Recensione di Giulia Segalla dal blog dell'autrice

Il mio Kindle è pieno zeppo di guide, manuali e prontuari sulla scrittura. (...) Non sottovaluterei neanche Alessandro Forlani, autore di alcuni libri tra i quali Com'è facile scrivere difficile che ho divorato ieri sera. Vi dirò: all'inizio mi sembrava il solito libercolo del solito grillo parlante (la copertina non mi ha incoraggiata a prenderlo molto sul serio), invece è riuscito a stupirmi e a farmi ricredere. La parte più utile del volume, secondo me, sono gli esempi concreti che evidenziano come una frase può cambiare e diventare più fluida, leggera e interessante se scritta in un modo piuttosto che in un altro. Questo libro non parla di seo, keyword, social, blog e link; non insegna a spammare il web con banalità ben ottimizzate o a scrivere testi vuoti per gli amanti di Fabio Volo e Paulo Coelho, ma dà ottimi spunti per ragionare sulla costruzione di periodi, dialoghi e descrizioni piacevoli. Dà ottimi spunti, ma richiede approfondimenti, date le 48 pagine. Lo consiglio come un buon inizio a chi studia e vuole imparare a scrivere, per quanto farebbe bene a molti presunti “professionisti”.


Un "racconto d'occasione" per gli amici di Ferrara che domenica 13 mi incontreranno al Galacticon. Date le circostanze, avverto che si tratta di una novelluccia che apprezzerà particolarmente chi è buon lettore (o spettatore...) di fantascienza; e comunque buona lettura a chiunque!  

Luca parcheggiò l'heliomobile nella piazza del "Boldini" già gremita di alieni: klingon, yautja, dalek e siloni in abiti terrestri del XX secolo. Kleeta squittì, spalancò la portiera, si tuffò fra la folla all'ingresso dell'edificio:
«Aspettami, cazzo!», lui le sibilò, «lo sai che mi imbarazza e non conosco nessuno!»
Ma già la fidanzata abbracciava un necromonger, e macchiava di rossetto l'armatura di un cyberman; e si stringeva per un'olofoto ricordo a un gruppetto di ewok in costume da manager:
«... giacca, cravatta, rolex e mocassini: perfette riproduzioni!», Luca sbigottì di tanto spreco imbecille di cura per il dettaglio, di tempo e di denaro, «ci hanno speso, di sicuro, centinaia di lactei»: non si sarebbe abituato mai, all'hobby cosplayer.
Sbatté la mano aperta sul tettuccio dell'heliomobile, e i sensori di sicurezza riconobbero le sue cellule: attivarono gli antifurto e serrarono gli sportelli.
Poi restò là, con le braccia conserte, ad attendere che Kleeta salutasse gli amici, si ricordasse che c'era lui, l'accompagnasse per la convention, decidesse di andarsene il più presto possibile.
Un tizio in anti-scooter gli atterrò quasi addosso, alzò la visiera e guardò dritto a lei:
«Cos'è, la tua ragazza?»
«... parrebbe...»
«È vulcaniana, eh? Che culo, c'hai avuto: gran fiche, quelle lì. E più calde delle spagnole e cubane. Io, purtroppo, sto con una di Romulus: frigida, praticamente... ma ormai sono otto anni, e si sa: l'abitudine... Siamo stati dei gran coglioni», il tizio sospirò, «a immaginarceli in un certo modo. Era tutto sbagliato.»
«Non leggo ottuscienza» Luca schiarì la voce, e sperò che la conversazione si arenasse e finisse lì.
«Va là, ché la sai lunga», il tizio ammiccò; gli strizzò i genitali e partì con l'anti-scooter.
«... Imbattersi in sciroccati in un posto da sciroccati...»; lui sopportò.
Kleeta alla buon'ora lo chiamò dall'ingresso, sventolò soddisfatta due biglietti digitali, insistette che si sbrigasse: e tenendosi per mano entrarono nel teatro.
L'insegna olografica Galacticon Forty-Six - Convention di Ottuscienza - Ferrara, 7-9 Ottobre 2053 illuminava di luce laser l'entusiasmo della folla; gli ologrammi di astronave, improbabili e vintage, solcavano i soffitti dei locali del festival.
Luca e la fidanzata passeggiarono fra gli stand: gazebo, bancarelle, e cabine di augmented reality, dedicate a vecchie serie, romanzi e fumetti di traveggole terrestri sulle razze dell'universo.
Due giovani borg, griffati Versace, ghignavano di ridicolo allo stand di Star Trek, rivedendo gli episodi di The Next Generation:
«... sono le due puntate che ti mancano ed ho io», godevano a punzecchiarsi, «io te l'ho detto, che era come era parso a me: i migliori episodi che riguardano la nostra specie...»
«... ma i miei olo-vd sono special edition; e prima ho guardato le puntate che mi parevano...»
Luca li spernacchiò per quell'enfasi nei pronomi, un eccesso di deodorante e l'invincibile spocchia. Kleeta lo azzittì, gli soffiò nell'orecchio:
«... siete voi che vi inventaste della Mente Alveare: altroché collettivisti; sono i narcisi dell'universo!»
Lui ne arrossì, la seguì in un'altra sala: un cinema-teatro di almeno cent'anni prima adattato per la convention a conferenze ed esposizioni.
L'Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, in imbarazzo su un palcoscenico, con in mano un microfono, ringraziava i partecipanti per la grande affluenza; cedeva la parola ad una tavola di scrittori che aprivano il dibattito sull'Ottuscienza in Italia: dagli Anni '50 all'Età del Contatto.
Gli alieni gorgogliarono di ilare tenerezza al racconto di come, nel recente passato, gli scrittori terrestri recepissero, inconsapevoli, i messaggi telepatici che attraversavano lo spazio-tempo destinati all'umanità del XX secolo; e li avessero tradotti in assurde fantasie. Non erano invenzioni loro, era tutto reale: dalle uova di xenomorfo fin i granchi di Yuggoth.
E ne avevano tratto delle storie sballate, e guastate di pregiudizi, di informazioni comprese male, e trasmesse persino peggio ad un pubblico di creduloni: guerre, malvagità, impossibili tecnologie; incubi sociologici ed ossimori biologici.
La chiamavano fantascienza, ed era un cumulo di qui-pro-quo.
E l'origine di equivoci imbarazzanti e pericolosi come il credere saggi quegli ebeti dei jedi; l'atterrire di truppe i mansueti klendathu.
Per l'uomo fino all'anno 2037, quando finalmente le razze si incontrarono, dialogarono, scambiarono conoscenze; e finirono persino a letto e convivere, come Luca con Kleeta da ormai qualche mese, scrittori come Verso, Tonani o Morellini, Catani e Masali, Versace e Mongai, erano nient'altro che talentuosi raccontaballe dall'ingegno profetico. Piuttosto erano sordi, con l'ipofisi ovattata; autori di volumi di colpevole ottuscienza.
Gli alieni, se non altro, la trovavano divertente. In occasioni come Lucca o Ferrara, convention a Roma, Milano e Trieste, imitavano l'umanità che li sognò così strani: fingendosi commesse, teen-ager, operai, impiegati ministeriali ed autisti di taxi.
Luca si ritrovò, nel vagare fra i tavoli, ad un crocchio di vulcaniani mascherati da muratori: le tute, le scarpe, le cazzuole sporcate ad arte e lo "Shirkahr Express" piegato per cappello.
Con Kleeta, di nuovo, tutt'un bacio ed un abbraccio; lacrime e voce rotta e singhiozzi di commozione.
E mani di questi amici fin sul culo di lei perché, si capisce, da quant'è che non ti vedooo?! Stai benissimooo!, sentiamociii! Ciaooo! Ci si rivedeee!
E quei discorsi del rompiballe con l'anti-scooter sulle frigide romulane e gli ormoni dei vulcaniani. E sull'avere sbagliato tutto, a proposito di extraterrestri.
Luca si intromise, e gli alieni si presentarono: tre nomi impronunciabili riassumibili in k ed u.
Si lasciarono allo stand dedicato a Star Wars fra i flutti di pubblico in fila ai due mezzi: gli umani per entrare nell'abitacolo di un X-Wing; le altre razze della Via Lattea per salire su una ruspa.
Lui sorrise di quell'Etereo e rugoso Tau che strillava come un bambino ché gli lasciassero le due leve.
Si accorse che Kleeta, sulle punte dei piedi, ancora guardava nella ressa eterogenea ai cosplayer del suo pianeta. Finché non scomparvero:
«... e chi erano?», arricciò le labbra, «Amici cari? Me ne hai parlato?»
Lei si imporporò:
«Shuktùruk, quello figo... in effetti... è il mio ex. Lavora con mio padre alle cave su Vulcano. Gli altri, i suoi colleghi, li conosco di vista.»
«Sarebbero dei cavapietre?!», Luca trasecolò, «Vengono sulla Terra da diciassette anni-luce, solo per i tre giorni di un festival di ottuscenza... e si travestono da muratori?!»
«Non mi aspetto che tu capisca, terricolo», Kleeta si irrigidì, «Questa intera convention, guardacaso...»
«Che cosa?!»
Terricolo, fra loro, era il prologo ad una lite.
Luca inghiottì la rabbia, la stizza per quel Shuktùruk: si impose di non guastare un pomeriggio già assurdo trascorso ad aggirarsi in una sala di mostri; felici di imitare le bassezze e fatiche da cui, nei week-end, si sperava di evadere.
«Mattoni qui sulla Terra e lapidi su Vulcano. Non so se l'universo è circolare e finito: per terrestri ed alieni, di sicuro, non se ne esce. Ma almeno voi umani ci provaste»; Kleeta scosse il capo divertita, e si passò le dita esili e brune fra i capelli antracite, «ci illudeste per qualche tempo di poter essere straordinari. Siete stati romantici.»
Lui guardò, a quella folla in costume, fra antenne e proboscidi ed ali e tentacoli; elitre e branchie e pinne ed artigli. Stretta in sudari di jeans e di blazer e Nike e t-shirt e mimetiche e anfibi.
Broker, insegnanti, piedipiatti e studenti. Cuochi e politicanti, portaborse ed edicolanti: i medesimi mestieri che svolgevano sui loro mondi. Da cui però non avevano mai guardato ad orride stelle e magnifiche galassie, lo sapevano com'era: un infinito lunedì mattina. Non avevano mai sperato che accadesse altrimenti.
C'era invece quel pianeta, altrove nell'universo, abitato da creature molto ingenue ed infantili: che avevano sperato, in un lontano futuro, di accendere con i phaser il grigiore dei giorni.
Avrebbe potuto essere emozionante, se a proposito dei terrestri si fossero sbagliati: ma non c'erano sospetti su ammiragli di astronave; non c'erano supervillain o talenti del Male; né alcuna divinità cieca & idiota nel cosmo.
Solo un sasso d'acqua e nubi colorato di azzurro.
«... voi umani ciò nonostante scherzate; e raccontate baggianate su Helion e persino, dopo il 1999, sui percorsi fuori orbita di un'unica luna. Ve n'è rimasta soltanto una, delle due che avevate; ce l'avete sotto gli occhi ogni notte: e lo stesso vi entusiasmaste per quella fola. Ma come ci riuscite, a spassarvela a questo modo?»
Quanti brividi, loro, ci avevano regalato! E noi non avevamo corrisposto.
Uscirono a respirare su una terrazza di galleria. Luca si intristì dello spettacolo di uno yith che in cappello e giacchetta lisa, con un cartoccio di arachidi, giocava al pensionato sdraiato su una panchina: i piccioni beccavano indifferenti all'iridescenze e il puzzo extragalattico dei tre metri di mostro.
«Non fosse inumano... un vecchietto perfetto
L'essere guardava al cielo limpido, vuoto; strombazzava di goduria dagli orifizi rugosi:
«Urca che cosplayer! Com'è immedesimato! Dì, secondo te: che cosa sta guardando?»
«Non leggo ottuscienza; non so», lui ripeté.



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