Gli scrittori regalano racconti. Non può perciò mancare, a dicembre, l'ormai tradizionale novelluccia di Natale... Lamenterete che è troppo breve, e ammetto che è così: ma è stato un autunno-inverno molto fitto di impegni, trasferte, e poco tempo per scrivere; queste poche cartelline le ho pagate qualche ora sottratta al sonno. Poiché è stato l'anno di "Clara Hörbiger", ho deciso per l'ambientazione steampunk nel Reale Opificio di Pietrarsa. Buon Natale, buoni libri carissimi lettori!


Gioachino tolse i fogli dall'astuccio di ottone e daino, srotolati li fissò al tavolo - con puntine da disegno - e studiò quell'astrusa cosa con una lente d'ingrandimento:
«A che vi serve quest'accidente?!»
L'Ufficiale di Guardia Svizzera gallonato, scarlatto, rigido sull'attenti in uno schiocco di tacchi lucidi, tintinnò di medaglie e sproni all'unisono con gli orologi, gli ingranaggi, i bilancieri e le macchine che echeggiavano inesauste fra le volte dell'officina.
«Sua Maestà ne commissiona duecentomila unità: consegna improrogabile il ventiquattro dicembre.»
«Scherzate!», lui trasecolò, «Poco meno di venti giorni per produrne in così gran quantità! Se non capisco neppure di che si tratti; se voi non vi spiegate...»
Spostò l'elicolampada sulle tavole quadrettate: alla luce del lume a gas, che tossiva sospeso in aria, lesse l'intestazione del progetto di quegli ordigni. Sfregò le dita macchiate ed unte su un'E maiuscola - un'incipit - che restò nera e illeggibile di inchiostro e di carbone.
«Segreto militare. Nell'ambito del programma Forche Feste & Farina. Questa vostra officina, all'avanguardia nel continente, certamente saprà rispondere alle istanze dell'Esercito.»
«Al servizio come il solito del nostro Re Ferdinando, l'Opificio di Pietrarsa farà quello che è in mio potere.»
«Farà quello che v'è ordinato», lo ammonì l'Ufficiale; se ne andò a passò dell'oca senza ammanco salutare.
Gioachino lo guardò scendere fino l'atrio, percorrerlo a disagio, curioso e spaventato dai marchingegni stipati là; degli enormi locomotori in costruzione negli hangar, i gigautomi da processione con le fattezze di San Gennaro, i lanciarazzi per Capodanno e i siluri MAR-AD I.
Due roboti-camerieri lo attendevano all'ingresso, gli portarono per le briglie il suo cavallo recalcitrante: gli aprirono le inferriate e consentirono il galoppo. Lo Svizzero filò via fra i fichi d'india, le ortiche, e scomparve all'orizzonte sulla strada per Napoli.
Lui ritornò torvo all'almanacco pneumeccanico incastonato nel legno nero del suo tavolo da lavoro: le cifre 01.12.1855 lo lasciarono impensierito e arrabbiato per quell'urgenza; l'ora - le 19.00 - lo invitava a tornare a cena; al suo sigaro e l'Aversa e le coccole con Rosa... Ma temette che quella sera, e per le prossime settimane, non avrebbe più lasciato l'aule immense della fabbrica.
«Mi servono i migliori: faranno gli straordinari.»


Il crepuscolo di Pietrarsa fu rintronato di allarmi, le sirene dell'Opificio ulularono l'adunata. Dalla cupola telescopica e teleterica dell'officina, irta di periscopi, di antenne e parafulmine - un istrice di ottone fra i cespugli di ginestre - Gioachino guardò alla strada che serpeggiava fin i cancelli annuvolarsi di cenerognolo e scrosciare di ghiaino; quegli spurghi di vapormobile che correvano incolonnate. Più vicine riconobbe, nelle lenti dei cannocchiali, le insegne araldiche di Cavaliere di Macchina degli illustri suoi colleghi: fu lieto di constatare che gli avevano risposto.
I roboti, all'ingresso, spalancarono i cancelli; cigolarono in un inchino a quei dodici ingegneri. Lui scese le scale, dalla cupola al salone, ad accogliere i suoi pari a quell'urgente consultazione. Dietro lenti, monocoli, favoriti e mustacchi; sotto fronti corrugate e i sopraccigli cisposi, indovinò l'indisposizione e il fastidio alla chiamata: che li negava alle pennichelle e i maccheroni e le prostitute; all'ippodromo, ai cani; il biliardo e le scommesse e i soci dei loro club. Cionondimeno lo salutarono con il dovuto rispetto: allacciarono i guanti, gli occhiali, gli zinali di cuoio, sui panciotti damascati e sull'amido dei frac.
«Di che cosa si tratta, Eccellenza Direttore?»
Gioachino mostrò loro quei ridicoli progetti: già infittiti e incomprensibili di sue note, di impronte sporche, di macchie di tabacco e di aloni di caffè:
«Sua Maestà ne pretende duecentomila.»
Gli ingegneri perplessi, niente affatto persuasi, si passarono di mano in mano le proiezioni e le schede tecniche:
«Non sembra quel che vuol essere.»
«Capirai!», disprezzarono, «È un'idea dei militari!... peggio ancora: quell'imbecille di Ferdinando!»
«Se l'arma ha da funzionare, e sorprendere il nemico, suggerisco innanzitutto un intervento mimetico. Fabbrichiamola ad immagine del nome che le hanno dato.»
«... non ho letto granché bene...»
«... sembrerebbe un'A maiuscola...»
«Queste gambe, queste braccia che dir si voglia, andrebbero sostituite con i rami e le radici. Le granate le agganceremo alle fronde.»
«Il busto e la testa vanno fusi in un unicum; l'elica andrà in cima: la vedrei bene con cinque pale come fosse un'asteroidea.»
«Il boiler, la caldaia, alla base in un vaso.»
«La struttura va attorcigliata di fil spinato, dovremmo colorarlo; gli involucri esplosivi disposti tutt'attorno.»
S'ingegnarono, consultarono, elaborarono l'intera notte; incontrarono all'alba maestranze ed operai. Ricopiarono al pantelegrafo i progetti modificati, li affidarono alle squadre ed avviarono i lavori. Nei turni di sei ore che si seguirono ininterrotti, alternando notte e giorno il personale, gli automi, Pietrarsa fu sempre accesa di altoforni, galvaniche; vomitò liquami tossici e appuzzò le miglia attorno, borbottò di caldaie in opera e sibilò d'arroventamenti. Gli esemplari della macchina finiti e funzionanti, imballati a centinaia, a migliaia nei container, viaggiarono sui binari da Teramo a Palermo, ingombrarono Catanzaro e infestarono Gallipoli. Sulle casse c'era il simbolo del Reale Opificio, il sigillo dell'Esercito e ammonimenti in vernice rossa: massima priorità. Caporali di dogana, imbarazzati checché obbedienti, autorizzarono treni e navi fra i distretti e le provincie.
Gioachino fuse l'oro, il platino e l'argento per fabbricare di propria mano l'esemplare per Sua Maestà; il consesso dei Cavalieri, con il bulino e l'inchiostro d'acido, firmò con i propri nomi quel bijoux di distruzione.
Le sale, gli androni, i focolare di tutto il Regno; piazze e luoghi pubblici addobbati per Natale, allocarono quegli ordigni recapitati da Re Borbone.


Gioachino e gli ingegneri in collare e finanziere, con i baffi impomatati, i ricci candidi imbrillantinati, trascinarono innanzi il trono il carrello con l'involucro: lo fermarono antistante al presepe di rare Capodimonte del XVIII secolo. La Regina si coprì il viso con il ventaglio, le dame le accarezzarono le braccia pingui, inguantate, a soccorrerla dall'emozione di contemplare chissàccheccosa.
Ferdinando tirò col sigaro, lo smorzò nel bracciolo d'oro: grattò il ventre pantagruelico di pastasciutte e insistette iamme, iamme!; che strappassero le corde! I Ministri e i Colonnelli del medesimo eccitati.
Sciolsero le incerate e mostrarono la macchina.
«Ca' cazzo avit fattò?!», Sua Maestà si sbigottì.
L'ordigno luccicava di un centinaio di palle - insospettabili shrapnel - innescate ad un festone di fil in ferro che arrampicava le fronde d'aghi fino a un'elica falcata, caudata di fiamme ossidriche e puzzolente d'umori chimici. Quel cono di ottone, arrotolato a una canna di scappamento, appoggiava su una caldaia avvoltolata nell'alluminio, circondata da un rullo mobile di ingranaggi, di ruote e di caucciù, che spargeva il pavimento di panetti di esplosivo, al tic-tac d'un orologio e un lunario dell'Avvento.
Era un albero di Natale di granate e baionette.
Maria Teresa crollò esanime nell'abbraccio delle ancelle: invocarono i chirurghi, «portatele i sali!»; Maria Vergine e il Santissimo Salvatore. I veterani di cuore impavido abbrutiti dalle guerre, onorati di cicatrici e di protesi di acciaio, si morsicarono impalliditi i labbri e attorniarono Ferdinando; strinsero le sciabole e s'imperlarono di fifa.
«... è quello che avete chiesto», Gioachino balbettò, «un abete meccanico...»
«Sui progetti che ho firmato si parlava di un ebete! Duecentomila pupazzi idioti da confondere fra le folle: per diffondere illazioni, chiacchiere e consenso! Specie mo' ca' è Natale e nun impòrt nu' cazzo a nisciuno. E comm funziòn chistu vostro ferrovecchio?!»
Lui si ricordò della iniziale scarabocchiata, sporca, sui fogli originali recapitati dall'ufficiale: oh, diamine!; guardò il Re fumare d'ira e tremò di conseguenze.
Le finestre della reggia che si aprivano su Napoli si creparono di esplosioni e si incendiarono di fuochi rossi: al pianterreno, negli alloggi del personale, echeggiarono boati, grida, gemiti e terrore; nubi grigie e attossicanti si gonfiarono negli atrii:
«Ma chi cazzu c'è chjavàtu?!»
«L'ordigno si è messo in moto: è Vigilia, Maestà... duecentomila esemplari...»
«A Napoli ce né ovunque?!»
Gioachino guardò i colleghi altrettanto pallidi, madidi:
«... in tutte le Due Sicilie, come avete ordinato...»


Poco dopo, scamiciati, singhiozzavano su un patibolo.
Il boia strinse loro il cappio al collo; Gioachino sentì la canapa segargli la carotide; diniegò il cappuccio sozzo di stoffa nera, sdrucito, già bagnato delle lacrime e gli umori dei colleghi: li risparmiava dall'ignominia e gli anatemi dei cittadini. Un pomodoro lo colpì in faccia, gli inzaccherò la barba candida pettinata e lui, lo stesso, restò saldo e in dignitoso silenzio, a rimettersi a Dio Padre e fissare Ferdinando. Sopportò uova marce e sterco ed un cavolo puzzolente.
Il Re si sedette comodo innanzi il palco degli impiccati, Maria Teresa gli si abbracciò, gli pispigliò in un orecchio, e accennò ad una fantesca fra le donne del suo seguito. La domestica accompagnò il principino Francesco sulle obese ginocchia del monarca intenerito:
«... quella macchina gli è tanto, tanto piaciuta, mein mann», la Regina sbatté le ciglia, «Vorrebbe che il Regno ne esplodesse ogni Natale...»
«Vabbuono: liberatelo. V'è andata bene Gioachi'»
Il carnefice lo slegò tutt'avvilito, lo spinse giù dal palco quale un ospite sgradito.
Circondato da una folla di senzatetto e di gente in lutto, ustionati ed invalidi per l'equivoco dell'abete, temette lo linciassero e quasi quasi rimpianse il cappio; non c'erano soldati che potessero proteggerlo... Si strinse all'impalcatura e lo zoccolo delle forche, balbettò un'Ave Maria e stornò il viso da quella gente.
Lo stordirono di applausi, lo baciarono e l'acclamarono:
«Evviva o' principìn! Evviva l'ingegnèr! Iamme a fa' tutti l'alberi ca' piace o' signorìn!»
Avrebbe implementato le prestazioni dell'abete; sperò che Sua Maestà si sarebbe accontentato:
«.. il mondo», pensò, «non è pronto per l'ebete; sarebbe un'apocalisse...»

(© Alessandro Forlani 2015)
Insegno ufficialmente la materia da ormai sette anni; una delle mie cattedre, in Accademia di Belle Arti, è appunto "sceneggiatura e storytelling". Il che dimostra che neppure il Ministero dell'Istruzione ha ben chiaro che discipline, pratiche e competenze richiedere agli insegnanti e trasmettere agli studenti: presenti e futuri tecnici professionisti di quest'ambito. Né è chiaro il significato di questo termine assurto in questi giorni ad arcano abracadabra.
Associare sceneggiatura e storytelling è infatti equivocare allo stesso modo dei tanti, troppi dilettanti che - poiché in diversi contesti propongono narrazioni - si persuadono, mentono e fingono storytelling.
Cosplayer di dame elfiche che si esibiscono all'arpa celtica in occasione di, ehm, rievocazioni storiche presso i borghi medievali dell'interland interpretano cantastorie, non sono storyteller. Sceneggiatori di fumetti che diventano storyteller in conseguenza del solo fatto che lo applicano ai comics, oh yeah, restano sceneggiatori: non è la stessa cosa. Romanzieri, novellisti, autori di fiction che si infurbiscono di qualche trucco e tecnica americana si promuovono storyteller: non funziona così.
Storytelling è qualcosa di arido e intrigante, perfido ma lirico e razionale ma appassionato.
Storytelling è Mario Bros Monti-Balotelli che, nella sera del 28 giugno 2012, segna goal alla portiera Angela Merkel in occasione della eroica semifinale di Campionato di Maastricht.
Storytelling è la tenzone iconografico-poetica fra Pepsi e Coca-Cola sui manifesti per Halloween:


Storytelling è lo spot Sky coi Santa Claus protagonisti di Salvate il Soldato Ryan; Batman; Il Signore degli Anelli; Pirati dei Caraibi e altrettanti viscerali immaginari quanti sono i fotogrammi di quei trenta secondi:


Semplice, geniale:

l'applicazione di tecniche narrative - le stesse della fiction - all'ambito della comunicazione economica, aziendale, politica e militare

Stop. Mandiamolo a memoria, ché è più breve di un paternoster. Non ha nulla a che fare con lo script per il fumetto, il cinema, la tv, il liuto o la celesta del roleplayer menestrello; non è narrativa di genere.
Fraintendere, non sapere, abbozzare "massì, è lo stesso" può essere pericoloso: perché si resta nell'illusione che tali ambiti siano estranei a forme, strutture e linguaggi che si usano e si ascoltano in contesti di finzione; e ne consegue che ciò che dice la politica, il mercato e l'economia dev'essere senz'altro pertinente la realtà.
Lo sappiamo che non è vero.
Negli States è un distinguo specialistico e delicato: tanto che in storytelling ci si può laureare; non è un bizzarro "modulo", seminario o il capriccio di un professore. Quando invece l'ho proposto a un illustre ateneo, in Italia, la risposta che ho avuto dal Direttore di Facoltà (Lettere) è stata che:

(...) la ringraziamo per la proposta, ma le esercitazioni di italiano scritto sono già affidate ai titolari di cattedra.

Sic.
Mi affanno già da anni a diffondere Storytelling di Christian Salmon; a indirizzare gli interessati al lavoro di Andrea Fontana: che, da quello che mi risulta, è l'unico storyteller di chirurgica competenza in questo paese di rumorosi tuttologi.

Non è disonesto aumentare il prezzo di una bibita imbottigliandola in una storia accattivante; non è disonesto scegliere parole. Oggi invece lo storytelling è fedifraga, fraudolenta pietra filosofale di certi ipocriti contaballe - con "una donna e qualcosa", per citare De André... - che dalle pagine di troppi magazine e troppo web riferiscono, con isterica allegria, che ora proprio ora, in una qualunque meravigliosa piccola città, come la tua, un qualcuno-qualunque altrettanto meravigliosamente te sta creando cose meravigliose ma un po' più meravigliose di quelle che fai tu; che - resta inteso - ne combini altrettante. Siamo tutti degli "intorno-a-noi" rincretiniti da Megan Gale. E però costoro tacciono sui vantaggi economici, sociali, connettivi e culturali che troppo spesso "chi ce l'ha fatta" ha su di te; e ti illudono che diffondere una webserie su YouTube ti paghi le bollette e i mutuo della casa.

Ed oggi lo storytelling è altrettanto, tuttavia, la Pandora di chi si indigna e la polpetta degli arrabbiati; di chi latra, già a priori, che "ci prendono per il culo!"

Galeotta un'intervista ad Alessandro Baricco - la cui untuosità non voglio commentare - un'idea di storytelling radical-pourparler ha stordito in questi giorni le bacheche dei socialnetwork: al palinsesto di TeleRenzi cui l'Italia si è ridotta si aggiungono, adesso, i corsi Scuola Holden di Supercazzola Creativa. Spero - con Merlino in Excalibur di J. Boorman - che la maledizione degli uomini sia che essi dimenticano: ché nei confronti dei portavoce, ideologi, intellettubbies del cartoon nazionale la damnatio memoria, l'ignorarli, è l'antidoto più efficace.

Ma gridare al signor Baricco partiture di vaffanculo; abbaiare alle tastiere che sia tutta una montatura, ma che a noi non ci infinocchiano; o accettare e subire, è lo stesso un partecipare alla trita gag dello sbirro buono e dello sbirro cattivo.

Fosse pure che l'intento sia un ignobile vendere, persuadere, "votaantoniovotaantoniovotaantonio", tormentava Totò, intendiamoci su un fatto: si tratta di racconti.

Mi chiedo, perciò: dove sono - a fronte di queste tecniche, stratagemmi narrativi - quelle frotte di spettatori di series, saghe, lettori di trilogie, che sanno & capiscono di plot, di personaggi; che questo è scritto male e quell'altro è prevedibile; che è uno spoiler ma si sapeva, eccetera? Se ci vantiamo di non essere lettori ingenui, ma capaci di godercela con secchielli di pop-corn, perché - allo stesso olimpico modo - non leggiamo le reclame, le ANSA, le veline, non ascoltiamo le conferenze-show stampa, gli onanismi cross-mediatici di certi personaggi? Ammantarci di lacrime, arcobaleni e tricolori francesi, e il fragile giorno dopo armarci di spada laser made in Disney su una foto-profilo Facebook, ci assume a figuranti di una medesimo progetto editoriale, qual è quello che auspica il Miniver orwelliano.

Ci vantiamo d'essere un pubblico navigato, ma litighiamo per il biglietto d'ogni fottuta volgare replica: quand'è stato che abbiamo dimenticato che lo spettacolo va a gambe all'aria se il pubblico lo diserta?




Le impressioni degli autori italiani di fantascienza su "Star Wars - Il Risveglio della Forza": un articolo di Marco Passarello per il webmagazine "L'Indro". Un estratto del mio pensiero che qui sotto riporto per intero:

Ove anche vi fosse ancora qualcuno che crede all'imprevedibilità delle trame e lo sviluppo dei personaggi, altrimenti e in parole semplici "spoiler", tacerò a proposito del plot e, soprattutto, i prevedibili destini dei protagonisti. Per chi pratica strutture narrative quali il Viaggio dell'Eroe o l'Arco di Trasformazione del Personaggio, non c'è nulla di nuovo sotto... la Death Star. 
Ma insomma: temevo una cocente delusione, e invece torno a casa spettacolarmente soddisfatto. Molto più che da Episodio I e II, per fare il paragone.
Didascalico (anche dal punto di vista della scrittura registica) quanto ormai si pensa occorra al pubblico contemporaneo; autocitazionista come a dire alle nuove generazioni "ecco, figliolo, cosa furono gli episodi IV-VI"; iconograficamente molto marcato, immagini cui è lasciata ampia facoltà di parola e significativa ribalta della figura femminile (d'ambo i Lati della Forza: notare gli ufficiali donne in sala controllo della nuova Death Star, nonché la comandante Phasma).
Impero che mi è sembrato militarmente "più imperiale", appunto, che in alcuni precedenti Episodi...
Da scrittore mi han colpito alcuni aspetti del rapporto fra personaggi che mi auguro siano stati consapevolmente sviluppati, e non riusciti "per caso", da parte di J.J. Abrams. Esempio: siamo in un'epoca in cui Jedi e Sith, sono solo un ricordo; mi è piaciuto il modo in cui quindi, ormai, anche gli alti ufficiali imperiali si rivolgono/rispondono per le rime a Kylo Ren: non c'è, da parte dei militari del regime, quel timore/reverenza mistica dell'età di Darth Vader.
Inoltre: mentre l'Impero è quasi ridotto a una multinazionale/loggia massonica armata ("Primo Ordine", guardacaso... l'Imperatore sostituito da un "Leader"... moderno travestimento di una dittatura che in sé sarebbe forse "fuori dalla storia", diremmo oggi in termini politici...), la Ribellione appare quasi una comunità di pervicaci sessantottini che non ammettono di essere, anch'essi, malinconicamente "datati" (notate il look e il modo di fare di Maz Kanata, per esempio). C'è un dialogo in cui Carrie Fisher e Harrison Ford confessano, in fondo, di continuare a battersi e ribellarsi perché incapaci di fare altro... Ed è un dialogo che NON suona eroico, ma senile.
C'è l'idea di "Star Wars" quale saga generazionale metaforicamente espressa - nella trama - come intreccio, innanzi tutto, di vicende e di conflitti fra genitori e figli. Non mi sentirei di banalizzare questo concetto nella lamentela che la saga è stata ridotta a una Dinasty. In questa "nuova" galassia un po' alla deriva, "rottamata" come il pianeta d'origine di Rey, si insiste in una guerra di/fra vecchi (logiche, ideologie, persone ecc.) per molti aspetti svuotata di significato, in cui Figli che hanno rinnegato o non conoscono più i Padri (la maiuscola sta a indicare un principio, non la situazione dei singoli personaggi) vengono tirati in mezzo quasi solo per caso. Credo sia la sensazione esistenziale dei molti spettatori di questo Episodio VII; soprattutto - anagraficamente parlando - dei figli di coloro che assistettero alla prima di Episodio IV...
Ci si è lamentati dello scarso spessore come Sith di Kylo: credo invece - con i suoi reiterati scatti d'ira, così distanti dall'aplomb di un Vader o un Doku - sia la perfetta metafora dell'adolescente (e dal punto di vista Sith in effetti lo è), destinato dai fallimenti, le cause perse dei Padri, a un ruolo di cui è solo in parte consapevole.
Il megacannone solare del Primo Ordine distrugge con una salva 4-5 mondi? Embeh? si ha quasi l'impressione di assistere a un incidente di Bophal o Fukushima; un "incidente di percorso" in un dibattito stanco e incapace di impressionare/interessare più nessuno fra lobby e no-global, invece che a una Shoah come quelle che in episodio IV vagheggiava la Morte Nera.
Sono sfumature da "Star Wars del Disagio Post-Contemporaneo", direi, che ho apprezzato; hanno dignitosamente e contenutisticamente colmato gli intervalli fra una battaglia fra X-Wing e TIE e un duello alla spada laser. 
Ripeto: NON so se tutto questo sia VOLUTO da parte degli sceneggiatori o sono SOLO mie personalissime impressioni, ma poiché credo che in una produzione come questa non si lasci NULLA al caso... ci voglio sperare.



Emoticon smile
Videointervista su "Herzog" n.2; canale YouTube del magazine letterario "Parallàxis".







(…) Quasi egli fosse l'epitome della vita.
Che cosa ci fece sognare che egli avrebbe potuto
pettinarsi capelli grigi?

W. B. Yeats

Ogni volta che ripropongo a lezione L'Orlando Furioso di Ronconi e Sanguineti, pietra miliare della storia del teatro (1969, Festival di Spoleto) e in seguito della RAI (1975), e lo trovo irripetibile e emozionante, mi convinco, da vecchio & malmostoso, che è inutile e un po' ipocrita raccontarci stupidaggini: la cultura non si è "trasformata", non è diventata "più dinamica", "pop", "più moderna"; "easy", "tascabile", "pret-a-porter" o aggettivatela come diavolo credete; la cultura (quella vera: che forma l'individuo; che fa crescere e nutre le persone) forse non c'è più. Non siamo più in grado di o non vogliamo più produrne.
La cultura non è un cucchiaino di zucchero.
Intendiamoci: non si tratta di atteggiamenti da intellettuale (sono autore steampunk!); non cerco la polemica a tutti i costi. Però mi guardo anche dal "che ce frega" che approva ed incoraggia la viziosa leggerezza, la pernacchia contro chiunque/qualunque cosa pretenda impegno; quella fatica per essere letto, ascoltato, guardato e compreso propria dei testi, delle esperienze, dei confronti e degli incontri che segnano e maturano; definiscono un carattere e strutturano un pensiero.
Non è un'insinuazione da complottista, se scrivo "pensiero critico"...
Il trash, l'a-me-mi-piace-e-va-bene-così, non può essere sempre lecito; non può essere sempre pari-a e accontentarci lo spirito o diremmo la coscienzaAmmetto volentieri che per esempio un Vieni via con me, rispetto al ciarpame Mediaset delle D'Urso o le De Filippi, fu un'ottima tv; com'è ottimo, al confronto, un Benigni che legge Dante. Ma guardatevi tutto intero quell'Orlando; o ancora Carmelo Bene che muore in versi, o le Interviste Impossibili, e capirete che quei vertici non si sono più raggiunti: e che, consapevoli, ne accettiamo i placebo. O altrimenti, spiace dirlo, stucchevoli ruffianate.
Qualche esempio di cui spesso si parla in rete: non lesino un "geniale" al lavoro di Zerocalcare, e anzi lo seguo volentierissimo; ma, quando ancora nel recente '89 e 2000 si conveniva sul fatto che Spiegelman andasse senz'altro letto, idem il Persepolis di Marjane Satrapi, idem Città di Vetro di Paul Auster disegnato da Mazzucchelli... beh, c'è poco da cincischiare: furono tutt'altro rispetto a Michele Rech; è lui stesso che ammette, in più di un'intervista, di essere una meteora nel cielo del va-di-moda, e gli rende molto onore che insista su questo punto.
Con tutta la sconfinata ammirazione che nutro per Alessandro Barbero, lo storico e scrittore, lo trovo su RaiStoria a introdurre docu-fiction che riescono ridicole a confronto delle puntate - soppresse benché furono di successo - di Passepartout di Philippe Daverio. Mentre scrivo va in onda un Luigi XIV che implora pietà e perdono al docu-film di Rossellini...
Non mi vergogno ad ammettere, nell'era dello streaming e di Netflix, di acquistare i dvd originali di Robocop; Doctor Who e Pacific Rim; dell'un-po'-imbarazzante Lo Hobbit e di tutti i quattro film di Pirati dei Caraibi; sono il primo in fila al cinema con gli occhialini per il 3d, ma...
Il buonsenso, il criterio, in quelle circostanze li lascio in tasca come il telefono cellulare: spenti. Ne sono consapevole.
Ho letto blogger ritenuti guru di analisi & critica cinematografica affermare, senza alcuna ironia, che un blockbuster qual è Mad Max Fury Road sarebbe "il film del secolo" (cit.); che una cosetta quale I Guardiani della Galassia è "il nuovo Star Wars" (cit.). Mi chiedo: ma certa gente non ha mai visto per esempio Barry Lyndon; Fanny e Alexander; Il Buono il Brutto e il Cattivo; Il falò delle vanità o anche solo Pulp Fiction che non distingue il dozzinale dal Cinema (con la maiuscola) e non trasecola di certe affermazioni? Trangugiare pellicolacce da mane a sera, pessimi romanzi, comic industriali; leggere, guardare, consumare 200 titoli nell'intervallo di riflessione utile per 20, non ti rende uno studioso, un critico più acuto: ti rende un bulimico. Critica, recensione e opinione non sono la stessa cosa: e non abbiamo neppure più la cultura per comprendere qual è la differenza; neppure per domandarcelo - questo è il fatto grave.
Riguardo l'editoria, non voglio dilungarmi: ricordo solo che nel 1999 anche il lettore cosiddetto-medio si entusiasmava per l'Underworld di Don De Lillo; e nel 1991 e nel 1994 in top ten c'erano Pereira e il Requiem di Tabucchi. Un Bianca come il latte, rossa come il sangue a malapena avrebbe trovato spazio sugli scaffali di Harmony; le 50 Sfumature in edicola con "Le Ore". A chi lo diamo a intendere, il "fenomeno di costume"?
A teatro, da adolescente, vedevo Alberto Orsini; vedevo Vittorio Gassman e l'Iliade del Teatro del Carretto... ascoltavo Mischa Maiski che eseguiva le suite di Bach; ridevo intelligentemente con l'ensemble-clown Les Violons. Oggi in città ho un cartellone di prosa che rassomiglia alla settimana del "Corriere TV": lo spettacolo con Zingaretti, lo show con la Gerini, il musical con la Ferilli e il one-man show con Claudio Bisio... Per non parlare di repertori musicali quasi solo resi celebri dagli spot pubblicitari, i concerti di capodanno o le sigle di Champions League... eseguiti da orchestre con locandine alla Moira Orfei e nomi un po' improbabili da squadre di Super Bowl.
Ma guardateli, gli abbonati, quando escono dalle sale, appagati e un po' spocchiosi di essere stati "a teatro"...
Ho provato a proporre a queste stesse persone - che mi accusano di ignavia e pigrizia culturale perché diserto una Lella Costa; o l'ennesimo Carl Orff del coro di provincia... - testi, visioni e musiche di autentica cultura; la cultura che ha costruito e dato luce o incendiato il mondo. Ebbene: la loro reazione, la quasi totalità delle volte, è stato il disinteresse e lo sbadiglio a priori.
Tuttavia, io credo, se più persone avessero fatto o facessero lo sforzo di leggere La Società dello Spettacolo di Debord; Homo Ludens di Huizinga, gli Scritti Teatrali di Brecht, forse un No Logo di Naomi Klein non avrebbe mai avuto bisogno di arrivare in cima alle classifiche.
E non è così vero che un ventenne, oggi, non ha avuto l'opportunità di vedere/leggere certi film e certi libri, di ascoltare certi brani, o canzoni, e che certe culturali fortune, o miracoli, toccarono solo a noi che oggi le rimpiangiamo. All'epoca di quell'Orlando avevo appena tre anni: la mia sarebbe dunque un'impossibile nostalgia. Se si ha voglia, o per caso, per l'attenzione di un insegnante; il riproporre di un repertorio su un canale della tv digitale, per non parlare del web, certe cose ritornano; in certe cose si inciampa. Basta solo la buona lena di non voltarsi dall'altra parte, alla performance di un quarto d'ora di warholiano spessore.
Forse, semplicemente, è una domanda di Saruman: "l'erbapipa dei mezzuomini ti ha rallentato il cervello?".
L'amarezza è nell'accorgersi che mezzi-uomini siamo noi.
Disponibile su AmazonDelos e i principali webstore Clara Hörbiger e le Legioni dei Vivi, le Legioni dei Morti: il capitolo conclusivo di questa saga steampunk!



La grande battaglia è cominciata: i terrestri si giocano il futuro del mondo!
La resa dei conti è arrivata. L'esercito dei Seleniti è alle porte di Milano, ma le forze dell'Impero Asburgico, comandate dal condottiero per eccellenza, Raimondo Montecuccoli. sono pronte. Fanti, cavalieri, artiglieria e possenti aeronavi. E Clara Hörbiger è pronta a dare il suo contributo.

Ormai è noto che i Seleniti non sono indistruttibili, possono essere attaccati e vinti, ma le loro forze sono ancora di gran lunga preponderanti, e averne ragione potrebbe essere al di là delle possibilità umane.
Edited by K.D.. Powered by Blogger.