Ho vinto l'abissale concorso HydroPunk - The Drowned Century (promosso dal blogger Giovanni Grotto) con il racconto Mareah & Juliette. Potete leggere la novella fra i racconti del Grande Avvilente, ma vi consiglio di attendere l'antologia in e.book del concorso di prossima uscita presso il blog Minuetto Express!


Recensione di Marco Faccin dal blog Fat Star


Di fantascienza nel romanzo breve di Alessandro Forlani ce n'è ben poca. Diciamocelo chiaramente!
Qui siamo di fronte ad un opera principalmente horror. Attenzione, però! Non fatevi ingannare dalle convenzionali etichette e dai luoghi comuni che esse generano! L'opera del giovane scrittore pesarese merita rispetto!
Ma veniamo al dunque. Monostatos è un negromante, un rappresentante del male in terra. Praticamente un “Senza-Tempo”, risvegliatosi da un lungo sonno e costretto a cibarsi di giovane carne umana per ricostituirsi completamente e tornare all'antica forma fisica. Nelle prime pagine del libro la sua fame insaziabile lo porta a decimare un'intera scuola elementare.
Alcuni superstiti di quel terribile giorno rimangono segnati a vita da tale esperienza che, tuttavia, non rappresenterà l'unica occasione d'incontro con l'entità malefica.
Dopo questi brevi accenni alla trama, qualcuno starà storcendo il naso pensando ad un bizzarro incrocio tra il blockbuster La mummia (USA 1999) ed il capolavoro It del maestro Stephen King.
A chi vede Monostatos come una copia sbiadita del famoso Imhotep di hollywoodiana memoria posso solamente dire di essere assolutamente fuori strada. I senza-tempo di Forlani è un'opera originalissima, scritta con uno stile che magari può non piacere da subito ma che si scopre essere via via incredibilmente mutevole e funzionale. Il romanzo, come già segnalato, è breve. Anzi, brevissimo. Diretto e spietato come un pugno nello stomaco. Il linguaggio è crudo e certe dure immagini trasmesse risultano essere tanto sconvolgenti quanto cristalline.
Gli amanti dello splatter avranno di che gioire durante la lettura ma I senza-tempo rappresenta molto di più. I negromanti, infatti, sono la metafora dei vecchi della nostra società che divorano i giovani,  lasciandoli senza vita e speranza. Una metafora forte, attuale e che rappresenta il vero cuore pulsante della narrazione.
L'opera di Forlani è sicuramente figlia dei nostri tempi e la sua forte componente di denuncia sociale, nascosta tra le sue righe, non può che donargli spessore.
Una volta finita la lettura si ha l'impressione che l'autore ci abbia tirato su di peso dal nostro divano urlandoci in faccia la dura verità : i senza-tempo sono tra noi, dappertutto. Altro che!


Gli autori regalano racconti. Ed ecco anche quest'anno il mio piccolo, tradizionale dono di Natale ai lettori del blog. Buone Feste, buona lettura e grazie a tutti, sempre, per essere su queste pagine.



L’albero scintillava in un angolo del soggiorno. Le luci intermittenti rosse ed oro, il riverbero del puntale e delle palle di vetro, avvolgevano la sala in un alone incantato. I pacchetti infiocchettati e sgargianti si accumulavano tutt’attorno all’abete.
Ma l’uovo strapazzato si raffreddava nel piatto, e torva e silenziosa, con i gomiti sul tavolo, Alida infilzava un pisellino alla volta.
Babbo e mamma la guardavano perplessi.
Lei non resistette, smise il muso, gettò la forchetta, si sciolse il tovagliolo e scoppiò in un pianto isterico.
La mamma la accarezzò:
«Cucciola, che cos’hai?»
«Oggi all’asilo mi hanno tutti scherzato quando ho detto che aspettavo Babbo Natale! Mi hanno detto che non esiste!»
Il babbo, tutt’intento alla cena, spruzzò sul tuorlo dell’altro ketchup e maionese:
«Che cosa vuoi ne sappiano, i tuoi compagni di classe?»
«Me l’hanno detto le maestre.»
«Ah. Sono guai…»
Alida inghiottì le lacrime, lo guardò sbigottita. La mamma la abbracciò con un’occhiata a papà. Lo calciò in uno stinco.

*

I razzi di segnalazione rischiaravano la neve: nei cerchi di luce azzurra che spandevano intorno, Loiphot scorse le forme semisepolte delle cupole da campo degli archeologi naufraghi. Il segnale di SOS crepitò nel trasmittente, spezzato all’improvviso dai gorgheggi di gioia dei membri della spedizione che scendeva a soccorrere.
Iniettò nei retrorazzi, si assestò in orizzontale: il blizzard raspava sullo scafo della navetta, la neve si ghiacciava sugli oblò, la bussola magnetica oscillava paurosamente. Loiphot tirò la cloche, si attorcigliò con la proboscide al microfono e dettò perentorio le istruzioni per il recupero:
«... e in fretta, accidenti!»
Gli archeologi sgusciarono dal rifugio avvinghiati l’uno all’altro per resistere alla tormenta, si trascinarono nel cucchiaio che li raccolse nella carlinga. Si rannicchiarono intirizziti sui sedili coi carapaci che scricchiolavano per il freddo; un robot li fornì d’icori caldi e coperte.
Loiphot tese gli occhi sui naufraghi: dalle volute e le striature sulle conchiglie indovinò che erano giovani, probabilmente studenti. Tolse annoiato gli elettro-moduli dal cruscotto:
«C’è fra voi un responsabile del campo? Mi occorrono certe firme per andarcene da questo inferno.»
Un anziano dalla peluria perlacea, con le lunghe vibrisse e l’esoscheletro bitorzoluto, strisciò da fondo scafo fra i ragazzi infreddoliti, si sciolse le fasce termiche dagli pseudopodi e glieli avvolse alla chela:
«Professor Bìlat Eukary», gorgogliò con gratitudine e cordialità, «le dobbiamo la vita.»
«Una firma sulle scartoffie, prof», Loiphot lo incalzò, «ché ancora siamo in tempo ad ammazzarci.»
La tempesta era cresciuta d’intensità, la navetta rollava, e le gelide e violente folate la impennavano ora a prora ora a poppa. A Loiphot dolevano le ventose tanto il vento lo costringeva alla cloche per mantenere l’assetto del velivolo. Nel cielo tenebroso di quel mondo inospitale il ruggito dei motori all’idrogeno sfidava l’ululato dell’uragano glaciale.
I fumogeni si spegnevano sotto la coltre, le cupole, i magazzini del campo ormai erano tumuli sparpagliati indistinguibili nell’orizzonte polare.
Loiphot trasmise alla nave-madre circa l’esito positivo della missione di soccorso e recupero, e lasciò l’elettro-modulo fra le chele del professore. Si attorcigliò con i tentacoli ai comandi e dettò al cervello elettrico le istruzioni per il rientro.
«Fermo!», Eukary fischiò «Non possiamo abbandonarlo là sotto!»; si appiattì sul finestrino della navetta a guardare disperato la distesa innevata.
Lui contò di nuovo gli archeologi nella carlinga, imprecò:
«Mi risulta che siate tutti.»
Eukary non stornava dalla vetriata.
Loiphot zoomò con l’oculare infrarosso sul perimetro del campo nelle tenebre della neve. Gli involucri anneriti delle fiaccole di emergenza circondavano un blocco di ghiaccio termo-tagliato di pressappoco cinque choz[1] di lato. All’interno s’indovinavano forme scure.
«L’unico reperto», balbettò il professore.
«Non posso agganciarlo, ci schianteremmo: il peso sbilancerebbe la nave.»
«Lei non comprende! in quel ghiaccio c’è l’unica testimonianza, l’unica, su tutti i mondi di questo sistema di stella nera, dell’esistenza di un’antica civiltà. Ho dedicato la vita agli studi su quella razza: non posso permettere che una tempesta di neve…»
Loiphot guardò ancora i ragazzi, scioccati, avvolti nelle coperte nel ventre dell’aeromobile; lesse il panico nei loro bulbi gocciolanti d’inchiostro:
«Il mio dovere è salvare lei e la sua equipe, professore. Convinca casomai il Comando: che siano loro a inviare un altro modulo per il recupero di quel ghiacciolo. Io decollo.»
Iniettò nei motori, si drizzò prora al cielo, aprì il canale col vascello in orbita e gli cedette il trasmettitore. Eukary si attaccò al microfono, scalò di ponte in ponte la gerarchia della nave e ottenne altri mezzi: Loiphot ascoltò stupefatto tenenti e capitani accontentare quell’esaltato.

*

Alida si rigirava fra le coperte, e guardava a quello scorcio di cielo che scorgeva dagli scuri socchiusi. Gemette:
«… e non si possono sbugiardare le maestre …»
La mamma grattò sull’uscio, si sedette sul letto, le baciò la fronte e gli occhi e la tenne stretta a sé:
«Perché non dormi, cucciola? Cos’è che ti fa paura?»
Lei alzò lo sguardo alla finestra, che adesso, nonostante i festoni, le ghirlande e le lampade, le appariva la soglia squallida di un universo disabitato.
Né Babbo Natale né extraterrestri né Minipony né Teletubbies:
«È vuoto lassù.»

*

Incrociarono il rimorchiatore fra gli strati dell’atmosfera. L’aeromobile corazzato e panciuto scendeva nel cielo latteo del pianeta ghiacciato, Loiphot trasmise un segnale di «hallo!»; e i colleghi che pilotavano quel bestione, tutto benne, servo-braccia e motori, gli lampeggiarono di rimando con gli abbaglianti di prora.
«Il tempo di rientrare, di sbarcare e sterilizzarmi», Loiphot pensò, «e quello sarà tornato con il carico: voglio togliermi la soddisfazione di vedere per che cosa ho rischiato la coccia in quell’inferno di neve.»
Eukary raggiunta la nave-madre fu trattenuto dagli ufficiali: gli stringevano le chele, lo invitavano in plancia, gorgogliandogli attorno con soggezione e timore. Sciamavano i servo-robot con le ampolle d’idromele.
Loiphot condivise il discensore dagli hangar con gli studenti dell’equipe del professore. Si slacciarono le tute, le accartocciarono al macero; ai getti bollenti delle docce sterilizzanti gli organi dei ragazzi si afflosciarono rilassati. Lui distribuì con confidenza le bustine di plancton e i coralli da bagno.
L’abitacolo scendeva con i cristalli appannati, passava dalle piattaforme ai ponti e sottocoperta.
«Che ne sapete di questa storia, ragazzi?», Loiphot azzardò, «La nave incrocia sono ormai sei mesi in questo sistema all’ombra di quella nana. Nove mondi privi di vita, ghiacciati: cosa spera di trovare il vostro capo, qui?»
«C’è una favola, l’avrà sentita anche lei: di una razza intelligente ed evoluta che miliardi di anni fa avrebbe abitato presso questi pianeti.»
«Come no?», Loiphot ronzò, «Te la raccontano fin da girino.»
«Eukary è convinto che non si tratti di una leggenda. È matto, ossessionato.»
«È demenza senile.»
«... ma è parente di non so chi in Consiglio ed ha ottenuto i necessari finanziamenti. In questi mesi la nostra squadra ha scavato presso il polo settentrionale del terzo pianeta a partire dalla nana. E abbiamo trovato… Beh, guardi là.»
Il discensore attraversò la rimessa, uno degli studenti strofinò una ventosa sul vetro offuscato dalle gocciole di condensa: in una gabbia di cristallo sterile, monitorata dagli scienziati di bordo, Loiphot vide quel blocco di ghiaccio. I robot lo attaccavano con lanciafiamme e picconi, e l’ammasso preistorico si scioglieva e spezzava svelando la cosa fossile imprigionata all’interno.
Un veicolo rosso cupo scoperto, di legno, su pattini di acciaio, era trainato dagli scheletri intatti di nove creature cornute e quadrupedi. Alla guida del veicolo c’erano i resti di un bipede, con altrettante appendici, dalla candida peluria ed una tuta scarlatta. Sul retro del veicolo, forse il bagagliaio, c’era un fagotto di tessuto vegetale che tracimava di intraducibili suppellettili.
«Che genere di mostro è?»
«Forse l’unico essere evoluto e intelligente che abbia mai messo piede su quel pianeta defunto.»
«Non m’intendo di archeologia: non è un po' poco, per provare le teorie del professore?»
«Non è nulla, altroché: deve trattarsi di un alieno naufragato che ha fatto la fine che abbiamo rischiato di fare noi», azzardò uno studente scrollandosi nella conchiglia; stese gli occhi ai finestroni sullo scafo dell’astronave, «Bisogna mettersi il cuore in pace: è vuoto lassù; gli umani lo sanno tutti, che non sono mai esistiti.»




[1] Unità di misura yuggoth: Un choz corrisponde a 118 cm umani
Ferruccio Gianola promuove una terza edizione del suo simpaticissimo concorso "Dedica un racconto al tuo autore preferito": le regole nel link. L'ultima volta partecipai con Landolfi, quest'anno propongo Francesco Petrarca. Ecco la novelletta con cui gareggerò:


Per  Ettari di Terra Rorida di rugiada, All’alba, Ramingo, nei Contadi lo si vide Aggirarsi lamentando  l’inquieta giovinezza, i patemi di un amore che fu; sorridere e vergognarsi, con il volto fra le mani, dei ridicoli atteggiamenti che tenne in quegli anni. Implorava lo perdonassero.

«Accadde a Lione, e la ragazza morì di parto: consolati», gli amici lo confortavano. Non sapevano serbasse in un cassetto un’ampolla d’acqua dolce, fresca, ed una ciocca dorata.

A sera rientrò, pregò la Vergine e si sedette. Ridusse in frammenti quei volgari ricordi. Claudio Monteverdi, seduto al davanzale, accordava la viola ai suoi rantoli di vegliardo.



Sabato 8 dicembre p.v. sarò a Trieste, nell'ambito del Science+Fiction Festival in occasione del 60° compleanno di "Urania". Di seguito il programma dell'incontro


ore 11.00 Sala Bobi Bazlen Palazzo Gopcevich - 
Science Fiction Café


THE VERY BEST FANTASCIENZA
partecipano:
Fabio Pagan (Radio3 Scienza - moderatore)
Tullio Avoledo (Un buon posto per morire, Metro 2033 - Le radici del cielo) Alessandro Forlani (premio Urania 2012)
Giuseppe Lippi (curatore Urania)
Bruce Sterling (Wired, Beyod the Beyond)

Nel 60esimo anniversario della rivista letteraria Urania, edita da Mondadori, un incontro dedicato 
al più celebre e longevo magazine di science fiction italiano, dal quale il primo curatore Giorgio Monicelli lanciò nel 1952 il neologismo fantascienza.
Immagini agghiaccianti: persone, personaggi  e felini... perché l'ONU non fa qualcosa?!

Un'intervista a cura di Domenico Attianese sul blog Helldoom's Reign

Alessandro è un piacere averti qui come ospite e come protagonista della mia prima intervista di per il blog. Perché non dai ai lettori qualche notizia anagrafica dell'Alessandro reincarnatosi in questo secolo? 
 
Sono nato a Pesaro, dove vivo, nel 1972. Figlio unico. Single e mai sposato. 
 
Questa tua marea di passioni, il cinema, il  gioco di ruolo, la letteratura, la musica e i fumetti, è andata crescendo nel tempo, immagino. Ma come sono nate? Quali sono stati i primi passi del Messer in questi campi, quando era ancora un giovincello del XVII secolo? E quali sono, se puoi darci qualche consiglio, le migliori novità che hai letto/visto negli ultimi tempi? 
 
La passione per la lettura, il cinema e il teatro la devo ai miei genitori, che sono sempre stati lettori e spettatori “forti” e che mi hanno accompagnato in biblioteca, in sala e in platea già in età prescolare. Quella fantastica e stata la strada che ho scelto quando ho imparato a “camminare da solo”. Ho uno spettro di gusti piuttosto vario, addirittura devo ammettere imbarazzante, perché in quest’ambito non ho avuto nessun mentore. E insomma dai 12 anni in avanti ho setacciato librerie, fumetterie, negozi di giochi e musica senza sapere esattamente cosa cercare, o che cosa volessi: in estasi allo stesso modo per Claudio Monteverdi o i Dead Can Dance; W.B. Yeats e Bill King… Il roleplay fu un hobby “naturale” per noi adolescenti degli anni ’80-’90 caduti fin dalla culla nel pentolone del fantasy: ho esordito con la scatola rossa di Dungeon & Dragons, ma i miei migliori ricordi di roleplayer sono legati a Il Richiamo di Cthulhu; Warhammer Fantasy Roleplay; Lex Arcana e Castle Falkenstein. Oggi, purtroppo, non seguo più quell'ambito come un tempo; mi limito al wargame. 
 
Invece, altra curiosità, La tua passione per il barocco quando è nata? Perchè è nata, se c'è una causa scatenante e come si è evoluta nel tempo? 
 
Me lo sono chiesto spesso: posso rispondere… metempsicosi? Lo dico fra il serio e il faceto: ebbi una fidanzata un po’ “strega” che davvero era convinta che io fossi stato un erborista olandese del secolo XVII. Non ci credo, ovviamente. Ma… la musica di Haendel, Bach e Lully non bastano come scusa; né il fascino dei pirati. Mi rendo conto che fu un secolo dei più violenti, sozzi, a tratti oscuro eppure…
 
Vincitore del Premio Urania 2011, con I Senza-Tempo, che ho letto e trovato incredibile, anche per quello stile barocco che  ti caratterizza. Quali sono state le sensazioni che hai provato quando hai appreso la notizia? Quando hai saputo che il tuo romanzo aveva vinto? 
 
Ti confesso che ad appena un mese dall’uscita del libro sono così amareggiato da certe feroci insinuazioni sulla validità, opportunità, inconsistenza del mio lavoro che quelle belle sensazioni di luglio me le sono dimenticate. 
 
Parliamo del tuo stile di scrittura, che ho sempre apprezzato fin dalla prima volta che ti ho letto sul Grande Avvilente, lo stile barocco, ricercato, ma non di difficile comprensione (per una mente di medio livello, ovviamente) e il fantastico uso dell'imperfetto per rendere la lettura "Cinematografica". Come hai fatto evolvere questo stile? O compiuto queste scelte stilistiche? 
 
Non pormi la domanda come se si trattasse di una scelta definitiva e compiuta: il mio scopo principale è imitare la scrittura cinematografica, questo sì, ma le prove, gli esperimenti, ho intenzione di proseguirli. Tuttora sto cercando di affinare i dialoghi, tessere trame più complesse rispetto a quelle basate sulla struttura “a viaggio dell’eroe” che uso più volentieri; capire fino a che punto posso spingermi coi neologismi o, al contrario, quanto davvero voglio asciugare la mia lingua e il mio stile dai barocchismi. 
 
Le tue storie, spesso piene di elementi fantastici incredibili, e i tuoi personaggi, spesso molto ben caratterizzati e indipendenti, da dove nascono? Dove prendi "L'ispirazione"? 
 
I personaggi delle mie storie sono sempre funzionali al tema che mi interessa trattare: conosco autori che, immaginato un personaggio, gli costruiscono passo passo un mondo ed una vita attorno; io faccio il contrario. Circa l’ispirazione, credo che basti guardarsi attorno: rifletto sulla vita, i fatti che mi circondano come fanno tutti. Ma esprimo la mia opinione filtrata dal fantastico.  
 
Narrativa d'immaginazione, penso sia il temine perfetto per descrivere questo tipo di scrittura. La situazione Italiana, almeno a guardare nelle librerie non è delle migliori, cosa che, tuttavia, non si può dire del web, in cui si sono molti validi autori (Basta fare un giro sul tuo blog, ad esempio). Tu cosa pensi della situazione della narrativa d'immaginazione in Italia? 
 
Che le prove più interessanti siano, hai ragione, da cercare sul web; preferibilmente in ebook. E molto spesso in ebook autoprodotti. 
 
Sei un autore molto chiacchierato al momento, il tuo romanzo è trascinato in alcune polemiche che non siamo qui a citare perché non ne vale la pena, ma penso sia un buon segno, significa che sei un autore, scusa il pessimo gioco di parole, che lascia il segno e non scorre via. Perché hai iniziato a scrivere? Cosa vorresti rimanesse di te, dopo la lettura di uno dei tuoi libri? (Io, personalmente, penso: Ma è già finito?!) 
 
Perché ho iniziato non lo ricordo: direi semplicemente per infantile spirito di emulazione. Già a 13 anni riempivo fogli di quaderno a righe, o pestavo sui tasti della Olivetti, illeggibili disastrosi tentativi di novelle alla Poe e romanzi alla Tolkien. Poi sono passato ad atteggiarmi a poeta, e purtroppo qualche successo ottenuto mi ha fatto credere di averne le qualità. Quella fase grazie al Cielo e passata. Quello che vorrei che restasse di me è, in generale, anche dopo molto tempo, la nostalgia di aver letto un mio racconto. Senza sputarci sopra rancore come accade su certo web, però. 
 
Una domanda di rito (o meglio, che diventerà di rito, visto che sei il primo intervistato). Hai qualche consiglio per i giovani scrittori che vogliono avventurarsi in questo mondo. Su come affinare lo stile di scritture, su come muoversi in quest'ambito, ad esempio? 
 
Leggere e scrivere con metodo e disciplina, abbandonare l’approccio “di pancia”; piuttosto pensarsi come artigiano che migliora con la pratica e lo scrivere; non la supponenza, le chiacchiere e discettare. E smettere l’intellettualismo e la presunzione di superiorità nei confronti dei lettori: tutti i lettori; rifuggire come la peste i circoli compiacenti. Infine, piuttosto che la sterile diaristica esistenziale che ammala ogni aspirante scrittore - ci siamo cascati tutti, da giovani! Il male è quando non si guarisce, da certe narcisistiche illusioni… - cercare di capire per quale “genere” si è portati e allenarsi su quella strada con un robusto percorso a ostacoli. In ultimo: attenti agli editori!
 
Alessandro, questa chiacchierata con te è stata un vero piacere, spero che tornerai a far visita a questo blog o, ancora di più, a scrivere altre storie di altissimo livello. 
 
Grazie a te.
Puntata n. 18 di Fantascientificast: recensione (in podcast) de I Senza-Tempo a cura di Paolo Marzola
Recensione di G.V. Falconieri dal blog La Foresta dei Sussurri

[Piccolo disclaimer: Alessandro Forlani è uno degli autori che più stimo nel panorama italiano. Inoltre, ha collaborato con un romanzo a puntate su questo stesso blog. Questo avveniva in tempi non sospetti. Ho deciso di recensire la sua ultima opera – e non solo segnalarla, come forse sarebbe più conveniente – nonostante questo evidente conflitto d’interessi. Decidete voi se la recensione è obiettiva o meno.] Inoltre, aprire una parentesi un po’ acida ed antipatica. Saltate il paragrafo sottostante se non vi interessa e volete solo la recensione.

Parentesi acida

Ho notato con piacere che il romanzo ha già ricevuto tantissime recensioni (una ventina, ma può darsi me ne sia persa qualcuna). La cosa ovviamente mi ha fatto molto piacere, soprattutto perché sono quasi tutte positive e come ho detto ho molta stima di Forlani. Tuttavia, fatta eccezione per alcuni blogger, non ho potuto fare a meno di notare (ma sono cattivo, si sa) la sproporzione tra quanti hanno parlato di questo Urania e quanti hanno trattato le opere precedenti di Forlani. Eppure online l’autore non è certo invisibile ed ha già pubblicato più di un lavoro. Ci sarebbe stato modo di apprezzarlo anche prima, magari sul suo blog e, mi auguro, ci sarà modo di apprezzarlo anche dopo la pubblicazione con Mondadori. Per dire, mi sarebbe piaciuto che anche Qui si va a vapore o si muore avesse ricevuto tutte queste attenzioni. Invece, la Pyra Edizionila piccola casa editrice che lo aveva pubblicato, nel frattempo è fallita e costato con orrore come la pagina che prima ospitava il libro, ora sia occupata da scritte in coreano. E la cosa dovrebbe valere per tutti gli autori esordienti. Se la maggioranza dei blogger che si dicono appassionati per segnalare e recensire un autore meritevole deve aspettare che questo venga pubblicato da una casa editrice importante, è segno che non si fa fino in fondo il proprio “lavoro” (tornerò su questo tra qualche giorno… forse). Insomma, che ci stiamo a fare come blogger se ci limitiamo a svolgere in subappalto (non retribuito, intendiamoci, non accuso nessuno di questo) il ruolo di ufficio stampa delle case editrici? Sempre con l’eccezione di alcuni appassionati della prima ora, s’intende. Il mio è più un discorso “statistico”, diciamo, e non vorrei che si offendessero proprio quelli che il “talent scouting” l’hanno sempre fatto.

Trama

Chi sono il dottor commercialista Totali, l’avvocato fallimentare Pantocrati, il notaio Maggioritariis? E soprattutto, chi è Monostatos il risvegliato? (Questi nomi, presi a prestito nel 2012, nascondono attività mostruose.) Chi ha assassinato i bambini di una scuola elementare di provincia, divorandoli? (Le indagini sono tuttora in corso.) Cosa vogliono gli Archiburoboti, invasori meccanici già in marcia nel 2024? L’intempestiva risposta arriverà nella spaventosa Italia che ci aspetta nel 2036, in un romanzo di magistrali nefandezze e originalità assoluta, vincitore del premio indetto annualmente da “Urania”.

Recensione

Lo stile non lascia dubbi sul fatto che si tratti del nostro Forlani e non di un omonimo. Forse un po’ meno artefatto e ricercato del solito, fluisce particolarmente bene lungo le poche pagine del racconto lungo (o romanzo breve). Come sempre il lessico è il punto nodale dello stile. Non è più quello ottocentesco, privilegiato da Alessandro in altre occasioni, ma uno più moderno, costellato però da termini comunque desueti .Senza-tempo ha un buon ritmo, cosa fondamentale considerando la trama piena di balzi temporali e, complice la brevità del romanzo, si ha l’impressione di assistere ad un film dal montaggio serrato.Il genere d’appartenenza è difficile da definire. Di certo paragonabile al New Weird alla Evangelisti, almeno per le sovrapposizioni temporali o l’approccio razionale alla magia. Punto cruciale delle critiche di cui leggo parecchio sul web è infatti la difficoltà di attribuire il romanzo ad un genere particolare (fantascienza, science fantasy, fanta-horror). A me, che conosco piuttosto bene i “confini” su cui si muove Forlani, la cosa non ha stupito più di tanto.  Tenderei a collocarlo – se proprio devo – da qualche parte nella terra di nessuno tra la science fantasy e il fanta-horror. Un romanzo pienamente New Weird, insomma.

Un romanzo New Weird

Se proprio si deve giocare al gioco dei generi, come molti detrattori del romanzo hanno fatto, bisogna farlo fino in fondo, citando e documentandosi (dato che le “categorie” esistono per semplificare la comunicazione, non per rendere tutto più confuso). Uno dei motivi per cui spesso si è allergici alle etichette è proprio quest’utilizzo poco consapevole. Per dire, si attacca in quanto poco fantasy un romanzo che non ha elfi o gnomi, o come poco fantascientifico un racconto in cui non compaiono astronavi e spade laser. Mi limito allora a citare dal manifesto New Weird di Jeff VanderMeer, secondo cui le caratteristiche del genere sono:
  • Fusione di elementi fantasy, fantascientifici e horror;
  • “Abbandonarsi al bizzarro” al fine di provocare un forte senso del meraviglioso, e quindi creature e ambientazioni molto strane e originali (ma senza arrivare agli eccessi della bizzarro fiction)
  • “Mondo secondario” verosimile e coerente con le premesse.
Ci sono inoltre delle caratteristiche comuni alla maggioranza delle opere new weird, ma non a tutte:
  • Allegoria e tematiche socio-politiche, d’attualità e/o filosofiche;
  • Atmosfere lugubri, oscure, ciniche e pessimiste. Non c’è nulla di consolatorio o evasivo, a differenza del fantasy classico.
Insomma, se non si accetta questo libro come fantascienza, anche se “eretica” e appartenente ad un sottogenere d’avanguardia come il New Weird, non si devono considerare appartenenti al canone fantascientifico autori come Lovecraft, VanderMeer e China Miéville. Solo per citare i primi che mi vengono in mente.
Non sono un esperto di manga, ma le atmosfere ed i personaggi, caratterizzati spesso attraverso l’ironia, l’intreccio storico con elementi fantascientifici mi ha ricordato alcuni manga come Il conte di Montecristo; mentre  altri elementi — carne, tecnologia e magia, in chiave esoterico-quantistica — mi hanno ricordato Immortal ad Vitam. Ma è solo un’associazione come tante altre, dato che Forlani è bravissimo ad oscillare tra moltissime fonti d’ispirazione. E poi desumibile, anche a chi non ha mai letto nulla di questo autore, che gli elementi soprannaturali sono inquadrati in un quadro più ampio, che attraversa tutte le sue opere in maniera quasi compulsiva. Qualcosa che ha a che vedere con il tempo, l’alchimia, la manipolazione di vita e morte ed un senso di marcio profondo che, qui, viene incarnato alla lettera (fino all’estremo dell’allegoria) dai protagonisti negromanti dei Senza-tempo.
Tutt’altro che Lovecraftiani – per la scelta di “mostrare” il male –  sono invece i numerosi episodi di crudeltà (o cruda realtà) che ci vengono descritti da un narratore in vena di distaccato cinismo, con attenzione per il singolo dettaglio:
Del palazzo, che ai suoi tempi era stato magione signorile, i posteri avevano fatto una scuola. Avrebbe potuto essere più fortunato, trovare al risveglio tanto di cui nutrirsi? Un bambino uscì di corsa da un’aula; si affrettava a una porta, all’altro lato del corridoio, contrassegnata dai geroglifici di femmina e maschio. Quando il bambino fu più vicino e lo vide, impallidì di paura. Il senza-tempo lo afferrò alla gola, poi con un morso addentò la carotide.
Ovviamente si tratta di fantascienza “low”, o minimalista. Come, parafrasando, più volte dicono i personaggi, il male è spesso nel quotidiano, più che nei massimi sistemi (o gli imperi spaziali?) Non sorprende dunque che gli appassionati della fantascienza pura, quella con le astronavi ed i laser, per capirci, abbiano gridato alla scandalo.
Su un paio di cose avrei un appunto da fare. L’autore utilizza una terza persona profonda, abbastanza da influire sullo stile della narrazione, che infatti varia da personaggio a personaggio. Le parti in cui si ha la soggettiva di Monostatos sono raccontate in uno stile barocco, come già spiegato, mentre quelle dei personaggi contemporanei sono assai più piane. Ecco, in alcuni casi, lo stile tende a sovrapporsi e la voce personalissima del Narratore finisce per sovrascrivere il linguaggio del personaggio, propendendo dunque per uno stile che non suona reale in bocca (o dalla prospettiva) del protagonista,  finendo per confondere il lettore. Per il resto, mi sento di dire che il romanzo, nella sua brevità, o lavorando un po’ sulla lunghezza, poteva essere migliorato da una caratterizzazione psicologica  più approfondita.
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