perde già mesi prima, quel modo o posto è un abisso vero: chi c'è già stato dice che affondi per tanti strati, non tutti ti appartengono... Per lei, che per hobby e per mestiere si inventa storie di un altro mondo, potrebbe essere pericoloso.»
«Potrei resistere.»
«Sarò sincero: lei ci muore, a *thanatolia.»
Lo ascoltò, ma non capì.
«È un nome strano che i detenuti danno allo stato rem-detentivo, ma non c'è una spiegazione: lo si capisce una volta lì. Lei scrive libri, è un uomo buono, ed io non voglio cacciarla giù
«Qui non è che viva bene. Pare accada come in sonno.»
«Per due foglietti! Ma professore! È una bravata da intellettuale! Ha solo fatto una ragazzata, per questa volta potremmo...»
«È un po' patetico che un cinquantenne protesti in piazza per vite giovani: lo devo ammettere, è stato sciocco. Come i versi di Tirteo.»
«La posso togliere dai pasticci: mi basta un nome su cui indagare. A quale cellula appartenete? Qual è il suo referente?»
«Mi ammazzerebbero, se poi sapessero...»
«Lo Stato è forte, sarà al sicuro: lei non immagina, ma non è solo.»
«Posso avere un bicchier d'acqua?»
Questi istanti da telefilm.
Riempì la tazza. Dalla bottiglia. Gliela porse e gli sorrise:
«Ecco, è fresca, è quella buona. Ma qual è la sua risposta?»


Markus Ahler si spogliò dell'armatura cesellata, la insaccò di corde e iuta e la nascose fra le fronde, fra i rami neri e ritorti e grossi dei cipressi secolari. Tenne lo scudo, la spada e il *casco posati al tronco di fianco a sé, l'antico nastro nel *walkmensony suonò il mistero di Sgt. Pepper's.
Cosse un lepre, si scaldò e bevette al fuoco debole di quel bivacco. Posò la testa e si avvolse nell'ermellino. Che nonostante un odor di fumo e solitudini selvagge, di *john ford, *sergio leone, di *emilio salgari e *saturnino, lo confortarono di una fragranza di gigli e talco ed affetti antichi.
Gli sembrava sempre strano e ogni giorno più improbabile ci fosse stata e ci fosse altrove un'altra falsa ovattata vita. Solo il ferro, il freddo e il buio gli sembravano reali.
Le due lune luccicarono sul suo retaggio di opale ed oro: l'anello, il *piercing e un orecchino e l'elsa splendida di Disillusa. Ma il Sepulchrale sferzò feroce dal sud-est del Continente, gli scarmigliò i capelli sozzi, biondi, che gli crescevano fin le natiche, e soffiò in gola e nel naso cenere e l'olezzo putrido di magia nera: come ai bifolchi saccheggiamorti che gli toccavano per compari, si prostravano alla notte in un mantello di pelliccia.
Sotto i cieli e nei sepolcri non persistono casate: stessa sorte, stesso vino e stesso misero compenso:
«… casomai si tornasse vivi!», Rjafad di Tjaratur brindò alla morte.
Heffi il Rosso levò il mento a quel fagotto con le sue armi, e gli brillarono le pupille alla bella lama di Disillusa. Guardò voglioso le pietre rare incastonate nei suoi gioielli:
«A chi appartennero?», lo apostrofò.
«Ho ammazzato parecchia gente», rispose Markus, «ma io non rubo.»
«Hai scovato un re sepolto, fortunatissimo rottoinculo!»
«Io non frugo nelle tombe. E non insistere a chiamarmi ladro.»
«Siamo una banda di grattaferetri», scrollò le spalle Ramin Hajsufi.
«Hai detto bene, mortirreno: siete.»
«... e dovrei credere che non vuoi spartire!», rise Antonio Sor Partenope, «che rischi il collo per divertimento!»
Saxaroja grattò la notte di uno sprezzante e sinistro ghigno:
«È un cavaliere. Di sangue nobile», la malafeccia abbassò lo sguardo: fu intimorita di contraddirlo e di discutere col Litomante.
Rigirarono i conigli che arrostivano allo spiedo, li bagnarono di *pepsi e impolverarono di spezie. Spizzicarono i *pop corn che scoppiettavano in pignatta, e affogarono gallette di *ketchup e *maionese. Il crepitio di carbone e foglie punse il buio attorno a loro, spettri d'alberi e menhir nelle fiamme fioche e tremule.
Masticarono in silenzio, trangugiarono ai boccali: ma tornò ad essere spaventoso restare zitti e trovarsi lì. Molte immagini e parole incenerirono di senso.
Heffi il Rosso schiarì la voce. Lo provocò con coraggio falso:
«... e com'è andata che vossignoria si degna a stare con noi balordi?»
«Perché ci serve un guerriero vero», gli rispose lo stregone. Rjafad di Tjaratur sputò un boccone, si alzò stizzito per affrontarlo: ma la protervia l'orgoglio e l'ira che gli infiammarono il volto bruno si smorzarono, all'istante, al *tononokia del vecchio mago.
Markus guardò il tjaràtur paralizzato di superstizione, e sorrise al ritornello cantilenato da Litomante:
«È una strofa per bambini che cantavo anch'io, da piccolo.»
Ma il nero enorme restò interdetto, lasciò il coltello nella cintura, tornò accucciato ginocchia al petto ma più discosto dai suoi compari.
Con il broncio. Ammutolito.
Lui e il mago si guardarono.
Ed esplosero in risate di pena e scorno per quei bifolchi.
«... ché voialtri andate bene per le risse al camposanto! Ma se affrontaste un orrore vero, quali si celano in quei sepolcri...»
Quella marmaglia guardò all'oceano di pietre morte, croci ed obelischi che si estendeva per miglia orrende nella nebbia a pie' del colle, la sconfinata ed eterna tomba del Continente degli Inumati. Quei cancelli e scale e pozzi che scendevano alle cripte, gli accessi infidi dei mausolei, quelle chiocciole ritorte, rassomigliavano a fauci e gole mai satolle di imbecilli, studiosi illusi e predoni avidi di segreti e di reperti. Ori improbabili ed argento e perle scintillavano alle Lune, e ammiccavano agli stolti dalle tane dei soprofagi. Libri antichi, pergamene, gli incunaboli ed *e.reader scricchiolavano nei feretri fra le falangi dei saggi morti: l'inconfutabile ed estrema prova di certe inutili filosofie. Ogni pensiero illazione e tesi e i sillogismi di Thanatolia precipitavano agli abissi gelidi e ineluttabili della morte, la cancerogena assiduità del demoniaco e il maleficio. Benché i mari si accanissero sulle spiagge del Continente, quasi volessero allontanarlo dal mondo sano, vivente e diurno, ciononostante - si disse Markus: sempre stupito dei suoi compari - ecco uomini, a milioni, che vi accorrono infoiati... benché incupiscano e rabbrividiscano all'evidenza di questo nulla.
Io non sono uno di loro?
Sor Antonio buttò foglie e smosse il brace con la sua lancia; inghiottirono, tossirono e si strinsero nei mantelli.
«... ce n'è anche un sacco tornati ricchi. Non hanno corso nessun pericolo. Mostri e spettri son stronzate, dicono. Ce n'è anche un sacco che tutti i giorni scendono in tomba per ravanare. È un mestiere, è una routine.»
«Scendono in tomba: ma non si accorgono», lo stregone li ammonì, «che c'è lì il male più velenoso.»
«Hai le traveggole, Saxaroja», si morse i labbri timoroso Ramin, «non voglio offenderti, capisco bene: vedi le cose in un altro modo tu.»
«Non mi intendo di fantasmi, e non conosco stregonerie. Se c'è un pericolo sono i tossici che pare vivano in questi boschi: non gradiscono gli intrusi.»
«E invece sì: ché li divorano.»
«Li posso uccidere!», si vantò il Rosso: oliò il *motore della sua sega.
«Ti depredano, ti ammazzano: ma non è vero che son cannibali.»
«Campa ognuno come può», scrollò le spalle e sorrise Antonio.
«Faremmo bene a dormire un po', poiché ci aspetta un lavoro duro. Abbiamo ognuno un motivo nostro per buttarci in una tomba.»
«Vorresti dirci, ser cavaliere, per cosa rischi il tuo sangue blu? Pochi astragali di paga non mi sembrano una gran causa.»
Markus si stese al suolo all'abbraccio rorido della gramigna, dei tarassaco e i trifogli che inverdivano quel colle. Si voltò dall'altra parte e sfanculò quei cinque stronzi.
Chiuse gli occhi ad un sonno lieve in un amplesso con Disillusa.


Lo svegliarono le grida di Ramin e di Rjafad, Heffi il Rosso gli crollò accanto con una freccia alla giugulare. Lo insozzò di fiotti neri e gorgogliò mentre moriva. Udì il fischio di altre frecce che piovevano dal buio, scattò allo scudo appoggiato all'albero e si appiattì con la schiena al tronco. Tre altri dardi si spezzarono contro i rami e la corteccia, sentì il titinno di una punta aguzza contro l'umbone del suo targone.
Saxaroja, vicino al fuoco, batté il terreno con il bastone: le pietre nere infuocate e grosse si sollevarono fluttuanti in aria, volteggiarono, schizzarono e colpirono qualcuno. Un grido, un tonfo e un rantolo nel fitto.
Un *mitragliere affiorò dal folto, puntò il *kalashnikov a Sor Antonio: schivò la raffica, spianò la lancia e impalò quel ragazzino. Tre energumeni con asce lo aspettavano fra i cipressi: lo circondarono, lo massacrarono, corsero addosso a Ramin inerme. Rjafad parò un fendente col ferro curvo di scimitarra e affondò con il *cacciavite nelle budella di un avversario; Markus, «la buon'ora!», si buttò nella battaglia. Le due scuri morsicarono quercia e *kevlar dello scudo, ma Disillusa infilzò fulminea e sparse i visceri di un nemico.
«Dài, ragazzo!», spronarono Ramin: raccolse l'asta del compare morto e ritornarono da Saxaroja.
Il Litomante cantava un canto di dure e brevi e spezzate sillabe: la sua carne, sotto il saio, diveniva grigia e fredda; frecce, dardi ed i proietti rimbalzarono inefficaci. Gli corse addosso un gigante nudo, tatuato, con un *irondagolfista: colpì il mago, lo sbriciolò. Il grido psichico di Saxaroja trafisse i timpani di quel bestione, che cadde a terra con le convulsioni spargendo sangue ed umori grigi. Altri sei, sette avversari li attorniarono di lance:
«Siamo fottuti!», imprecò Rjafad; l'esitazione gli fu fatale: il ferro e il selce di due zagaglie gli trapassarono il ventre e il petto. Ramin, terrorizzato, buttò la lancia e fuggì nel bosco, cadde sull'erba col cranio aperto sotto le scuri di due vigliacchi.
Se ne aggiunsero altri tre.
Coi machete e *chiaviinglesi.
Gli stracci addosso e l'henné ed i *logo di quello ucciso dal Litomante. Lo circondarono rabbiosi e folli con occhi appalla di necrotina.
Greyneck. Disperati. Con questi matti non si ragiona. Ma insomma dodici, contò e sorrise: travolse i primi con il targone, calò la spada e li stese morti, parò gli affondo e menò fendenti, rotolarono tre teste; scavalcò quei corpi e gli arti che gelarono sull'erba. Disillusa era già rossa di metà degli avversari, troncò le clave e spezzò le lance e tagliò vite di quegli inetti, lenti, miserabili e drogati sporchi cani! Veleni e fame e follia omicida li eccitavano di morte, lui dispensò loro ancora acciaio e oscurità.
Fino a che restò da solo nella notte silenziosa.
Prese fiato, pestò i corpi, stomacò della mattanza; si pulì il sudore e il sangue dalla fronte e dai capelli. Sfregò i vestiti con un po' di sabbia che imbiancava in *varechina.
Non si può restare qui: un solo urgente pensiero lucido. Sciolse il sacco dai cipressi e indossò la sua armatura, frugò bisacce e cinture e zaini di tutto l'utile e il necessario, lo ravvolse in una iuta e si ingobbì di quella soma.


La responsabile le squadrò storto il tesserino appuntato al bavero, le macchie d'alcool sulla camicia la gonna corta le calze e il camice. La ammonì circa gli zoccoli: non indossasse le ballerine!
«Non ti ho mai vista», rilesse il pass: «come cazzo vuoi ti chiami?»
«Hristina Gàneva», lei si arrossì.
«Cristina è facile. Sei quella nuova.»
Chinò lo sguardo, intrecciò le dita e assentì senza parlare.
Quel donnone platinato, con cento ciondoli di madonne, le lasciò posto al manubrio lucido del carrellino di acciaio-vetro; le tazze azzurre di polpa fredda lattiginosa inodore e insipida. Riempì di cannule di gomma e plastica catini grigi da ferri ed organi.
«Da dove vieni?»
«Da Włocławek. Ma sto in Italia parecchio tempo.»
«Da che ospedale, intendevo dire.»
«Agenzia collocamento. No ospedale: ventiquattrore.»
«Sarebbe a intendere che fino ieri...»
«Stavo in bar. Domani in fabbrica. Studio pittura, nel mio paese.»
Snocciolando i gesùcristi, e digitando i pulsanti rossi, la responsabile le aprì la porta dell'ascensore di ferro e specchi e si calarono - con i carrelli - fino al piano -9. Il display contò i livelli fino solo a -3, e attraversarono la grata sudicia di un parcheggio sotterraneo sotto il quale, per il catasto, c'erano solo condotti e topi. Di lì più in basso cemento e piombo, battenti falsi e finestre cieche, con cartelli neri e gialli di interdizione a qualsiasi cosa.
«Noi non può?», Hristina chiese.
«Noi non siamo», le rispose.
Scesero ancora. Per sei minuti.
Sudò a disagio. Si impallidì.
«Ho solo Marlboro, se vuoi fumare»: la responsabile le offrì il pacchetto, la stagnola sprimacciata con due sole sigarette.
«Ma c'è i cartelli.»
«Siamo già un bel pezzo in basso: che noi si sappia non c'è un bel niente.»
Il fumo bianco, la nicotina, le alleviarono l'abisso.
«Ma tu lo sai, che lavoro è questo?»
«Io già fatto da badante.»
«Siete tutte filippine, slave, arabe e cinesi. Con quei contratti che se va bene restate un mese poi ve ne andate. Sono convinta che è perché voialtre vi frega un cazzo, della politica. Sono convinta che è così per poco perché poi dimentichiate.»
«Mio papà, nel mio paese, stato iscritto a Solidarnosh.»
«Questa legge, 'sti internati... sembra un po' una dittatura, no?»
La responsabile si morse i labbri, tirò più forte la sigaretta. Lei capì stesse tentando di rimangiarsi quel pensiero un poco idiota che le aveva appena espresso.
Quei momenti un po' indignati che si trascorrono sui socialnetwork.
Pensò alle mura, le case piccole e stanze fredde del suo paese, le statue e lapidi coi nomi morti e date incise di appena ieri. Inverosimili e inconcepibili quasi più che dolorose. Pensò i talloni di militari e gli stivali di mafie e dollari, o la tirannide leopardata di ereditiere dei combustibili.
Io non conosco tua lingua bene, ma dittatura conosco meglio.
«Hai mai visto un coronato?», la responsabile diventò tetra. Buttò la cicca e cambiò discorso. Anche Hristina, benché a metà, schiacciò la Marlboro in un catino.
«Fanno impressione?»
«Li invidio spesso.»
«Cosa fare noi con loro?»
«Li imbocchiamo, li laviamo, cambi il cotone i cerotti e garze, pulisci elettrodi - nella corona - se sono sporchi di muco e colla. Ce n'è anche morti, ma morti male...»
«Non ho ribrezzo: io visto guerra.»
«Li lasci stare e segnali al medico: c'è un campanello, fissato al letto.»
Il corridoio del nono piano, Hristina si stupì, era un ambiente di legno rosso e luci calde di plafoniere. Sul parquet c'era un tappeto di damaschi verdi e neri, che attutiva le rotelle e gli olandesi del donnone. Porte infinite di padouk ciliegio che proseguivano fin dietro gli angoli. La angosciò la sensazione - forse invece una certezza - che una *necropoli di tristi suite si estendesse all'infinito.
«Stai con me: potresti perderti.»
La responsabile le cinse il braccio. Hristina, in quel gesto, non sentì nessun affetto, ma uno stringersi pauroso all'altra ed unica persona viva.
Tappeti e porte corridoi e lampade finché lei ne sentì nausea, l'odore chiuso di moquette e polvere e un infido olezzo chimico.
Una svolta era guardata da un naïf terrificante: il quadro giallo di una bambina dal ventre gravido di feti morti, la sua pelle e gli occhi vuoti la tradivano cadavere. Era sola in una spiaggia su una coltre di relitti, e quel demente del ritrattista, o chi la aveva immaginata, le mise in testa una tiara egizia e impose scettro e machete e globo.
«È quadro orribile!», strillò Hristina; non posso credere che sia ritratta!...
Non potrei.
Ma l'ho pensato.
E non è stato un pensiero mio.
«L'ha lasciato un detenuto: non ci stanno con la testa.»
Nell'inconcusso e perfetto legno, tutto a un tratto su una porta, le dieci lettere di taglierino di una mano da teppista.
Provò a tradurle:
«Thanacheccosa?»
«Ti ho detto sbrigati: c'è ancora strada.»
Si sentì debole, era offuscata, le salì il vomito, crollò in ginocchio. Tappeti e porte corridoi vertigini le luci arancio la copale e tanfo.
«Non è niente, solo il caldo: dài, cocchina, resta in piedi.»
La responsabile le cacciò in gola un antiemetico piuttosto forte, quel pizzicore nel naso in bocca di un ché di illecito ed eccitante. Un sorso d'acqua le fece bene.
Le aprì le porte con i pass magnetici che le pendevano fra i semi enormi, fra i San Lorenzo, i San Gennaro e Budda e i Shiva-Ganesh da Pietralcina.
«Fa male a tutti, ‘sta traversata. Ci siamo, sai? Fatti coraggio.»
Non somigliavano a detenuti o gli internati in un ospedale. Era una camera lunga e stretta con vecchi monitor, poltrone e flebo, la luce arancio sul legno rosso e un intonaco salmone. Sette giovani addormentati con un plaid sulle ginocchia, siero e cibi in endovena da una selva di cannucce, si inchinavano ad un casco di cavi elettrodi e morsetti e mastice, corde nere di caucciù che ne avvolgevano le tempie. Pallidi, inermi, flaccidi e ischeletriti dai giorni mesi ed anni di innaturale immobilità; la pelle bianca i pigiami verdi umidi intrisi di disinfettante.
Hristina dové sforzarsi di non guardare nei teleschermi: quei colori, i cerchi, i simboli che la toglievano a sé stessa. Vide un serpe incoronato che scendeva lungo un tronco, si attorcigliava su dieci sfere che diventavano e volti e lettere, ventidue strane figure su un sentiero luminoso.
La responsabile le pestò un piede. Lei tornò nel mondo.
«Vuoi finire come loro? Dài, bambina, c'è da fare. Metti il brodo nei sacchetti, lava, asciuga e svuota quelli.»
Le accennò ad i pappagalli dentro i buchi nei sedili. Hristina si stupì fossero pieni di un guano nero, semiliquido, inodore, troppo diverso da orina e feci degli ammalati e persone sane.
«È per 'sta roba di cui li nutrono», le spiegò la responsabile. Quando lei lavò le mani, i piedi freddi di un detenuto, le trovò ritorte e rigide e rugose come artigli. Gli occhi enormi, gonfi e tondi e i tratti aguzzi degli affamati.
Quelle scapole, mio dio!...
Quasi alate.
Come uccelli.
Il donnone si occupò dell'efficienza dei caschetti: di ogni morso, filo, elettrodo e molletta che morsicavano la pelle e i nervi dei sette giovani criminali.
«Loro sente noi? Fa male?»
«È una pena umanitaria, ci ripetono in tivù: pare no; che siano persi.»
«Loro ucciso, furto, mafia. Noi fucila, in mio paese.»
«Chi è qui rinchiuso non ha fatto niente: è un reato anche peggiore.»
«Io non capisco.»
«Sai cos’è NEET?»
«Lui che non studia, non ha lavoro né mai lo cerca, sì: mio fidanzato.»
«Non so voialtri, non so nel mondo: ma qui in Italia, dieci anni or sono, se ne contavano venti milioni. C'era un governo del "fare subito", qualche ministro li disse inutili: e, col Pointless Act, chi fu superfluo fu fuorilegge.»
«Ma è tutti giovani, poverini!»
«L’età critica è vent’anni, quando abbandoni l’università: perché ti accorgi che non serve a nulla, cerchi un lavoro però non c’è. Ma un mondo intero di indaffarati sembra accusarti che sbagli tu. Poi ci sono, poveretti, i quaranta e cinquantenni che non hanno più un impiego, non si inseriscono, sono obsoleti o sono troppo specializzati. Ti lasci andare, non ti riprendi e in capo a un anno finisci qui.»
La responsabile tirò le cinghie, strinse i morsetti e spalmò la colla, sciolse i cavi aggrovigliati che collegavano caschi e monitor. Fece vibrare uno strano diapason sull’ipofisi dei detenuti. Quello scroscio di colori, pixel, forme e suggestioni tracimarono gli schermi e si dissolsero nell’aria. Ma non era un ologramma…
«Questo è strano, molto strano», Hristina rabbrividì.
«Manco i dottori ci raccapezzano», la responsabile scrollò le spalle, «il sistema l’ha inventato una neurologa tedesca: Clara Muttertod, si chiama, se c’è un problema interviene lei.»
«È ancora viva?»
«Ci seppellisce! È vecchia e vizza, si veste a lutto, ma è sempre in gamba ed è sempre lucida: come l’ho vista dieci anni fa. Quando venne a inaugurare questa sezione dell'istituto.»
«Sezione è immensa! Non posso credere!»
«Ce n’è migliaia qui sottoterra: ma adesso muoviti, bambolina»; le mise in mano un flacone d’alcool, cotone, mastice e lo strano diapason; le diede i pass per un’altra stanza ché si occupasse dei nuovi cinque, «ora sai come si fa.»
Hristina aprì la porta.
Inorridita si afferrò allo stipite.
Inghiottì, si fece forza e passò sopra le pozze nere.
Scivolò sugli intestini e le frattaglie di cervella.
Si aggrappò ad i campanelli che avvertivano il personale.
Si strinse pallida spalle al muro.
Poi gridò.
Cadde svenuta.


Quando il sole riscaldò le pietre fredde del Cimitero, quel confine di sepolcri che si estendeva fin l'infinito, un positivo buonsenso diurno lo persuase a non insistere: ché non aveva più nessun utile a inoltrarsi in quelle tenebre. Gli obelischi, sfingi, edicole, le architetture dei mausolei gli parevano indistinti e tristi ruderi e porcili, segni sacri e stelle e croci solo antenne parafulmine... Doveva ammettere che all'alba limpida non gli sembrarono così solenni, spaventosi e misteriosi, quali il buio e il plenilunio glieli resero dal colle. Thanatolia, in fin dei conti, era un'immensa palude putrida; è un'ottava dell'*ariosto e una discarica di vetri inconsci... Né lui, a differenza dei tombaroli, avrebbe saputo mai riconoscere una patacca da un ben d'Iddio; ori maioliche e preziosi oggetti dai cocci e ruggine fra quella mota. Ricordava ormai a stento l'Alto Mortico e la metrica, la poesia, la trattatistica e l'Opus Mortus dei Cinque Mistici... Figuriamoci - pensò - se so distinguere un grimorio vero; quei tomi folli epperò efficaci che collezionano prelati e maghi.
Rischiar la pelle per un barattolo o cartastraccia da ciarlatani gli parve idiota nonché ridicolo e soprattutto pericoloso.
E' tutto cenere e fetore e polvere, c'è sporcizia, c'è infezione; ci sono jene, gli avvoltoi e mostri; ci sono spettri ed orrende cose...
Levò lo sguardo al bosco fitto, scuro, e i monoliti sui colli aprichi: quel perimetro di vita fra Handelbab delle Botteghe e il luogo orribile dei rimpianti e un impero di cadaveri. Era ancora dolorante, e stanco, per quella rissa coi necrotomani. Vide il fumo di bivacchi che saliva fra le fronde, o altre *posse di predoni o le tribù di quei selvaggi:
«Torno indietro», si risolse.
Era pur sempre una bella striscia fra lì dov'era, la città e la costa: camminarono otto giorni fra i villaggi tutti uguali, le foreste, i lungofiume, le pietraie ed i canneti. Heffi il Rosso e Sor Antonio conoscevano le strade; Rjafad e Ramin granai e stalle e i *bed&breakfast più convenienti. Quando avevano dei dubbi, o il maltempo li deviava, si aggrottavano alle mappe e gli strumenti di Saxaroja: ritrovavano il cammino fra i sentieri attorcigliati.
Ma era solo.
Sono morti.
Fra lì dov'erano e la città, torno a ripetersi impensierito: ma li dov'erano... dov'era, adesso?!
Spiegò le carte ed usò le bussole compassi ed *i.pad del Litomante: un disegno incomprensibile di rette ed angoli e crocette e lettere; quegli aghi e pendoli ed astrolabi gli si spaccarono fra le dita, troppo aduse e troppo forti all'elsa e pomolo di Disillusa.
Buttò i rottami, quei fogli inutili e imprecò che non fa niente! So la strada, mi ricordo!
Risalì il colle di buona lena.
In fin dei conti bastava, sempre, tenersi a tergo quel cimitero; puntare ad Handelbab che sorge ad est là dov'è il sole che splende in cielo...
Anche se il sole, dovette ammettere, sembra fosse un po' dappertutto.
«Gambe in spalla, sempre dritto e non guardare mai le tombe!» calciò la polvere e inghiottì la rabbia finché la rabbia inasprì in angoscia.
Proseguì solo per tutto il giorno, lo assalirono i fantasmi.
E' un'altra cerca finita in nulla, è un'altra impresa da miserabili. Né onore e deboli da proteggere né torti ingiurie da vendicare. Per quale fede e per quale chiesa posso combattere in un cimitero? Gli déi dei vivi sono assenti e tacciono, governa solo una Madre Nera; Colei Che Allatta e che Riabbraccia Gli Orfani casomai si ridestasse... casomai non fosse un mito. Com'è una farsa la cavalleria.
Sopportò clessidre e miglia sotto il sole più impietoso, e solitudine e fatica angoscia lo avvelenarono di rancori: quei dispiaceri, i ricordi amari, le frustrazioni ed i fallimenti che ti agguatano nell'intimo da un androne di pensieri.
Le fronde e i rami della foresta gli si annodarono attorno e dentro, e affondò nel fango molle dei sentieri di sé stesso. Trascinò il fodero di Disillusa a grattare sassi e terreno secco. E si arrese all'evidenza - un giorno ancora nella sua vita: quella illusa giovinezza accartocciata di tramonti - che anche stavolta è finita male e non c'è stata nessuna gloria; solo un abaco di uccisi in una conta di abbrutimenti.
Solo questo io so fare.
Pensò con rabbia agli ottonari eroici e gli aforismi e la morale e l'etica, l'abbraccio fiero di suo padre *manager che gli promise una corona e regno. Tutti i libri e le parole lo ingannarono di un futuro, gli occhi ingenui di sua madre scintillarono di orgoglio. Da qualche parte, nel suo bel *residence, anni e chilometri nel suo passato, c'era un arazzo del grand'uomo nobile che non sarebbe mai diventato. Lo avvilirono le caccie ai farabutti di montagna: non ci sarebbero mai state più crociate sante per cui partire; sarà questo il tuo dovere, c'è una giustizia da amministrare; lance in frassino ed else d'oro nelle budella dei poveracci. Lo corruppero fellatio e sesso anale con prostitute: gli amori angelici degli Stil Moreschi erano sperma e sudore identici. Era ingrassato, arrossato in viso di troppi eccessi da *burgerking, e il suo fegato ammalato di fagioli e cacciagione: chi aveva scritto che i Cavalieri rassomigliavano in tutto ad Angeli? Il *teasertrailer di *chretien de troyes.... Né i giuramenti e feudali riti erano avulsi dai compromessi: clausole in piccolo su un *co.co.pro e il suo casato cessò di esistere...
Gli sopravvissero un'armatura, Disillusa e un ermellino: partì dai mondi della menzogna per approdare alle fosse tetre. La marmorea e silenziosa verità di Thanatolia.
«Come vuoi finisca, sempre?», scacciò i pensieri ed andò più svelto.
Finché fu sera e fu freddo ed umido.
La strada incerta affondò nel buio.
Buttò a terra il suo fagotto e sciolse i muscoli indolenziti, frugò le sacche e ingollò *lattine e strafogò di *buondìmotta. Trovò riparo a ridosso un masso presso il ciglio della strada.
Era esausto.
Soddisfatto.
Mai fatto soste, durante il giorno: tombe, spettri e delusioni dovevano essere già ben lontani.
Altri sei giorni di scarpinata e avrebbe visto la città e la costa.
Gli occorrevano sterpaglie e qualche pietra per il fuoco, batté i cespugli ed il sottobosco a qualche passo dal suo bivacco.
Si arrestò su una scarpata.
Bestemmiò trasecolato.
Duecento metri più sotto, ovunque, in quella fetida e fredda nebbia, trovò le lapidi le stele e i dolmen che lasciò il mattino stesso.
Non è possibile: ho girato intorno! Thanatolia è sterminata, tutta uguale... affatturata! Forse no: c'è un altro tratto, è un'altra parte del cimitero... è un incantesimo!, rabbrividì, c'è qualche forza che mi imprigiona! Sono solo un imbecille, scosse il capo e si calmò, non sono pratico, ho sbagliato strada: non sono esperto come quei banditi!
Accese il fuoco e si accucciò alla pietra sconfitto e stanco di malumore, ma ostinato che la strada fosse ancora quella giusta. Grandi radici e menhir ed alberi erano i punti di riferimento, ricordava uno scavalco su un ruscello fiacco e torbido... Ma uno strano mezzogiorno, la canicola, il silenzio, grilli e cicale all'improvviso zitti, quei segni in terra capogiri e nausea... fu solo un attimo di stordimento; «la strada è questa!», si ripeté: era identica, la stessa; c'erano solo quelli sassi sparsi... Gli rammentarono il Cielo e gli Inferi cui si giocava con il gessetto.
Chi sbaglia un salto sul quadrato magico finisce agli inferi, rabbrividì. Pensieri cupi ed idee bizzarre gli affollarono la mente, gli venne il dubbio che a quel *semaforo dovesse prendere il sentiero a destra...
C'era un incrocio: non c'era destra! Com'è possibile?!, si domandò.
Lo annebbiarono la fame, la fatica, il freddo e il sonno. E più le tenebre lo circondavano più si sentiva stordito e debole.
Ma è troppo buio, sto dando i numeri: domani all'alba vedrò daccapo...
Interruppe i suoi pensieri il rotolio di un sassolino.
Raccolse il ciottolo addiacciato e bianco.
«Hai perso l'anima. Ti sei smarrito», le voci rauche lo raggelarono, «che qui fra i morti è la stessa cosa.»
Volti pallidi e distorti si affacciarono dal buio, figure orribili e ischeletrite che arrancavano in catene. Chiodi e ferro le mordevano alle cosce e le caviglie: non toccavano il terreno, ma fluttuavano inconsistenti, coi piedi torti e scarnificati e i moncherini sanguinolenti.
«Non hai capito che una volta qui», gemette un feto che sputava vermi, «non puoi tornare alle strade vive. Hai cosparso il tuo cammino di umori neri e rancori ed ombre, che a Thanatolia son brutta semina, ché i sepolcreti son terra fertile.»
Larve tristi di impiccati con il cappio attorno il collo, corpi putridi e rigonfi consumati dalla lebbra. Gli assassinati coi coltelli in cuore e gli arsi vivi in fiamme fredde azzurre. Le anoressiche, i bulimici.
«Morrai stanotte. Sei sulla strada.»
Gli apparì, lo travolgeva, un'orda livida e orripilante, che in mezzo al bosco e la strada stretta si trascinava fin i sepolcri.
«Hai sbagliato direzione», un infilzato lo apostrofò, «sei su un cammino proibito ai vivi... ma ormai ci resti: verrai con tutti.»
Scattò alla spada, la mulinò, fendé le larve che lo attorniavano: ma Disillusa non morse carni, né verso sangue né sparse grida; solo mugugni e lamenti e lacrime di quella folla di maledetti. Occhi vuoti e volti cerei lo fissarono in silenzio, colpì e fendette ed affondò e calciò ma ferì il nulla e l'oscurità.
Gettò il targone, si scalzò il *casco e fuggì nella foresta.
Gli implacabili fantasmi lo inseguirono nel folto: e udì il terreno, le radici e sterpi scricchiolare di una corsa inconsistente e maledetta. Non sono zoccoli e non sono passi né sono artigli né un batter d'ali; era uno sfrigolo di ciò che è freddo o che avvizzisce e consuma e brucia.
«Devi arrenderti. Sei nostro.»
Lo incalzarono alle tombe, rovesciò nella scarpata, lo inseguirono nella nebbia attraverso il dedalo di stele e lapidi.
Le due lune luccicarono sui marmi candidi corrotti e freddi. Quegli spiriti gli apparvero come grumi di un buio pesto dai contorni e gli occhi umani nei riverberi notturni.
Corse cieco, terrorizzato, e crollò a terra e batté la schiena.
Era lo zoccolo di un *grattacielo che torreggiava fra i mausolei.
Gli sembrò che quei dannati si fermassero.
Esitanti.
Si rizzò in piedi e brandì la spada. Finse un coraggio che non aveva.
Udì il rintocco di una campana e il grido stridulo di un'inferriata, tremò il terreno echeggiò la torre e gli apparvero i Guerrieri.
Quei dieci demoni in arcione ad *harley con armi nere e i mantelli neri, le armature spaventose di ogni orrore della notte. Gli elmi aguzzi, gli spallacci, gli schinieri e pettorali che imitavano i pipistrelli gli insetti e serpi le nutrie e gl'istrici; le spire e l'elitre e squame e spine di ogni cosa negli abissi. Sfoderarono gli stocchi che bruciarono di verde: l'elsa larga era un pentacolo di oro bianco cesellato, ma nel pomo di quell'arma lacrimava un occhio vivo; gli scudi a goccia di acciaio e pece erano ornati di un altro pantaclo, e anche l'umbone carnoso e nero era un occhio disgustoso.
*ingranaronolaquarta e caricarono i fantasmi.
L'orda eterea soffrì il morso delle spade e delle ruote, la torma pallida si sfilacciava sotto i fendenti dei cavalieri con grida e gemiti e strazi e pianti di ineluttabile disperazione. Quelle lame ne essiccavano la sostanza più sottile: non li cacciavano a un oltretomba o nelle tenebre da cui provennero, disintegravano i loro spiriti in un nulla più tormentoso.
L'unghie, i denti, le lame inutili dei dannati si accanivano sui *motori e le corazze dei dieci eroi, ma evaporavano esorcizzati dagli incantesimi su quel metallo. Erano schiume malate e pallide contro una roccia di spietatezza, d'odio santo e di ferocia che combatteva inesausta e muta. Solo i ruggiti dell'*harleydavidson e i rintocchi di campana echeggiavano fra i sepolcri circostanti il *grattacielo; i suoi insperati soccorritori erano tetri e efficienti boia.
Polverizzarono nel niente eterno l'ultimo spettro e *sgasarono e *sgommarono nella mota e nella cenere. Il guerriero più maestoso spense il *motore e balzò di sella, rinfoderò, fermò la *moto sul *cavalletto. Lui, grato e cortese, gli andò incontro a braccia aperte.
*pensòall'esamedifilologiaromanzaeGaribaldiequelReaTeano.
«Mi hai salvato, buon signore.»
Il cavaliere lo colpì al volto col guanto d'arme.
Markus perse i sensi.


L'appartamento di Alessandro Pattini, Micol soffiò di noia, era tale si aspettava da un ex recluso allo stato REM. Il primo istinto fu un sorrisetto di scherno e pena, di sufficienza: un'abitudine alla supponenza, la spocchia e presunzione che persisteva dal liceo classico, gli studi in USA Inghilterra e Francia e i tantitanti bei libri letti dagli scaffali del suo papà.
Che ti aspettavi?, scrollò le spalle.
Quando lui chiuse il battente del portone, o forse la realtà, e via Milano con il suo traffico, i caffè, le persone ed i telefoni restò fuori da quella noce di scarsa igiene, giocattoli e blu ray, si sentì per un istante un figurino su "Cosmopolitan", "Marie Claire", "D di Repubblica" e "Il Venerdì", con le ragazze splendidamente bidimensionali che popolavano quelle riviste per cui scriveva.
Quegli istanti un po' da mainstream ai primi posti nelle classifiche.
Quello stupore e quel riso candido per l'improbabile monolocale si raffreddò nella sensazione di perdurare nei pregiudizi e convinzioni di qualcun altro, appiattita su un'istantanea patinata e commerciale.
Beast & Beauty. Nerd & Parioline.
L'ex detenuto la invitò a sedersi su un divanetto di pelle nera, le offrì Fanta, Coca Cola, patatine oppure pizza. Salsicce e funghi e carciofi in rosso caldi e fumanti dentro un cartone; uno Snoopy-pizzaiolo e lo scontrino di un asporto.
«Stavo cenando. Non ti disturba.»
«Grazie, no: sono vegana.»
Era al chiuso di una serra di oggettistica e di poster, dvd, cuscini, tazze, tappetini e di peluche. C'era un esercito di terracotta dei grandi robot di Go Nagai, e le action figure di DC e la Marvel che affollavano scaffali. E benché non si trattasse dei culi nudi di soubrettine, le tette all'aria le cosce photoshop dei calendari da barbiere, forse il poverino non aveva gli strumenti per comprendere che anche quella era effettiva pornografia.
Spadoni e Starwars dragoni ed elfi klingon in Asgard e V for Voldemort. Campanelle di Pavlov per salivare onanismo onirico. È mai possibile che non si accorga che fantastica a episodi, series, season; abbia le monadi con il copyright?! Ma non ha letto Debord ed Eco; figuriamoci McLuhan...
Micol, seria, corrucciata e molto sexy si tenne il mento fra le due dita, drizzò la schiena  e accavallò come per esempio la Knightly o l'Hepburn in quei film troppo carini.
«Durerà molto quest'intervista?», Pattini ruttò, «vorrei tornare alla mia pizza, un tè, La Société du Spectacle e From Cliché to Archetype. Gli Apocalittici l'ho chiuso ieri.»
Pulì le dita sulla t-shirt col teschio bianco del Punitore, si sporcò il pizzo e i capelli lunghi di olio, sugo e formaggio fuso. Scolò la Fanta dalla lattina che gettò alla pattumiera, parodia di un tiro a rete da cestista dei Globetrotters.
Lei attivò il registratore del pad-phone:
«Tu sei stato detenuto dal duemilaventicinque al duemilaventisette: con quale accusa?»
«Mi ero iscritto ad architettura, tuttavia non davo esami.»
«Non ti piaceva?»
«Fu per analisi: non la sfangavo.»
«Non cercasti in alternativa un lavoro?»
«Oh, ne trovai! Ma alla fine era più il tempo che mi serviva a cercarne uno che poi quello, per contratto, che mi tenevano a lavorare. Mi sono rotto, ciaociao governo e ho sperato non mi beccassero.»
«Ma ti hanno preso.»
«Però ho pagato.»
«Sei rinserito in un Pastarito con un programma social.co.co. Torni ad essere partecipe e avere un ruolo nella società. Com'è andata durante la detenzione?»
«Ci sono stato duecento anni, nel Continente dei Cimiteri. Avrei dovuto schiattare prima, sì: ma ho trovato una pozione. Credo che Markus mi dia la caccia: lui non sa che sono uscito. Mi considera un non-morto e la sua cerca non può finire: ho letto in internet che il prof Alessi è incoronato per quarant'anni...»
«Non ti capisco.»
L'altro arrossì:
«Quando ritorni fai confusione, dai quel mondo per scontato. Sono ancora un po' laggiù.»
«Il sistema era in origine uno stato della mente, poco più che un dormiveglia: ne parlate come un luogo. È un sogno fentasi...»
«Si dice fantasy.»
«...ed è per tutti lo stesso sogno. Com'è nata Thanatolia?»
«La maggior parte dei poveretti che addormentano in poltrona sono ventenni fatti e strafatti di Games of Throne, Magic, roleplay, manga, World of Warcraft e questo genere di cose. I loro mondi hanno preso forma.»
«Stanno accadendo incidenti insoliti, strani omicidi fra detenuti. Com'è possibile che si accoltellino, che si sparino o che li trovino decapitati se è provato che dormono per tutto il tempo? C'è chi sospetta dei secondini, degli infermieri o magari i medici. È un gioco sadico, che tu ricordi?»
«Si combatte all'arma bianca, con balestre o colubrine. L'ascia di un barbaro ti mozza il capo.»
Continuava a non comprendere, le sembrò che fosse matto, ma insistette a interrogarlo ché finalmente vuotasse il sacco: quella grinta da Fallaci nelle fiction di Rai Uno.
«Spegneranno le corone. Chiuderanno gli istituti e applicheranno qualche altro metodo... c'è chi parla, addirittura, di abolizione del Pointless Act.»
«Ce n'è ormai trenta milioni che se la sognano da dieci anni: può capovolgere gli equilibri... Sei mai stata nei sotterranei?»
«Non me l'hanno mai permesso. Non lo so se avrei lo stomaco.»
«Le strane macchine delle tedesca hanno avuto un'avaria: le voci girano, le infermiere... sono molto chiacchierine. Il processo si è invertito. Siete voi che adesso come adesso vi illudete di una realtà che vi si sgretola sotto i piedi. Siete voi che addormentati avete preso a delirare: questo mondo si sfilaccia, e Thanatolia diventa vera.»
«Non sei più dentro il sistema», Micol rabbrividì, «anche tu stai vaneggiando.»
«Non sei più nel tuo sistema», la corresse Alessandro Pattini.
La guardò dritto negli occhi.
Masticò salsiccia e funghi.
Micol si alzò di scattò dal divanetto ad un tratto scomodo e si mise il pad-phone in tasca ma senza spegnere il registratore.
L'idea sgradevole di proprie grida nella memoria dell'apparecchio. Quegli indizi un po' CSI da bestseller finlandese.
«Stai attenta a immaginare situazioni così forti», lui le lesse nei pensieri, «perché potrebbero realizzarsi. Siamo quasi in Thanatolia, noi viviamo di paure.»
«È un'ordinaria periferia», si finse fredda e tranquilla e forte. Andò alla porta: non è inchiavata.
«È uno stato della mente, come prima hai detto tu
Lei, a denti stretti, disse grazie e arrivederci; aprì il portone e saltò di fuori nel pianerottolo illuminato.
La luce alogena il tappeto bruno e i corrimano di nichel grigio. A capicollo coi tacchi quindici sui gradini di sei rampe.
Lo svalvolato non la inseguì.
Udì un rumore di serratura.
L'eco stanco e menefrego di un "no, grazie" contro il mondo.
Le rimbombava un pensiero in testa amplificato dallo spavento: che cosa scrivo? Che cosa ha detto? Quello è matto, non ho niente! Non ci cavo il post, o articolo di denuncia, che mi hanno chiesto gli ottocento follower e mi ha affidato la redazione! Provarci ancora ma manco morta. Potrei usare materiale Google.
Uscì dal *tempio nel viale grigio fra quei ciclopici *mausolei. Gli *alchimisti, gli *speziali, gli *armaioli  e *conciapelli si rifugiavano negli ampli androni di quegli immemori monumenti: trasformarono gli avelli in un quartiere di botteghe. Gli scriteriati cupìdi arditi che si accingevano all'impresa - già volgevano gli sguardi al grattacielo all'orizzonte - si equipaggiavano degli *elmetti e delle *loriche forgiate meglio, o arrotavano le *spade e le incantavano dai ciarlatani. Nelle bicocche di legno e pece incastonate fra le cariatidi, le ogive, i capitelli per i defunti, gli avventurieri più pessimisti si imbriacavano di carni, di sudore e di sconcezze con le lucciole del viale. La dolce e piccola e calda morte prima di darsi alla Morte Grande.
Le lambrette dei *monatti scorrazzavano su e giù, e i *vupredà dalla pelle nera ti rifilavano paccottiglia, le ossa in plastica dei santi *mazzafrusti ed accendini.
Le due lune illuminavano un passeggio di *guerrieri, *maghi, *ghoul e i gazebo di taverne: dove attardavano all'aperimortibus gang e posse di ventura.
Il vento fetido soffiò dall'Est.
Micol si abbottonò la bianca *tunica di Prada, provò a pensare su quale concept comporre l'ode sul detenuto; gli incidenti ai coronati - quelle voci troppo orribili - e il disagio giovanile nei confronti del Pointless Act. Quale metro avrebbe usato? Meglio l'esametro o l'ottonario?
Andò assorta allo *scriptorium nel *gransepolcro là a fondo viale, la brezza fredda le soffiò cenere sulle caviglie, lo smalto rosa, sulle *caligae Manolo Blahnik. Si rassegnò che il *componimento le avrebbe fatto sudare sangue. E che domani, accidenti a tutto!, avrebbe avute le occhiaie gonfie.
Ma anche una scusa per indossare quel suo bel paio di Gucci nuovi.


Si svegliò seduto a mensa in una sala tenebrosa, c'era olezzo di putredine e di infetto e di stantio. I cerei, gelidi pleniluni la illuminavano da grandi trifore; gli ululati, il vento e i bubboli la penetravano dai vetri infranti. Fango e polvere di piogge, guano, muschi e ragnatele la insozzavano di antico e miserabile abbandono.
Un alto e stretto soffitto conico che culminava in un cerchio aperto.
Lo angosciò la somiglianza col fumaiolo dei forni funebri. E che il pensiero gli fosse indotto, lo costringesse una mente triste.
Due camini immensi, spenti e lunghe file di candelabri. Bracieri esausti in frantumi a terra e i grumi viscidi di ceri estinti. Gli arazzi laceri ed ammuffiti e divorati dalle tarme. Le ali brune e silenziose di uno sciame di falene.
Markus rabbrividì dei dieci immobili commensali che imputridivano sui faldistori d’ambo i lati a quella tavola.
I raggi azzurri delle due lune riverberarono su cotte nere, tuniche e stole di oscurità che avviluppavano altrettante mummie. Vermi e tarli si nutrivano delle vesti e delle carni, lunghe dita ischeletrite che affondavano nei cibi.
L’odore inteso e la muffa verde di una cena avvelenata.
Markus, a capotavola, si alzò di scatto e gettò la sedia, si coprì il naso e sputò e tossì per quella polvere schifosa e tossica. Arretrò ed incespicò su una coltre di scarafaggi; ragni e scutigere e scolopendre che attorcigliavano Disillusa.
Spazzò gli orrori dall’elsa e il fodero, snudò la lama e fendé la tenebra, gridò impazzito e colpì nel nulla, il buio e il fetore che lo opprimevano. Porte oscure ed usci infranti si spalancavano ai quattro lati, gli archi romanici pericolanti ed assi erosi dal fuoco e i secoli.
Ed occhi umani pulsanti e folli incastonati negli architravi, dove il granito e la quercia e l’ebano si tramutavano in carne viva.
Corse a caso ad una uscita e sbatté il muso su malta e sassi: quella soglia era murata; pietre ed argilla ammucchiate in fretta per inumare un terrore antico.
Tentò ad un’altra, la stessa cosa: mattoni e fango cartigli e ciondoli; le croci e sator le Madri i Santi che preservavano dalle tenebre. Gli unici accessi che poté percorrere, propilei neri stellati d’occhi, lo riportarono, allucinato, innanzi il tavolo di quei cadaveri.
Li vide meglio, li riconobbe: gli elmi le loriche insegne e scudi di quei dieci cavalieri che assalirono i fantasmi.
«Ma sono logori, arrugginiti!»; fissò nell'orbite i guerrieri morti, sudò gelato e sbiancò di fifa: pronto all’assalto, impossibile e spaventoso, di qualsiasi fra le mummie si fosse alzata per affrontarlo; «sono ferme, inerti, spente...»
In quei teschi e le armature c’era un vuoto millenario, un immemore silenzio e un’assoluta decadenza. Non li accendeva la fiamma fatua dell’inquietudine e dannazione, non somigliavano agli spettri insonni che lo inseguirono nella foresta. Li aveva visti cacciarli e sperderli come animati da un sacro zelo, come avversassero quei dannati per un'eterna e divina nemesi:
«… io non sono ancora preda di quell’orda di fantasmi... Forse è vero: sono morto, fu un’illusione nel mio trapasso: ché accorresse gente in armi per sottrarmi al mio destino...»
Ché quel luogo era una tomba. Non aveva vie d’uscita.
Un freddo refolo dalle vetriate gli portò odore del mondo vivo, foglie roride e terreno e lo stormire dei cipressi, il calpestio di cavalli ed asini e il cigolio di carrocci e *scooter, la *tecnomusic dei *discopub che sfolgoravano nella notte.
Crepitio di fuochi caldi che attecchivano al reale.
«Ho una speranza!», ringalluzzì. Scrollò la testa, si sfregò gli occhi: «il chiuso infetto mi sta stordendo: c’è un incantesimo, un veleno, un'erba... la stessa droga che c’è in quei piatti! Non è la terra dei necrotomani?!»
Gli prese nausea delle pietanze che suppuravano nei piatti d’oro, sospettò un’infame morte per quei dieci cavalieri…
A suo modo Thanatolia è solo un arido deserto, Thanatolia ha i suoi miraggi...
Tornò schifato alla sedia a terra, scrollò gli insetti e spostò mobilia. Ammucchiò comò e sgabelli che invecchiavano in quell’aula, salì alle trifore sfondate e sozze che si affacciavano al cielo puro.
Gli bastò un alito.
Gli fece bene.
Nubi, vento e pipistrelli.
Dài, fatti coraggio. È solo l’incubo di una notte.
Il bordo aguzzo tagliente e infido di quei pannelli ridotti in pezzi.
Spaccò i vetri con la spada; ora ho un varco!, guardò fuori: giù in un abisso di troppi metri di liscio intonso granito nero.
In equilibrio su un cornicione che cadde in briciole fra le sue gambe si aggrappò forte agli stipiti e gli infissi delle trifore. Le schegge aguzze lo tagliuzzarono, e il vento gelido lo ghermì. Il velluto e l'ermellino si gonfiarono in velacci.
Markus restò assordato da un rintocco di campana. Dalla cortina di nebbia e nubi che intossicavano quel sepolcreto vide una serpe di fumo verde che gli sembrò gli strisciasse contro.
Sfondò di schiena attraverso la vetriata. Ricadde dentro supino e inerme. Strisciò sui gomiti fra insetti e polvere in un alone di luce azzurra. La cavalcata di quegli spiriti penetrò dalla finestra, fluttuò incorporea sul pavimento fino al tavolo di mummie.
Dieci spettri penetrarono quelle vesti e quelle ossa: e i cadaveri in armatura, che si incendiarono di fuoco verde, si levarono solenni e gli intimarono dignità:
«Resti in piedi, professore.»
Era il tono perentorio ed assoluto di un *theend: lo atterrì; devo obbedire.
Gli parlava il cavaliere più *griffato e *palestrato, gli altri nove erano un coro di *diesirae di *ligeti:
«Io sono Kether, il Gran Maestro delle Lacrime. Noi siamo la Cerchia Che È Discesa Nel Profondo, i Primi Dieci Sepolti Vivi, le Prime Vittime di Thanatolia. Fummo i Morti Ineluttabili, questa torre non ha uscita.»
«Voi... veniste in mio soccorso, ma...»
«Fummo noi. Cacciamo spettri. È il nostro voto nonché piacere
«Per condannarmi a morire qui.»
«Professore: lei respira, la tiene in vita un a pappa pronta, c'è un'infermiera che la imbocca e lava e un teleschermo che la assopisce. Così è stato e così sarà per i prossimi cinquant'anni. Nel vecchio mondo non può far nulla, la sua cerca è naufragata; è un *dustinhoffman del *laureato alla deriva nella piscina. Vuole rendersene conto?»
Il cavaliere gli cantò contro una sinistra litania, il coro lugubre degli altri spettri crebbe di tono, lo incatenò, sollevandolo a mezz'aria e costringendolo a testa in giù, con le due mani legate a tergo e il piede destro contro il ginocchio. Resto appeso ad una forca di codardia e magia nera:
«La sua vera condizione. Ne è persuaso, professore?»
Le mura solide, le mummie, l'aria, le grandi trifore e gli archi immensi si rovesciarono da ed adesso sull'orizzonte cimiteriale. Fosse e colline e montagne a valli spiagge e pianure di fango grigio: ma il terreno fu una polpa di volti lividi addormentati che si incrinavano in un sonno elettrico per la colpa e il dolore. In milioni, all'improvviso, lo fissarono innocenti. Lo trafissero di pena.
«È insopportabile!», lui gridò.
La stretta magica lo lasciò libero.
«Noi le possiamo offrire una seconda opportunità, ché in Thanatolia si crede forte quant'era debole al di là del velo. Lo dimostri, se ha coraggio: provi almeno a tornare vivo.»
Lui levò lo sguardo, soltanto supplice e disperato, a quell'*elvis Sire Nero di tenebrosa regalità.
«Ha perduto il suo casato, non ha alcun ordine: si unisca al nostro.»
«Cieco uccidere fantasmi in una notte che non ha aurora: è lo stesso mio tormento, io non comprendo la differenza.»
«Ce n'è eccome, professore!», e il Gran Maestro divenne mite: le sue vampe si smorzarono in fiammelle tristi e fioche, un malinconico e sconfitto lume nel cesto ferreo dell'armatura. Markus Ahler provò il gelo di una sera del cupo inverno; e il veleno commovente dei rimorsi e dei rimpianti. Capì che l'altro gli si appellava da un pozzo buio profondo troppo, nel cui fondo si era estinto qualsiasi anelito e tentativo. Si sentì, per un istante, d'essere in bilico su quel silenzio, capì d'esserci già stato, e di tornarci con più dolore: «la sua promessa sarà di uccidere chi giace morto qui in Thanatolia, interrompere le morti in questo immenso cimitero. Potrà svezzarli alla Madre Sterile. Ora sa cosa significa?»


L'operatore mostrò quei grafici alla Capo del Progetto:
«Es ist nicht möglich!» lei strillò.
«Es liegt ein Fehler im System vor, die Kronen sind weg; Sie scheinen ... alle aufzuwachen, herr Doktor Muttertod.»
E la neurologa graffiò il tavolo con artigli da rapace. Avvampò di luce nera e di poteri tenebrosi.

(fine)

Alessandro Forlani

sedicente scrittore, è nato negli anni '70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX, nel XX e millenni a venire. Nerd, negromante e roleplayer e autore "difficile" di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e ciacola di sceneggiatura, cinema e scrittura; di notte, che dovrebbe far l’artista, piuttosto guarda film, legge fumetti, ascolta musica barocca, gioca a soldatini e poi va a dormire. Perché crede che sia più sano scrivere in questo modo.

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