Toc Toc (racconto completo)

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a B.M. e le "sue" Marche

Augustino, Parlotristo, Maja' e Casaccarubbio camminavano da tutto il giorno lungo l'argine del Chienti.
Da sinistra li guardavano Montolmo e Chiaravalle, le mura candide di un'abbazia e un campanile su una collina; le due torri di San Claudio li osservavano da destra. Guglie, tegole e i boschetti di cipressi si dissolvevano all'imbrunire su un orizzonte di girasoli, che si afflosciavano a corone spente sotto il giogo della sera. Innanzi a loro ad almeno un giorno di scarpinata c'era un cielo di sud-ovest e le sei cime di monti azzurri, le cui nevi si imporporavano di un tramonto silenzioso, sereno e indifferente alle avventure dei condottieri e le disgrazie dei contadini.
Gli anfratti oscuri, le vette candide e i boschi fitti dei Sibillini.
Brezze fredde alle loro spalle, da San Marrone affacciata al mare, li sferzarono di un malevolo e ostinato fine inverno; li minacciarono di un'eco rapida, metallica e feroce di cavalieri con archi e lance e di una muta di mastini. Si scambiarono un'occhiata e masticarono bestemmie, le mani madide e svelte e sporche strinsero l'else delle giusarme, la balestra, i verrettoni e l'asta ruvida dell'azza.
Era un'eco del terrore e della colpa che li affliggeva.
Vento e cielo ritornarono un concerto di garriti, fruscii di serpi e cri-cri di grilli e lo stormire delle fronde. Li investì polvere, semi, petali e la lanugine dei pioppi. Li assalirono i tafani, i moscerini e le zanzare golosi e avidi degli omicidi che insudiciavano le loro vesti.
«Siamo stanchi, è un'impressione: non sono più sulle nostre tracce. Siamo salvi, quasi salvi», Augustino li incoraggiò.
«Sì: ci avrebbero già raggiunto», Casaccarubbio si grattò l'inguine.
Ma Parlotristo scrutò perplesso l'argine folto alle loro spalle e un edificio su una collina troppo lontano e irriconoscibile:
«Io sarò al sicuro solo al chiuso di San Giusto: cala notte e siamo qui.»
«Viene buio anche per loro, non ci possono inseguire.»
«Gli Spahi non dormono, non si rassegnano», sputò Maja', «ci cacceranno. Ci cacceranno fin nell'inferno.»
«Hai ucciso il loro capo, tu, coglione.»
«Ma gli altri nove: chi li ha accoppati, di'?»
«Perché ci dissero che a Montecosaro c'erano bande dei Da Mogliano. Ci si è buttati alla scaramuccia.»
«... ma contro i nostri.»
«Però albanesi.»
«Ma mercenari...»
«Era buio, avevo fifa: non potevo riconoscerli.»
«Ci gridarono Malatesta, Malatesta! Siamo amici!»
«Li hai sentiti? Li hai capiti? Ché non parlano cristiano.»
«Sono morti: questo è il fatto.»
«Noi, per loro, assassini e traditori.»
«Volete smetterla?», grugnì Augustino, «vi rimbeccate da stamattina, e le chiacchiere non lavano la coscienza e il sangue sparso. Si poteva fare appello e consegnarci al capitano forse, ma è andata com'è andata, abbiamo scelto di disertare. Siamo esausti, farà freddo, ci serve un letto. Rifocillarci.»
Casaccarubbio scrollò lo zaino e l'otre sgonfio di vino rosso, sparse l'erba, il limo e i sassi di gocce scure e di croste secche.
«Son tutti campi qui: teniamo duro, marciamo ancora. Dovrà pur esserci un casolare.»
«Quando è guerra i contadini non ti accolgono a braccia aperte: ne sopportano già troppe», Parlotristo gli rispose.
E a malavoglia tornò in cammino didietro gli altri, in fila sul sentiero, che imbracciarono le armi più decisi e animosi.


Bubboli, ululati, freddo infame e l'oscurità li sorpresero all'aperto sulla rive limacciose. Si allontanarono dal lungofiume e l'insidiosa umidità, l'insistito gracidio di grossi rospi e raganelle. Felci, i salici, i sambuchi e le canne folte li ghermirono appiccicosi e li stordirono di afrori.
Si spostarono nei campi, scavalcarono un fossato, e affondarono fino in vita nel mare soffice delle messi, ch'era schiarito dal plenilunio nel cielo terso stellato e blu. Miglia azzurre di solitudine si estendevano tutt'attorno. Nel fiume nero e i boschi scuri, che li insidiavano in lontananza, sembrò loro si acquattassero tutti gli incubi e pericoli: bestie, demoni e le congreghe di streghe.
«Di giorno è caldo, di notte i brividi: questo è un clima matto che alla terra non fa bene», Maja' si lamentò, «può succedere si scuota.»
«Fai silenzio, ché se ci sentono...»
«Ma chi?! È deserto!»
«Temo gli uomini, soprattutto», Augustino li rintuzzò, «vedete niente?»
«C'è solo il grano.»
Parlotristo e Casaccarubbio, come merli in mezzo a un prato, si alternavano nervosi d'ambo i lati del sentiero, pronti al tiro e menar fendenti contro i rumori, i sospetti e l'ombre. Inghiottivano e imprecavano d'ogni frullo di barbagianni, fuga d'istrice e capriolo negli intrichi di cespugli. Dei grugniti dei cinghiali e un'improvvisa e mortale calma: prima che i lupi, i rapaci e le faine si avventassero sulle prede e ne sbranassero le carni.
«Non vengono nei campi.»
«Non possiamo restare qui.»
Incespicarono, caddero e si rialzarono indolenziti: la lunga marcia e la fame e il sonno li prostrarono sconfitti. Da qualche parte, fra le colline, una campana incupì la notte.
Un clac metallico. Maja' gridò. Crollò a terra spargendo sangue e dimenando la gamba destra. La molla e i denti di una tagliola gli morsicavano polpaccio e stinco.
«Cazzo!», strillò impazzito. Augustino e Casaccarubbio lo azzittirono e soccorsero:
«Vuoi che ci scoprano? Stringi i denti!», lo soffocarono con una pezza. Pur al buio si inorridirono della fatale evidenza, si scambiarono, in silenzio, la stessa estrema e feroce idea:
Va amputata. È maciullata.
«Dài, aiutaci», rimproverarono a Parlotristo: che invece restava immobile a osservare lontano, dietro, ombre indistinte, una nube, schiocchi e un riverbero d'acciaio.
«T'ho detto...»
«Spahi! Ci sono addosso!»
Tirò un colpo ai cavalleggeri che galoppavano contro di loro: e il quadrello stese il primo, che correva a lancia in resta, sotto gli zoccoli degli altri nove che lo seguivano incoccando l'arco.
«State giù!»
Gli Spahi scoccarono, due salve rapide: si tuffarono nel grano; la messe folta smorzò le frecce, Maja' gridò:
«M'hanno colpito!», era infilzato nel ventre e il costato dai dardi rossi degli albanesi. Sputò madonne, dolore, vomito e restò privo di sensi. Parlotristo strisciò a soccorrerlo, trascinarlo fra le spighe: un cavaliere gli diede addosso, scartò di lato, parò la lancia, e affondò con la giusarma in uno stinco del cavallo. Casaccarubbio saltò all'assalto di quel nemico disarcionato, indifeso e condannato sotto il peso dell'animale. Gli ruppe il cranio con la piccozza. Augustino parò i colpi di una curva scimitarra, fuggì nel folto, lo tallonarono. Parlotristo lasciò Maja', Casaccarubbio lo prese in spalla. Lui si appostò nascosto, prese la mira e tirò il grilletto: un altro Spahi stramazzò supino con un quadrello nel gargarozzo. L'avversario di Augustino, disordientato, abbassò la guardia: cadde a terra con gli intestini che gli esplodevano dall'armatura.
I sei superstiti, sbandati, si trattennero da un'altra carica. Ripiegarono di qualche metro, li tormentarono con le frecce: loro, chini e zitti, gattonarono attraverso i campi, trascinarono il ferito sempre più pallido incosciente e freddo. Grano e miglio diradarono a un maggese vasto e brullo, delimitato da uno steccato discontinuo, marcio, fragile, che sembrava tutto inciso di strane lettere e di croci. O forse erano solo le profonde venature, graffi e morsi delle intemperie nell'illusione del plenilunio. Gli Spahi, ringalluzziti, ripartirono all'attacco.
«Siamo morti allo scoperto!»
Ma si accorsero di un grumo nero davanti a loro là in mezzo al campo:
«È una casa, finalmente!», sollevarono Maja', si affrettarono a quel rudere silenzioso e fatiscente.
Augustino picchiò all'uscio: non gli risposero, nessun rumore, né una lucerna né una candela né il crepitare dei focolare. Sotto gli assi del portone - nero, marcio, e cigolante - sentì soffiare e freddargli i piedi un fiato gelido d'oltretomba, l'eco stridula e infantile di un cachinno dall'interno.
«Mi aprite o sfondo!», calciò furioso.
Gli Spahi si avvicinarono.
«È deserta, è una baracca!»
Casaccarubbio brandì il piccozzo, si accanì contro il battente: ruppe i cardini, schiantò catene e spaccò l'assito marcio.
Parlotristo guardò atterrito a una finestra del sottotetto.
Un viso piccolo aggrinzito e giallo, incappucciato di rosso cupo, si affacciò per un istante e ghignò coi denti aguzzi. Batté i vetri con un mazzuolo e riaffondò nell'oscurità.
«È abitata! C'è qualcuno!»
«Chi?! Cos'era?»
«Non mi interessa! Restiamo vivi!», Casaccarubbio sfondò la porta, entrò ruggendo in un buio insalubre.
I cavalli degli Spahi si imbizzarrirono alla staccionata, recalcitrarono di scavalcare e arretrarono sbuffando. Gli albanesi li sforzarono con le redini e gli speroni, ma gli animali li rovesciarono: galopparono impazziti a rifugiarsi nel bosco fitto.
«C'è qualcosa, in questo posto», Parlotristo rabbrividì.
Ma Augustino li incoraggiò ché si occupassero di Maja', e trascinassero il compagno esanime al sicuro nel casolare. Barricarono la porta. Si acquattarono alle finestre. Si assicurarono che gli Spahi non tentassero di irrompere.
Per ora.
«Non ci si azzardano, non sembrerebbe.»
Si ritrovarono fra le immondizia, ragnatele e le rovine e un camino freddo e sporco di un abbandono da più decenni. Le dispense, le madie, gli scaffali e le gerle lacere erano vuote, ammuffite e nere e infestate di scarafaggi. E la luna penetrava dai battenti fracassati a rischiarare di azzurro gelido quella casa desolata.
Sgomberarono dai cocci il lungo tavolo di quercia: ci distesero Maja'. Casaccarubbio frugò la stanza, cercò paglia e un acciarino:
«No», disse Augustino, «ché per difenderci è meglio il buio.»
Parlotristo guardò la scala - ma in realtà i gradini rotti - che salivano al primo piano e una soffitta, probabilmente. Incoccò un altro quadrello, prese in spalla la faretra:
«Salgo a vedere se c'è un buon trespolo... e a fare visita al nostro ospite.»
«Come mai, secondo voi, non è già sceso a calciarci in culo?»
«È un fuggiasco, un mendicante, c'è pure il caso che sia malato: lo avete visto, che colorito...», Augustino si schifò, «come noi: è un disgraziato, ma nessuno vive qui. Vacci piano: avrà paura.»
Parlotristo imbracciò l'arma. Salì cauto sui gradini. Scricchiolarono e si incrinarono sotto i chiodi degli stivali.
«Pace! Amici! Non vogliamo farti male!»
Sparì nel buio. Raggiunse il piano. Lo ascoltarono salire ancora. E pispigliare nervoso e incredulo dalle tenebre in soffitta:
«Ehi, compagni... ma qui non c'è nessuno.»


Gli albanesi minacciarono, inveirono:
«Bastardi! Ma noi ritorna, sì?! Ma noi ritorna! Noi domani viene in molti! Vi ammazziamo come cani!»
Si allontanarono a culo dritto finché scomparvero nel grano biondo. Era strano - Augustino rise - vederli a piedi: gli sembrarono indifesi; gnomi ridicoli, storpi, innocui con quelle gambe robuste e storte di chi è cresciuto e chi vive in sella. Non avrebbero rinunciato, non li avrebbero risparmiati.
«Tuttavia, questo è sicuro, non combattono appiedati. Non tenteranno di entrare in casa.»
«Sia vero o meno», gli rispose Casaccarubbio, crollando esausto con gli occhi gonfi su un mucchio logoro di vecchie iute, «più di così non resisteremo. Dormo in piedi: basta, mollo.»
Piombò subito a russare con la spada stretta in pugno.
Augustino chiamò forte Parlotristo su in soffitta: gli rispose il biascicare e l'incoerenza di un assonnato. Salì a cercarlo, lo trovò là: era appostato a un finestrone, chino a dormire sulla balestra e incapace di resistere a un altro turno di sentinella.
Maja', freddo e sbiancato, era immobile sul tavolo. Il petto enorme si sollevava, si riabbassava in respiri lenti che gli facevano temere non gli sarebbe rimasto molto. L'assito sudicio, sotto il tavolo, era intriso di troppo sangue.
Lui provò a resistere alle vertigini e il mal di testa, tremò di freddo, si sfregò gli occhi e sentì piombo nelle membra.
La vista gli si offuscò.
«Fosse pure per un'ora», si abbandonò, «sarà meglio che io dorma.»
Gli spezzò subito il sonno un incessante martellare. Pur incosciente e con gli occhi chiusi sapeva che - forse era un incubo - c'era qualcosa che percuoteva le vecchie mura di quella casa. Il suo riposo fu faticoso, gli sembrò di non dormire.
Tuttavia spalancò gli occhi che i raggi rosa del nuovo giorno penetravano le imposte e riscaldavano la stanza. Casaccarubbio ronfava ancora a pancia sotto sui vecchi sacchi.
C'era olezzo di mattatoio.
Quel toc-toc alle pareti.
Che cessò quando si accorse del cadavere di Maja'.
Il sangue perso colava nero dalla ferita della tagliola, dai troppi fori e le frecce infitte che gli scavavano le budella. Si allargava sul pavimento fino a un rivolo sotto l'uscio. Una scutigera strisciava svelta sul naso, i labbri, fino agli occhi spalancati sul Purgatorio dei peccatori.
Lui tossì lo schifo, si schiaffeggiò per scacciare il sonno e scrutò, fuori le imposte, allo steccato del casolare: degli Spahi non c'era traccia. Se quei bastardi gli concedevano un altro giorno di vantaggio pensò fosse molto stupido non cercare di approfittarne.
Calciò il compare sui sacchi sozzi e corse sopra da Parlotristo:
«Maja' è crepato, dobbiamo andarcene.»
Trovò l'altro ai raggi fiochi che penetravano dal lucernaio: ma non era teso allerta contro i probabili assalitori.
Guardava attonito il bizzarro affresco su una parete di quella stanza.
La notte prima, col buio pesto, non poterono vederlo. Era una danza di contadini e contadine e altri villici; i malgari, i taglialegna, le mugnaie e gli artigiani. Tra la folla si distinguevano miserabili soldati, mendicanti, gli appestati e preti poveri di campagna. L'autore anonimo del dipinto non era stato di quegli artisti che illustravano il palazzo dei Signori di Montefeltro: le figure erano rozze, era il tratto di un bambino. Ma nei volti allucinati di quell'orrida carola c'era un vivido, spaventoso e inquietante realismo.
Era impossibile dubitare fossero state persone vere. Gli attributi, i loro abiti, certi caratteri nei cartigli in didascalia suggerivano fossero morte già da almeno duecento anni.
Ma più di tutto li disturbarono quelle creature smagrite e gialle, coi cappucci insanguinati, che tormentavano i personaggi con mazzuoli e tamburelli, percuotevano il pavimento e la parete del dipinto.
Quella danza precipitava in una fossa di sepolcreto sul cui ciglio si sedevano quei minuti mostri gialli: la cui mazza, finalmente, sembrò loro che tacesse.
L'espressione birichina, soddisfatta dei demonietti era solo ripugnante.
«Li ho sognati per tutto il tempo», Parlotristo rantolò, «toc-toc l'intera notte... Viene giorno, ho aperto gli occhi... sono qui, diocristo! Demoni!...»
«Hai le traveggole, ma è normale: non mangiamo da due giorni. Maja' è fottuto, ma niente Spahi. Facciamo in tempo a salvarci il culo. Tempo un giorno - stringiamo i denti - e arriveremo al di là del fronte. E 'affanculo i Da Mogliano, i Malatesta e i loro sgherri.»
Lo interruppe un tuono sordo, le pareti si creparono, il pavimento e l'intera casa sussultarono di scosse:
«... e adesso cosa?...»
«Il terremoto! È un terremoto!», Casaccarubbio gridò dabbasso.
Nello schianto e i crepitii dei laterizi e le travi a pezzi avvertirono, come un'eco, quell'insistente toc-toc maligno.
Dal piano terra. Soltanto là.
Imprecarono, pregarono e si aggrapparono agli architravi:
«Bisogna uscire! Dobbiamo andarcene!»
Parlotristo scattò alle scale, Augustino lo avvertì che no! Ma il compare era già sceso sui gradini fatiscenti.
Scricchiolarono paurosamente.
Lo ascoltò, si tolse in tempo.
Ma la rampa tutta intera, legno, chiodi e calcinacci, crollò addosso a Casaccarubbio con una parte di mura e il tetto.
Ossa, sangue e la poltiglia nella polvere.
Quel toc-toc a una parete e un immobile silenzio.


Si calarono al pianterreno scapicollandosi fra le macerie, la polvere si posò. Stettero attoniti, atterriti, increduli sopra il mucchio di mattoni che aveva ucciso il compagno d'armi.
Anche il tavolo di Maja' era sepolto da quel disastro. Due pozze nere fumanti e dense che si allargavano sotto i sassi.
Augustino scavò d'istinto fra gli assi rotti, il pietrisco e tegole; si affannò a un'enorme trave c'era impossibile sollevare. Gridò all'amico che l'aiutasse, perché forse è ancora vivo!
«È tutto inutile.»
«Scava, scava!»
«'Cazzo fai? Devi calmarti», Parlotristo lo freddò: lo prese a sberle, gli ruggì in faccia finché si arrese:
«Va bene: è morto.»
«Lo saremo anche noialtri. Adesso sì: dobbiamo andarcene.»
Ma si accorsero che la scossa li aveva chiusi fra quelle mura.
«... se gli Spahi non ritornassero c'è comunque 'sto problema... »
L'architrave era crollato, e il portone era inagibile. Assi pesanti cadute oblique, e gli stipiti e i battenti, erano rotti e inamovibili dalle finestre del pianterreno. Traverso quelle non si passava. Era tutto in equilibrio troppo precario e inaffidabile: sezioni grosse, pericolose, tutte crepate delle pareti, si sbriciolavano e scricchiolavano a ogni passo cui s'azzardavano.
Se le avessero rimosse?
Parlotristo accennò ai compagni che giacevano fra i detriti:
«Faremmo entrambi la stessa fine.»
Valutarono di arrampicarsi e ritornare fin in soffitta: il lucernaio abbastanza largo, e il mezzo tetto che non c'era più, li illusero di scamparla calandosi dall'alto. Ciò che restava di quei gradini si schiantò di fronte a loro, un fumo bianco si diradò su una parete di dieci metri tutta crepe, niente appigli e troppo fragile per due persone.
«... e in caso, poi, per scendere: come credi che faremo?», Augustino si avvilì, «se ci rompessimo una gamba saremo morti allo stesso modo.»
Parlotristo guardò all'azzurro terso e sghembo sopra loro, quello spaccato di cielo limpido fra le tegole cadenti.
Smoccolò, trovò i quadrelli e incoccò la sua balestra.
Torvo, determinato.
«Cosa fai?», lui gli ringhiò.
Si sentì nudo della giusarma abbandonata su uno sgabello.
Parlotristo socchiuse gli occhi a un'eco stridula su di loro. Puntò in alto, tirò: un grido acuto ferì l'azzurro.
E un fagiano cadde trafitto e agonizzante tra i loro piedi.
«Questo, almeno: spennalo, si mangia.»


Nel pomeriggio si annuvolò. Li travolse un acquazzone. E la pioggia trasformò quel loro carcere di macerie in un trogolo di fango, di sporcizia e vermi e insetti. Tuttavia si denudarono nella gioia di quello scroscio, e riempirono i bacinetti, la cervelliera, gli elmetti inutili dei due morti di acqua calda e polverosa che ingollarono grati a Dio. Poi tornarono, disperati, stesi al cielo sulle macerie. Riascoltarono i cinguettii che salutavano il temporale, la brezza fredda che allontanava le nubi gravide e lo stillare di foglie e pietre che si scrollavano dalla pioggia. Le gocce sporche che si spegnevano nelle pozzanghere via via rasciutte.
Plic plic.
Toc-toc.
Quel percuotere alle pareti.
Si scambiarono uno sguardo e si drizzarono atterriti: e implorarono l'un l'altro, nel volto pallido e spiritato, di trovare il conforto brusco che fosse solo una suggestione.
Ma l'insistito toc-toc di mazze suonò più forte, su tutto il muro; fece tremare l'intera casa e aprì nuove e orrende crepe.
«È un'altra scossa!»
«Se invece fossero...»
Parlotristo guardò tremante a quel frammento dell'affresco restato intatto a sconquassi e crolli che devastarono la soffitta. Era affollato dai mostri gialli, giurò che fossero molti di più. Con i martelli e con i tamburi su quell'intonaco sbriciolato.
«È il terremoto!», insisté Augustino: ché il terreno, le pareti, gli oscillarono tutt'attorno. Cercò riparo a ridosso il muro che gli sembrava più resistente; «Questo regge!», gridò al compare.
Ma Parlotristo corse al portone:
«Io me ne frego!», strisciò fra i travi.
«Così ti ammazzi!»
Non lo ascoltò. Li assordò lo scricchiolio, lo schianto sordo di legna, massi e un boato lungo e lugubre che echeggiò da sottoterra. L'inesausto, folle strepito di tamburi e di sghignazzi.
Un'altra scossa spezzò le travi che incorniciavano il portone: i pali aguzzi, scheggiati, torti, trapassarono le viscere e il costato di Parlotristo.


È un dipinto. Non esistono.
Solo un cazzo di dipinto.
È andata male, sfortuna nera. Ma non mi faccio suggestionare.
Dài, ragiona: puoi cavartela, bastardo!
Augustino rosicchiò quanto restava del fagiano, brucò le foglie e quell'erbe amare che infestavano le crepe. E ingollò l'acqua piovana che arrugginiva nel bacinetto.
Restò seduto a guardare fissa, finché il tramonto gliela negò, quella carola di folli e demoni polverizzata dal terremoto; solo macchie colorate in un intonaco sbriciolato.
Se possibile i mostri gialli erano peggio dei personaggi: gli scarabocchi di un deficiente che credeva nei folletti.
Timpani e mazze. Cappucci rossi.
Li guardò per tutto il giorno.
Li ascoltò per tutto il giorno.
Non vide niente e non sentì nulla, non si specchiarono nei vetri rotti.
Erano morti di fatica e stenti ma ottenebrati da un idiota incubo. Per lo scontro con gli albanesi, l'inseguimento e il terremoto. Chi ne sarebbe sopravvissuto?
Io!, si ripeté.
Spogliò i morti, si equipaggiò: tenne il meglio che ancora avevano. Vestì leggero, frugò i denari, legò in vita la giusarma e calzò l'elmetto buono che era stato di Maja'. Era incapace con la balestra, non gli poteva tornare comoda. Rinunciò all'azza di Casaccarubbio che a malapena poté brandire.
L'eco lontana di cavalcate lo consigliò di aspettare notte: volle gridare e chiamare aiuto, ma... fossero stati quegli albanesi? Gli giurarono di tornare sui camerati che aveva ucciso: è quel genere di conti che non restano in sospeso.
Stette fermo, calmo, buono finché la luna brillò nel cielo. Si trovò chiuso in quel nero rudere più sinistro e oppressivo.
Fatta eccezione per la soffitta e il tetto aperto sulla salvezza.
Su un tentativo.
Doveva farlo.
Casaccarubbio pesava troppo, Maja' era quasi obeso. Parlotristo uno spilungone con tanti muscoli e troppa fifa: spese un amen per i compagni, non ce l'avrebbero fatta insieme.
Lui, però, più svelto e mingherlino, poté sperare di arrampicarsi e che le travi gli resistessero.
O tento o muoio, Chissenefrega?
Saltò alle travi fissate al muro che sorreggevano la vecchia scala: ci si aggrappò, si ferì i palmi, scricchiolarono e si flessero.
Ma lo ressero, perdio!
Scattò di reni, sollevò le gambe e strinse un'asse fra le ginocchia: salì ancora; è quasi fatta! Graffiò frenetico la parete, si tenne forte a qualsiasi appiglio: steli d'edera, rientranze e un mattone fuori posto. Schegge, polvere e pietrisco lo accecarono e travolsero. Ma la parete restava in piedi, mancava poco. Dài, resisti!
Tese il braccio all'assito logoro del pavimento della soffitta.
Là, a pochi metri, c'era il rettangolo del finestrone.
Sgombro, intatto.
Solo a pochi metri.
E in mezzo il vuoto.
Non c'era nulla.
Non c'è più un cazzo per aggrapparsi!
Volò a raggiungerlo, mancò la presa. Sentì il legno marcio e umido penetrargli nelle unghie.
Cadde.
No!
Qualcuno lo afferrò.
Mani piccole, gialle, ossute gli si strinsero attorno ai polsi.
Sentì un ansito, un affanno, un inumano e maligno ridere; lo trascinarono a pancia sotto sul pavimento del sottotetto.
Le creature lo guardarono ai freddi raggi notturni e blu. Quei volti gialli deformi e vizzi dai denti radi affilati e marci. Quei cappucci insanguinati sui grandi orecchi e sugli occhi piccoli. Quell'orchestra di tamburi e quelle mazze di ossa umane.
Augustino balzò in piedi, si appiattì contro l'affresco. Sentì fendersi la parete, lo offuscarono le vertigini. Sbatté le palpebre, si sfregò gli occhi e si segnò contro quell'incubo.
Le creature erano lì.
Si aggrovigliavano nel buio.
Centinaia, centinaia, centinaia di quegli orrori in uno sciame sul pavimento e in grumi e nugoli sul soffitto.
Lui, terrorizzato, si buttò dalla finestra.
Inciampò sul davanzale e batté il grugno su un abbaino, una tettoia di piccionaia, scivolò su una legnaia. Batté le natiche sul maggese e bestemmiò di un dolore atroce, sboccò di nausea per la gamba rotta che gli impedì di rialzarsi in piedi.
Si alzò sui gomiti. Rise forte:
«Sono vivo! Sono fuori!»
Si sentì debole, perse i sensi e sprofondò in una fredda pece.


Aprì gli occhi a un brutto villico che lo guardava dallo steccato: se ne stava fermo là, a due-tre metri da quel recinto, con una falce appoggiata in spalla e l'altra mano affondata in tasca.
La frattura tornò a pungerlo.
Cristo, un male cane!
Si sbracciò, rantolò e finalmente riuscì a gridare: ché quell'idiota lo soccorresse, «ehi, buon uomo!». Slegò il borsello, lo vuotò a terra. Fece brillare i denari d'oro.
Il contadino restò in silenzio.
Scosse il capo e rifiutò.
«Ti faccio ricco!», insisté Augustino.
«Meglio vivo. Lì non entro.»
«Di', sei scemo?!»
«Quella terra è maledetta. Vedi? Il vescovo l'ha sigillata.»
Gli mostrò le strane lettere e le croci sul legname: pantacli, pergamene e medagliette di esorcismo.
«È una cazzata! Ci credi tu?!»
«Ci credo eccome! Più matto te.»
«Dio, sto male!»
«L'avrai voluto. Mazzamurelli. Cosa credevi che ti aspettasse?»
«Mazzacheccosa?!»
Il contadino batté le nocche sul lungo manico della falce:
«Quelli ti avvertono: toc-toc. Loro lo sanno, che tocca a te.»
Se ne andò senza voltarsi. Augustino gli gridò dietro. Si trascinò nel maggese brullo, provò ad alzarsi, crollò più volte. Ogni volta, ogni caduta, il dolore fu più acuto. Zanzare e sole lo morsicarono e gli bruciarono le spalle, sudò sozzo come un porco e inghiottì la terra secca.
Lo steccato, l'erba, l'ombra, la frescura e il fiume, l'acqua, rigoglivano di fronte a lui manco a un tiro di balestra.
Un batter d'occhi, se fossi sano.
Sarebbe subito saltato là.
Trascinarsi fu una pena. Boccheggiò in quel campo arido.
Tuttavia si consolò che la nottata era trascorsa. Ch'era fuggito da quell'inferno, da quella casa, quei mostriciattoli. Gli altri, tutti, erano morti; lui scampato. Il pensiero lo incoraggiò.
Come ha detto che si chiamano? Mazzamurelli, toc-toc sui muri. Ma che si fottano, 'sti contadini! È il terremoto: non m'ha ammazzato! Chi c'ha i coglioni, qui?!
Arrivò alla staccionata. Ruzzolò dall'altra parte. Affondò il viso nell'erba per riprendere respiro.
Un rullio di tamburelli, un improvviso calpestio, il ronzio di un crine o tendine e di un corno che si fletteva.
Toc-toc.
Alzò lo sguardo. Corse all'elsa della spada.
Ma il tamburino a cavallo Spahi scoccò la freccia e colpì nel cuore.


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2 commenti:

  1. Bello! Era dai tempi di Harry Potter che non leggevo qualcosa sui "berretti rossi" (qui in versione italica e decisamente incattivita).
    La parte iniziale è un po' sofferta, con tanto name dropping geografico, ma dallo scontro con i spahi in poi diventa sempre più "fluido" fino al finale.

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    1. Il racconto parteciperà a un'antologia dedicata al folklore italiano: un racconto per ogni regione. Io sarò l'autore per le Marche, e ho scelto di scrivere dei Mazzamurelli :-) La necessaria parte iniziale ha lo scopo di collocare geograficamente e storicamente la vicenda: avrei forse potuto esplicitarlo nei dialoghi (in parte l'ho fatto), ma sai che preferisco le descrizioni di paesaggi :-)

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