Uno Studente di Târgoviste (Incipit)

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2 Commenti

Sono onorato di fare parte di un progetto editoriale di grandissimo prestigio, cui non posso anticipare alcunché fatta eccezione per il mio incipit qui di seguito. Dovrete attendere alcuni mesi per conoscere i dettagli: spero, nel frattempo di riuscire a incuriosirvi...

Le campane di Curtea Domnească rintoccarono l'orthros, l'alba livida di ottobre si insinuò dalle finestre, si insanguinò degli smalti rossi delle vetriate della biserica e splendette sui candelabri, le patene e i crocefissi e la seta dei veli candidi sugli altari di granito.
Un Knyaz e i cavalieri sgomberarono i mendicanti, i devoti, i vagabondi e le prostitute rifugiatisi sotto il portico a sopravvivere alla notte ingrata:
«Fate largo ai Principi!», batterono sugli scudi.
Vlad trascinò per mano Radu recalcitrante: il Metropolita li attendeva sotto lo sguardo del Pantocrator nell'immenso mosaico che indorava la volta. I sacerdoti accigliati e neri li accolsero con un inchino, accennarono a che sedessero sulle panche in prima fila: si voltarono all'altare e inginocchiarono alla mensa. Lui e suo fratello, sprofondati nei seggi d'ebano, si assopirono all'odore intenso di sudore e incenso e pece: il prete anziano li rimbrottò, intonarono l'Introitus, e cantarono il Kyrie eleison e ricevettero l'eucarestia.
Il freddo mordeva loro le carni pallide e delicate. Dalle trifore romaniche che ferivano le pareti li investì una luce gelida, spietata, polverosa: Radu, intirizzito, sporcò il sedile di calda orina.
Sopportarono il gelo e i brividi, si congedarono nella pace. I sacerdoti li accompagnarono fin la soglia della chiesa, li riaffidarono alla druzhina con l'araldica del serpente:
«Il principe Radu può tornarsene a dormire: guardatelo, come trema! Non vorremo che si ammalasse. Quanto a voi, principe Vlad, devo condurvi dal precettore.»
«Andrò da solo: sono un ragazzo, ma non temo un erudito.»
I cavalieri di suo padre il voivoda risero forte e lo lasciarono. Lui imboccò le scale che da un ampio peristilio si arrampicavano alle terrazze di una vasta cittadella; il giorno nuovo brillò stregato sui vetri strani e l'ottone e il bronzo di strumenti incomprensibili e gli affusti dei cannoni. Passò attraverso l'ampio scriptorium che tossiva di amanuensi e che friniva di penne d'oca che grattavano sui codici; vide un novizio che si affannava ad una Chronica Slavii Reges a miniare le quattro cifre 1 4 4 3.
Erotocrito non si accorse, non si curò della sua presenza: il suo didascalos era intristito dalla fatica, la pena, un'amarezza di età canuta, a un balcone appartato che si affacciava a sud-est. Il suo sguardo sorvolava l'arsa steppa e la Muntenia, le guglie, le croci e i bastioni di Budapest; scavalcava i monti Rodopi, i Balcani taglienti e bruni e scendeva fino in Tracia a illuminarsi nel mar di Marmara: una visione di seicento veste fino alla splendida Costantinopoli.
«... forse che in Egitto non c'erano sepolcri, che ci hai portati fin qui, lontano, a morire nel deserto?...»
«... e perché è meglio per noi servire qui in Egitto?», il vecchio greco gli fece eco.
«Me la immagino meravigliosa.»
«Sei un cucciolo transilvano: che vuoi saperne di civiltà?»; Erotocrito guardò la miserabile Târgoviste, e i Carpazi crudeli e neri che laceravano l'orizzonte, con una smorfia di dolorosa, schifata, quasi aborrita costernazione; «ma la vita mi ha spiaggiato in questa tetra solitudine: così ha voluto dio.»
E gli sorrise, gli arruffò i capelli e si avvolse nel mantello: il blu e la porpora dell'Oriente scoloriti di tristezza. Attraversarono le gallerie che si affacciavano ai cupi boschi: il didascalos, con il bordone, batteva trochili ed architravi; gli indicava una macchia d'alberi, il bestiame che pascolava e i mercanti, gli artigiani ed i sudditi che affollavano un mondo esterno di strepiti e di eccessi:
«Quercus, columni, bovis et pastoribus.»
«Boves, columnae: sbagli sempre con i plurali. E confondi i nominativi coi genitivi e con gli ablativi.»
«A cosa serve che io conosca il greco ed il latino?»
«Il latino è per regnare quale principe di Valacchia, e il greco è necessario per apprendere l'ebraico.»
«Perché dovrei parlare la lingua dei giudei?»
«Le cose del creato obbediscono ai loro nomi: quali Adamo assegnò loro e quali Cristo li pronunciò.»
«Ma il Vangelo è tradotto.»
«Lo sono anche le oscenità di Plauto e di Aristofane.»
«... è un segreto che devi apprendere, se vuoi essere il padrone...»
Madalin, l'astrologo, si inchinò al loro passaggio. Vlad volle fermarsi a ricambiare quell'omaggio, ma il vecchio greco lo tenne stretto alle spalle e la collottola e lo costrinse a tirare avanti e ad ignorare quel laido mago. Lui non resistette a sbirciare dall'uscio aperto sul segreto vaporoso del gabinetto di scienze occulte: gli ammiccò un maligno invito.

(... continua ...)


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2 commenti:

  1. «Sei un cucciolo transilvano: che vuoi saperne di civiltà?»

    Beh, effettivamente...
    Mi piace come finora hai reso l'atmosfera davvero incivile dei Carpazi.
    C'è una sovrabbondanza di termini specialistici all'inizio, ma ci si passa attraverso senza troppa difficoltà.

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    1. Eeeh ma tu sei avvantaggiato riguardo i termini specialistici e slavi ;-)

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