Recensione dal blog "Clarke è vivo"

Non aspettatevi un manuale di scrittura creativa. Non è negli obiettivi di Alessandro Forlani, che alcuni ricorderanno per la vittoria del premio Urania 2011 con I senza-tempo. Prendendo in prestito le parole dell'introduzione «questo ebook sarà piuttosto un insieme di riflessioni sulla scrittura». Immaginate di incontrare Alessandro Forlani per un caffè o un aperitivo in centro e considerate l'ipotesi di farvi una bella chiacchierata con lui a proposito della scrittura e dell'essere scrittori. Non riceverete noiose e complicate formule matematiche per la strutturazione di un racconto (alla Vladimir Propp) ma in compenso farete bagaglio di un sacco di dritte e riceverete preziosi stimoli di importanza vitale. Senza farsi attanagliare dall'ansia da prestazione, dall'angoscia di dover memorizzare tutto quello che viene spiegato, è l'autore stesso ad invitare a rilassarsi: «Ascoltate quanto vi occorre per produrre le vostre storie e il resto gettatelo: sono solo scempiaggini». 
Nel breve spazio di un ebook economico risiede uno scrigno fatto di consigli (tanti!), avvertenze, regole da seguire a discrezione, esempi, schemi e grafici (pochi!). Viene affrontato il discorso dello scrivere attraverso la struttura, la narrazione e i dialoghi. 
Il messaggio che emerge tra le righe è in ogni caso quello di non diventare schiavi della tecnica. Quella fa bene ed è indispensabile, ma la tecnica dev'essere al servizio delle emozioni, delle idee e delle visioni di uno scrittore. Guai se avvenisse il contrario. La tecnica fa molto paura soprattutto agli aspiranti scrittori perché viene vista come una prigione, e spesso, nel correre affannosamente dietro la tecnica, si perde di vista l'obiettivo principale, che è quello di inventare delle storie. Qualunque cosa leggerete nel prontuario, non dovrete memorizzarla come un compito in classe, ma assimilarla. Il miglior modo per assimilarla è scrivere. Dannazione! Smettiamo di farci le seghe mentali e scriviamo, se abbiamo veramente qualcosa da raccontare.



Pubblicato Eleanor Cole delle Galassie Orientali e il racconto Sigarette Terrestri; editato e consegnato Un'Insulsa Invasione, ecco quel momento che è terribile per ogni autore: mi ritrovo con l'hard disk vuoto senza un rigo da vendere!

Ho in mente tre racconti di fantascienza dedicati a tematiche che mi pungono da qualche tempo - uno in particolare con tinte horror; gotiche anzi - e le prossime settimane dovrò lavorarci. Tre novelle sull'eccesso di immotivati entusiasmi che, mi pare, stia "drogando" la nostra società; sulla smania di un eroe (nonostante il monito di Brecht) e il parossismo del lifting. Una quarta, probabilmente, sulle "fisse" imbecilli con gli animali da compagnia (sapete il comportamento di certi cani con certa gent... ehm, certa gente con certi cani, voglio dire: che lapsus!). Se i temi vi interessano, presto le leggerete!

Ma ormai ho capito che il pubblico e gli editori pretendono soprattutto le 250 pagine (almeno); "dacce er romanzooo!" insomma: che in genere richiede almeno un anno di lavoro, pur intervallato con i brevi esercizi.

Uhm. D'accordo, d'accordo: mi ci metto di buona lena... Che cos'è questo schiocco tipo frusta?

Nel frattempo, riporto volentieri su queste pagine due piccole contentezze di questi giorni: come ormai ho scritto cento volte, Eleanor Cole è ispirata alla mia top model preferita, Lily Cole. La seguo anche sui social, oltre che al cinema e le riviste di moda, e le ho segnalato l'uscita del romanzo. E... beh, che una modella britannica di fama mondiale, per giunta in dolce attesa, abbia trovato quel paio di secondi per commentare il mio post, mi ha fatto molto piacere:


C'è poi che la rivista "T3", dedicata alle nuove tecnologie, segnala il mio M'rara sul numero di giugno, in edicola, in lieta compagnia del collega Maico Morellini.


Spero si concretizzi il progetto di un'espansione a "Kingsport Festival" di questo mio racconto lovecraftiano: nel frattempo ho scoperto, in un negozio di abbigliamento della mia città, che... M'rara esiste davvero! L'ho incrociato qualche sera fa, e da bravo giocatore de "Il Richiamo di Cthulhu" ho sbagliato il test di sanità mentale. Ma Silvia Milani è stata più salda, l'ha fotografato...  il mondo ha le prove!


Buona estate, cari Lettori.


Tempo fa partecipai a un concorso che imponeva l'inedito. C'era in premio un consistente gruzzoletto, ma... non si può vincere sempre, e infatti non ho vinto. Si trattava di raccontare un anno nella storia d'Italia: mi assegnarono il 1955 e produssi ciò che segue. Godetevelo voi! Torno a scrivere fantascienza, ché è meglio...  


"Lascia o raddoppia?" è stata la TV italiana che nasceva in un Paese che nasceva. C'era lo stesso carico di sogni, di speranze, di buone intenzioni.
Vittorio Veltroni

Giorgio gironzolava a testa in su nelle sale, con la giacca su una spalla e l'altra mano affondata in tasca; si scrollava dai mocassini il truciolare, la polvere, quell'intonaco color ocra scartavetrato dai laterizi. Su una scala abbandonata sotto il sole di luglio, che filtrava da una bifora di quell'ex-monastero, riposavano gli attrezzi di imbianchini in pausa pranzo: i cappelli di cartastraccia, quasi sciolti di sudore, e i grembiuli rappezzati con le gocciole di vernice. La De Palma cantava L'ombra da una radio a transistor, che echeggiava chissà dove in quell'antico edificio.
«Ho ragione o non ho ragione?», ripeteva Michele: che quasi lo trascinava, sottobraccio, paonazzo, per le sale di impalcature e forniture imballate, seggiole nel cellophane e lampadari in bambagia.
«Sì, è molto bello», lui lo accontentò, «ma quanto ti è costato?»
L'altro si rivoltò le tasche vuote dei pantaloni, si strinse nelle spalle; gli sorrise di un sorriso incosciente o con la smorfia d'un disperato.
«Per me, sono sincero, era meglio l'idea del bar.»
«Giorgio, anche tu: bisogna che guardi avanti. La gente ci ha i milioni, ormai fa i soldi facile. E la sera li vuole spendere al ristorante, mica in quelle bettole dove stavamo coi nostri amici.»
«Dico che eri furbo, se ci restavi anche te.»
«Due mesi, il tempo di sistemarmi», l'amico contò sul dito indice e il medio, «poi, mi vedrete parcheggiare al "Teresa" con la Spider Giulietta.»
«Ché altrimenti ti vediamo nel cellulare dei questurini.»
Michele lo abbracciò con uno sbuffo paterno, la pazienza affettuosa che si deve agli stupidi. Proseguirono la visita ai saloni medievali: che i pennelli, le regole, le cazzuole da muratore, restauravano alacri in un locale di lusso.
A sì e no dieci chilometri di sterpaglie, e canicola, la città si arrampicava sui maggesi, in collina: a inghiottire le cascine sforacchiate dalla Guerra; casolari di sfollati, e di intere famiglie morte, e cedui sradicati da fondamenta di fabbriche. Gli operai che si accampavano con i panini e le fiasche, lì in cortile sui tronchi d'albero, su un lenzuolo a quadrettoni, guardavano diffidenti, con certi grugni di bove e di ciuco, la campagna dei loro padri che ormai non conoscevano.
Uscirono dall'abside in uno spiazzo sterrato, già adibito a parcheggio degli autocarri coi materiali. Giorgio salì in sella alla Lambretta, si avvoltolò la sciarpa gialla alla gola, si grattò del pizzicore di un cotone da quattro lire: finché mamma gliele tesseva così, gli toccava di sopportarle. Spinse sul pedale con lo sguardo al campanile: quelle tegole romaniche scagacciate dagli uccelli, sormontate da un antenna, lo lasciarono interdetto. Cristo, arrugginito, era negletto fra i ciuffi d'erba; con i tondini da edilizia ritorti e pneumatici dismessi.
«Sei sicuro che si può fare?»
«Si deve: sei matto, ch'è un ristorante e non c'è la tele?»
Giorgio mise in moto:
«Ti auguro davvero che questa impresa ti vada bene: solo, fossi in te, ci avrei paura di fare debiti; è un salto senza rete.»
«'Sto mese ho ventun'anni, devo darmi una mossa. Tu pure...»
«Di', mi fai la predica?»
«Sei a spasso tutto il giorno, e lo so che ti rode. Qui, penso, se ti andasse di aiutarmi, c'è da fare per tutti due.»
«Non ho i quattrini per diventare tuo socio.»
«T'assumo: abbiamo fatto le stagioni in hotel da che eravamo due bocia; sai gestire il personale.»
«Avrai già da saldare i buffi: come paghi anche me?»
«Ohi, stordito: lo vedi Mario Riva?»
«Ne ho vista una puntata ch'ero a casa con mia madre.»
«Duecento al secondo: è così, con 'sto ritmo, che ormai si fanno i soldi. Tac, duecento lire», gli brillarono le pupille, «tac-tac: quattrocento, seicento, ottocento... La faccenda sta a questo modo: cosa fai, con certe cifre in saccoccia?»
«Fossi in loro, godrei la vita.»
«Bravo. E noi guadagneremo sull'indotto.»
«Grazie, Michele», Giorgio si arrossì; calzò il casco e si infilò le lenti scure, «ma non è vero che sono a spasso; non te l'ho detto, ma insomma... sto aspettando una proposta. Sono molto fiducioso.»
«Ehi, t'ho offeso?»
«Stai tranquillo, sei un amico. E se le cose mi andranno come spero, che è probabile, mi vedrai tutti i giorni qui da te con Agnese.»
La Lambretta accelerò su un sentiero di ghiaino, e gli offuscò di una cortina di sassolini, di polvere, Michele là impalato che si sbracciava in un ciao.
«... duecento al secondo, poveraccio», sputò per terra, lo compatì, «e il brutto è che ci crede...»


Si passarono la sigaretta con gli occhi fissi al soffitto bianco, circondati da ogni lato dai sorrisi di Chuck Berry, Bo Diddley, Little Richard, Elvis Presley, Claudio Villa e Radio Boys. L'uno posava il capo sui piedi nudi dell'altra, e Agnese sopportava le sue piante arrossate che odoravano di partite, spugna lisa e di tacchetti da calciatore. La sua pelle, al contrario, profumava di borotalco.
Un alito di autunno si insinuò dalla finestra.
«Leggilo un'altra volta», Giorgio la supplicò, «Dio, che coglione
Lei sfogliò il "Carlino" fino la pagina di cultura, l'arrotolò in un manganello di fogli: lo colpì, gli fece male; s'alzò dal letto e saltellò alla scrivania, per schiacciare il mozzicone nel posacenere del Campari.
Un articolo riferiva della polemica in Parlamento sul che costringere un uomo anziano, un padre di famiglia, a mettersi carponi ed abbaiare, è cosa che non solo non fa ridere, ma che suscita un senso di viva indignazione: le penitenze dei concorrenti in Duecento al secondo.
«Hanno sospeso quel gioco a premi di Mario Riva.»
«È perfido, è vigliacco che ridi di Michele: ti rendi conto di cosa ha perso?»
«Ha avviato un ristorante: gli andrà bene lo stesso.»
«Non è una trattoria: sperava che le cose girassero in tutt'altro modo.»
«Ormai la gente è ricca: lo ha detto la tivù.»
«Non sfotterlo, ti ho detto: sei meschino.»
«Che cosa ci posso fare? È un imbecille, è da comica.»
«Ci ha provato, però, a guardare di là dal naso.»
«Che fesso.»
«Avevi detto la stessa cosa di me.»
«Daì, ché è diverso: tu, innanzi tutto, avresti avuto un'occupazione; ti avrebbero presa a lavorare nei telequiz... mica che abboccavi che regalano i milioni.»
«Ma è finita allo stesso modo.»
E Agnese aprì l'anta del guardaroba a parete per riflettersi, intera, nello specchio allo sportello. Si alzò sulle punte: strinse il seno, le natiche e la vita per misurarsele pressapoco e confrontarle con i poster, le decine di cartoline e di ritagli dai rotocalchi; si imbronciò insoddisfatta di va' a capire che chilo in più:
«Che cosa mi manca a me, rispetto alle vallette di Mike Bongiorno?»
«Per me sei meglio te, dell'Edy Campagnoli»; Giorgio, voluttuoso, le baciò le orecchie e il collo. Lei lo spintonò a rovesciarsi sul letto, lo fulminò con occhi freddi e irritati che gli smorzarono quell'improvviso appetito.
«Non mi ci hanno voluta; m'hanno fatto i provini, ma...»
«Oh, ma è lo stesso che ragionare con Michele!»
«Che cosa intendi dire?»
«Sei tu che hai bazzicato quell'ambiente: non t'accorgi che è tutto un giro, si raccomandano fra loro? È impossibile entrare e lavorare in quell'ambito; sono favole che se ci arrivi sei famoso fai soldi facili.»
Agnese si riaccostò alla finestra, lasciò entrare gli spifferi di settembre e si accese un'altra Lucky; tirò lunghe boccate.
«E invece è costruttivo, ed è stare coi piedi a terra, sputare le sentenze ed arrabbiarsi con tutto e tutti.»
«Che ne sai se ci ho un progetto?»
«Non ne dovremmo parlare insieme?»
Si guardarono lunghi istanti, in silenzio, sul ciglio d'una lite. Giorgio se ne andò senza ammanco salutarla, e sbatté intenzionalmente la porta perché andassero in malora i Marlon Brando, James Dean, le curve della Allasio e gli occhi azzurri di Virna Lisi.


C'era un tappo di Tassoni che luccicava sul marciapiede, lo calciò per tutto il tratto che percorse immusonito: fino un fosso per la posa di condutture nel cortile transennato di un condominio dell'UNRRA. Due bambini di tredici anni coi pantaloni al ginocchio, che tiravano le biglie dentro i tubi arrugginiti, lo guardarono dribblare e insistettero:
«Tira!»
Giorgio fece finta di lasciar loro il giocattolo, svicolò per calciare e lo buttò nella fossa. Si godette le loro facce; voltò l'angolo della via dove abitava e fischiò sul tintinnio delle palline nei tubi.
Ogni volta che rientrava dalle inutili passeggiate, accidenti!, al quartiere s'era aggiunta un'altra casa in costruzione, il catrame e l'asfalto fresco lungo il vicolo parallelo; un cancello, un portone, una facciata, che scintillavano di vernice e di un pomolo di ottone. Gli sembrava che si smaniasse di vivere e strafare. L'imbrunire era un concerto di cardellini e di tordi, di nonne sui terrazzi e di friggere di padelle: dentro, però, nelle cucine e le sale, gli appartamenti si azzurravano di tivù; del buonasera di Nicoletta Orsomando cui milioni di persone rispondevano a mezza voce.
E le nuvole e le note di un finale di Rossini.
Giorgio sbirciò nella cassetta delle lettere, sussultò del lembo giallo in carta lucida di una di quelle buste che accumulava da mesi.
La ventesima, almeno.
Si frugò nei pantaloni: ma 'affanculo la chiave piccola, troppo in fondo alle tasche; e infilò le dita ansiose nella fessura di zinco: tirò. Sull'indirizzo dattiloscritto e cancellato di pioggia - il suo nome e cognome, la strada, il codice di avviamento della piccola cittadina - lesse Via Teulada, Roma e le tre lettere RAI.
«... ché stavolta è quella buona», salmodiò ossessivamente, «faccio i soldi, sono ricco! Mi vedranno tutti quanti in tivù!»
Strappò un angolo e spiegò la velina: le poche righe notificarono, come il solito, ci dispiace, che non era stato ammesso fra i concorrenti di Lascia o Raddoppia.
«Eh, pazienza», la accartocciò nella giacca, «devo solo spedirne un'altra, aspettare: è questione di tempo. Mike, li surclasso! Scucimi i milioni!...»



Disponibile su Amazon e gli altri webstore "Sigarette Terrestri"; il nuovo racconto con cui partecipo alla collana Robotica.it (Delos Digital) a cura di Silvio Sosio.

Era bagnato, coperto di fango, aveva fame e freddo e si trovava a cinquantamila anni luce da casa. Era un soldato e stava combattendo una guerra infinita contro quelle creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, la pelle bianca innaturale e senza scaglie. Ma ormai la guerra volgeva al termine, i terrestri erano stati ricacciati indietro, lungo tutta la galassia e poi dal loro stesso sistema solare, fino alla Terra, ormai ridotta in macerie. E sulla Terra stava per essere portata a termine l'ultima, decisiva offensiva, che avrebbe posto fine al genere umano.


Disponibile su Amazon e gli altri webstore (in cartaceo su Lulu), per i tipi Edizioni Imperium, Eleanor Cole delle Galassie Orientali; il mio nuovo romanzo di fantascienza!

La Via Lattea del secolo XXVII è una galassia rutilante e barocca, spartita fra compagnie commerciali governate da Aristocratici di Logo. Principi, Visconti, Granduchi di grandi major decidono le sorti di centinaia di mondi, più o meno conquistati a una splendida civiltà. Astronauti con scafandri, crinoline e parrucche percorrono gli spazi sugli astro-galeoni, assistiti da lacchè-robot con gorgiere e livree di latta; la musica di Haendel, di Bach o di Vivaldi risuona fra le stelle e inneggia alla razza umana. Gli "Antropologi Comparati" quali Eleanor Cole garantiscono che la condotta delle aggressive Multigalattiche non rischi di estinguere le culture planetarie, e il modo di avvicinarle con reciproco vantaggio. E scoprono, sui mondi più remoti, che si nascondono antichi orrori ostili all'umanità...

Dall'autore de I Senza Tempo (Premio Urania 2011) una space-opera con un'ombra di magia nera; duelli all'arma bianca, battaglie fra astronavi, bizzarrie tecnologiche, intrighi e tradimenti.





Potete inoltre leggere una precedente avventura di Eleanor Cole nel racconto "Sonno Verde" (Delos Digital; collana Robotica.it a cura di Silvio Sosio)




La lussuosa vapormobile di Borri, nera, targata VITRIOL va' a capire per che accidenti, la attendeva sotto casa poco discosto al portone. Sbuffava dai fumaioli, borbottava impaziente: e l'odore di carbone e d'ammoniaca dal boiler, però, non coprì l'olezzo organico e maligno del conducente con gli occhi vuoti e rigido al volante. Un cappellaccio di stoffa lisa da vetturino nascondeva una faccia a malapena abbozzata; un impasto di terra e legno con rifiuti da obitorio, e caratteri in ebraico scavati in una guancia. L'alchimista si stravaccava sui sedili posteriori, svuotava una bottiglia e tirava da un buon sigaro: aperta la portiera la invitò ad accomodarsi.

Clara storse il naso del disgustoso pilota:
«Non era meglio un roboto?»
«Ma un golem costa meno.»
«Fa un orribile puzzo.»
«Ci s'abitua, bambina. Dov'è il tuo baule?»
Lei gli indicò quello ziqqurat di scatole, borse, valigie e necessaire che sorgeva sul marciapiede sulla soglia del suo palazzo. Borri levò gli occhi in un sospiro rassegnato, schioccò al golem che si occupasse di quelle some e il mostro, inesorabile, se le buttò sulle spalle, le chiuse in bagagliaio e tornò nell'abitacolo.
«Dov'è, questa volta, quel ruffiano di Nigra?»
«Mi sono licenziato, non andiamo a Torino.»
«Dove allora?»
«Nelle tenebre.»

(...)

Certo che no: non finisce così. E' solo un estratto per farvi incuriosire. Ma insomma, ieri 05.06.2015 ho concluso la stesura di "Un'Insulsa Invasione"; o, se preferite, le avventure di Clara Hörbiger. Nel weekend pausa film, gelato & soldatini; la prossima settimana si edita quel che si può; quindi... parola all'editore!
Edited by K.D.. Powered by Blogger.