Cristina (racconto completo)

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Se questo blog da qualche mese è migliorato, se è migliorata da almeno un anno la mia scrittura, se l'Avvilente su Facebook ha 180 seguaci, lo devo in parte alla mia lettrice, admin, amica e a volte editor Kaoutar Dadi. A breve lei e Luca - il suo compagno - avranno una bambina: il mio regalo per il battesimo è questo piccolo racconto.

«Il punto è che tu vuoi travestire tua figlia da teppista psicopatica», Luca si spazientì.
«Tu da posseduta.»
«Regan MacNeil non è mai stata considerata un modello da imitare: lei è solo iconica.»
Kaoutar non lo ascoltò. Trovò nel guardaroba il suo costume da Harley Quinn, conservato in formalina da ormai otto o dieci anni, prese la mazza dal portaombrelli e la porse alla bambina: Cristina le sorrise.
«Né le maestre né i genitori degli altri bimbi hanno visto l'esorcista: è una festa dell'asilo, è un film cult, ma ha cinquant'anni! Come pensi ci rimarrebbe se non capissero il personaggio?»
«Piccola», lui le chiese, «scegli tu: quale ti piace?»
«La faccia bianca con gli occhi gialli che hai detto te con il bastone del basbal; quella cuffia con i corni rossi e il crocinfisso con il sangue finto.»
Kaoutar, Luca, si guardarono rassegnati:
«... l'importante è che si diverta...»
La truccarono da indemoniata e la vestirono da giullare, le insozzarono il costume con la zuppa di piselli:
«... ché la usarono sul set per fare il vomito e l'ectoplasma!», lui si entusiasmò.
A Kaoutar inteneriva che la figlia, a quell'età, si divertisse a picchiare duro con la mazza e il tirapugni: le ricordava di lei ragazza nelle palestre di krav maga.
Il pc e il televisore, in cucina e nel salotto, insistevano a trasmettere le dirette satellitari di quella cosa spaventosa e enorme che aveva invaso la termosfera: il detrito o meteorite che incombeva sulla terra.
«... è stazionario da nove mesi», ripeteva la cronista, «nessun tipo di attività...»
Il dottor Robert B. Kerr dell'osservatorio Arecibo - Alberto Angela lo presentò - dovette ammettere che quell'oggetto non rispondeva a nessuno scanner, mandava in tilt la strumentazione di sonde e shuttle lanciati ad esplorarlo e sbarcarvi un equipaggio. E la video-conferenza coi luminari di Greenwich, Madras, Pulkovo, Zijinshan e della Specola Vaticana degenerò nell'ineluttabile allusione al veicolo spaziale di un'altra civiltà.
Uno stacco pubblicitario azzittì la dotta disputa. Bibite, menu MacDonald, case d'auto, biscotti, pay-tv, telefonia e i reality deficienti avevano a tal punto commercializzato quell'evento che la paura di apocalissi si era freddata in indifferenza: il grande pubblico non sopporta trecento giorni di attesa. Il cielo rosso e i vapori porpora che opprimevano il pianeta - Kaoutar inghiottì - le incutevano tuttavia un'angoscia di catastrofi.
Cristina era vestita, corse fuori spiritata, salì in auto sul sedile posteriore e strillò dal finestrino «dàiandiamodàiandiamo!»
Luca mise in moto, l'autoradio riferì ancora su quella cosa:
«Otto stazioni su ventiquattro che trasmettono di 'sta roba»; inserì nell'USB la chiavetta con il black metal.

*

Il salone era gremito di Thor e Hermione, Batman, Harry Potter, Rocket, la Khaleesi, Kylo Ren, Ezio Auditore, Superman, Space Marine, Pikachu, Wonder Woman e il Quindicesimo Dottore. Harley Satana li tormentava gridando «bleah! sono il diavolo!» e colpendoli sulla testa con la mazza a stelle & strisce. Sui teloni alle pareti, in un loop di dieci ore, si alternavano sequenze fantasy e science-fiction dall'obsoleta collezione di blue-ray dell'istituto. I genitori annoiati e esausti, esaurito l'argomento figli, si rannicchiarono in solitudini digitali sulle scomode sedie in formica allineate alle pareti. All'improvviso sul ponte di Khazad Dum Gandalf ammonì il Balrog per sette volte consecutive. Luca alzò lo sguardo alla cabina di regia:
«Si è impallato il lettore!»
Il tecnico dell'asilo, in quello strepito di bambini, si strinse nelle spalle a fargli intendere che non capiva.
Kaoutar fu distratta da un bagliore alle finestre, che squarciò lo scarlatto immobile delle giornate di quei lunghi mesi: una reporter di RaiNews 24 gridò, terrorizzata, dall'i.pad di un'altra mamma collegata alla diretta:
«È un attacco! È un attacco! È un attacco! È un attacc...»
La luce bianca li accecò e bruciò, durò un battito di cuore, vuotò pensieri e spezzò le vite e rase al suolo tre continenti. Cristina si accasciò sotto i coriandoli e i pop-corn, sotto i corpi dei compagni investiti dall'irradiazione. I cadaveri e i festoni, i pvc lacerati, la protessero dal fuoco degli ordigni extraterrestri.

*

La pattuglia di rastrellamento si inoltrò fra le rovine, la voce calda di un macchinario restato integro echeggiava sulla coltre di quei piccoli carcami. Numero Dodici drizzò il tentacolo a quella cosa che si muoveva:
«Caposquadra!», gorgogliò, «Ce n'è uno vivo!»
La terrestre si scrollò dalla cenere e i rifiuti, barcollò contro di loro ammutolita con gli occhi gialli, vuoti. L'orrido ghigno sul volto pallido, piagato, e quei corni rossi e neri e i paurosi campanelli. Brandiva un'arma...
«... tu non puoi passare!...», li sfidava il macchinario: era senz'altro il traduttore psichico delle intenzioni di quella belva.
«... nei... manuali di addestramento non c'era scritto che fossero... così!... è terribile, è orrenda!», tremò Numero Uno, «ritirata, ritirata!»

© Alessandro Forlani 2016


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