Anche quest'anno sarò presente, con il seminario di scrittura creativa "Scrivere di Altrimondi", a Pesaro Comics & Games: convention per appassionati di gioco di ruolo, da tavolo, di carte, comics, manga & anime, cosplay e wargames. Tre giornate fitte di iniziative promosse dall'Associazione Darkest Night.


Programma:



VENERDI’ 28 AGOSTO 
pomeriggio a Rocca Costanza 
15:00 Apertura porte Comics 
17:30 Conferenza “"Presentazione seconda stagione "Alphard - the webseries” a cura di Matteo Petrillo.
18:30 Seminario di scrittura creativa “Scrivere di altri mondi” a cura di Alessandro Forlani 
19:30 Scuola Kendo “Shingen” Dimostrazione di Kendo e Naginata. 
sera a Rocca Costanza 
21:00 Proiezione del teaser di "Alphard - II stagione", a cura di Moonlight Production. 
"Countdown" di Claudio Tacchi - Trailer 
21:30 "Nessuno siamo perfetti" di Giancarlo Soldi - video proiezione. A seguire, incontro con l‘autore. 
Appuntamenti ludici. 
15:30 Apertura Concorso "Cea la tua carta di Lupus in Tabula" a cura dell’associazione Pesaro in Gioco. 
19:30 Torneo di "Bang!" valido per la classifica Nazionale a cura dell’associazione Pesaro in Gioco. 

SABATO 29 AGOSTO 
pomeriggio a Rocca Costanza
15:00 Apertura porte Comics 
16.30 Evento Speciale: workshop di fumetto e manga gratuito a cura di Scuola di Fumetto Marche. 17:30 Torneo Live di Quidditc” a cura di Harry Potter Never Ends (fossato) 
18:00 Pesaro Cosplay - sfilata e concorso a cura di Giorgia Cosplay. 
sera a Rocca Costanza 
21:30 "Rocky Horror Picture Show" a cura di Opera X.
22:00 Alphard presenta: Ballo del Ceppo. 
Appuntamenti ludici.
15:00 Street Pass meeting a cura di SPMP. 
15:30 Pathfinder Battle Royale a cura dell’associazione Pesaro in Gioco. 
21:00 Murder Party alla Rocca a cura dell’associazione Pesaro in Gioco. 

DOMENICA 30 AGOSTO
pomeriggio a Rocca Costanza 
15:00 Apertura porte Comics 
17:00 Conferenza sul g.d.r. “F.A.T.E.” a cura di Alberto Tronchi. 
17:30 Scuola Kendo Shingen Dimostrazione Kendo, Naginata.
18:00 Fantasy Bowl a cura di Seconda Era & Squadra dei Falchi. 
19:00 Concerto live a cura di Esercito del Fiocco Rosso. sera a Rocca Costanza
21:00 Scuola Kalaripayattu - Esibizione Pandavas 
21:30 Concerto live a cura di “Puff Purple”.
Appuntamenti ludici.
15:30 Manches di Quizzone a cura dell’associazione Pesaro in Gioco. 
19:30 Premiazione concorso "Crea la tua carta di Lupus in Tabula" e serata dedicata a Lupus in Tabula. 
22:00 Live Action Role Play “Changelings - Nel Paese delle Meraviglie” a cura di Lokendil.



Difficile essere più lovecraftiani dei concittadini di H.P. Lovecraft! Ho provato a "giocare in casa" (loro) partecipando a questa iniziativa del "Providence Journal": non l'ho spuntata, ma è stato divertente. Spero che fra i 10 finalisti ci sia uno dei tre (!) italiani che si sono cimentati: Italians lovecraft it better! Qui di seguito il racconto (in italiano e in inglese) che ho proposto al contest. Grazie a Chiara Campidelli per la traduzione.



Un pasto d'ombre

Non torno volentieri nel quartiere in cui nacqui. Le tre fermate d'autobus che mi separano da quelle case, villette abbandonate e condomini in gran parte sfitti, mi rimproverano che nella vita non ho ottenuto granché: solo di traslocare in un residence più recente.
Non torno, soprattutto, nel cortile di via Landolfi: un quadrato di calcestruzzo fra edifici fatiscenti, cui si affacciano finestre silenziose e impolverate; tende lacere che si sfilacciano fra gli scuri, graffiti, murali e manifesti che si sbiadiscono sotto il sole.
Al disagio dell'impressione che sia molto più grande del perimetro di mura che lo circondano dai quattro lati, c'è da aggiungere che il luogo mi riporta a un episodio, un ricordo infantile: lo schiocco di cesoie d'un giardiniere ingobbito intento ad accudire fiori esotici disgustosi; una forma, in un androne, accovacciata su un pasto; masticare e succhiare con osceno appetito. Mia madre, all'improvviso, mi afferra per un polso: mi trascina via da là e mi accorgo che è atterrita, piange; insisto a domandare ma non vuol dirmi il perché. Immagini incoerenti di ormai trent'anni or sono.
Oppure è solo un incubo; e io non voglio ammettere cos'è accaduto quel giorno.
Non torno volentieri: poiché la malattia ci tolse nostro padre, però, fui costretto ad incontrarmi con mia sorella, Alessandra, per le solite meste beghe di conti in banca e notai. Disertammo la vecchia casa, ché le stanze erano grevi di un doloroso decorso, di lutto; ci incontrammo in un caffè e discutemmo dei nostri affari. Triste e insofferente di quei calcoli meschini, che riducevano la intera vita del babbo, la nostra, a una somma di interessi su un prestampato ad inchiostro blu, spezzai la conversazione con un'occhiata alla strada.
Scorci di quei luoghi dove un tempo giocavamo, ci prendemmo le prime cotte, ci accapigliammo la prima volta:
«Ma tu, di queste parti: hai più visto nessuno?»
«Spesso, sì», mi sorrise con amarezza, «non... siamo granché cambiati; né Stefano che insisteva sarebbe stato pilota né Laura, bellissima, che puntava a top model: è impiegata all'ufficio anagrafe e sta al posto di un suo zio; nell'ufficio qui all'angolo, se ti va' di incontrarla.»
Guardai fisso la strada vuota e un randagio che orinava ad un lampione, tacqui; schiacciai la sigaretta nel posacenere di zinco nero.
«... neppure tu ed io», insistette Alessandra.
«Ci credemmo dei gran campioni.»
«Sì, lo siamo stati: ma mamma ha ragione a dire che in questo posto c'è qualcosa che ristagna e ti consuma.»
«Certo, è depressa.»
«La piccola città.»
«È una fissa che ha avuto sempre; da... quell'episodio...»
«Ce ne sono stati tanti.»
«... quel vecchio ritardato che potava là al cortile. Le sue siepi di piante; quello schifo di piante. Credo ci trovò soli, e lui... con le cesoie; e qualcosa, raccapricciante, che è successo nel sottoscala... »
«Perché ti torna in mente?»
«... avrà avuto settant'anni, allora... sarà morto... c'è una certa connivenza fra gli spettri e i parassiti...»
«Cosa dici?»
Mi accorsi, istupidito, che sì: parlavo a vanvera. Raccontavo dell'incidente che si svolse fra quelle mura:
«Dico che è un quartiere che uccide e ti divora.»
Pagai al cameriere due euro di caffè, Alessandra mi prese per il braccio; ci incamminammo alla fermata dell'autobus fra discorsi avviliti sui suoi figli e il marito, il mio lavoro precario all'ateneo e i soldi che non bastano e i modi di arrabattarsi. E tacemmo di nostro padre e le scartoffie che ci ingombravano. Ogni strada era un aneddoto dell'infanzia e giovinezza; ci stupimmo di persone che le abitavano già allora che sbirciavano, con astio, dietro i vetri appannati. Provai pena di certe donne e certi uomini in carrozzella; più di tutto mi inquietarono quelle facce scheletrite di persone che a memoria ricordavo molto anziane: ché dovevano grattare, con le grinfie centenarie, ai battenti sverniciati di appartamenti in rovina.
All'imbocco di via Landolfi mi si strinse lo stomaco: l'ingresso a quel cortile di proporzioni sbagliate; uno scorcio più profondo, più lungo, di un lato del condominio entro il quale era iscritto, mi invitava a visitarlo con un terrore infantile. Insistetti con Alessandra che prendessimo un'altra strada:
«Ma va là, che perdi l'autobus», lei mi costrinse.
Trasalii di grida stridule e qualcuno che correva, da un vicolo a sinistra apparvero bambini; si inseguirono strillando fino in fondo alla strada. L'ultimo del gruppo, un mingherlino lentigginoso, cadde spintonato sulla soglia del cortile, ruzzolò piangendo forte fra i tarassaco, dentro, tutto a un tratto azzittito né lo vedemmo tornare fuori.
«Se si fosse fatto male?»: mia sorella corse là. La seguii, esitai sull'ingresso; «muoviti, scemo! dev'essere entrato qui.»
Mi indicò di cercare in un'androne a sinistra, mi spinse; lei andò a guardare in un porta dirimpetto.
Mi inoltrai nella gramigna che cresceva fin il ginocchio, e pestai all'improvviso un che di viscido, molle. Caddi a terra, battei l'anca e inghiottii raccapricciato: ero steso su un cespuglio di quei fiori disgustosi.
«... ma allora... sono veri!...»; mi lasciarono inebetito: non somigliavano a nessun altro che conoscessi né avessi visto, stordivano; e espandevano un olezzo che sforzava ai conati. Di fatto, a guardar bene... non avevano colore.
Mi alzai, dolorante, per scrollarmi da quello schifo; mi accorsi che le aiole suppuravano tutt'attorno. Molti metri di piante oscene fino all'ingresso del sottoscale; mi annebbiarono quel loro odore e un'improvvisa vertigine.
Chiamai mia sorella; udì la mia stessa voce echeggiare fra i quattro muri, ma invece di Alessandra mi rispose quello schiocco; lo scatto di cesoie che potavano instancabili.
Là, sull'androne, c'era il bimbo ammutolito. Lo teneva per la mano quell'anziano in tuta lisa, gobbo; con il zinale inzaccherato di icori, stivali, le forbici e una cesta di quei fiori.
Quella faccia avvizzita, quello sguardo libidinoso, che tornava da trent'anni nei ricordi più terribili.
Il dolore di una vita mi arse dentro e offuscò la mente: non permettergli di fare la stessa cosa che fece a te...
Gridai al giardiniere di lasciare quel bambino, gli andai contro rabbioso. Pestai nei suoi cespugli, mi feci largo fra l'erba alta, ché sembrava che in un salto potessi mettergli le mani addosso. Invece era lontano un'impossibile distanza: mi affannai, per almeno un quarto d'ora, lungo una parete che sembrava di pochi passi. Il vecchio, la sua preda, scomparirono nel sottoscala. Udì un'eco metallica e il giardiniere si riaffacciò: con la lama delle forbici che gocciolava di rosso cupo.
«Alessandra!», gridai: ma sapevo d'esser solo; percepì che mia sorella era restata in un altro mondo. Mi buttai sull'assassino, arrivai col fiato corto, sudato; mi dolevano le gambe di chilometri di corsa. Lo schifoso sgattaiolò in quell'angusto passaggio, esitai ad inseguirlo nauseato da un altro puzzo. C'era odore di mattatoio, di muffe e latte acido; lo sbafare da qualche parte di un animale su un empio pasto.
Sbattere, succhiare, ingollare e masticare.
Il vecchio si affacciò da dietro un angolo: corsi; febbricitante di rabbia ed odio lo agguantai per il bavero, gli tolsi l'attrezzo orribile e lo tenni a una parete. Lottò, si accanì di sfuggirmi in un sudicio ripostiglio; riuscì a divincolarsi e tuffarsi in quel buco buio. Mi fece incespicare e caddi dentro carponi e...
Dio, l'ho immaginato! devo averlo immaginato!
Franai su una tinozza di metallo arrugginito: da un raggio del giorno pallido, che filtrava da un lucernaio, vidi che tracimava di un pastone orripilante, fiori e resti umani minuti e delicati.
Arretrai inorridito.
Dalle tenebre affiorò la bocca orrenda, la fauce, della forma rannicchiata che si nutriva da quel catino: una gola irta di denti e cartilagine lattiginosa: spalancata nel volto cieco, rugoso, di una massa putrescente su un seggiolino a rotelle. Protese un'appendice che mi avvolse alle caviglie.
Il vecchio mi scansò, tornò nel corridoio, raccolse le cesoie e schioccò voluttuoso:
«... tu capisci, piccolino, che si deve pur mangiare...»
Qualcuno, in quell'istante, mi agguantò per un polso: Alessandra mi tirò dal buio orrendo del sottoscale all'aperto nel cortile, fra le ortiche, nell'edera; alla polvere silenziosa di edifici disabitati:
E aveva gli occhi gonfi arrossati e tremava di spavento.
«Che cosa ti è successo?»
«Io... non l'ho trovato», balbettai, «non c'era là.»
«Sarà uscito da un altro lato.»
Inghiottimmo, impallidimmo, e non dicemmo nient'altro: ma entrambi sapevamo che non c'erano altre porte.
Attraversammo in pochi passi il cortile e uscimmo in via Landolfi: un'occhiata ai graffiti all'improvviso sbilenchi, un olezzo di cose estranee, e un frinire metallico, ci persuasero a incamminarci né volemmo voltarci indietro.
Salito sul predellino dell'autobus che partiva, nel tossito del motore e il chiacchiericcio dei passeggeri, mia sorella, all'improvviso, mi abbracciò e singhiozzò:
«Era orribile! Eri lì!... rannicchiato in un angolo!... Chiamavi la mamma!... il sangue e la ferita!...»
Non ci siamo più incontrati, non ho avuto sue notizie.

Le emittenti locali, i giornali, il vicinato, non riportano di un bambino che è scomparso in questi giorni. Sto sfogliando la cronaca: non c'è nulla, a proposito. Ora ho l'impressione, seduto al finestrino, che l'autobus corra pigro, giri in tondo da ore. E percorra le stesse strade del quartiere in cui nacqui.



A Nibble of Shadows

I do not come willingly in the neighborhood where I was born. The three bus stops that separate me from those houses, abandoned cottages and largely vacant condominiums, blame me that I did not get much in life: just moving to a recently built residence.
I don't come back, especially in the courtyard of Rue Landolfi: a square of concrete among dilapidated buildings, whose windows overlook quiet and dusty; tattered tents that fray among the shutters, murals and posters that fade in the sun. To the concerns of the impression that it is much larger than the perimeter of the walls that surround it from all four sides, it must add that the place brings me back to an episode, a childhood memory: the crack of shears of a hunched gardener taking care of disgusting exotic flowers; a form, in a doorway, crouching on a meal; chewing and sucking with lewd appetite. My mother suddenly grabs me by the wrist: she drags me away from there and I realize that she is frightened.
Inconsistent images probably about thirty years behind.
I do not come willingly because an illness ended our father's life, but I had to meet my sister, Alice, for the usual sad quarrels about bank accounts and notaries. We gave the old house a miss, because the rooms were heavy with a painful course, a mourning; we met in a cafe and we talked about our business. Sad and intolerant of those petty calculations, I changed the subject with a glance at the road.
"But you... Have you ever seen anyone from here?"
"We haven't changed so much", he smiled bitterly, "neither Stephen, who insisted, became a pilot; nor beautiful Laura, who aimed to become a supermodel: she's currently working at registry office, replacing his uncle; not far from here, if you like to meet her."
I stared at the empty road with a stray urinating at a lamppost, I remained silent; I crushed my cigarette in the zinc black ashtray.
"... Neither you and I", Alice continued.
"We believed we were great champions."
"Yes, we have been: but Mom is right to say that in this place there's a something that stagnates and consumes you."
"It's a that fixation she always had; ... since... that episode... "
"There were so many."
"... that mentally retardate old man, pruning beyond the courtyard. His hedges of plants; the mess of plants. I guess he found us alone and he... with shears; and something gruesome happened under the stairs ..."
" Why are you reminded of...? "
"...he have been seventy years old then ... He will be dead now... there is a certain collusion between ghosts and parasites ..."
"What do you mean?"
I realized, stupidly, that yes, I was talking nonsense. I told about the incident that took place within those walls:
"I say it's a district that kills and eats you up."
Alice took me by the arm; we walked to the bus stop, sadly talking about her children and her husband, my temporary job at the university and the money that even is not enough and the ways of going on.
Every street was a story of childhood and youth; we were astonished about people that lived there since then, peering with hatred, behind the fogged windows. I felt sorry for some women and some men in wheelchairs. Most of all, skeletal faces of those people who I remember by heart so old bothered me: because they had to scratch, with centennial clutches, the stripped doors of ruined apartments.
At the entrance of Rue Landolfi I clutched my stomach: the entrance to the wrong proportions courtyard; a glimpse deeper, longer, to one side apartment building in, invited me to enter with childish fear. I told Alice I wanted to take another route:
"Nonsense, you'll lose the bus," she forced me.
Shrill cries startled me: there was someone running and from an alley on the left children appeared; they chased screaming all the way down the road. The last in this group, a skinny, freckled, child fell, pushed at the door of the courtyard, he tumbled, crying deep, among the dandelions, inside, all of a sudden there was silence and we didn't see him coming back out.
" ...got hurt?": my sister ran there, "Come on, idiot! He must be here."
She invited me to look for in an entrance hall on the left, pushing me; she went to ah a opposite door, instead. I looked further the weeds growing from the knee, and I stepped suddenly something slimy, soft. I fell to the ground, I patted the hip and swallowed horrified: I was lying on a bush of those disgusting flowers.
"... But then... They are real!..."
They left me stunned: they didn't look like flowers I knew or had seen, they dazed me; and they gave off a smell that made want to vomit. In fact, if you'd look closely ... they had no color.
I got up, aching, to shake me from the mess; I noticed that the flower beds around it festered. Many meters of obscene plants to entrance of the subscales; I was in drink by their smell and sudden dizziness.
I called my sister; but, in place of Alice, that clack replied; the click of shears that pruned, tirelessly.
At the entrance hall, there was the speechless child. That old hunchback man in worn suit held him by the hand; with his ichors bedraggled pinafore, boots, scissors and a basket of those flowers.
That withered face, with a lustful look, was returning for thirty years in the most terrible memories. The pain of a life burned inside me and clouded my mind.
I cried the gardener to leave that child, I furious went against him. I stepped in his bushes, making my way through the tall grass, because it seemed that in a jump I could get my hands on him. But it was an impossible distance away: I panted, for at least a quarter of an hour, along a wall that seemed a few steps.
The old man and his prey disappeared under the stairs. I heard a metal echo and the gardener resurfaced: the blade of the scissors dripping dark red:
"Alice!", I cried, but I knew to be alone; I felt that my sister had been left in another world.
I threw myself on the killer, I reached him out of breath, sweating; my legs ached for a kilometers race. The lousy slipped in that narrow passage, I hesitated to chase him, nauseated by another smell. There was a smell of slaughterhouse, mold and sour milk; the gobbling up of an animal on a wicked meal somewhere.
Banging, sucking, swallowing and chewing.
The old man looked out from behind a corner: I run; feverish with anger and hate I grabbed him by the collar, taking off that horrible tool and holding him to a wall. He struggled, he kept on escape me in a filthy closet; he pulled away and dived into that dark hole. I stumbled and fell on all fours.
I slipped on a vat of rusty metal: from a pale ray of the day, coming through a skylight, I saw him overflowing with an horrifying mash, flowers and minute and delicate human remains.
I stepped back in horror.
From the darkness the horrible mouth emerged, the maw, the curled shape that fed from that basin: a bristling ravine with teeth and milky cartilage: wide open in the blind wrinkled face of a rotting mass on a wheelchair seat. He outstretched an appendix, wrapping my ankles. The old man pushed past me, going back into the hall, picking up the shears and snapping libidinous.
Someone, in that instant, grabbed me by the wrist: Alice pulled me from the horrible subscales'darkness outside in the courtyard, among the nettles, in the ivy; the silent dust of empty buildings: and his eyes were bloodshot and swollen and he trembled with fright.
"I ... did not find him," I stammered, "he was not there."
"He could come out on another side."
Pale, we swallowed, and did not say anything else: but we both knew that there were no other doors.
We crossed in a few steps the courtyard, going out in Rue Landolfi: looking at suddenly lopsided graffiti, a stench of extraneous things and a metallic chirping persuaded us to keep walking and not wanting to turn back.
I climbed on the running board of the bus that was leaving, the engine coughed and the passengers chatted; suddenly my sister hugged me and sobbed:
"It was horrible! You were there!... You huddled in the corner!... You called our mother!..."

Local stations, the newspapers, the neighborhood, do not report the child that has disappeared in these days.
Now it seems to me, sitting at the window, that the bus runs sluggish, around in circles for hours. And it treads the same streets of the neighborhood where I was born.



Edited by K.D.. Powered by Blogger.