Christian, ciondoloni sul davanzale, si sporgeva a buttare fumo dalla finestra spalancata su un piovoso febbraio. Tirava, la sigaretta s’incendiava fin quasi il filtro: lui si piegava lubrico verso l’interno, le gote gonfie e le narici fumanti, a spiare la scollatura e le gambe della receptionist. La ragazza guardava a un anziano in poltroncina che spruzzato dalla pioggia si stringeva nel cardigan, poi lui, poi ad una coppia di cinquantenni che intirizzita rinfilava i cappotti. E poi di nuovo lui.
Christian la fissò fra le volute di Marlboro, ne incrociò gli occhioni verdi, si calò gli occhiali a specchio sul naso. Sorrise. Lei smise d’un tratto di digitare sulla consolle:
«Vorrebbe per cortesia spegnere la sigaretta, e chiudere la finestra?», alzò il mento e il naso appuntito dritto al cartello vietato fumare, «esca, se non può farne a meno.»
Christian incassò l’algido grazie di fine frase, saltò dentro, riaccostò le imposte; tornò conserto e puzzolente di fumo ad attendere il proprio turno. Cercò nelle tasche il tagliando con il numero: 16. Lo trovò fra tre scontrini strappati, due filtri sfilacciati e ingialliti e una graffetta arrugginita appiccicosa di chissacchè. Nascose quel lerciume nel pugno sudaticcio, adocchiò per un cestino ai quattro angoli della stanza: non c’era; si rificcò la mano piena in tasca ma l’immondizia gli restava sul palmo. L’allampanato vicino di poltroncina, un tizio cenerognolo in abito antracite che accompagnava una bambina silenziosa, composta, nascose di soppiatto un tetrapak d’Estathè nel terreno molliccio di un vaso di ficus.
Christian, con una smorfia schifata, si scrollò dalla sporcizia nel piattino della pianta:
«Avranno un cazzo di donna delle pulizie», pensò, «se ne occupi lei. La pagano.»
I quindici vecchi, mocciosi, ipocondriaci, malati veri in lista prima di lui, gli toglievano il respiro, gli mettevano ansia. Attraversavano la porta a vetri là in fondo con fiale giallognole appannate d’urine, o batuffoli di cotone premuti sul braccio nudo. Si fermavano dalla un-po'-stronza-ma-figa al banco a ritirare buste verdi con i referti. Pagavano. O spiegavano con lamentosi monologhi perché, pur avvalendosi di una clinica privata, avevano diritto a non sborsare un centesimo.
Quindici: Christian li ricontò. In quell’aula troppo stretta per dieci, dove ormai si soffocava a finestre chiuse, lui ne trovava ventuno. «Certa gente non sa muoversi sola», guardò torvo uno a uno negli occhi, «neppure per un esame del piscio»; indovinava quali fossero i pazienti e quali li accompagnavano.
Il primo cui grugnì il suo disprezzo, dietro il velo dei Ray-Ban, fu proprio quel papà dai toni grigi sulla sinistra.
«Solo un esame», Christian si ripeteva, «un controllo colesterolo»; s’imponeva di omettere che era un esame del sangue, e che ciò implicava farsi trafiggere da un ago. I muscoli s’irrigidirono, riprese a sudare freddo. Recitava come mantra che era un’assurda fobia, che ne era consapevole, che bastava stornare il capo per qui pochi secondi… Doveva cavarsela; «più nessuno sa sbrigarsela da sé: ecco perché va tutto a rotoli. Non si può cagarsi addosso per un prelievo.»
Prese un magazine dal cumulo sul tavolino, si concentrò su un’intervista a Laura Chiatti, sull’oroscopo, sul sedere di Flavia Vento, sugli aneddoti di terza media di un compagno del Trota.
La mano gli corse d’istinto al pacchetto di sigarette.
Christian lasciò cadere il giornale, lo schiacciò sotto i camperos sul pavimento, tornò alla finestra con la Marlboro fra le labbra. Spenta, ma già rassicurante.
Sul doppiovetro scuro di temporale, e del cemento degli edifici di fronte, vide riflessa la glaciale receptionist che lo guardava con pupille assassine.
Il display che pencolava dal soffitto invitò il numero tre ad accomodarsi in ambulatorio. Lui sottrasse: «sedici meno tre», il risultato era comunque un’eternità; nascose la sigaretta fra due dita dietro la schiena e chiese con nonchalance alla bellezza alla scrivania:
«Si può fumare in toilette?»
«A volte purtroppo gli inservienti ci fumano»; purtroppo, inservienti le uscirono come conati.
Christian uscì.


Tre volte percorse gli intricati corridoi.
Coloro che incontrava cui chiedeva della toilette ripetevano «qui, dietro l’angolo», e però lo confondevano con acronimi di reparti, numeri e colori di ascensori e di scale. La quarta si ritrovò all’esterno dell’istituto, in un angolo cieco e squallido di cemento e di cassonetti. Un indio decrepito con il volto di prugna, i capelli bisunti, nivei, legati; con il collo tutt’intrecciato di canapa, di amuleti, e il camice e la palandrana e i guanti azzurri dei lavapiatti, lo invitò a fumare fuori con lui.
«Bel modo», Christian pensò, «di scroccare una sigaretta.»
«Ma dai bagni poi fa molto prima a tornare, se non vuole perdersi il posto nella fila alle analisi».
Christian si figurò l’inesorabile contapersone che scandiva già 14, 15; e un’orda di usurpatori bastardi, scorretti, che sapevano che era al cesso, ma che lo stesso lo scavalcavano.
«La gente», era convinto, «fa sempre così.»
Inoltre le pattumiere di quell’angusto quadrato ostentavano etichette che gridavano pericolo: altamente infiammabile.
«Non sono mica scemo», Christian sputò.
L’indio lo portò per un dedalo di scalette, sgabuzzini, intercapedini che finivano in scorciatoia fino al bagno degli uomini. Christian salì con il vecchio per due chiocciole di gradini cigolanti e bui, si chinò in un sottoscala maleodorante, schiacciò scarafaggi su un lastricato crepato. Su un uscio di zinco con maniglia antipanico, cui filtrava al di là gradevolezza di detersivo, porse all’indio qualche spicciolo dal portafogli.
Il vecchio strinse gli occhi, grugnì, agguantò le patacche che gli pendevano sullo zinale; paonazzo gliele sbatté sotto il naso, gridava di «timore! rispetto!», nel biascico incomprensibile della sua chissà che lingua madre.
«Ehi, la madonna!», Christian lo allontanò, «Ci sputi sopra? chi credi di essere? che cosa ti ho fatto per offenderti così?»
Da una tasca del grembiule macchiato l’anziano spiritato, che schiumava di rabbia, gli puntò contro quell’oggetto schifoso, tutt’inciso di segni, bruciato all’estremità.
Christian disgustato riconobbe un osso umano.
Lasciò quel vecchio pazzo nel sordido disimpegno; «Cristo», espettorava, «che gente c'è in giro» E, appoggiato ai lavandini puliti, si godeva la sigaretta a boccata a boccata.


Scopriva anche lì nelle cabine, in una clinica privata e costosa, scritte a pennarello sulle porte e le pareti, l’orina sulle tazze, la carta igienica e gli escrementi che intasavano i water-closet:
«gli stessi che si lamentano dei servizi schifosi», scommetteva a mezza voce, sarcastico, «in casa tengono il bagno tutto lustro e profumato; fuori non centrano la tazza. La gente è merdosa»; salivava nel lavandino, si grattò i genitali.
Attraverso il lucernario sullo stipite d’ingresso, dove usciva un po' di fumo di sigaretta, vide il cartello che indicava l’ambulatorio e costatò che era davvero a pochi metri dalle toilette.
«Che coglione che sono», Christian si morse un'unghia.
Un altro display, montato lì fuori, chiamava alle analisi il paziente quattordici.
Lui pipò veloce, risollevò la tavoletta di un water, tirò la cicca che gli cadde sul pavimento. Si chinò per raccoglierla dall’acquiccia e la cenere, e in quel momento il display brillò di un 15. Veniva un infermiere con una scala ed un cacciavite, «pazienza, s'incastra», si arrampicava sul contatore, ci armeggiava con l'utensile.
«Vaffanculo, chissenefrega», Christian ruggì; la strizza dell’ago gli infilzò le budella. Pestò il mozzicone, con il tacco degli stivali, sullo smalto del pavimento lucidato di ciclamino.
Uscì nel corridoio.
Una macchina ciclopica di acciaio arroventato, di tubature e di comignoli tortili che s’intrecciavano l’uno all’altro, dadi, bulloni, che trattenevano una rabbiosa pressione; gli scarichi di vapore, d’acqua, d’olio nero, che ribolliva, che friggeva a rigagnoli su un lastricato di pietra nera, s’innalzava in una tenebra di spurghi in una volta vertiginosa romanica.
Siringhe e condutture e cannule, minuscole e gigantesche, o gelide o roventi, moltiplicavano dal marchingegno e s’infilavano sotto gli archi: proiettate in insondabili gallerie s'infilavano nei pilastri, ne rompevano l’architettura: così restauri gotici, barocchi, roccocò, iniezioni di cemento, travature razionaliste, spezzavano il medioevo delle interrotte navate.
Christian trasalì. Si schiacciava a un’impossibile parete con consunti bassorilievi anneriti d’idrocarburi. La vista gli si offuscava, gli tremavano le gambe; sentì il petto e le tempie incendiarglisi dal terrore.
Arrampicato su una scala d’ossa umane e rametti, che spandevano sotto il lezzo di metallo e bruciato un altro fetore di putredine e d’inchiostro, un operaio con le appendici da piccione e locusta, che sporgevano dalle Nike consumate, sfondate, da una tuta da lavoro blu sbiadita, si ostinava a cozzare, con il grugno di bue, su un amperometro fra le centinaia fissati all’ordigno. L’acciaio rosso fuoco gli ustionava le carni.
Christian pianse «mamma!», sentì il senno sfilacciarsi, con il buio nel cervello si piegò sulle ginocchia. Vomitò.
«Coincidenze planari del cazzo», masticò l’operaio fra gli enormi molari, scoperti con mezzo teschio sotto la carne che sfrigolava, «Boss, ragazzi: ce n’è uno di quelli dall’altra parte.»
Il mostro gli stava addosso, lo stringeva in un angolo. Christian, strozzato dalla paura, si trascinava sul sedere e sui gomiti nella pozzanghera dei conati verso un trochilo affumicato.
Dall’ombra soffocante e rossastra, fra le viscere della macchina gigantesca, un’orda allucinante barcollava a circondarlo.
Sotto i caschi di plastica arancione, dentro le salopette, gli scarponi isolanti, con i borselli e i moschettoni e le cinture di sicurezza, le brugole e le tenaglie e le chiavi, c’erano grovigli di animali ed umani.
Christian impietrì su una colonna color del fumo. Gridò. La creatura più grottesca del gruppo, con una testa da anguilla spellata su un corpo obeso e sudato dai seni flaccidi, con le grinfie di scimpanzé, che zoppicava su una sola zampetta d’anatra, allontanò gli altri mostri da lui e mite gli porse quella mano di orangutan:
«Calmo, è tutto okay, come dicono nei vostri film», sibilava la lingua rosa del capitone mentre le squadre degli altri incubi ritornavano al marchingegno, «io voglio aiutarla. Voglio solo aiutarla. Da quale dimensione viene, lei?»
«Io...», Christian balbettò, «devo fare le analisi del sangue. Sono il numero sedici.»
«Forse ho capito: Terra, direste 2012, 9.28 di giovedì 31 maggio», l’anguilla gli soffiava amichevole e cordiale; Christian, aiutato dalla creatura, si rialzava e si rassettava: le mani grosse dell’orangutan lo spazzolarono dalla cenere, «Mi ero accorto che la Macchina aveva fatto i capricci, non pensavo a un vero e proprio guasto, ma… va beh, roba da nulla, la rimando subito indietro. Come mai così shockato? Non è la prima volta che le capita, credo.»
«Dov’è che mi rimanda?! Che mi capita cosa?!», Christian esplose; gli tornava la nausea, il cervello gli bolliva nel cranio.
«Toh, mi pareva, al contrario…», l’anguilla ammiccò, gli batté sulle spalle, lo prese sottobraccio, lo tirava con sé, «mi scuso se l’ho offesa; andiamo: nel percorso avrei piacere di offrirle un caffè.»
Christian la seguì per il portone di zinco con l’icona scolorita maschi: si ritrovò dalla toilette nel gabinetto di analisi.
Il display contapersone procedeva all’indietro.
Tubi rossi dell’ordigno mostruoso passavano dal lucernario alle sale dell’istituto, sfondavano le piastrelle, le pareti imbiancate, radicavano orrende nei mattoni dell’ospedale. I medici, gli infermieri, i pazienti in attesa sfocavano negli sbuffi dell’orribile macchina.
Christian passava, inerme e inebetito, sotto il contatore già tornato a 9: «almeno di 'sti stronzi non mi scalza nessuno». Quel pensiero piccolino tutto a un tratto lo salvò. Sentì un’ancora di buonsenso e lucidità che si agganciava a un fondale sano, dopo l’abisso di allucinazione dove affondava da un quarto d’ora.
Anche se adesso sedeva al bar della clinica a dividere un caffè con un’anguilla scuoiata, monopode, bradipo, in tuta da operaio. E attorno nessuno ci faceva caso.
«…e lei che fa, nella vita, su questo piano?», il mostro strappava tre bustine di zucchero, lo mischiava all'espresso.
«Lei cos’è?», Christian lo aggredì.
«Arpia», l’essere si strinse nelle viscide spalle; la carne bianca, scarificata, arrossì, «ma spero di andare in pensione con il grado di Malabranca.»
«E quella… fornace?»
«Davvero non lo sa? Eppure, a vederla, lei mi sembra uno che passa spesso da quelle parti; glielo avranno pur spiegato, deve crederci, e invece… È comprensibile lo spavento: anch’io, la prima volta che venni su questo piano…»
Christian portò al labbro la tazzina e indugiò su quell’aroma di realtà. Ricordò del prelievo, degli esami a digiuno. L’ago.
Sentì di preferire persino l’idea dell’ago al fischio del capitone e a cosa stava per dirgli. Non bevve.
«Scoprirà che non è una cosa facile da sopportare, e che perciò tenderà a dimenticare. Ma insomma: se sapesse che ogni singola azione, il più piccolo insignificante gesto compiuto in vita sua, da lei come da tutti gli umani, è volto alla rovina, al male? Cercherebbe di uscirne? E se sapesse che le volte che ci ha provato, a uscirne, e magari inconsapevole ce l'ha fatta, un mio collega l’ha corretta, l'ha riportata alla malastrada? L’occhiataccia di un adulto che da bambini ci ha spaventato, birichinate da adolescenti, sesso facile da ragazzi… finché, in età adulta, non c’è quasi più bisogno di intervenire. Fate male e nient’altro. Non sono gli altri: siete tutti; non è per colpa sua: sei tu; non nei grandi eventi: sempre; negli “a cazzo di cane”, nel mentire e sgarrare. Ci han provato, certi santi ed eroi del pensiero, ma… il martirio, l’astinenza, il suicidio, l’etica e la morale, la chiarezza d’idee... non sono scappatoie: producono tanto male; oh se lei sapesse quanto!»
«È impossibile, è pazzia.»
«Non lo dica a noialtri. La Macchina Yang si sviluppa per molti milioni dei vostri chilometri attraverso le dimensioni, e lo stesso non ha abbastanza potenza da convogliare tutto il male che producete, ritorcervelo contro, distruggere l’universo. È un segreto professionale, ma… lei davvero non immagina quanti sprechi, quanto male va perso. Sarà sempre un maledetto ferrovecchio: nella linea dello spaziotempo, o fuori, non esiste, esisterà, è esistita, la metta come le pare, tecnologia adeguata allo scopo. Così si verificano certi guasti, come oggi con lei che ci è cascato nel reattore D; e noi a sgobbare come negri là sotto.»
«Questa cosa ha a che fare con il Diavolo e con Dio, vero?», chiese Christian con la voce spezzata; si strinse la catenina con il ciondolo di Maria.
«Con chi?», soffiò l’anguilla «Chi sarebbero, scusi?», e specchiò negli occhi vuoti l’orologio da parete, fermo; «ora è bene che torni al mio lavoro. Se per caso ricapitasse nel mio settore… è impossibile, ma va là: una sola possibilità su miliardi di sale macchina.»
Christian strinse quella mano pelosa, l’essere saltellò fuori dal bar. Il display che chiamava al laboratorio invitava il paziente sedici ad entrare per il prelievo. Il bar e la realtà gli si piegarono davanti agli occhi come un mantice di fisarmonica, con un fracasso di cocci.
Christian turbato si trovò, daccapo, seduto in poltroncina, nella sala d’aspetto, accanto al babbo in grigio e la bambina beneducata. Nel ticchettio della receptionist e le chiacchiere mormorate. Immobile, strabiliato, non si alzava. Taceva. Con l’infanzia di Bobo Vieri raccontata da “Visto” e la febbre di fumare e l’angoscia dell’ago.
Un’anziana si levò dalla poltrona, si rivolse agli altri in lista con un filo di fiato:
«Se il sedici non c’è passo io, vi dispiace?»
«Eh no, brutta stronza!», Christian saltò su.




Un’utile stroncatura di qualche giorno fa al racconto “Deinosrestaurant”, con cui partecipo all’antologia in e.book “Deinos”, curata da Giovanni Grotto, ha avviato uno scambio di commenti con il blogger Tapirullanza, che ha recensito la silloge. Da parte mia, ammetto che scrissi la novella in questione il giorno prima della scadenza del concorso cui era destinata: uno “scritto d’occasione”, come si usava dire nel XVIII secolo, che forse ha meritato le staffilate che ha avuto… Oggi mi accorgo che i commenti mi forniscono materiale per un post di Laboratorio per fare il punto sul mio lavoro. Il pezzo è scritto come risposta al blogger, che evidenziava fra i difetti del racconto l'uso eccessivo di termini desueti, l'uso del tempo imperfetto e errori nella gestione del punto di vista.

Termini desueti: ne uso perché sono evocativi. Esempi: se dico "sedia" te la immagini anonima; se uso "seggiola" è più facile che te la figuri di legno. Le "viscere" sono repellenti, le "budella" sono grottesche, fanno quasi sorridere, le "interiora" si osservano con scientifico distacco. La "poltrona" non la si nota, il "faldistoro" è ingombrante e barocco. Sul semplice "disse", hai ragione, sono d’accordo vittoriani e russi: ma provo, con "abbuiò" o "incupì", a far capire che mentre pronunciano quelle parole i personaggi divengono tetri in volto senza annodarmi in frasi troppo lunghe e piatte tipo "disse cupo in volto". Per la stessa ragione avrai anche notato che uso spesso versi di animali per descrivere il tono con cui un personaggio dice qualcosa, o verbi non inerenti un’azione per descrivere l’azione medesima. O che peggio mi azzardo in neologismi.
Mi rendo conto che il lettore deve un po' faticare per seguirmi. Nel maturare come scrittore cerco di pervenire al miglior dialogo possibile con il pubblico: da parte mia mi impegno a migliorare l’immersività, da parte del lettore chiedo un rispetto e un’attenzione diversa da quella con cui si legge certa narrativa di nessuna pretesa. Il sentiero delle Lettere è lastricato di molti "patti": dallo spero trovar pietà nonché perdono di Francesco Petrarca alla sospensione dell'incredulità dei saggi sul fantastico di J.R.R. Tolkien.
Come ti scrissi cerco di fare anche letteratura oltre che narrativa di intrattenimento: e la mia motivazione forte è che constato che la lingua italiana si sta impoverendo, e questo mi fa paura. Nel mio miserabile piccolo faccio quel che posso per restituire ai miei lettori e compatrioti i troppi lemmi che anni di televisione e di pessima editoria ci hanno rubato. Me lo sento come impegno civile.
Mi spiego con qualche esempio: avrai notato che gli spettacoli televisivi sono affollati di sedicenti showgirl che alla fin fine non si capisce bene quale talento abbiano se non le belle forme; che le amministrazioni vanno a rotoli per l’incompetenza di manager dalle mansioni non sempre ben definite, e che troppe volte buttiamo nella pattumiera oggetti che hanno un guasto facilmente riparabile ma che ormai ci rassegniamo a pensare rotti. Ci accontentiamo di pochi termini, vaghi, facili. E penso invece alle gemelle Kessler di cinquanta anni fa che erano sì showgirl, ma soprattutto ballerine di provata bravura e venivano apprezzate e pagate fior di quattrini per quel talento, non fondarono la loro fortuna su una farfalla tatuata sull’inguine. Il pubblico le definiva ballerine e pretendeva dunque vederle ballare bene (non vale forse anche per gli scrittori, che dovrebbero scrivere bene? Saba affermava: "Cosa resta da fare ai poeti? La poesia onesta"). Idem, se butti via un paio di scarpe ogni volta che ti si scolla una suola, e invece che farle riparare ne compri di nuove, alimenti quello sfrenato consumismo che oggi stiamo tutti soffrendo. Non so tu: ma io davvero conosco persone che considerano le proprie cose rotte ogni volta che perdono un pezzetto, in quanto il loro impoverito dizionario non ha sinonimi per definirle altrimenti. E a forza di ripetere e ripeterti rotto finisci per convincertene… Con lo scialo e la superficialità che ne derivano. Si sa che le parole hanno questo potere. Ricordo qualche tempo fa, al sorgere del Popolo Viola contro il "berlusconismo", che il movimento dichiarò in un'intervista a "Repubblica" di affidarsi a direttori artistici (!) per organizzare iniziative contro il peggior regime dello spettacolo (inteso alla Guy Debord) della storia della Repubblica. Non è un paradosso? Ritrovare, riprendere ad usare termini di cui ci siamo fatti spogliare, potrebbe farci uscire da queste trappole semantiche. 

Imperfetto e Punto di Vista: la più grande soddisfazione che mi dà il mio lavoro è quando il lettore dice di aver avuto l’impressione di "vedere" un mio racconto piuttosto che leggerlo. In effetti, cerco di imitare con la mia prosa la scrittura filmica, perché credo che il lettore di oggi e di domani sempre più sarà un lettore filmico.
L’imperfetto, che svolge l’azione dal passato al presente, e la lascia irrisolta, mi serve a creare un senso di immagine in movimento. Lo accosto al passato remoto per enfatizzare l’effetto (esempio: "Luca si alzò da seduto sull’erba, scrutò il prato, scrollava la giacca": l’intento è farti vedere questo personaggio che, compiute le due decise azioni di alzarsi da seduto e guardarsi circospetto attorno, sventola la giacca ancora per qualche istante).
Con il "PdV ballerino" vorrei imitare il campo/controcampo, ma soprattutto certo uso del montaggio. Esempio: credo tu abbia letto Photophantastes, il racconto con cui partecipai al concorso steampunk del blog "Baionette Librarie". Ebbene: se ricordi c’è un capitolo in cui, di notte, Carrol dalla finestra della propria stanza vede Wayne correre travestito da Rabbit-Man sui tetti del college di Oxford. Lì il PdV passa di continuo dall’uno all’altro dei due protagonisti, come accadrebbe in qui film d’azione dove due avversari si rincorrono su binari paralleli e tu partecipi all’inseguimento ora dal PdV dell’uno ora dell’altro con montaggio serrato.
Idem, cerco di evocare con il "raccontato", che non sempre sostituisce il mostrato, quello che un montage può ottenere in sequenze come quella del discorso nel film Il discorso del Re, in cui dal "mostrato" della stanza in cui Re Giorgio parla al microfono ci spostiamo al "raccontato" (ma insisto con "evocato", che è il termine che usava Giorgio Gaber per il suo teatro senza scenografie o costumi, affidato solo alla suggestione parola) del popolo inglese che lo ascolta.
Certo mi rendo conto degli enormi limiti della pagina scritta rispetto allo schermo, ma continuo a provarci.


(...) 



Quarant'anni si compiono una volta sola. E non è un compleanno qualsiasi: si entra negli "anta", da cui non si esce più. 40 moltiplicato 40 fa 1600: ecco dunque un racconto di 1600 parole scritto oggi di getto per festeggiare con voi lettori. Grazie, sempre, di fermarvi su queste pagine.
Alessandro




Che cosa ci fece sognare che egli avesse potuto pettinarsi capelli grigi?
W.B. Yeats, In memoria del maggiore Robert Gregory

Luca guardava la formica soldato che prigioniera fra i polpastrelli gli si affannava sull’indice: le mandibole sproporzionate non gli scalfivano l’epidermide, non avvertiva pizzicorio; lasciò la bestiola sulla mano di Marco, quella daccapo si accanì ad azzannare:
«Quando da bimbi si guastavano i formicai», lui rise, «ricordate che paura del morso di questi mostri?»
«O delle forbici nelle cortecce degli alberi in grado di sicuro di tranciarti le dita», enumerava Alessandro, «dei lombrichi e lumaconi giganti; gli zanzaroni di fiume che dissanguavano con un morso.»
«Ragni e cavallette mi fanno ancora un po’ schifo», Luca si alzò da seduto sul prato, scrutò l’erba, si scrollava la giacca.
«Non ti ammazzano», disse Marco, schiacciò la formica, «sono loro che poverini…»
Alessandro guardava all’insetto morto, quel poco che ne restava: briciole di chitina. I suoi simili le spezzettavano, le prendevano fra le fauci, tornavano in lunga marcia ai cunicoli sotterranei.
«E tu cosa ne sai? Ti mordono, ti scopri allergico… se ne sentono di queste storie; c’è gente che è morta per la puntura di un’ape.»
Luca lo spernacchiò con un falsetto da speaker, «gli inquirenti stanno addosso all’Ape Maia e Magà.»
«Uccisi da uno sciame di calabroni, di tafani o di vespe.»
«Uno solo fa un male cane e finisce lì, uno sciame è diverso. A proposito: e ricordate come da piccoli si fuggissero nei sottoscala, manco fossero bombardieri, e i ronzii le sirene?»
Il parco sprofondava in un afoso mezzogiorno, e i passeri sguazzavano nella piscina dell’istituto checché le infermiere si ostinassero a scacciarli, rubavano dai tavoli le arachidi dei cocktail. Gli ospiti della clinica, spettri pallidi in teli bianchi, si raccoglievano con i parenti in visita in oasi discrete di frescura e sussurri, distanti l’una dall’altra quanto occorreva per non udire spiacevolezze dagli altri.    
«Inutili sopravvissuti!», la mamma schiumò.
Luca, Marco e Alessandro si scambiarono un «ricomincia» e un’occhiata di sconforto. I fratelli si alternarono alla poltrona a rotelle, la spinsero sotto l’ombra di una betulla. Si sedettero su una panchina, sopportarono quei deliri. L’anziana gridava insulti d’incompetenza e codardia, liste incoerenti di animali e di oggetti: «amianto! polli infetti! zanzare-tigre! videogame incapaci!», finiva in ululati, parole senza alcun senso. Il volto le si aggrumava attorno alla bocca aperta, gli occhi stretti e le narici dilatate: una smorfia disgustosa, la pelle le si scuriva.
«È mamma», s’impose Luca.
Le urla esplodevano nel parco sonnolento. Marco e Alessandro tentavano di calmarla: «mamma, non puoi fare così»; Luca si allontanava, andava in cerca di un’infermiera, la trovava l’istante dopo con i calmanti già bell’e pronti: la quiete dell’istituto, degli altri, le rette, non tolleravano quegli scoppi d’isteria.
«Tenetela, prego», disse tetro quel donnone dell’Est mentre spezzava la fialetta di xanax, lo inalava con la siringa. Luca strinse la mamma allo schienale della poltrona, Marco le tenne i polsi, Alessandro la accarezzava.
L’ago le affondò nella vena.
L’anziana masticò un insensato «ma torneremo! e la prossima volta!…», la faccia trattenne quella maschera di frustrazione, di rabbia, ma infine si rilassò nel sonno chimico del calmante.
Luca si asciugava i polsini della camicia dalla bava copiosa e maleolente di lei: lo sguardo di Marco, che combatteva con il fradicio fazzoletto un’inutile battaglia contro l’afa del mezzogiorno, gli esprimeva sconfitta, disistima e stanchezza. Alessandro lasciava all’infermiera le maniglie appiccicose della poltrona a rotelle: la donna calciò il freno con gli zoccoli, «meglio che torni in stanza», spinse mamma esanime nell’atrio della clinica.
Fra le fessure degli scuri dell’edificio, abbassati contro il caldo e l’estate, Luca indovinava quei troppi pazienti rassegnati nei loro letti ai decorsi di malattie. Ai capezzali erano curve figure nere e minute, forse gli inservienti filippini che allacciavano le flebo o rimboccavano le coperte. Stornò i due fratelli che tornavano ai loro SUV.
«Facciamo una chiacchierata con il direttore?»


Cordella mostrò loro la schermata, aprì sul tavolo una cartella di plastica con lo stampato del dossier sulla mamma. Scorreva i dati con l’indice sottile e batteva alcune date con l’unghia, le evidenziava a pennarello rosso:
«Le crisi si acuiscono dallo scorso venticinque maggio.»
«Sì, lo ricordo», Alessandro inghiottì, «compivo quarant’anni, festeggiavo con gli amici, telefonaste per avvertire. Mi rovinaste la cena.»
«Il farmaco perde effetto, ma c’è un fatto che ho riscontrato: gli attacchi si verificano sempre, e solo, quando venite a farle visita insieme.»
«È una cosa psicologica secondo lei, dottore?», chiese Marco.
«Il malato di alzheimer rielabora le situazioni, i ricordi, in modo disordinato e confuso. Lei sa che da adulti vivete ognuno la vostra vita, sa che siete uomini maturi ma vi ritrova tutti tre con lei, e reagisce come foste bambini. Teme forse che corriate un pericolo, e questo la terrorizza.»
«Ci vomita addosso rabbia, sciorina maledizioni. Che cosa dovremmo fare perché non vada in panico?», Luca s’innervosì, si alzò dalla seggiola, urtò con il gomito un vinile da collezione intonso su un leggio sul tavolo del professore.
Cordella salvò il disco dalla caduta, lo riappoggiò con un sospiro di sollievo.
Dietro gli incartamenti e le tabelle del medico Alessandro riconobbe l’lp:
«I Queen», strabiliò, «A Kind of Magic; con il brano One Vision, che ascoltato al contrario…»
«… si dice nasconda il verso my sweet Satan I’ve saw the Sabba», il medico s’illuminò, «Quel rock satanico che da prima che adolescenti avrebbe dovuto distruggerci tutti quanti, dicevano. Lo ricordate? E invece che nostalgia! Colleziono quei vecchi album, questo pezzo mi è molto caro; lo conservo qui in ufficio ché a casa, con i figli piccoli… che disastro se si rovinasse. Anche lei è un appassionato?»
«Non proprio, ma…»
Luca si appoggiava corrucciato ai mobili e gli scaffali dello studio del professore. Fra i testi di medicina e i fascicoli amministrativi c’erano fermacarte scolpiti in cristalli d’ambra, sepolcri millenari d’insetti irriconoscibili; giocattoli cult degli anni '80 - '90 spariti dal commercio ché si temevano tossici. Un incarto dei Big Babol pubblicizzati da Daniela Goggi.
«Che gusti, il dottore, e che ciarpame», pensò. Ma sapeva di collezioni, collezionisti, modernariato, trash, eBay, pop e cose simili: e immaginò che quegli oggetti rappresentassero uno status symbol. Soprattutto si rattristò: si rammentava di tutto. Oggetti che riaffioravano da un’infanzia, sorrise, avvelenata dal Dolce Forno e dalle Crystal Ball; minacciata dai grillotalpa cannibali e le ortiche che se pungevano si moriva avvelenati. L’umanità all’estinzione. Macché. È che esageri da bambino, e t’immagini l’apocalisse.
Marco schiarì la voce:
«Non stavamo parlando di nostra madre?»
Cordella li guardò fisso negli occhi:
«Non fatevi illusioni: l’alzheimer degenera. Se l’ipotesi è giusta, e vostra madre ha terrore a vedervi uniti, il più che potete fare per lei è alternarvi nelle visite. Finché, beninteso, vi riconosce e non vi tratta da estranei. Comprendo che sia penoso assisterla nelle crisi, o a come le infermiere intervengono su di lei: preparatevi piuttosto a quando un giorno vi chiameremo per…», si alzò, li congedava, strinse loro la mano, «Qui da noi, per quel che vale, non le manca nient’altro. Arrivederci.»


Cordella tolse l’osso frontale, incise le due suture coronali, cauto scoperchiava quel cervello di donna anziana addormentata sul tavolo operatorio.
Recideva con il bisturi il filo nero fra i lobi, ci infilò il divaricatore uretrale. Le due piccole grinfie nere lì dentro allargarono la massa grigia gelatinosa, e la faccia affiorò dallo squarcio. Quei grappoli d’occhi scuri e le branchie, e la proboscide che schiumava d’umori gialli, tradivano, pur aliene, fastidio e stoltezza. L’essere si rannicchiava dentro il cranio dell’ammalata, rivoltava l’orrido muso nel cenerognolo della carne:
«Uscite, colonnello», Cordella gli ordinò. Le parole gli scaturivano dalle labbra in un tono molto diverso dal suo solito gentile usato. Suonavano maligne. Il mostro, con un gemito di sonnolenza, sgranchì gli arti neri, viscidi e minuti e dal cranio si rovesciò sul cellophane insanguinato.
Il medico lo afferrò con una pinza:
«L’essere un ufficiale in congedo con onore», sibilò, e strinse con l’utensile, «non vi autorizza a sparlare con il nemico degli attacchi falliti in passato, denigrare i nostri mezzi e le truppe né soprattutto lasciare intendere agli abitanti di Terra le strategie messe in atto contro di loro: perché ancora sono valide, e voi lo sapete. Né Big Jim, né Sabbia Magica, né Calippo hanno servito allo scopo dell’invasione; voi non siete responsabile per quei piani, né di altri imbarazzanti reggimenti quali per esempio le Mucche Pazze. È inteso. Tacete ciò nondimeno. Abbiamo sempre nuove e pronte unità, ma è necessario mantenere il segreto. Oggi, in studio, sondavo le menti dei tre figli del vostro ospite e ho timore che qualcosa sospettino. Gli déi ci perdonino, hanno pure ragione: commettiamo grossolani errori. Con quale sicumera non fabbrichiamo più scarafaggi, millepiedi giganti, caramelle nocive come quelle di tre cicli fa?
È vero che all’epoca si mostrarono inefficaci, che gli umani sono sempre un osso duro, ma scoprirsi in questo modo… e usare ratti, cellulari e hamburger… bah!»
«Tratterrò la mia rabbia», gorgogliò la creatura.
Una corte di suoi simili schifosi, accucciati sulle spalliere dei letti degli anziani che abitavano da parassiti, si fregò gli arti tridattili per esprimere assoluzione. Tornarono ad addormentarsi nei cervelli degli ammalati, Cordella ricucì tutti i crani.


Luca guidava dietro a Marco, e all’uscita dal parcheggio del policlinico l’auto del fratello si arrestò con uno schianto: il paraurti di resina dipinta acciaio si era rotto su una radice di quercia. Alessandro si fermò a offrirgli aiuto: insieme costatarono che non c’era altro da fare che calciare e bestemmiare sulla plastica spezzata.
Luca, serioso a occhiali scuri dal finestrino, aspettava se ne facessero una ragione: «una volta un fuoristrada era in pratica un carro armato: da piccoli», ricordò, «su quello di nostro padre, ci guadammo un torrente, ma ora…»





Prima recensione a "Deinos" sul blog Tapirullanza. Pubblico solo la parte relativa al mio "Deinosrestaurant", essendo che la disamina dell'intera antologia è davvero molto lunga (ma vi invito ad approfondire sul suddetto blog). 
Il "Deinosrestaurant" è un agriturismo romagnolo di successo in cui si macellano triceratopi per i palati fini dei clienti. Antonietta, la proprietaria, non si fermerebbe davanti a nulla per aumentare la popolarità del locale, soprattutto con la prospettiva della visita di un importante critico culinario. Ma i dinosauri stanno sviluppando un’immunità agli anestetici e non sono disposti a subire in eterno…
Forlani è uno scrittore che quando vuole è bravo; io e Zwei ci eravamo trovati d’accordo nel definire il suo Tlaloc Verrà il miglior racconto di Ucronie Impure. Per di più, le premesse del racconto parevano un’oasi di originalità nel clima horror-apocalittico-di-invasione del resto dell’antologia.
Purtroppo invece Deinosrestaurant è una boiata scritta da schifo. Il pdv sta normalmente “nei pressi” della protagonista, ma quando gli gira salta dove capita (sui ragazzini in bici, sulle cameriere, sugli inservienti, su Philippe Daverio, insomma su chiunque); il tempo verbale continua ad alternare passato remoto e un orribile imperfetto, senza alcun motivo; la prosa è piena di passaggi raccontati (“gli adulti fumavano, scambiavano ovvietà di moda circa le specie, le abitudini, le ricette di dinosauro”), anche durante le scene chiave (“[i dinosauri] fracassarono le finestre e devastarono l’interno” – davvero molto preciso); Forlani abusa di termini desueti e fuori luogo:

«Li svegliamo di notte», incupì l’ucraino, «sentono l’odore dell’esplosivo e la droga.»
«È come per los cerdos», abbuiò l’argentino, «lo sanno che li ammazziamo.» [dovrei ridere?]
E come se non bastasse, la storia si arena sui luoghi comuni e sulla bassa retorica del tipo “l’essere umano è più bestia delle bestie” o “con la Natura non si scherza”. Almeno l’autore ci fa il piacere di ‘mostrare’ la sua retorica invece di esporla. Ma rimane un racconto bruttino e inutile, scritto tanto per scrivere.
Ogni tanto ci scappa qualche scena carina, come la padrona che stacca il cartello di divieto quando Daverio si mette a fumare.

In conclusione: BOCCIATONo

È scaricabile da oggi sul blog Minuetto Express l’antologia in e.book Deinos a cura di Giovanni Grotto, che raccoglie gli otto racconti vincitori dell’omonimo concorso: una raccolta di novelle horror-apocalittiche piene di bestiacce preistoriche!
Partecipo all’e.book con il racconto Deinosrestaurant, in cui una intraprendente ristoratrice romagnola tenta di far colpo su Philippe Daverio con bistecche di triceratopo. L'introduzione è a cura di Alessandro Girola, la copertina è firmata da Luca Morandi e l’impaginazione è di Matteo Poropat.  L’antologia comprende due "bonus": la blog novel La Vendetta di Geraldo di Giovanni Grotto e un racconto di Claudio Vergnani.


Ieri il Grande Avvilente ha raggiunto le 10.000 visite, le ha subito superate. Per festeggiare questo traguardo così geek (credo che il termine sia più adatto di nerd, date le circostanze) ho deciso di mettere in atto le più becere minacce e dedicare - come la quasi totalità dei compagni di blog(s)croll - un post alla Musa del Blog: Lily Cole. Se le leggi della blogsfera sono vere, domani questo buco di web sarà affollato dal doppio degli utenti.

Lily Cole (Torquay, 19 Maggio 1988) è una super-iper-mega-top-model inglese (finiti i superlativi?) ed attrice. Ciò significa che la trovate fotografata in tre quarti dei magazine in edicola ogni mese, comparirà sempre più spesso nei film di cassetta eccetera eccetera eccetera. Wikipedia è esaustiva sulla sua filmografia, in cui mi auguro non mi aspettiate di trovare l’ultimo film di Werner Herzog o il prossimo di Aleksandr Sokurov. Ha lavorato per le grandi Maison di moda, tutte; con Terry Gilliam, Marilyn Manson ed è stata fra le top del Calendario Pirelli (che è come quando all'epoca ti incoronavano in Campidoglio). È fra i giovani più ricchi di Inghilterra. La sua scheda dice: "occhi azzurri, capelli rossi" (c'è il caso l'abbiate vista in qualche apocrifo corvino o biondo, ma gli eretici responsabili di tali crimini sono morti da ànatema pizzicati da scolopendre), ma i più si ricordano di lei soprattutto per il particolarissimo viso. Chi ne è estasiato ha ragione; gli altri, cui ricorda addirittura un alieno, sono barbari pagani.

Ammetto, a giudicare da un paio di interviste e di foto “private” e “dal vero” (benché chi si occupi di moda sa bene come certi personaggi di “privato” e di “vero” non abbiano a un certo punto più nulla…) che Lily Cole sembra essere una burina quali neppure i Jessica & Ivano di verdoniana memoria. Pare studi Storia dell’Arte, sia pure bravina: ma una laurea, si sa, non si nega a nessuno.

Ha avuto l’intelligenza di affidarsi a fotografi che ne hanno intuito la bellezza stilnovista, botticelliana, preraffaellita… e la ritraggono di conseguenza. La foto che pubblico esprime questa idea. Questa icona di “donna angelicata” (ma un angelo può anche essere della morte) ispira il personaggio di Eleanor Cole e l'alchimista Pentesilea in un lavoro in fieri.

Parole non ci appulcro. Forse Cavalcanti o Dante Gabriel Rossetti avrebbero qualcosa da aggiungere.



Sono arrivato 8° classificato all'VII edizione del Premio di Fantascienza Space Prophecies, promosso dalla Associazione Yavin 4, con il racconto Quantus Tremor. La giuria era presieduta da Maico Morellini (Premio Urania 2010). Essere in una decina finalista è sempre una bella soddisfazione, soprattutto per un dilettante della sci-fi quale sono. Di seguito i nomi dei vincitori:

1° Classificato - Simone Conti con "La quarta induzione"
2° Classificato - Marco Scaldini con "Prima del tempo, niente" 
3° Classificato - Matteo Caielli con "Burned popsicle"


e gli altri classificati:


4° Classificato Alberto Tarroni con "Migranti delle stelle"
5° Classificato Claudio Cordella con "La barriera di Anson"
6° Classificato Marco Alfaroli con "Orion VIII"
7° Classificato Daniela Piccoli con "Gioco di sangue"
8° Classificato Alessandro Forlani con "Quantus tremor"
9° Classificato Vito Introna con "Il ritorno di Pazuzu"
10° Classificato Filippo Rossi con " Un questione di coraggio"
Questa è una bozza-proprio-bozza di soggetto per videogioco o gioco di ruolo da tavolo che spero di sviluppare per un nuovo committente...


L'interesse diffuso per le scienze occulte fra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento ha prodotto l'impiego, negli eserciti della Grande Guerra, di individui dotati di facoltà extrasensoriali e di creature generate dalla magia. Sotto strettissimo segreto militare, le armate dell'Intesa e la Triplice Alleanza hanno schierato sedicenti psicocineti, pirocineti, psicometristi, veggenti, medium, telepati, maghi, alchimisti, cabalisti e sciamani; le offensive prevedevano cacce di biplani affiancati da entità evocate, assalti alla baionetta supportati da golem e azioni di sabotaggio affidate ad homuncoli, malefici "a tappeto" come attacchi di artiglieria. Molti sono stati i ciarlatani giustiziati dai plotoni di esecuzione, molti gli esperimenti falliti e i rituali risoltisi in nulla. Altri tentativi, però, sono riusciti. I residui ectoplasmatici, le fetide misture dei sabba, gli incensi della magia cerimoniale, hanno inquinato i campi di battaglia quanto l'iprite, il “gas mostarda” o la cordite delle granate.
In Europa e in Italia.
Oggi, al termine della Grande Guerra, quegli individui, persino quelle creature, condividono la triste sorte dei reduci: emarginati dalla società, privati di sostentamento, mutilati nel corpo e minati nella psiche. La gente li teme, li sprezza, li allontana; i governi e l’opinione pubblica hanno scelto di dimenticarli, di risolverne il problema negandone l'esistenza. Istituzioni militari, economiche e politiche deviate cercano invece di comprometterli e sfruttarne le facoltà. I più fortunati sono accolti nei cabaret o si esibiscono al circo come fenomeni da baraccone: il destino comune è, per gli umani, quello degli emarginati, dei senzatetto, di una rabbiosa follia; della macchia o la montagna per gli esseri non umani.
Le trame si svolgono dal 1918, data dell'armistizio e del celebre comunicato Diaz, alla Marcia su Roma del 1922. Questo breve intervallo di tempo presenta molti vantaggi per lo sviluppo del gioco:
Il Fascismo non è ancora al potere, e le azioni politiche violente sono comuni, in quegli anni, a gruppi di segno opposto (per esempio le frange estreme di Anarchici e Socialisti, accomunati con i fascisti dalla stampa, e dall'uomo della strada, con epiteti piuttosto vaghi quali “facinorosi”, “agitatori”, “terroristi”, “rivoluzionari”...): nelle trame non appariranno temi/situazioni/riferimenti precisi che possano offendere le convinzioni dei giocatori;
L'Italia dell'epoca, uscita vittoriosa dalla Prima Guerra Mondiale, è ancora una grande potenza partecipe a pieno titolo del “grande gioco” fra stati, e pullula di fascinosi personaggi che possono apparire come guest star nelle avventure: Gabriele D'Annunzio, Ettore Petrolini, Enrico Caruso, Tazio Nuvolari, Clara Calamai, Arturo Toscanini... salvare Eleonora Duse o Lina Cavalieri (“la donna più bella del mondo”!) dai tentacoli del Grande Cthulhu o usare su un vampiro un paletto galvanico di Guglielmo Marconi non è cosa che capiti tutti i giorni.
Nelle campagne e città d'Italia che ritrovano la pace, ma sono turbate dalle lotte sindacali, dalle violente manifestazioni di estremismi politici, o al contrario estasiate dagli spettacoli d'opera, divertite dai cabaret, si sviluppano trame oscure e si consumano feroci vendette. I patti con il demoniaco devono essere onorati, i malefici scatenano terribili “colpi di ritorno”, le creature non umane soffrono la costrizione in questo piano di esistenza; certe soglie sono state lasciate aperte e il senno di troppi, pericolosi individui è perduto nelle tenebre. Segreti sepolti nei crateri delle granate riaffiorano dopo anni, e nei sacrari militari e i cimiteri di guerra non riposano solo comuni soldati. Anzi alcune cose non riposano affatto.
Nello sviluppo horror del soggetto, i giocatori interpretano ex combattenti che non hanno dimenticato i loro strani commilitoni, oppure decadenti ex soldati ed ex dandy condannati per sempre all’amore di una medium, una strega, un’apostata dell’Inferno o peggio. Segreti, vendette, promesse e maledizioni li costringono a chiudere i conti con il passato.
Nello sviluppo action del soggetto, i personaggi sono acchiappafantasmi o ammazzamostri che, in elegante paglietta e completo gessato, o in tubino e tacchi alti e caschetto da cocotte, disinfestano la Galleria Vittorio Emanuele, le campagne toscane o il teatro di Parma, a colpi di mitragliatrice Maxim.

(...)

Edited by K.D.. Powered by Blogger.